2020-2021: bilanci e prospettive

Per gli operai, i lavoratori occupati e pensionati, i disoccupati, le donne e i giovani degli strati popolari, il 2020 è stato l’anno più nero dalla fine della II guerra mondiale.

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12 dicembre ‘69: strage di Stato o Stato delle stragi

La strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969, causando 17 morti e 88 feriti, segnò l’avvio della “strategia della tensione”.

Fu opera di gruppi neofascisti con la complicità e la copertura di settori importanti dei partiti di governo, con la regia, il coinvolgimento attivo e la protezione dei servizi segreti italiani e Usa.

L’obiettivo politico dell’attacco terroristico fu quello di bloccare l’avanzata del movimento operaio e ostacolare progetti politici divergenti dalle strategie atlantiche, mantenendo al potere i circoli dominanti. Destabilizzare per stabilizzare il sistema vigente: questo lo scopo della strage, attraverso la quale è proseguita con “altri mezzi” la tradizionale politica borghese.

I massivi depistaggi (tra cui l’assassinio dell’anarchico Pinelli), l’occultamento delle prove, l’uso del segreto di Stato nelle indagini, la lunga vicenda giudiziaria che si è conclusa senza emettere alcuna condanna per mandanti, organizzatori ed esecutori, hanno messo in luce un fatto inoppugnabile: la classe dominante non ha alcuna volontà di arrivare alla verità e alla giustizia quando a commettere i crimini sono apparati ed esseri che agiscono per i suoi interessi fondamentali, quando sono in ballo assetti di potere e alleanze strategiche.

L’accaduto per la strage di Piazza Fontana si riscontra in tutte le stragi reazionarie e neofasciste precedenti (Portella della Ginestra, 1947) e successive (Gioia Tauro, 1970; via Fatebenefratelli a Milano, 1973; Piazza della Loggia, 1974; treno Italicus, 1974; Ustica, 1980; Stazione Bologna, 1980: treno Rapido 904, 1984); nonché per i tentativi di golpe (Piano Solo, 1964; Borghese, 1970).

Una parte essenziale della storia del nostro paese deve rimanere coperta e i criminali impuniti, perché lo Stato borghese ha la necessità di salvare se stesso, il blocco di potere a “doppio livello e doppia fedeltà” su cui si regge, i suoi apparati speciali (es. Gladio), i suoi più fedeli servitori, le potenze internazionali e le alleanze militari – come la Nato – che garantiscono i profitti, i privilegi e il potere di una minoranza di sfruttatori e oppressori, controllando e gestendo la vita politica italiana.

Questo principio non vale solo per le stragi di carattere fascista, ma anche per tutti gli atti e le strategie volti a diffondere paura e l’insicurezza, nonché per le stragi sul lavoro e ambientali, che hanno causato e causano ogni giorno lutti e disgrazie per la classe operaia e le masse popolari.

L’ennesima riprova viene, in questi giorni, dal processo in Cassazione, sulla strage ferroviaria di Viareggio. Il Procuratore generale (addirittura!) chiede l’annullamento della (mite) condanna a 7 anni per Mauro Moretti, con rinvio in un Appello-bis.

I familiari delle vittime hanno denunciato le manovre in corso per “sollevare” dalle sue pesanti e gravi responsabilità l’ex amministratore delegato Fs Moretti, un personaggio di quello “Stato profondo” in cui si intrecciano organismi legali o meno, interessi economici, finanziari, politici e militari, che esercitano il potere reale.

La vecchia storia, in altre forme, si ripete e si rinnova.

Le stragi impunite sono una chiave importante per comprendere la natura, il ruolo e il carattere dello Stato borghese, le regole della sua politica che è scritta col sangue delle tante vittime: non un organo al di sopra delle classi, non un potere che rappresenta tutto il popolo, non l’uguaglianza di fronte alla legge, ma un comitato che amministra gli affari comuni dei capitalisti e una macchina per mantenere il dominio della borghesia sul proletariato, indipendentemente dalla sua forma di governo.

