Comunicato emesso dal Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina

Nel millesimo giorno della guerra di genocidio contro la Striscia di Gaza

♦️ Il Fronte Popolare: in occasione del passaggio di 1000 giorni dall’inizio del genocidio, la vergogna perseguiterà l’umanità intera e resterà una macchia nera sulla fronte del sistema internazionale
In questa sanguinosa tappa, dopo il passaggio di mille giorni della guerra di genocidio che l’occupazione sionista conduce contro il nostro popolo palestinese nella Striscia di Gaza, il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina afferma che ciò che è accaduto e continua ad accadere è un progetto sistematico di genocidio e pulizia etnica, eseguito sotto gli occhi e le orecchie del mondo, con copertura politica, militare e mediatica da parte di potenze internazionali che portano la piena responsabilità della continuazione di questo crimine, come il più atroce crimine conosciuto dall’umanità nell’epoca moderna. Questi mille giorni di bombardamenti, fame, sfollamento e genocidio hanno rappresentato un tentativo di spezzare la volontà del nostro popolo, imporre il trasferimento forzato e liquidare la sua causa nazionale.
Di fronte a ciò, il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina afferma quanto segue:
Primo: la continuazione della guerra di genocidio per mille giorni consecutivi, senza che l’uccisione, lo sfollamento o l’assedio si siano fermati nemmeno per un momento, costituisce una vergogna per l’umanità intera e uno scandalo morale e politico che resterà una macchia nera sulla fronte del sistema internazionale e delle sue istituzioni, che hanno fallito nel proteggere il diritto internazionale e l’essere umano, mentre il loro silenzio e la loro complicità hanno contribuito a prolungare questo crimine.
Secondo: questa operazione di genocidio non avrebbe potuto continuare senza la partecipazione diretta, il sostegno militare e la copertura politica forniti dalle amministrazioni americane, accanto alla complicità e all’incapacità della comunità internazionale, il che li rende tutti partner nel crimine.
Terzo: i crimini di pulizia etnica contro il nostro popolo nella Striscia di Gaza sono ancora in corso, mentre la macchina da guerra sionista continua la sua aggressione senza alcun deterrente, in prosecuzione dell’escalation criminale iniziata mille giorni fa, e come estensione di anni di occupazione cominciati dalla Nakba del nostro popolo palestinese, nei quali sono cambiati soltanto gli strumenti dell’uccisione e i pretesti dell’aggressione.
Quarto: ciò che viene presentato come “accordo di cessate il fuoco” finora non ha costituito una porta verso la calma né una protezione per il nostro popolo, poiché l’occupazione ha cercato di trasformarlo in una copertura per continuare l’aggressione in forme diverse, attraverso la politica della fame e dell’assedio, i bombardamenti intermittenti, il ricatto umanitario e il terrorismo quotidiano contro i civili.
Quinto: rappresentare ciò che accade nella Striscia di Gaza come semplici “violazioni” e come parte di un “percorso di calma” costituisce una falsificazione deliberata della verità e rappresenta una copertura politica e mediatica alla continuazione del crimine di genocidio, nel tentativo di normalizzarlo e di sottrarlo alla sfera della responsabilità internazionale.
Sesto: il fatto che gli sforzi della maggior parte delle parti internazionali siano rivolti a esercitare pressioni sul nostro popolo palestinese e sulla sua resistenza affinché presentino ulteriori concessioni, mentre l’occupazione viene lasciata con le mani libere nonostante la sua dichiarazione esplicita di voler continuare l’aggressione e il genocidio, rivela la portata del palese schieramento di parte e del doppio standard che governa le posizioni di queste parti.
Settimo: chiediamo alla comunità internazionale, ai garanti e ai mediatori di obbligare l’occupazione a fermare la sua aggressione e di giungere a un cessate il fuoco immediato, complessivo e duraturo, con l’ingresso della commissione amministrativa nella Striscia affinché assuma i propri compiti nella gestione della fase di transizione. Ciò comprende l’apertura dei valichi, la garanzia del flusso di aiuti umanitari e medici senza restrizioni e l’evacuazione urgente dei feriti e dei malati per cure all’estero.
Ottavo: il nostro popolo palestinese, dopo mille giorni di fermezza e sacrifici, resta saldo nei propri diritti nazionali fissi e inalienabili, in primo luogo il diritto all’autodeterminazione e alla costituzione dello Stato palestinese indipendente, pienamente sovrano, con Gerusalemme come capitale. Le politiche di genocidio, fame e ricatto non riusciranno a strappare questi diritti né a spezzare la sua volontà.
Nono: la storia registra oggi ogni posizione, ogni silenzio e ogni complicità. Il sangue dei nostri martiri e la fermezza del nostro popolo resteranno una maledizione sui criminali di guerra sionisti e sui loro sostenitori, e una testimonianza viva di questa fase. La volontà del nostro popolo di restare saldo sulla propria terra e di difendere la propria esistenza e i propri diritti nazionali vincerà, e una guerra di genocidio durata mille giorni non potrà spezzarla né cancellare il suo diritto alla libertà, al ritorno e all’indipendenza.
Gloria ed eternità ai nostri nobili martiri, pronta guarigione ai nostri feriti, libertà ai nostri prigionieri, vittoria al nostro popolo e alla sua resistenza.

Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina
Dipartimento centrale dell’informazione
2 luglio 2026

8 Marzo

riceviamo e volentieri pubblichiamo

8 Marzo IL “SUMUD” DELLE DONNE PALESTINESI

“… La storia delle donne palestinesi è la storia della Palestina. È una storia di sumud e resistenza, di occupazione ed esilio, ma anche di continuità e di lotta per la possibilità stessa di esistere, di continuare, di vivere con dignità. Questa è una lotta che non è solo per la liberazione, ma anche contro l’eliminazione.

Le donne palestinesi, in questo contesto, non sono solo vittime. Sono soggetti attivi di resistenza. Nei loro corpi è inscritto il progetto dello sterminio, ma anche la volontà ostinata di vivere. E finché continuerà ad esserci vita difesa, riprodotta, narrata, ci sarà un futuro per la Palestina.”

“… La distruzione deliberata di scuole, ospedali, università, biblioteche, chiese, moschee, reti idriche ed energetiche è una strategia sistematica per prevenire la riproduzione sociale palestinese. Ciò che cercano di distruggere non è solo il presente, ma la possibilità di un futuro collettivo. È una violenza che colpisce i corpi, ma anche la conoscenza, gli affetti, la memoria e gli stili di vita.”

“…Voglio che la gente capisca che noi palestinesi non siamo solo statistiche. Siamo persone vere con sogni, famiglie e speranze per il futuro. Freddo, inondazioni e sfollamenti non sono problemi temporanei; sono problemi persistenti che erodono la nostra dignità e sicurezza. Vogliamo che il mondo ci veda, riconosca la nostra umanità e ci aiuti a ricostruire le nostre vite … IN PACE.”

“… I saggi occidentali ben intenzionati sulle donne palestinesi erano spesso offensivi e riduttivi, illustrando una donna impotente, ignorante e stereotipata, che era disegnata con i colori dell’orientalismo. Per non parlare di quegli articoli occidentali non molto ben intenzionati che hanno dipinto palesemente le donne palestinesi come terroriste…”.

In questo 8 Marzo contrassegnato da venti di guerra, quella parola SUMUD che significa fermezza, tenacia, perseveranza, resistenza, ci indica il cammino che dobbiamo percorrere per costruire tenacemente la nostra Resistenza. Le donne palestinesi hanno opposto alla miseria, alla fame, alla distruzione, alla morte, la loro forza, prendendo dai mille aspetti dell’esperienza quotidiana di 78 anni di occupazione, gli insegnamenti per loro stesse e per gli uomini.
La demoralizzazione e l’abbandono, causati dalla crisi, sono così ampi e profondi che spesso diventa difficile partire dalla forza che pure c’è, come dimostrano le grandi mobilitazioni dei mesi scorsi, il desiderio di cambiamento e le domande sul perché avvenga questo o quello; da questo dobbiamo partire e da questo siamo partitə come Tenda.
Nei mesi scorsi ci siamo mobilitatə in solidarietà alla Palestina e contro la guerra, con la consapevolezza che, nonostante tutti gli sforzi mass-mediatici di far recepire il genocidio in Palestina come la giusta e legittima risposta di Israele, si stava assistendo ad una nuova tappa del progetto imperialistico degli USA che ha come obiettivo fondamentale quello della guerra preventiva e permanente e come prospettiva l’affermazione della propria supremazia politico-militare, come dimostra oggi l’attacco all’Iran. Insieme al consolidamento del dominio imperialista e alla tendenza alla guerra, le cui conseguenze ricadono sempre e solo sul proletariato, si inasprisce l’azione repressiva, non solo a livello internazionale, ma anche su quello interno.
Dopo le mobilitazioni dei mesi passati numerosə compagnə, giovani, studentə e manifestanti del movimento PRO-PAL si sono trovatə ad affrontare diverse forme di intimidazione, controlli e repressione. Una prima risposta, come abbiamo scritto, “… deve passare attraverso un’attività collettiva che produca e sviluppi organizzazione, pratica, unità possibile e necessaria”.
Per questo pensiamo che socializzare l’esperienza della resistenza palestinese e delle donne palestinesi ci insegni anche a sviluppare la nostra coscienza politica e rivoluzionaria. È questa coscienza che orienta e che aiuta a superare le difficoltà e le prove che incontriamo come ostacoli nel nostro cammino.

La Tenda per la Palestina e contro il riarmo

FPLP sulla risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU su Gaza

Comunicato stampa
del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina

Il Fronte Popolare respinge la risoluzione del Consiglio di Sicurezza, considerandola una nuova forma di amministrazione fiduciaria su Gaza, e afferma che qualsiasi accordo che non tenga conto della volontà nazionale non è vincolante per il popolo palestinese.

