Messico: solidarietà al Fronte Popolare Rivoluzionario e agli attivisti sociali!

A poco più di un anno dall’assassinio del compagno Tomas Martinez, attivista sociale, difensore dei diritti umani, delle risorse naturali, della terra e del territorio, dirigente statale e nazionale del Fronte Popolare Rivoluzionario (FPR), la repressione antipopolare in Messico registra una recrudescenza.

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11 settembre 2001-2021: 20 anni di criminale politica di guerra imperialista

20 anni fa, con gli attentati dell’11 settembre, l’imperialismo Usa ebbe il pretesto per scatenare la “guerra al terrore”. Attaccò e invase prima l’Afghanistan, poi l’Iraq; compì operazioni militari in Asia, Africa, Mediterraneo e Medio Oriente, alla testa di una coalizione internazionale in cui la borghesia italiana ha svolto il ruolo di vassallo, mettendo a disposizione truppe, mezzi bellici e risorse economiche.

20 anni di politica guerrafondaia dell’imperialismo Usa hanno avuto costi umani, sociali ed economici immensi, devastato la vita di popoli oppressi, massacrato centinaia di migliaia di civili con bombardamenti, provocato fame, miseria, migrazioni di massa, destabilizzato intere regioni, represso movimenti di resistenza popolare.

La guerra a tempo indeterminato di Bush, che prosegue, è parte della strategia per mantenere l’egemonia mondiale Usa, minacciata dall’ascesa di potenze rivali, come Cina, Russia, Germania, che sopportano sempre meno il dominio Usa e vogliono affermare i propri interessi.

L’implacabile concorrenza per i mercati e le fonti di materie prime, il controllo delle sfere di influenza, il desiderio di scaricare sui rivali le conseguenze delle crisi economiche, fanno sì che le contraddizioni fra gli imperialisti si inaspriscano sempre più, generando guerre e corsa al riarmo, militarizzazione dell’economia e della società.

Negli ultimi decenni la preparazione e la conduzione della “guerra al terrore” – che alimenta i gruppi reazionari e fanatici – è divenuta elemento fondamentale della politica estera della borghesia imperialista. A causa di ciò sì è accentuata l’instabilità dei rapporti internazionali; si sono moltiplicati focolai di crisi e conflitti locali che possono evolvere (causa la crescente aggressività imperialista) in guerre più ampie.

Sul piano politico la guerra si è intensificata con lo sviluppo del nazionalismo e del populismo sovranista, della xenofobia, del fascismo, come nell’incremento di politiche securitarie e repressive. La borghesia ha approfittato della pandemia da ‘Covid-19’ per adottare misure di sorveglianza e legislazioni che riducono le libertà civili e politiche, aumentando il potere delle forze militari.

Non dobbiamo farci alcuna illusione sul ritiro delle truppe dall’Afghanistan, che pure segnano una pesante sconfitta della superpotenza Usa e dei suoi alleati. Finché vi sarà l’imperialismo continuerà a sussistere l’inevitabilità delle guerre di rapina, delle aggressioni ai popoli, della reazione politica.

– Denunciare il terrorismo imperialista e smascherare l’ipocrisia e le menzogne dei sedicenti governi democratici che straparlano di interventi “umanitari” in difesa della “libertà” per nascondere il carattere di classe delle guerre e ingannare le masse.

– Sbarrare la strada ai governi guerrafondai con la lotta e l’unità della classe operaia e dei popoli oppressi.

– Rompere definitivamente con gli opportunisti, i social-pacifisti e chi che predica la difesa della “patria imperialista”. 

NO all’intervento imperialista! Ritiro delle truppe all’estero!

NO alle spese militari! Che i milioni e milioni di € spesi ogni giorno siano utilizzati per la salute, la sanità e l’ambiente a favore dei lavoratori e dei popoli!

Fuori l’Italia dalla NATO! Chiusura delle basi militari Usa, distruzione delle armi nucleari!

Pieno appoggio alle lotte di liberazione nazionali e sociali contro il sistema capitalista-imperialista!