La lotta per la memoria, la verità e la giustizia, sulle stragi di Stato e da profitto, per denunciare e smascherare i disegni reazionari, per la salute e sicurezza sui posti di lavoro e sul territorio, deve contribuire a far scendere la benda dagli occhi degli sfruttati e degli oppressi, a diffondere la necessità della lotta rivoluzionaria, del potere proletario, il solo che potrà fare finalmente chiarezza sulle stragi e farla finita con gli apparati del terrore antipopolare.

f.i.p. 11-12-2020

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Referendum: un plebiscito mal riuscito

7 milioni e mezzo di lavoratori, giovani, donne, hanno ragionato con la testa ed espresso il loro rifiuto della legge sul “taglio dei parlamentari”. Era un risultato per nulla scontato, se consideriamo le premesse politiche e le condizioni reali in cui si è svolto il referendum.
La legge è stata votata alla Camera da tutti i partiti di maggioranza e opposizione (553 sì, 14 no e 2 astenuti); il voto è stato ampiamente condizionato dalla demagogia populista, dalla menzogna e dalla frode; le forze socialdemocratiche, riformiste e opportuniste, che si sono opposte per motivi elettoralistici alla legge taglia-parlamentari, non hanno informato le masse sulla natura reazionaria della legge e non hanno fatto nulla per mobilitarle.

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Sul Referendum al taglio dei parlamentari: un aspetto della trasformazione reazionaria dello Stato borghese

Il 20-21 settembre si svolgerà il referendum che riduce il numero dei deputati da 630 a 400 e dei senatori da 315 a 200. Operazione politico-istituzionale, voluta dai populisti del M5S, e sostenuta dai partiti riformisti e reazionari (dal Pd alla Lega), demagogicamente e strumentalmente presentata come risparmio di risorse e contrasto alla “casta dei politici”.
Il taglio dei parlamentari non ha niente a che vedere con simili risparmi (incide per lo 0,007% della spesa pubblica). Per abbassare i costi basta ridurre gli stipendi dei parlamentari al salario di un operaio specializzato ed eliminare i loro vasti privilegi.

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Bologna 1980: strage fascista e imperialista

La strage compiuta alla stazione di Bologna quaranta anni fa, il 2 agosto 1980, fu il culmine della strategia del terrore nel nostro paese, uno dei più gravi massacri terroristi avvenuti in Europa nel secondo dopoguerra.
L’esplosivo di origine militare collocato nella sala d’aspetto della seconda classe, uccise 85 persone e ne ferì oltre 200. Una vera e propria operazione di guerra, premeditata e annunciata (tre giorni prima vi fu una mancata strage al Comune di Milano).

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Autunno prossimo, cosa bolle in pentola?

Con l’emergenza corona virus ancora in corso, molti proletari si chiedono quale futuro ci aspetta? I mesi passati per molti sono stati pieni di difficoltà con tantissimi lavoratori in cassaintegrazione o gettati per strada a seguito della chiusura di imprese piccolo/medie per l’emergenza sanitaria.
Vediamo nel limite delle nostre capacità di esprimere alcune considerazioni. È indubbio che la crisi innescata dal Covid 19 si è inserita come un punteruolo in un sistema che già da decenni sta sempre più esprimendo chiaramente il marciume da cui è formato. Un bubbone fatto di crisi economica, sociale, politica, ambientale ed etica. Un sistema che per sopravvivere a sé stesso vuole trascinare l’umanità nella sua fossa.

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I morti nelle Rsa: un assassinio sociale del capitalismo

“Se la società toglie a migliaia di individui il necessario per l’esistenza, se li mette in condizioni nelle quali essi non possono vivere; se mediante la forza della legge li costringe a rimanere in tali condizioni finché non sopraggiunga la morte questo è assassinio, un assassinio contro il quale nessuno può difendersi, che non sembra tale, perché non si vede l’assassino, perché questo assassino sono tutti e nessuno, perché la morte della vittima appare come una morte naturale. Ma è pur sempre un assassinio… ciò che i giornali operai inglesi a pieno diritto chiamano assassinio sociale.”

F. Engels, La situazione della classe operaia in Inghilterra, 1845

Le parole che Engels utilizzava per descrivere le condizioni di vita della classe operaia inglesi, ben descrivono quanto è accaduto e sta accadendo nelle RSA (Residenze Sanitarie Assistite), dove migliaia di anziani appartenenti alle classi meno abbienti sono morti e stanno morendo per e da coronavirus.
Nell’ultimo report rilasciato dall’Istituto Superiore della Sanità, risalente al 14 aprile, riguardante specificatamente le residenze per anziani, si parlava di circa 7000 morti, cifra destinata ad essere tragicamente aggiornata, visto l’aumento del numero dei contagiati (i dati aggiornati all’8 maggio evidenziano come nel 58,4% dei casi presi in considerazione per la fascia di popolazione sopra i 70 anni la fonte di contagio è dovuta alle RSA o Case di Riposo.

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Primo Maggio di protesta e solidarietà proletaria!