Dipartimento Centrale dei Media

  • Il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina afferma il suo categorico rifiuto della risoluzione del Consiglio di Sicurezza sulla Striscia di Gaza e la considera un tentativo di imporre un regime fiduciario attraverso il cosiddetto “Consiglio di Pace”, a cui sono stati concessi poteri di governo transitori e sovrani che riproducono l’occupazione in una nuova forma, marginalizzano il ruolo palestinese e privano le Nazioni Unite della loro autorità.
  • La decisione collega il ritiro dell’occupazione e la cessazione delle ostilità alle condizioni dell’occupazione stessa, limita la ricostruzione e gli aiuti alla sua volontà, approfondisce la separazione tra la Cisgiordania e Gaza e prende di mira il ruolo e la responsabilità dell’UNRWA nei confronti dei rifugiati palestinesi, ultima vestigia dell’impegno internazionale per la loro causa.
  • Il Fronte sottolinea che qualsiasi formula che ignori la volontà nazionale o conceda all’occupazione o agli Stati Uniti l’autorità di determinare il destino del settore non è vincolante per il nostro popolo e non è applicabile, e che l’amministrazione di Gaza deve essere puramente palestinese, e che qualsiasi forza internazionale dovrebbe avere un chiaro mandato internazionale e la sua missione esclusiva è quella di proteggere i civili, separare e mettere in sicurezza i corridoi umanitari.
  • Il Fronte respinge le clausole relative al disarmo e condanna la descrizione della resistenza come terrorismo, considerandola una negazione del legittimo diritto del nostro popolo a difendersi e una trasformazione della forza internazionale da forza di protezione e separazione in forza offensiva che fornisce all’occupazione una copertura per continuare le sue politiche.
  • Il Fronte avverte che lasciare la risoluzione senza emendamenti e garanzie vincolanti fornisce all’occupazione una copertura per riprendere la sua aggressione con nuovi mezzi e invita i mediatori e i garanti ad adottare misure urgenti per impedirne lo sfruttamento ed evitare di aggirare i diritti del nostro popolo alla liberazione e all’autodeterminazione.
  • Il nostro popolo, che ha fatto continui sacrifici, non accetterà alcuna formula che ne sminuisca la sovranità e continuerà la sua lotta fino a raggiungere la completa libertà sulla sua terra.

Cisgiordania: la colonizzazione dilaga

Secondo un’inchiesta pubblicata da Haaretz e rilanciata da The Cradle il 18 novembre 2025, la situazione nella Cisgiordania occupata è “sul punto di un’esplosione”. A dirlo non sono analisti esterni, ma alti ufficiali israeliani, che parlano apertamente di un sistema di controllo ormai al collasso.
Fonti dell’esercito riferiscono che i comandanti sul campo temono di far rispettare la legge contro i coloni estremisti, poiché ogni intervento scatena attacchi e campagne d’odio contro di loro, coperte dalla protezione politica di ministri e membri della Knesset vicini al blocco ultranazionalista.
Un ufficiale ha definito la Cisgiordania “l’arena più infiammabile”, più instabile della stessa Gaza o del fronte libanese. Un altro avverte: “Basterà un singolo incidente per incendiare tutta la regione e trascinare l’intero IDF nel caos”.
Nel frattempo, il governo Netanyahu continua a spingere l’annessione: il ministro delle Finanze Smotrich avanza piani per consolidare il controllo israeliano sul territorio, mentre il ministro della Difesa, Israel Katz, secondo le fonti citate, “si è completamente chiamato fuori” dalla gestione della crisi.
Il rapporto è esplicito:

• i coloni agiscono in un clima di impunità totale,

• l’esercito è stato “indebolito” fino a non poter contrastare la violenza,

• i soldati vengono usati per proteggere terreni sottratti illegalmente ai palestinesi,

• le aggressioni, gli incendi di campi e le espulsioni forzate continuano quotidianamente senza alcuna conseguenza per i responsabili.

I dati dell’organizzazione israeliana Yesh Din sono impressionanti: il 94% delle indagini sulla violenza dei coloni viene archiviato senza accuse, e solo il 3% porta a una condanna, anche parziale. Il timore degli ufficiali è chiaro: un singolo pogrom particolarmente sanguinoso potrebbe trasformare la Cisgiordania in un nuovo fronte di guerra aperta.
Intanto, la tensione si è già concretizzata: un accoltellamento al crocevia di Gush Etzion ha lasciato un israeliano ucciso e tre feriti, mentre i due palestinesi responsabili sono stati uccisi sul posto dall’esercito, che sostiene di aver trovato esplosivi nel loro veicolo.
La regione è ormai una polveriera, e gli stessi apparati israeliani riconoscono che l’attuale governo sta alimentando dinamiche fuori controllo.