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Dichiarazione finale del XXV seminario internazionale “problemi della rivoluzione in America latina”

La lotta sociale e il ruolo della sinistra in America Latina

In America Latina e nei Caraibi è in corso un nuovo periodo di crescita della lotta dei lavoratori, dei giovani e dei popoli. Sono battaglie che esprimono l’insoddisfazione per le condizioni di vita imposte dal sistema capitalista-imperialista; sono lotte contro una serie di problemi socio-economici accumulati, che si aggravano man mano che si attuano le politiche dei governi, che non fanno altro che garantire e incrementare i tassi di profitto che ottengono le classi dominanti, a costo di maggiori livelli di sfruttamento e di oppressione delle masse lavoratrici e dei popoli.

Si può ben dire che questo è un nuovo capitolo della lotta costante che è volta a liberare i popoli dalla povertà, dai bassi salari, dalla disoccupazione, dalla mancanza di accesso all’istruzione e alla sanità pubblica, dall’emigrazione forzata, dal saccheggio della natura, dalla violenza patriarcale, dal razzismo, dalla discriminazione e dall’oppressione, in difesa della vita e della libertà.

Negli ultimi mesi del 2019 il continente è stato scosso dalle proteste in Haiti, Ecuador, Cile, Colombia, Argentina e Bolivia, che in alcuni casi hanno messo in seria difficoltà i rispettivi governi e li hanno costretti ad adottare politiche contrarie ai progetti economici e politici delle classi dominanti.

Lo scoppio della pandemia da Covid-19 ha costretto ad una tregua, ma le gravi condizioni di vita e le conseguenze tra i lavoratori e i popoli della crisi del capitalismo scoppiata all’inizio del 2020, hanno aperto le porte a un graduale rilancio della protesta sociale che, oggi, ha manifestazioni rilevanti e differenti.

La lotta del popolo colombiano è senza precedenti, oltre ad essere coraggiosa, eroica. Per più di sessanta giorni le strade sono state in mano al popolo in lotta, anche a costo di decine di morti, dispersi e migliaia di feriti e di maltrattamenti. Lo sconvolgimento sociale ha costretto Ivan Duque, uno dei governanti più reazionari delle Americhe, a retrocedere rispetto i suoi tentativi di applicare misure antipopolari. Con brevi intervalli, il popolo haitiano da anni lotta contro la fame, la disoccupazione, la corruzione, per i diritti politici e la democrazia, essendo vittima di una brutale repressione che ha causato la morte di molti uomini e donne, in maggior parte giovani. La mobilitazione popolare ha impedito il consolidamento del governo di estrema destra di Jeanine Áñezin in Bolivia, costringendo a un processo elettorale in cui le forze che l’hanno sostenuta sono state sconfitte. Il progetto fascista di Jair Bolsonaro non ha potuto realizzarsi a causa della mobilitazione dei lavoratori, dei giovani e del popolo, che ora agitano lo slogan “Via Bolsonaro!” che sta guadagnando terreno in tutto il Brasile. L’appello per l’Assemblea costituente in Cile ha messo radici nelle strade e nelle piazze, con la pressione di centinaia di migliaia di manifestanti che hanno messo sotto scacco tutte le istituzioni cilene. Il diritto all’aborto in Argentina non sarebbe stato possibile senza la costante mobilitazione di centinaia di migliaia di donne. La vittoria di Pedro Castillo in Peru si spiega con i milioni di operai, contadini, disoccupati, giovani e altri che hanno visto in lui l’opzione del cambiamento, un’alternativa progressista e di sinistra. Una situazione simile si è verificata in Ecuador, con la candidatura di Yaku Pérez, e solo i brogli elettorali hanno impedito la sua vittoria. Stiamo solo sottolineando le azioni più importanti, ma l’America Latina ei Caraibi sono una regione in cui i popoli si alzano e lottano alla ricerca del cambiamento sociale, desiderosi di voltare pagina e chiudere il capitolo dello sfruttamento e dell’oppressione.