Questo Primo Maggio vede i lavoratori e i popoli fronteggiare i rischi della pandemia da Covid 19.
Non siamo tutti uguali davanti al virus e alla sua capacità di contagio, come ci ripetono le classi dominanti che chiamano alla “sacra unione” fra sfruttati e sfruttatori nella “guerra al coronavirus”.
La pandemia non colpisce tutte le classi sociali allo stesso modo e con la stessa durezza, ma evidenzia e approfondisce le disuguaglianze sociali, il fossato che separa l’oligarchia dalle masse.
Ad esempio, il 90% dei morti per il Covid 19 negli Usa è dovuto all’assenza di una sanità pubblica e coloro che non si possono permettere un’assicurazione privata sanitaria, operai, poveri bianchi, neri, ispanici, ecc., muoiono come mosche.Nonostante le differenze fra i vari paesi, vi sono delle costanti che accomunano gli Stati capitalisti nell’affrontare l’emergenza: minimizzare e ritardare l’allarme di pericolo, non fermare le principali attività produttive per salvaguardare a ogni costo i profitti delle imprese, mandare al macello i lavoratori obbligati a lavorare ed in particolare quelli impegnati nella sanità senza mezzi di protezione.
Allo stesso tempo è emersa la crisi dei sistemi sanitari pubblici con la mancanza di posti letto, di sale per la rianimazione, di attrezzature (mascherine, ventilatori polmonari, ecc.) le carenze di organico e operatori sanitari. Medici, infermiere/i, oss, etc., sono stati mandati al macello, causando la morte di centinaia di loro, costretti a lavorare senza soste, privi di idonei mezzi di protezione. Ciò è la conseguenza inevitabile di decenni di tagli alla spesa pubblica, delle privatizzazioni, della mercificazione di servizi che sono diventati oggetto di enormi investimenti da parte del grande capitale. La famosa eccellenza sanitaria privata lombarda ha causato più del 50% dei morti nel nostro paese, quasi tutte persone anziane pensionate. Non ci meraviglieremmo se nella logica criminale della borghesia la pandemia venisse utilizzata per risanare il bilancio dell’INPS, fregandosene del fatto che con la pensione degli anziani vanno avanti intere famiglie. Anche il nazifascismo affermava che i vecchi non servivano a nulla, anzi erano un peso per la società…
Paesi ricchi come l’Italia, che ha disinvestito 37 miliardi nella sanità e investito 26 miliardi in armamenti e missioni militari (non a caso il governo ha inserito nelle industrie essenziali quelle dell’industria dell’aerospazio e della difesa”), sono dovuti ricorrere agli aiuti di paesi poveri, mentre gli “alleati” europei e nordamericani se ne sono lavati le mani e la speculazione finanziaria e commerciale ha approfittato persino della pandemia per i suoi luridi affari.
La pandemia ha messo in luce i limiti intrinseci del sistema capitalista-imperialista, la sua incapacità di risolvere le piaghe che esso stesso genera, la sua inciviltà, di cui sono tragico simbolo le fosse comuni di New York.
A causa di ciò milioni di lavoratori salariati e le loro famiglie sono stati esposti a un virus mortale, con conseguenze disastrose specie nelle aree più industrializzate e popolate e già colpite da un forte inquinamento.
Per questi crimini i capitalisti e i loro rappresentanti politici dovranno risponderne di fronte alla classe operaia e ai popoli.
Il capitalismo è un modo di produzione antisociale e antiumano che non solo produce la morte di milioni di persone con le ricorrenti guerre imperialiste che esso scatena in varie regioni del globo, ma costituisce ormai una perenne minaccia per il genere umano in seguito alla rottura degli equilibri ambientali da esso provocata e alle malattie che ne sono, in misura crescente, la conseguenza.
Da qualsiasi punto di vista si guardi al mondo di oggi, la soluzione è una sola: il passaggio ad una nuova forma di organizzazione sociale basata sulla proprietà collettiva dei mezzi di produzione e di scambio: il socialismo.
La crisi sanitaria si sviluppa dentro uno scenario in cui si moltiplicano i segnali di crisi economica e finanziaria, che già colpiscono centinaia di milioni di lavoratori in tutto il mondo.
La crisi è stata innescata e accelerata dalla pandemia, ma il suo fondamento sta nella contraddizione fra il carattere sociale della produzione e la forma capitalistica, privata, di appropriazione dei risultati della produzione.
Non si tratta di un “disastro naturale”, ma di una crisi di sovrapproduzione di capitale, aggravata dallo scarso consumo delle masse impoverite e costrette alla quarantena.
Le sue conseguenze sono la distruzione delle forze produttive e l’aumento dello sfruttamento per chi rimane nei luoghi di lavoro, la disoccupazione di massa, nuovi assalti a salari e pensioni, la liquidazione dei servizi sociali, la cancellazione della contrattazione collettiva e l’aumento del controllo sociale e della repressione.
