LA REPRESSIONE SIONISTA NON RISPARMIA NESSUNO

SOLIDARIETÀ ALLA COMPAGNA STEFANIA

Lunedì mattina (16/1/2023) con un intervento delle forze di repressione israeliane nel campo profughi di Dheisheh a Betlemme è stata brutalmente arrestata e picchiata la compagna Stefania, dopo alcune ore di detenzione è stata espulsa dalla Palestina.
Da sempre a fianco delle lotte politiche e sociali e alle resistenze dei popoli oppressi, Stefania si trovava in Palestina da alcuni mesi per dare solidarietà attiva alla resistenza del Popolo palestinese.
Nell’operazione dei militari sionisti, che ha visto danneggiate gravemente diverse abitazioni di resistenti palestinesi e picchiato indiscriminatamente donne e bambini, è stato ucciso con un colpo alla testa un ragazzino palestinese di 14 anni.
Obbiettivo dell’intervento era proprio l’arresto di Stefania, il potere sionista che da cento anni occupa i territori della Palestina non ammette testimoni scomodi allo stillicidio di omicidi e soprusi che ogni giorno perpetra contro la popolazione palestinese.
Tutto deve essere messo a tacere, grazie alla complicità del sistema mediatico occidentale che niente trasmette sui crimini commessi dall’entità sionista, non ultimo la disumana condizione delle centinaia di uomini, donne, bambini, detenuti nelle carceri israeliane.
La nostra concreta solidarietà alla compagna Stefania, al popolo palestinese e alla sua resistenza, solo una Palestina libera e socialista può aprire un futuro di convivenza pacifica tra popolazioni, religioni, culture.

ULPC – UNIONE DI LOTTA PER IL PARTITO COMUNISTA

18/01/23

Ciò che sfugge ai massmedia

Mentre tutti sono concentrati sulle giustificate manifestazioni contro la repressione e gli arresti in seguito alle proteste delle donne che si rifiutano di seguire le leggi imposte dalla religione di Ali Khamenei – con un occhio particolare ai personaggi del cinema e del calcio – e sulle condanne ed esecuzioni dei giovani che si sono uniti alle lotte, ai massmedia è sfuggito che un numero significativo di lavoratori, tecnici e dipendenti di vari settori dell’industria petrolifera e del gas si sono riuniti in diversi siti nei giacimenti petroliferi dell’Iran meridionale e hanno scioperato.
Chiedono l’applicazione dell’articolo 10 della Legge nazionale sui doveri e le responsabilità del Ministero del petrolio, l’aumento dei salari e del bonus pensionistico e un miglioramento delle condizioni di lavoro.
Queste proteste in diverse aree ricche di petrolio per rivendicazioni sindacali e contro le politiche distruttive e capitaliste segnano la crescente coscienza di classe della classe operaia e dei lavoratori e assumono un significato politico che va appoggiato tanto quanto le lotte sociali perché orientati a colpire gli interessi del regime fino alla caduta decisiva della dittatura teocratica al potere.
Di fronte a questa situazione teniamo conto che la posizione di coloro che vedono in queste proteste unicamente l’aspetto dell’ingerenza USA è frutto di una visione eurocentrica perché un conto è essere giustamente antimperialisti, un conto è accantonare la visione di classe e l’internazionalismo proletario.

Palestina: affari nelle colonie

Una vera e propria complicità con i colonizzatori, in un crimine di guerra 

Recentemente il gigante francese della distribuzione Carrefour ha lanciato una catena di supermercati in Israele – dove la vita è molto cara – e in diverse delle 200 zone nei territori occupati in Cisgiordania come a Maale Adumin dove vivono 40mila coloni e ad Ariel (non lontana da Nablus) dove si sono installati in 20mila. Coloni, in gran parte di origine russa che escono dal loro mondo chiuso da filo spinato, con turni di guardia, per attaccare con sempre più violenza i palestinesi ai quali è persino impedito di usare le strade. Il partner israeliano di Carrefour, il gruppo Elco, è coinvolto nell’economia delle colonie: dalla costruzione di alloggi e lavori pubblici, alla climatizzazione di edifici, a generatori elettrici…). Difficile che Carrefour non sappia della violazione dei diritti dei palestinesi né dell’elenco che le Nazioni Unite hanno pubblicato nel 2013 di dieci “attività suscettibili di rendere le imprese israeliane o multinazionali complici di violazioni dei diritti umani in relazione alla colonizzazione del territorio palestinese”, di cui fa parte “l’offerta di servizi e prestazioni che contribuiscono al mantenimento e all’esistenza delle colonie di insediamento”. Il Primo ministro israeliano uscente, Yair Lapid, a luglio si era felicitato di questo accordo, e aveva auspicato che altre imprese della distribuzione “possano seguirne le orme”, infatti, anche il gruppo olandese Spar prevede di aprire filiali in Israele e sicuramente nei territori occupati. Una vera e propria complicità con i colonizzatori, in un crimine di guerra. 