In tutte queste lotte è evidente il ruolo di primo piano dei lavoratori, dei popoli indigeni, dei giovani, delle donne dei settori popolari; ma è anche evidente lo sforzo compiuto dalle fazioni della borghesia – camuffate con discorsi riformisti e pseudo-progressisti – per contrastare la direzione di queste proteste e trasformarle in supporti per i loro progetti politici, funzionali al sistema capitalista-imperialista dominante.

In quanto organizzazioni e partiti di sinistra, con le particolarità di ogni paese, abbiamo svolto dei ruoli importanti nell’articolazione e nello sviluppo di queste lotte. In generale, agiamo affinché esse abbiano come elemento d’identità l’indipendenza di classe, e facciano parte degli obiettivi strategici del cambiamento sociale, della lotta antimperialista, della lotta per la rivoluzione e il socialismo. Dobbiamo continuare la nostra lotta secondo questi principi.

Il momento politico che sta vivendo il continente è favorevole allo sviluppo e al rafforzamento dell’organizzazione dei lavoratori, dei giovani, delle donne e del popolo, per l’ampia diffusione delle tesi e delle proposte della sinistra rivoluzionaria, per portare le lotte popolari a livelli superiori, per avanzare nell’organizzazione rivoluzionaria delle masse lavoratrici.

Le circostanze attuali richiedono il rafforzamento dell’unità popolare in ogni paese, il consolidamento dei legami di unione e di solidarietà attiva tra i popoli, lo sviluppo di azioni comuni per affrontare la politica delle diverse potenze imperialiste.

Noi, organizzazioni partecipanti al XXV Seminario Internazionale Problemi della Rivoluzione in America Latina, abbiamo analizzato questi problemi presenti oggi nella nostra regione e proclamiamo davanti al mondo che la nostra lotta continua.

Quito, 31 luglio 2021

Partito Comunista Rivoluzionario – Brasile

Unità Popolare per il Socialismo – Brasile

Partito Comunista Rivoluzionario di Bolivia

Gioventù Comunista Rivoluzionaria di Bolivia

Partito Comunista Rivoluzionario – Cile

Partito Comunista di Colombia Marxista-Leninista

Movimento per la Costituente Popolare

Gioventù Democratica Popolare – Colombia

Partito Comunista del Lavoro – Repubblica Dominicana

Movimento di Lavoratori Indipendenti

Corrente del Magistero “Pablo Duarte”

Fronte Studentesco “Flavio Suero”

Fronte Universitario di Rinnovamento

Gioventù del Caribe

Commissione di Diritti Umani

Partito Statunitense del Lavoro

Edizioni Red Star – Stati Uniti

Partito Comunista del Messico Marxista-Leninista

Fronte Popolare Rivoluzionario – Messico

Unione Generale dei Lavoratori del Messico

Partito Comunista Peruviano Marxista-Leninista

Fronte Popolare Antifascista e Antimperialista – Peru

Unione della Gioventù Studentesca

Movimento di Donne per la Liberazione Sociale

Partito Comunista Marxista-Leninista dell’Uruguay

Partito Comunista Rivoluzionario dell’Uruguay

ECUADOR:

Partito Unità Popolare

Fronte Popolare

Unione Generale dei Lavoratori

Federazione Unica Nazionale di Associati all’Assicurazione Sociale dei Contadini

Unione Nazionale degli Educatori

Federazione di Studenti Secondari

Federazione di Studenti Universitari

Donne per il Cambiamento

Collettivo di Donne “Manuela León”

Confederazione Unitaria dei Quartieri popolari dell’Ecuador

Confederazione Unitaria di piccoli commercianti e lavoratori autonomi

Unione Nazionale di Artisti Popolari

Gioventù Rivoluzionaria dell’Ecuador

Partito Comunista Marxista-Leninista dell’Ecuador

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110 anni fa… Giap

Il 25 agosto 1911 ad An Ka nasceva Võ Nguyên Giáp. Un capo militare che ha sconfitto i giapponesi, scacciato i francesi, umiliato gli americani.