Nel nostro paese il padronato con l’aiuto dei collaborazionisti politici e sindacali cerca di approfittare della situazione per cancellare le residue conquiste sociali e democratiche ottenute a caro prezzo dalla classe operaia. Mira a rovesciare sulle spalle dei lavoratori l’intero peso della pandemia, della crisi e del crescente debito pubblico.
I governi dei padroni, come il governo Conte (che ha stanziato 400 miliardi di euro per i predoni capitalisti, contro cassa integrazione per i lavoratori, un’elemosina di 600 euro per le partite iva e niente per chi è senza lavoro o immigrato), vogliono che i proletari accettino i licenziamenti, la miseria, la drastica limitazione delle libertà democratiche, la militarizzazione della vita sociale come fossero fenomeni naturali.
Prendono a pretesto la pandemia per proibire tutte le espressioni della protesta operaia e sociale, in primo luogo il diritto di sciopero. Si preparano a reprimere con metodi autoritari e violenti le inevitabili proteste sociali, per imporre un’altra macelleria sociale, così da perpetuare i privilegi e il dominio di un pugno di miliardari.
Il nostro paese come gli altri partecipa alla corsa per rimanere in cima alla piramide imperialista e partecipa allo scontro in atto per non rimanere indietro.
Il protezionismo economico e lo sciovinismo politico, le sanzioni e le dispute commerciali e monetarie, la lotta per i mercati e le sfere di influenza aggravano e inaspriscono i rapporti fra i paesi imperialisti.
Le potenze imperialiste e i monopoli finanziari, in rivalità fra di loro, continuano a saccheggiare le risorse naturali dei paesi dipendenti, ad usarli come riserve di forza lavoro a prezzi stracciati e pattumiere industriali.
Nonostante il dilagare del contagio globale, la corsa al riarmo non si ferma e la preparazione alla guerra avanza.
Anche nella UE si sono manifestati forti contrasti fra gli stati membri imperialisti, che hanno messo a nudo il carattere monopolista, antioperaio e antidemocratico di questa istituzione.
I pacchetti di “aiuti” concordati dall’Eurogruppo sono una truffa: essi vanno ad esclusivo vantaggio dei monopoli capitalistici e si trasformeranno in altrettanti cappi al collo dei lavoratori e dei popoli. La parola “solidarietà” sulla bocca dei governanti UE è pura ipocrisia per nascondere una politica cinica e banditesca. L’unica vera solidarietà è quella del proletariato e dei popoli!
In questa situazione, le mobilitazioni degli sfruttati e degli oppressi, dopo mesi di sollevazioni popolari e dure proteste avvenute in numerosi paesi del mondo, vedono un momento di riflusso. Ma molta brace cova sotto la cenere.
Nel nostro paese il malcontento di fronte alle decisioni prese da governo e padroni si è trasformato in decine di scioperi nelle fabbriche e nei magazzini. Nelle carceri vi sono state rivolte duramente represse. Le risposte popolari sono state contrassegnate dalla solidarietà e dalla resistenza espresse in differenti forme: dall’aiuto agli strati più poveri alla collera contro il degrado del servizio sanitario causato dalle politiche neoliberiste e di austerità; dal sostegno ai lavoratori ospedalieri alle proteste per i tagli salariali, l’assenza di sussidi e di alloggi, la mancanza di tamponi, mascherine e disinfettanti, le vergognose speculazioni… fino alle denunce pubbliche delle pressioni padronali per evitare di istituire le zone rosse.
Nonostante le manovre dell’oligarchia, la logora propaganda nazionalista dei suoi media e l’interclassismo dei riformisti, la messa in discussione del sistema vigente è sempre più forte e ampia fra le masse sfruttate e oppresse.
Ma allora, come dicono alcuni, “andrà tutto bene” e si tornerà come prima? Sicuramente no, sia per le questioni sopra affrontate, sia perchè anche l’esperienza della pandemia crea un’esperienza comune di massa, una presa di coscienza generalizzata sulla società attuale e sulle sue contraddizioni.
I problemi stanno venendo a galla e le cose non torneranno “normali” quando l’epidemia sarà passata. Saranno però peggiori di prima se non ci alzeremo in piedi ritrovando fiducia nella nostra forza.
Per questo è necessario rafforzare l’unità e la solidarietà di classe contro l’offensiva borghese, la deriva autoritaria e la politica di guerra imperialista.
Non lasciamo passare questo 1° Maggio senza esprimere nelle forme possibili la protesta e la denuncia del barbaro e irrazionale sistema capitalistico; senza esporre le nostre rivendicazioni urgenti per far ricadere il peso della epidemia, della crisi e del debito sui padroni e sui ricchi; senza prepararci a nuove e più dure lotte per difendere in modo intransigente gli interessi politici ed economici della classe operaia e degli altri lavoratori sfruttati; senza progredire sul terreno dell’organizzazione indipendente e rivoluzionaria del proletariato, per il Partito comunista, guida indispensabile nella lotta per conquistare la nuova società senza sfruttamento.