In Europa fiumi di protesta. E in Italia?

Verso lo sciopero del 2 dicembre

In Italia i sindacati di base stanno preparando (con difficoltà) lo sciopero generale per il 2 dicembre. Uno sciopero contro il carovita e la speculazione sul caro bollette, la guerra, le privatizzazioni, per l’occupazione, aumenti salariali e pensionistici, sicurezza sui posti di lavoro, per servizi efficienti, a partire dai trasporti, il diritto alla casa, per la difesa della sanità pubblica.
Le tariffe delle utenze salgono alle stelle, ma il movimento “io non pago” stenta a decollare. Mentre in altri Paesi appartenenti alla stessa Europa – praticamente oscurati dai mass-media nazionali – si svolgono scioperi di 24 ore di tutti i settori e oceaniche manifestazioni.

In Grecia i lavoratori sono scesi in piazza con il Pame – dal Pireo all’aeroporto internazionale e in almeno 60 città – contro l’aumento dei prezzi in corso, dove l’inflazione ha superato il 10% e nel settembre scorso ha toccato il 12%, mentre i prezzi del gas sono più che quadruplicati. Per i lavoratori l’alto costo della vita è insopportabile e chiedono salari più alti e protezione sociale per tutti.

In Belgio gli operai in sciopero chiedono la riduzione del prezzo dell’energia e la negoziazione dei salari per far fronte al potere d’acquisto dei cittadini. Nello sciopero del 9 novembre solo una linea metropolitana è rimasta operativa a Bruxelles dove anche il 55% dei voli in partenza è stato cancellato. L’aeroporto di Charleroi ha chiuso completamente. Anche gli ospedali hanno aderito allo sciopero lasciando funzionanti solo i pronto soccorso.

In Francia lo sciopero delle raffinerie scuote il Paese dal 20 settembre. Dopo una contrattazione collettiva tra la direzione della ExxonMobil, la più grande compagnia petrolifera del mondo, e i sindacati francesi le due raffinerie del gruppo sono entrate in sciopero, portando alla rapida chiusura di tutti gli impianti e privando il Paese del 27% della sua capacità di raffinazione. Sciopero ignorato dai media e dallo Stato sino al 27 settembre quando le raffinerie del gruppo Total – la quinta compagnia petrolifera al mondo e la più grande azienda francese – hanno scioperato. Dal 3 ottobre,“piattaforma Normandie” e bioraffineria La Mède vicino a Marsiglia sono state chiuse paralizzando il 60% della capacità di raffinazione del Paese, mentre molti altri impianti della Total sono stati bloccati dagli scioperi.

In Spagna, con lo slogan “Madrid se levanta en defensa de la sanidad pública” (“Madrid si solleva in difesa della sanità pubblica”) a Madrid il 13 novembre sono partiti simultaneamente dai quattro punti cardinali della città, nord, sud, est ed ovest, enormi cortei formati da infermiere/i, sindacati, associazioni sanitarie, servizi di assistenza primaria, concentrati poi a Plaza de Cibeles. Al centro della protesta è stata la richiesta di “una sanità pubblica al 100%, universale e di qualità” e contro “il piano di distruzione” della sanità pubblica.

Salari, occupazione e carovita sono al centro delle proteste in Gran Bretagna già dal mese di agosto (vedi categoria internazionale/movimento operaio) lanciate dagli operai del porto di Felixstowe e anche il movimento contro il carobollette si sta sviluppando.