Terrore di ogni imperialismo capitalista. Onore al compagno comandante Giap.

La rivoluzione lo ha reso immortale. “Un comandante in capo deve avere sempre l’iniziativa sull’avversario, cercare sempre il contatto con il nemico senza attendere che egli venga da lui, costringerlo a combattere, a uscire dai trinceramenti, a disperdere le forze. Velocità e sorpresa. Quando non si è molto forti, bisogna essere molto abili.”
Nei cortei e nelle manifestazioni del ’68, del ’69 e degli anni ‘70 si urlava con indescrivibile cadenza: “Ho Chi Minh! (pausa breve), Giap Giap Giap!”.

Afghanistan 20 anni di guerra imperialista

Era il 2001 quando gli Stati Uniti decisero di invadere l’Afghanistan dando il via alla “guerra contro il “terrorismo” che ha fatto milioni di vittime, distrutto interi paesi, destabilizzato intere regioni.

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Respingiamo il blocco economico e l’ingerenza imperialista contro Cuba, appoggiamo il diritto del popolo alla propria autodeterminazione

Riceviamo e pubblichiamo:

Le manifestazioni sociali che hanno avuto luogo nei giorni scorsi in diverse città di Cuba e in altri paesi, rappresentano la continuità degli sforzi dell’imperialismo yankee per destabilizzare politicamente quel paese e imporre un regime che corrisponda in maniera diretta ai suoi interessi monopolisti.
Alla stessa ora e con gli stessi slogan, in particolare nella città di Miami, con un copione pianificato e diretto, i dimostranti hanno preso piazze e strade per esprimere proteste contro il governo cubano.

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Con Cuba e la sua rivoluzione

L’aggressione dell’imperialismo yankee verso la piccola isola caraibica e il suo popolo non è mai scemata. I tentativi di destabilizzazione sono iniziati subito dopo la vittoriosa rivoluzione del 1959, con la tentata invasione della Baia dei Porci del 1961 e si sono succeduti negli anni.

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NO all’operazione militare europea “Takuba” nel Sahel

Dal 2013, l’imperialismo francese ha schierato almeno 5200 soldati in Mali e nella vasta regione del Sahel, sotto il pretesto della “guerra contro il terrorismo”. Nota col nome di “operazione Barkhane”, la coalizione militare creata nel 2014 sotto la direzione dell’esercito francese, ha visto la partecipazione degli eserciti di Mali, Ciad, Burkina Faso, Niger e Mauritania (membri del gruppo G-5 Sahel).
Il risultato di questa guerra è stato terribile per i popoli di quei paesi: il caos economico e sociale è aumentato; molti civili sono stati uccisi da bombe e altre operazioni militari dei paesi imperialisti, definiti “danni collaterali.” Non un solo responsabile politico e militare è stato incriminato e giudicato per questi crimini; essi beneficiano di una totale impunità neo-colonialista.
I contadini non possono produrre la quantità minima di cibo necessario all’esistenza delle famiglie povere; gli attacchi e i massacri della popolazione civile non sono cessati, al contrario. Nella regione del “tre confini” (Mali, Burkina Faso e Niger) 132 civili sono stati recentemente uccisi da gruppi reazionari armati.
La guerra sta costringendo milioni di persone a fuggire: l’alto commissario ai rifugiati dell’ONU (UNHCR) ha contato due milioni di rifugiati in Sahel al 1° gennaio 2021. Coloro che tentano di scappare da miseria e guerra, cercando di attraversare il Mar Mediterraneo sono perseguitati dalla polizia europea Frontex e molti muoiono in quell’enorme cimitero.