Viva il Primo Maggio, giornata internazionale

di solidarietà e lotta del proletariato!

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25 aprile 2020 per una nuova liberazione

Volante Rossa

Il 19 settembre 2019 il Parlamento Europeo, rinnovato con le elezioni del maggio precedente e condizionato dal massiccio ingresso di eurodeputati nazionalisti, xenofobi, neonazisti, ha approvato una risoluzione in 21 punti che equipara il nazismo al comunismo. Fortemente caldeggiata dai partiti di estrema destra dell’Europa orientale, dove già da tempo si è scatenata una feroce repressione contro le organizzazioni comuniste e di classe -messa al bando di partiti operai, scioglimento di sindacati, vere e proprie cacce all’uomo (come, ad esempio, in Ucraina), il documento ha avuto il voto favorevole,tra i rappresentanti italiani a Strasburgo, anche dei parlamentari del Partito Democratico che non hanno avuto ritegno nello schierarsi a fianco dei leghisti, dei fascisti di Fratelli d’Italia, dei forza italioti.
Individuando il 23 agosto di ogni anno come la “Giornata europea di commemorazione delle vittime dei regimi totalitari” – ponendo sullo stesso piano, per l’appunto, comunismo e nazifascismo – l’Unione Europea ha compiuto un’opera di revisionismo storico di inaudita gravità, di manipolazione degli eventi storici che dovrà trovare spazio, come sollecitato nella risoluzione stessa, nei programmi didattici e nei libri di testo destinati alle giovani generazioni di studenti europei.
L’obiettivo perseguito da questo eterogeneo – ma poi, di fatto, fino a che punto eterogeneo? – blocco reazionario è quello innanzitutto di offuscare la funzione criminale svolta dai vari regimi di stampo fascista e nazista affermatisi in Europa nel secolo scorso, in quanto sistemi politici voluti e sostenuti dal capitalismo contro le aspirazioni rivoluzionarie e di giustizia sociale manifestate dai lavoratori e dalle masse proletarie. Quindi di cancellare il contributo, che comportò un sacrificio immane in termini di vite umane, ad opera del movimento comunista e dall’Unione Sovietica, patria del Socialismo, nella lotta di liberazione dal nazifascismo.
Più in generale, per l’Unione Europea si rende necessario creare una nuova identità ideologica autoritaria e anticomunista per poter attuare politiche economiche che le consentano di competere con le altre potenze imperialiste, cosa che presuppone una politica omogenea e più efficace di contenimento e sottomissione di tutte le manifestazioni dell’antagonismo sociale.
D’altronde già con il “Giorno della Memoria” (che ricorre il 27 gennaio), istituito a livello internazionale 15 anni fa per ricordare l’Olocausto, si è sempre cercato di omettere che nei campi di concentramento nazisti vennero sterminati, oltre a sei milioni di ebrei, slavi, zingari, omosessuali, disabili, malati di mente e migliaia di oppositori politici antinazisti, innanzitutto comunisti. (infatti mai si è colta questa occasione per condannare i violenti metodi di stampo nazista con cui lo Stato sionista di Israele cerca di “risolvere” la questione palestinese).
Nel nostro paese, comunque, non abbiamo dovuto attendere la risoluzione del Parlamento Europeo per avviarci sulla via del revisionismo storico e della falsificazione dei tragici eventi che sconvolsero l’Europa intera nella prima metà del ‘900. In Italia, già 16 anni fa, è stata istituita una giornata commemorativa -il 10 febbraio -conosciuta come il “Giorno del ricordo”, con cui vengono “celebrati” per l’appunto i “martiri” delle foibe e l’esodo dei profughi giuliano-dalmati, “trucidati” gli uni,“perseguitati” gli altri dai “barbari” partigiani comunisti iugoslavi.
Eventi che, decontestualizzati dal più generale quadro storico -cioè le atrocità commesse, in nome dell’italianità e dell’imperialismo fascista, dal regime mussoliniano e dalle truppe italiane, sia prima che durante la Seconda Guerra Mondiale, contro le “inferiori” razze slave – e attraverso cifre artatamente gonfiate di “infoibati” – si trattò in realtà di qualche centinaio di gerarchi e militi fascisti, di esponenti dell’apparato statale del regime, di padroni, tutti macchiatisi di orrendi crimini contro i popoli della occupata Jugoslavia – sono stati utilizzati in funzione anticomunista e antipartigiana, aprendo le porte in tal modo ad un revanscismo nazionalista e ad una sorta di riabilitazione del periodo fascista.