In Italia non si sta meglio degli altri Paesi europei perché la politica di austerità imposta dalla UE, che invece spende miliardi per sostenere il regime nazista di Zelenskij, si manifesta con la disoccupazione, carovita, privatizzazioni – a partire dalla sanità – con i salari più bassi di tutta Europa.
Per questo dobbiamo intensificare il nostro lavoro politico e sindacale per respingere la nefasta influenza e l’abitudine alla delega dei sindacati confederali e dei partiti borghesi e pseudo riformisti. Organizzarsi e lottare per abbattere il capitalismo che sta dimostrando tutto il suo fallimento e che trova la sponda anche nel reazionario e demagogico neogoverno Meloni.

Campionati di calcio e migliaia di morti da sfruttamento

Le ricette del capitalismo per la propria sopravvivenza

Oltre 6.500 lavoratori migranti – provenienti da India, Pakistan, Nepal, Bangladesh e Sri Lanka – sono morti in Qatar da quando il paese mediorientale ha ottenuto il diritto di ospitare la Coppa del Mondo di calcio 10 anni fa. Secondo il quotidiano inglese The Guardian – che cita fonti governative – una media di 12 lavoratori migranti provenienti da queste cinque nazioni dell’Asia meridionale sono morti ogni settimana dal dicembre 2010, mentre per le strade di Doha si celebrava la vittoria del Qatar.
Il bilancio totale delle vittime potrebbe però essere significativamente più alto visto che queste cifre non includono i decessi di un certo numero di lavoratori provenienti da paesi come Filippine e Kenya, e sono escluse anche le vittime degli ultimi mesi del 2020.
Negli ultimi 10 anni, il Qatar ha intrapreso un programma di lavori pubblici senza precedenti, in gran parte in preparazione per il torneo di calcio del 2022. Oltre a sette nuovi stadi, sono stati completati o sono in corso dozzine di grandi progetti, tra cui un nuovo aeroporto, strade, sistemi di trasporto pubblico, hotel e una nuova città, che ospiterà la finale dei Mondiali di calcio.
Un sacrificio umano nel nome del profitto e del calcio spettacolo che movimenta miliardi. Altro che sport!
Supersfruttamento, morti sul e da lavoro, guerre, distruzione ambientale e fame sono le ricette del capitalismo per la propria sopravvivenza.

Solidarietà ai lavoratori e al popolo del Burkina Faso

dalla Conferenza Internazionale di Partiti e Organizzazioni marxisti-leninisti

Comunicato CIPOML

In Burkina Faso è avvenuto un nuovo colpo di Stato, il secondo negli ultimi nove mesi. Il 30 settembre 2022 le forze armate hanno rovesciato il tenente colonnello Paul Henri Sandaogo Damiba, che aveva assunto il potere il 24 gennaio 2022, attraverso un’azione simile. Damiba, un burattino dell’imperialismo francese, aveva istituito un governo caratterizzato dalla corruzione e aveva come agenda nascosta il ritorno al potere dell’ex dittatore Blaise Compaoré, motivo per cui il popolo ha lottato contro di lui. In diverse città, e in particolare ad Ouagadougou, capitale del Burkina Faso, il 29 e 30 settembre e il 1° ottobre si sono verificate massicce mobilitazioni popolari, per esprimere il rifiuto del governo Damiba e il dominio dell’imperialismo, e come espressione della ricerca di un vero cambiamento a favore dei lavoratori e delle masse popolari.
Questo nuovo colpo di Stato accade nel mezzo di una grave crisi politica e di sicurezza per la popolazione, a causa della guerra civile reazionaria imposta dalle potenze imperialiste – soprattutto l’imperialismo francese – e dalla presenza fin dal 2015 di gruppi terroristici armati – ISIS e Al Qaeda – al loro servizio.
La rimozione di Damiba non è altro che una sostituzione a livello di palazzo, motivo per cui il nostro partito fratello, il Partito Comunista Rivoluzionario Voltaico chiama il popolo insorto e la gioventù patriottica e rivoluzionaria ad essere vigili e a non farsi illusioni sui nuovi golpisti che provengono dalla stessa matrice del Movimento Patriottico per la Salvaguardia e la Restaurazione (MPSR) che ha portato Damiba al potere.
La rimozione di Damiba non è altro che una sostituzione a livello di palazzo, motivo per cui il nostro partito fratello, il Partito Comunista Rivoluzionario Voltaico chiama il popolo insorto e la gioventù patriottica e rivoluzionaria ad essere vigili e a non farsi illusioni sui nuovi golpisti che provengono dalla stessa matrice del Movimento Patriottico per la Salvaguardia e la Restaurazione (MPSR) che ha portato Damiba al potere.
La Conferenza Internazionale di Partiti e Organizzazioni marxisti-leninisti, CIPOML, esprime solidarietà ai lavoratori, ai giovani e al popolo del Burkina Faso che si battono per espellere dal loro territorio le truppe dell’imperialismo francese e le bande terroristiche dell’ISIS e di Al Qaeda, per porre fine al dominio delle classi sfruttatrici autoctone.
Solo ponendo fine al dominio imperialista, allo sfruttamento della borghesia reazionaria e dei residui delle forze feudali, gli operai e il popolo del Burkina Faso potranno realizzare la loro emancipazione sociale e nazionale.
Viva la lotta dei lavoratori, dei giovani e del popolo del Burkina Faso!
Solidarietà con il Partito Comunista Rivoluzionario Voltaico!