La “soluzione” militare imperialista è una minaccia obiettiva allo sviluppo dei movimenti popolari di lavoratori, contadini, studenti, donne… per il loro diritto a vivere, a decidere il proprio futuro, per una reale indipendenza, per porre fine alla dominazione neo-colonialista. Le potenze imperialiste sostengono governi reazionari, nella misura in cui facilitano il saccheggio delle ricchezze di quei paesi, specialmente minerali importanti come l’uranio, l’oro o le riserve d’acqua, le terre per le culture agro-industriali controllate da monopoli francesi e statunitensi, dai loro alleati e concorrenti.
Malgrado ciò, la mobilitazione dei popoli contro presenza militare francese, contro Barkhane si sviluppa in Mali e negli altri paesi.
Questa opposizione, che si aggiunge all’impossibilità delle forze armate di “controllare” quella vasta regione, ha costretto Macron e i capi militari ad annunciare la fine di Barkhane.
E’ un’ammissione del fallimento di quel tipo di operazione militare, ma non significa il ritiro delle forze militari. Anzitutto perché almeno 2000 truppe francesi rimarranno, ma anche perché un altro dispositivo militare viene messo in atto, sotto il nome di “Takuba”.

NO a Takuba, una forza militare europea collegata alla NATO e all’imperialismo USA

Takuba sarà basata su “forze speciali” di stati imperialisti e capitalisti europei, per realizzare un’“operazione militare europea”. La NATO parteciperà direttamente a questa coalizione internazionale, attraverso la sua agenzia logistica, la NATO Support and Procurement Agency – NSPA – che è stata molto attiva nell’intervento NATO nella guerra Afghanistan e nei Balcani. È una flagrante manifestazione dei legami tra il progetto di “politica di difesa europea” e la NATO, legami che sono sempre stati ribaditi nei trattati europei.
Diversi governi dei paesi europei partecipano (Estonia, Svezia, Repubblica Ceca, Italia), altri hanno annunciato la loro prossima partecipazione (Danimarca, Ungheria, Grecia, Belgio, Portogallo…) o almeno il loro “sostegno” (Germania, Regno Unito, Norvegia).

Ci sono tre ragioni principali del coinvolgimento militare di paesi imperialisti europei e dell’imperialismo USA:
Anzitutto, tentare di bloccare lo sviluppo della resistenza dei popoli che in Africa lottano per la loro liberazione nazionale e sociale e dalla dominazione dell’imperialismo;
In secondo luogo, opporsi alla presenza e alla concorrenza di altre potenze imperialiste, come la Russia che estende la sua influenza militare in paesi come la Libia, Mali, la Repubblica Centrafricana… e la Cina che cerca di controllare materie prime, terre per produzione di alimenti e che vuole conquistare nuovi mercati per le sue merci, in competizione diretta con le antiche potenze coloniali (Francia, Germania, Italia…) e con l’imperialismo degli Stati Uniti.
Infine, cercare di assicurare il dominio dei propri monopoli su questi paesi che sono considerati come “loro” cortile di casa.
Questo significa che l’Africa, specialmente i paesi della zona del Sahel, sono al centro delle contraddizioni fra le potenze imperialiste e i monopoli, così come della contraddizione tra un pugno di potenze dominanti e le centinaia di milioni di uomini e donne dei paesi semi-coloniali e dipendenti del mondo.
Questo vuole dire che le devastanti guerre imperialiste continueranno, sotto la maschera della “guerra contro il terrorismo”, come abbiamo visto in Afghanistan, Siria, Libia, Iraq… con le stesse disastrose conseguenze per i popoli. Gli stati imperialisti sono i veri terroristi; sono le loro guerre e aggressioni reazionarie che alimentano i gruppi armati reazionari, siano essi fanatici religiosi o bande criminali.
I popoli sono le prime e principali vittime di queste guerre.
Perciò, noi continuiamo a dire: “NO alle guerre imperialiste contro il terrorismo”.