Una sordida operazione politica avviata nel nostro paese dalla destra, amplificata da alcune aree di intellettuali (storici, giornalisti e scrittori, registi televisivi) sempre pronti a saltare sul carro del vincitore del momento, avallata da tutte le forze politiche presenti in Parlamento. Anche da quei partiti che pur amano dichiararsi “democratici”, “antifascisti” o addirittura di “sinistra”.
Con un siffatto processo politico e “culturale” di sdoganamento di uno dei più terribili periodi della storia europea e nazionale, non ci può stupire la crescita della destra in Italia, sia nella sua versione autoritaria, eppur legale, del leghismo salviniano o del sovranismo di FDL (con la Meloni così ben accolta nei più importanti circoli reazionari statunitensi), che nella sua versione più triviale e squadristica, del tipo di Casa Pound o di Forza Nuova.
L’apertura di covi neri in molti quartieri popolari anche di città a forte tradizione antifascista; le adunate fasciste con esibizione di saluti romani e di simboli del lontano Ventennio; le aggressioni fisiche contro compagni, antifascisti, immigrati; le manifestazioni celebrative – spesso con il patrocinio di amministrazioni locali contigue alla feccia fascista – di figure di vecchi gerarchi dell’era mussoliniana, si susseguono da anni, in spregio alla Carta Costituzionale e il più delle volte impunite da parte di uno Stato borghese che solo pochi anni fa ha varato un’ennesima legge (la Legge Fiano, dal nome del deputato PD che l’ha proposta), che sulla carta dovrebbe contrastare più efficacemente i rigurgiti neofascisti.
Peccato che pure questo strumento legislativo riveli aspetti ambigui e pericolosi, finalizzato anch’esso ad omologare, nella sua applicazione, fascismo e comunismo, prospettando potenzialmente la messa fuorilegge anche di forze che da sempre, e più di altre, hanno veramente combattuto il nazifascismo.
Il rilancio della destra fascista e razzista si è nutrito anche delle gravi responsabilità dei partiti di centrosinistra e del PD in particolare che, in ossequio alla ferrea “dittatura del capitale” e alle sue disumane leggi di mercato -imposte dai grandi poteri economici e finanziari, da sempre i “padrini” del fascismo -sono stati artefici di politiche liberticide e dagli alti costi sociali: nel mondo del lavoro e sindacale, nel sistema previdenziale; oppure nel campo di fondamentali diritti collettivi con la sistematica distruzione della scuola e della sanità pubbliche.
Infatti, non dobbiamo mai dimenticare che il regime fascista è stato finanziato e supportato da finanzieri, banchieri, grandi industriali e dalle loro multinazionali contro il “pericolo rosso” e ancora oggi il capitalismo in crisi non esita a utilizzare il neofascismo, anche in salsa leghista,per dividere i lavoratori, impedire che acquisiscano una coscienza di classe e reprimerli.
Tutto questo a fronte di un continuo incremento, imposto dalla Nato, delle spese militari, assecondando così quella sempre più tangibile tendenza alla guerra che caratterizza i rapporti tra le grandi potenze imperialistiche del pianeta. Un vero e proprio massacro sociale, dunque, le cui disastrose conseguenze stiamo pagando oggi che ci troviamo ad affrontare la pandemia da coronavirus.
E quando l’emergenza sanitaria e la paura del contagio saranno superate ed esploderà in tutta la sua gravità l’emergenza economica e occupazionale, la ripresa delle lotte sociali che ne conseguirà dovrà fare i conti con la loro criminalizzazione, facilitata anche da quei Decreti Sicurezza che, pur di salviniana memoria, l’attuale governo “giallo-rosso” (sic!) si è ben guardato dall’abolire, nonostante costituiscano un ulteriore tassello nel percorso di involuzione reazionaria dello Stato e della società.
Al contrario, con il pretesto dell’epidemia si sono rafforzati l’autoritarismo e la militarizzazione della vita sociale, colpevolizzando le masse popolari per la diffusione del contagio e nascondendo le gravi responsabilità che vanno individuate nel proseguimento a tutti i costi della produzione (di profitti) da parte dei capitalisti, nella sottovalutazione, nei ritardi, nelle mezze misure prese per settimane dal governo Conte.