Ottobre 2022

Comitato di Coordinamento Conferenza Internazionale di Partiti e Organizzazioni Marxisti-Leninisti – CIPOML

L’autunno palestinese

Se l’autunno da queste parti, in Europa, rischia d’essere molto freddo, in Palestina l’autunno rischia d’essere caldissimo

Cisgiordania, pentola a pressione

Ha ragione il governo sionista a temere la Jihad Islamica, unire i fronti di lotta sta diventando sempre più una realtà ed una minaccia per la stessa esistenza dello Stato di israele.
Fino a pochi mesi fa è stato il campo profughi di Jenin a destare l’attenzione dei servizi di sicurezza, essendo l’unico posto in tutta la Cisgiordania dove non era possibile addentrarsi tranquillamente e senza incorrere in una feroce sparatoria. Quest’anno invece, ovunque si recano i coloni soldati incontrano una feroce resistenza, armi da fuoco dappertutto e questi si vedono costretti ad ingaggiare uno scontro armato con pallottole che piovono da tutte le parti.
I mass media israeliani denunciano il fatto che operare persino un arresto, che fino a qualche mese fa era una cosa banale e semplice, ora non lo è più. Prima Jenin, ora Nablus, Tulkarem, Hebron, Salfit e Ramallah, Tubas e Qabatieh, Yaàbad ed altri ancora, ovunque in Cisgiordania avvengono scontri armati.

L’allarme viene lanciato per i seguenti motivi:

1- è oscura la provenienza di tutte queste armi;

2- non si sa ancora quale tipo d’arma, oltre a quelle leggere d’assalto, circoli in Cisgiordania;

3- questo pericolo continuo è considerato un fallimento clamoroso di tutti i servizi di sicurezza sionisti;

4- la circolazione per i coloni è diventata estremamente pericolosa (diverse volte sono state presi di mira e ci sono state delle vittime);

5- qual è il passo successivo, la Cisgiordania come Gaza?

Non siamo nuovi alle polemiche che si susseguono sempre di più all’interno dell’entità sionista. Ricordiamoci quelle contro i servizi di sicurezza quando i Fedayn palestinesi bucavano con troppa facilità le misure di controllo e sicurezza, tanto ammantate, sia nelle città che nelle colonie.
Polemiche che in alcuni casi si trasformavano in grida d’allarme rosso.
Alcuni commentatori israeliani si sono spinti alle affermazioni del tipo: “il nostro sbaglio è quello di non avere accettato l’Argentina, il Kenya, il Sudan, l’Ucraina dove stabilire e fondare lo Stato sionista.
E ancora: “i palestinesi sono un popolo indomabile che non si arrenderà mai e saranno la tomba dei nostri sogni” etc. Sorprende il fatto che questa gente continui a chiedersi il perché di tutto questo astio, perché i palestinesi non si lasciano sottomettere, (si chiedono) dove abbiamo sbagliato in tutti questi 73 anni?