In quanto partiti e organizzazioni di paesi europei, diciamo “NO alla coalizione militare europea” contro i popoli dell’Africa, “UE, giù le mani dalle risorse naturali dell’Africa”. Poniamo in primo piano le parole d’ordine: “Via le truppe straniere dal Sahel”; “UE e NATO, fuori dell’Africa!”
Denunciamo e lottiamo contro le politiche che cercano di camuffare il carattere imperialista dell’Unione europea e di creare illusioni sulla possibilità di cambiare la sua natura, in particolare quelle delle forze socialdemocratiche che promuovono la UE come la “soluzione” per la pace e il progresso.
Sviluppiamo la solidarietà con i popoli e le loro organizzazioni che lottano contro la dominazione imperialista.
Chiamiamo, in ciascuno dei nostri paesi e a livello europeo, le forze rivoluzionarie e progressiste, i sindacati, gli operai, la gioventù, le donne a sviluppare l’opposizione alla partecipazione a Takuba e a ogni alleanza militare imperialista.
Poniamo in primo piano l’appoggio del movimento del proletariato al movimento di liberazione dei popoli oppressi e dipendenti contro il nemico comune, l’imperialismo, e per il diritto dei popoli a decidere il loro futuro.
Sosteniamo risolutamente i partiti fratelli d’Africa che sviluppano la loro azione rivoluzionaria contro l’imperialismo e il neo-colonialismo.
Chiamiamo tutti a unirsi nella lotta per il rovesciamento rivoluzionario del sistema capitalista-imperialista, per il socialismo!

Luglio 2021

Partito Comunista degli Operai di Danimarca – APK
Partito Comunista degli Operai di Francia -PCOF
Organizzazione per la costruzione di un Partito comunista degli operai di Germania (Arbeit Zukunft)
Piattaforma Comunista – per il Partito Comunista del Proletariato d’Italia
Organizzazione Marxista-Leninista Revolusjon di Norvegia
Alleanza Rivoluzionaria del Lavoro di Serbia
Partito Comunista di Spagna (marxista-leninista)
Partito del Lavoro (EMEP) di Turchia
Membri della Conferenza Internazionale di Partiti e Organizzazioni Marxisti-Leninisti – CIPOML

Sottoscrivono il documento l’Unione di lotta per il Partito comunista e il Collettivo Comunista (m-l) di Nuoro (non aderenti alla CIPOML)

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8 Marzo 2021: appello della Conferenza Internazionale di Partiti e Organizzazioni Marxisti-Leninisti (CIPOML)

Riceviamo e pubblichiamo:

Donne lavoratrici del mondo!

Uniamoci e lottiamo contro la violenza, la disuguaglianza, lo sfruttamento e tutte le forze reazionarie!

Salutiamo l’8 Marzo, giornata internazionale della donna lavoratrice, che giunge sotto il pesante carico della pandemia. Il Covid-19 non solo si è convertito nella crisi della sanità pubblica che ha avuto un impatto profondo su miliardi di vite umane, ma ha anche provocato la rottura dell’involucro neoliberista del capitalismo imperialista e smascherato la sua essenza di brutale sfruttamento. La privatizzazione del sistema sanitario pubblico ha costituito una barriera insormontabile per l’accesso a servizi sanitari gratuiti e di qualità. A causa della mercificazione del sapere scientifico, miliardi di persone non hanno accesso ai vaccini, che rappresentano una speranza per uscire dalla pandemia. Anche l’accesso all’educazione di base è divenuto talmente difficile che si sta privando una generazione del diritto all’educazione. Le politiche neoliberiste di flessibilità e insicurezza sociale, come il lavoro part-time, il lavoro temporaneo, i contratti a tempo determinato, etc. si sono estese e trasformate in una disoccupazione massiva. L’impasse capitalistica di fronte alla pandemia ha generato disillusione fra le masse che hanno perso i loro mezzi di sussistenza.

LO STATO CAPITALISTA È UN PESO SEMPRE MAGGIORE PER LE “SCHIAVE DOMESTICHE”

Dal momento che le masse popolari sono state trascinate in un vortice di miseria e fame, sono state le donne quelle che sono state spinte verso il fondo. Mentre le organizzazioni non governative internazionali al servizio del capitale si contentavano di pubblicare “rapporti ombra” sull’aumento della violenza domestica, il lockdown è proseguito a costo della vita delle donne. Lo Stato capitalista non ha intrapreso nessuna misura efficace per proteggere le donne in nessun luogo del pianeta. Al contrario, si sono chiuse le residenze protette, tagliate le linee di sostegno pubblico e si stanno sospendendo i processi giudiziari. Lasciate sole, le donne vengono confinate nell’ambito domestico che è divenuto una “scena del crimine” a causa dell’aumento di violenze e femminicidi. Le donne sono state coloro che più hanno sofferto le conseguenze del controllo della pandemia da parte dell’apparato statale al servizio dei capitalisti.