Dietro lo slogan “siamo in guerra” e con un linguaggio apertamente bellicista (“medici e infermieri sono le truppe al fronte…”), si è aumentato a dismisura il controllo poliziesco; l’esercito viene schierato in funzione di “ordine pubblico”, dilagano denunce, multe pesantissime e gli arresti; si fa terrorismo psicologico al posto dell’informazione scientifica;si utilizzano strumenti di controllo sofisticati come i droni e le app telefoniche per controllare movimenti e relazioni sociali; si fomentano risposte isteriche e la delazione contro chi viola il “coprifuoco”; si crea ad arte un clima di allarme sociale che serve per giustificare mezzi repressivi più spietati.
Con lo “stato di emergenza” avanza la sistematica soppressione delle agibilità politico-sindacali dei lavoratori, come quella di sciopero, di assemblea, di dimostrazione. E’ palese il tentativo di limitare la libertà di espressione, di silenziare le voci critiche, così come è evidente che la classe dominante vuole approfittare della situazione per limitare anche in futuro le manifestazioni e le espressioni collettive della protesta politica e sociale.
Contro un‘ennesima riduzione degli spazi di agibilità – che ci impedisce anche di scendere in piazza il 25 Aprile -, contro il riaffermarsi dei più egoistici interessi capitalisti, occorrerà sviluppare la massima capacità di organizzazione e di mobilitazione popolare e proletaria. Si dovranno porre le basi per una nuova LIBERAZIONE: con la classe operaia, unitasi in questi tragici giorni, da Nord a Sud, sotto lo slogan “Non siamo carne da macello”, con le lavoratrici e i lavoratori oggi in prima linea nella lotta per esigere l’adozione e il rispetto di adeguate misure di salute e sicurezza, contro l’epidemia e la fame di profitti a ogni costo dei capitalisti, forti di un rinnovato protagonismo come fu quello della classe operaia con gli scioperi antiregime nelle grandi fabbriche del nostro paese nel marzo del ’43.
Ecco perché partiti politici e ambienti culturali asserviti agli interessi di classe della borghesia sottopongono da tempo l’Antifascismo e la Resistenza ad un vergognoso processo di revisione storica e perseguono la criminalizzazione di coloro che – i comunisti – si fecero maggiormente carico della lotta al nazifascismo.
La borghesia teme il riemergere di quella componente rivoluzionaria e di classe che animò il movimento resistenziale. Perché la Resistenza non fu solo “lotta di liberazione nazionale” contro l’invasore tedesco ma fu anche “guerra di classe”, lotta irriducibile tra due classi irrimediabilmente antagoniste: la borghesia capitalista e il proletariato. E in questa lotta il Partito Comunista vi svolse, in ogni sua fase e più di qualsiasi altra forza antifascista, un ruolo determinante.
La Resistenza, ponendosi anche l’obiettivo di costruire una società socialista in cui fossero aboliti lo sfruttamento e l’oppressione capitalistica, fece veramente “tremare” di paura la borghesia italiana e il suo sistema di potere economico e sociale.
Malgrado questi obiettivi siano stati poi abbandonati dalla dirigenza del Partito Comunista Italiano, già sulla via del revisionismo, che antepose l’unità nazionale con gli altri partiti politici italiani partecipanti alla Resistenza (che miravano alla restaurazione in Italia di uno Stato democratico-borghese) agli interessi di classe e alla prospettiva della rivoluzione proletaria, optando persino per il reintegro dei fascisti negli apparati statali, la Resistenza ancora oggi è considerata dalla borghesia un fantasma da cacciare indietro, mentre per i comunisti e per i sinceri antifascisti la Resistenza è ancor più VIVA! Ancor più PULSANTE!”
I comunisti hanno il dovere di difendere l’esperienza resistenziale da quelle distorte “verità” che partiti trasformatisi in comitati d’affari delle lobbies economiche e finanziarie, intellettuali prezzolati, mass media ben addomesticati dai loro padroni capitalisti, vanno propagandando nel nostro paese.
Ai comunisti spetta il dovere di organizzarsi e di muoversi verso la costruzione di un nuovo, vero Partito Comunista, reparto d’avanguardia della classe operaia, che divenga punto di riferimento insostituibile per le masse popolari e proletarie stanche di subire la violenza e la barbarie del capitalismo, che considera la classe operaia , i lavoratori e le loro famiglie come ‘numeri sacrificabili’ sull’altare del profitto e accumulazione monetaria attraverso il ricatto della scelta tra salute o disoccupazione (es. Taranto), minacciando la chiusura o riduzione dei posti di lavoro con la conseguente povertà e miseria sociale.
La Resistenza rimane quindi un formidabile esempio di sacrificio e di lotta, di speranza di costruire una futura società diversa dall’attuale; una società nuova che ha un solo nome:

Socialismo!

Ora e sempre resistenza

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Crisi di governo e unità di classe

Unità di classe contro i governi borghesi

Il 20 agosto, dopo il discorso al Senato, Conte si è dimesso da presidente del Consiglio e si sono aperte le consultazioni di Mattarella.
Il capitano della Lega, l’8 agosto, aveva aperto la crisi del governo giallo-verde. L’occasione. il voto sulla Tav, sul quale il M5S si era espresso diversamente dalla Lega, per salvare la faccia rispetto ai suoi continui cedimenti e compromessi.
La crisi, annunciata da tempo, mette a nudo il disfacimento della democrazia parlamentare borghese; una crisi caratterizzata dal meschino livello dei politicanti che ne sono i protagonisti, spacciate anche da gran parte dei media come “statisti”. In 14 mesi il governo M5S-Lega si è distinto per continue polemiche, litigi, intrighi e pugnalate alle spalle tra i due partiti diversamente populisti. In questo, oltre che nelle false e fasulle promesse elettorali, il governo uscente si è dimostrato del “cambiamento” alla pari di quelli che lo hanno preceduto.
Le dispute sulla Tav, sulla “autonomia regionale e differenziata”, sulla flat-tax, etc. hanno evidenziato le contraddizioni esistenti fra settori di borghesia e di piccola borghesia rappresentati nella maggioranza di governo.
Dopo le elezioni europee, che hanno ratificato il ribaltamento dei rapporti di forza fra M5S e Lega, era apparso chiaro che la convivenza fra partiti populisti non avrebbe resistito a lungo. Ha avuto una durata di 445 giorni, di presa per il c… per italiani e italiane.
Il motivo principale per cui Salvini ha provocato la crisi di governo è stato per evitare di assumere, assieme all’alleato-avversario, la responsabilità della pesante manovra economica che si profila nel quadro dell’ormai prossima recessione.
Spinto da gruppi industriali d’assalto e sull’onda di favorevoli sondaggi, il capitano della Lega ha scommesso sul voto d’autunno.
Ha sbagliato tempi e mosse, commettendo grossolani errori di valutazione. Una volta aperta la crisi, non è andato fino in fondo , dimostrando i limiti politici della sua ben oliata macchina propagandistica.
Dopo il valzer delle consultazioni sapremo se l’attuale parlamento darà fiducia a un altro governo o si andrà ad elezioni anticipate.
Nel primo caso, sarà un governo antipopolare ed antioperaio “di transizione” sulla base di una maggioranza M5S-PD, con l’appoggio di vertici istituzionali e l’aiuto delle centrali sindacali collaborazioniste. Un governo ben visto dall’oligarchia di Bruxelles, che si farà carico di presentare la legge di bilancio nel nome della politica di austerità, dietro il pretesto dell’aumento dell’Iva.
Nel secondo caso, le elezioni saranno una sorta di referendum sui pieni poteri a Salvini, come ha chiesto, per instaurare un regime sempre più autoritario al servizio dei gruppi più reazionari e aggressivi del capitale monopolistico e degli Usa di Trump.
Nei prossimi mesi la temperatura politica salirà, mentre l’inevitabile raffreddamento dell’economia avrà un impatto profondo sulla situazione italiana che già vede centinaia di crisi aziendali irrisolte.
La nostra vera ed unica forza sta nell’unità d’azione in difesa degli interessi del proletariato, nella lotta nelle fabbriche, nei quartieri, nelle scuole, negli ospedali, nelle piazze.
L’unica via di uscita dalla attuale situazione è la mobilitazione e l’organizzazione del proletariato e delle masse popolari.
Per avanzare nella giusta e concreta prospettiva, il compito dei comunisti e degli elementi di avanguardia della classe è, oggi, di unire forze possibili e necessarie per costruire l’Organizzazione politica come transizione alla ricostruzione del Partito comunista.

23 agosto 2019

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