MAGGIOR POVERTÀ E MAGGIORE DISOCCUPAZIONE PER LE DONNE

Oltre a lasciare le donne non protette di fronte alla violenza, lo Stato capitalista è diventato anche uno strumento per il loro impoverimento. Tutte le classi sociali sono state colpite dalla pandemia, ma lo Stato è corso in salvataggio della classe al quale appartiene. I fondi pubblici provenienti dalle tasse pagate da operai e lavoratori sono stati posti al servizio dei capitalisti, a cui sono stati cancellati i debiti fiscali mentre hanno ricevuto nuovi pacchetti di aiuto economico. D’altra parte, le lavoratrici autonome e le piccole produttrici, dopo essere state incatenate ai microcrediti durate decenni di programmi neoliberisti di “imprenditorialità femminile”, si sono ritrovate pressate dai debiti che non possono pagare, che si sono convertirti in fallimenti. Si sono così unite ai ranghi della classe lavoratrice, alcune schiacciate dalle ruote dello sfruttamento della forza lavoro a basso costo, la maggior parte nelle grinfie della disoccupazione. Donne e bambini, in quanto lavoratori non retribuiti nelle famiglie rurali povere, sono stati privati delle più elementari opportunità di sopravvivenza, come l’accesso al cibo, all’acqua e alla casa. Decine di milioni di donne lavoratrici del settore informale (lavoro nero) hanno perso il loro reddito, e l’insicurezza neoliberalista le ha condannate alla fame e a una maggiore oppressione di fronte alla pandemia. Le donne lavoratrici in gran parte impegnate in lavori temporanei e part-time – conseguenti alla politica neoliberista presentata sotto forma di “equilibrio tra famiglia e lavoro” – sono rimaste senza occupazione e sono state escluse dalla protezione sociale anche nei paesi capitalisti più avanzati.

AUMENTO DELLA REPRESSIONE PATRIARCALE COME PARTE DEL CONTROLLO CAPITALISTA

La pandemia e le condizioni della crisi economica sono utilizzate come un’opportunità per la classe capitalista a livello mondiale. Gli Stati e i governi borghesi ne abusano abilmente per realizzare i loro obiettivi a medio e lungo termine. Poiché i lavoratori sono stati lasciati allo sbando della immunità di gregge, la pandemia si è trasformata in una “malattia della classe operaia”. Si sono intensificati gli attacchi alle conquiste storiche della classe operaia nel suo insieme, come le indennità per i licenziamenti, le pensioni e i fondi per la disoccupazione; i diritti delle donne lavoratrici come il congedo di maternità sono sul filo del rasoio, specie nei paesi dipendenti. Il controllo sul processo di produzione è diventato molto più opprimente e i lavoratori sono costretti a raggiungere gli obiettivi di produzione a qualsiasi costo. Le lavoratrici sono esposte a crescenti molestie, maltrattamenti e umiliazioni sui luoghi di lavoro. In breve, le donne sono state colpite dalla crisi del capitalismo e dalla sua cosiddetta gestione pandemica non solo come “schiave domestiche” ma anche come “schiave salariate”; non solo sono state “detenute” in casa, ma anche sul posto di lavoro, poiché vi sono esempi di lavoratrici recluse in fabbrica durante il giorno e in dormitori durante la notte, con casi di positività tra di loro. Molte donne sono state obbligate a lavorare nel pieno della pandemia o costrette a recarsi alla loro occupazione precaria, evitando i test Covid per timore di un risultato positivo e di dover smettere di lavorare, rimanendo così prive del loro unico reddito, a causa dell’assenza di aiuti governativi. Il primo anno di pandemia ha già riservato il suo posto nella storia dell’umanità come un periodo nel quale si è svelato il carattere patriarcale del controllo del lavoro capitalista.

IL CAPITALISMO MONOPOLISTA SI APPOGGIA SUL FASCISMO

Nonostante tutto, gli operai e i lavoratori di molti paesi si uniscono e lottano contro la devastazione delle loro condizioni di vita e di lavoro causata dalla pandemia e dalla crisi, per i loro diritti e libertà economici, sociali e democratici. Le donne lavoratrici partecipano attivamente in questa lotta. Con i loro sforzi disinteressati per il bene della salute pubblica, specialmente le donne lavoratrici della sanità si sono messe in luce con le loro lotte, non sono per le loro rivendicazioni e mezzi di vita, ma anche per il diritto ai servizi sanitari, resistendo contro una salute pubblica sacrificata alla brutalità capitalista. Ampi settori delle donne hanno continuato con le loro manifestazioni nonostante le misure pandemiche, per respingere gli attacchi ai loro diritti fondamentali. In tutti gli angoli del mondo, attraverso grandi o piccoli atti di resistenza, hanno cercato forme di lotta unitarie contro questi attacchi. Le donne dell’Argentina hanno vinto la loro lotta per la legalizzazione dell’aborto dopo 25 anni di battaglie che non sono cessate nemmeno nelle condizioni della pandemia. Le donne dell’India sono state in prima fila durante gli scioperi di milioni di lavoratori. In Europa, le donne si sono mobilitate a difesa della Convenzione di Istanbul, che è stata attaccata dai governi reazionari sostenuti dalle autorità religiose. Gli effetti devastanti della pandemia e della crisi sono sfruttati dalle forze reazionarie, in particolare dalle organizzazioni fasciste, per guadagnare forza. In molti paesi, le cricche borghesi monopoliste cercano di assorbire il malessere e lo scontento delle masse popolari sfruttate e oppresse all’interno del sistema, canalizzandole verso politiche razziste, maschiliste, misogine e xenofobe. Inoltre, tendono a rafforzare il populismo di destra, che era già in crescita prima dello scoppio della pandemia, e ad utilizzare maggiormente le organizzazioni illegali dello Stato. Un numero considerevole di donne lavoratrici è consapevole del pericolo di insediamento del fascismo in molte parti del mondo, dagli USA all’India, dal Brasile alla Turchia. Hanno l’esperienza storica e contemporanea del fatto che lo sfruttamento, le disuguaglianze, la violenza e le politiche razzista-fasciste non possono essere fermate dalla democrazia liberale.

ALZIAMO LA VOCE CONTRO L’IMPERIALISMO E TUTTE LE FORZE REAZIONARIE

L’8 marzo del 2021 segna un punto di svolta in base al quale le donne lavoratrici sono chiamate ad elevare la loro lotta a livello globale e migliorare la propria organizzazione per le libertà e i diritti economici, democratici e politici in opposizione agli effetti devastanti della pandemia e della crisi, l’intensificazione dello sfruttamento e le disuguaglianze, le aggressioni fasciste e razziste e tutti i tipi di forze reazionarie. Questi attacchi intensificati possono essere affrontati solo da una lotta rafforzata e unita di tutti i lavoratori e operai, con le donne lavoratrici come loro parte inseparabile. Donne lavoratrici del mondo, uniamoci per i nostri diritti e libertà! Viva la lotta organizzata delle donne lavoratrici! Viva la solidarietà internazionale delle donne lavoratrici!

Conferenza Internazionale di Partiti e Organizzazioni Marxisti-Leninisti (CIPOML)
Febbraio 2021

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Solidarietà con gli operai della Fiat Plastik di Kraguievac (Serbia) in sciopero!

Giovedì 18 febbraio è scoppiato lo sciopero nella fabbrica Fiat Plastik di Kragujevac, in Serbia, che produce i paraurti della 500 L. L’azienda è una consociata della FCA Srbija (ex Zastava).

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