Intifada di nuovo tipo

Si continua a discutere sui giornali e canali televisivi sionisti su come affrontare questa nuova situazione e i toni assumono aspetti pieni di preoccupazioni e tensioni.
L’opinione più diffusa, volendo riassumere tutte queste discussioni, e che in Cisgiordania ci troviamo di fronte ad una Intifada di tipo nuovo: una combinazione quasi perfetta tra quella popolare (scontri fisici e con il lancio di pietre, disobbedienza e boicottaggio, presidi e manifestazioni e tanta attività di informazione) che cerca di impedire alle forze di occupazione nazisionista di entrare nei centri abitati oppure semplicemente ostacolare il loro movimento) e, quella armata che prende di mira sia i soldati che i coloni.
Secondo le statistiche del governo israeliano gli attacchi armati contro le forze di occupazione in Cisgiordania quest’anno registrano un aumento esponenziale. Secondo queste fonti in tutto il 2021 ci sono stati 91 attacchi di cui 75 contro i soldati sionisti mentre finora nel 2022 ci sono stati 152 attacchi armati, compreso quello di poche settimane fa, di cui 132 contro i soldati.
Trapela, inoltre, da queste discussioni pubbliche, la grande confusione e incertezza sul da farsi. Essi affermano di trovarsi di fronte ad un dilemma:

1- fare un passo indietro tenendo i soldati lontano da ogni possibilità di contatto con la popolazione palestinese;

2- intensificare la repressione.

Siccome ormai è diventato quasi impossibile non essere a contatto con la popolazione palestinese, colonie e coloni si trovano un po’ dappertutto in Cisgiordania e qualsiasi loro movimento provoca contatto e, oltre al fatto che questi spesso provocano questi contatti intenzionalmente cercando da una parte una maggior visibilità per se stessi e dall’altra perseguono un’escalation della situazione in generale. È scontato che la scelta è l’aumento della repressione. Un circolo vizioso che non farà altro che buttare benzina sul fuoco con il rischio della deflagrazione in tutta la Palestina storica (israele).
Al momento il modello delle due province del nord della Cisgiordania, Jenin e Nablus, si sta estendendo sempre di più alle altre province con un cerchio di fuoco sempre più ampio. Ciò significa che tutta la Cisgiordania è in procinto di esplodere. Nel mese di settembre due attacchi armati: il primo contro un autobus di soldati nella valle del giordano, provincia di Tubas, e il secondo a Il Nabi Saleh, provincia di Ramallah. Il risultato: 10 soldati feriti solo per miracolo, gli poteva andare molto peggio.

I palestinesi degli interni ’48

Il timore di una esplosione si fa più concreto provocando un fortissimo mal di testa ai sionisti. Ciò nasce dal fatto che è molto più difficile, anzi quasi impossibile, riuscire a controllare questo territorio e prevenire gli attacchi. L’estensione del territorio su tutta la Palestina del ‘48 e la presenza di città miste implica l’utilizzo di un numero molto maggiore sia di soldati che di polizia.
L’impiego di tale forza sia in Cisgiordania che nel ‘48 rischia di lasciare i fronti esterni, sia a nord con il Libano sia a sud con Gaza, scoperti o sguarniti. Il governo israeliano si troverebbe costretto a richiamare le riserve. Una protrazione di questa situazione significa una guerra di logoramento dell’esercito dei coloni e dell’economia (il ciclo produttivo verrà interrotto o comunque molto rallentato sia per mancanza di manodopera sia per il clima di insicurezza che mina gli investimenti interni ed esteri).

L’ANP tra due fuochi

Quelle israeliane contro l’Anp sono accuse dirette ed esplicite di “omissione di servizio” ovvero, l’Anp, secondo i sionisti, non fa nulla per sedare e reprimere le rivolte palestinesi (sic). In realtà sono le politiche israeliane in Cisgiordania ad essere l’unica causa di ciò che accade in Palestina con la continua colonizzazione, quindi, esproprio di terra, e l’abuso nella repressione con arresti indiscriminati (anche di bambini molto piccoli), con ferimenti o uccisioni, anche questi indiscriminati e ingiustificati.
Essi, i sionisti hanno svuotato l’Anp relegandola al ruolo di poliziotti al servizio dell’entità sionista e dei coloni. L’assedio economico sionista contro l’Anp minaccia persino la sopravvivenza della stessa e con i risultati raggiunti dalle forze della resistenza palestinesi a Gaza, oggi l’ANP conta un bel niente, persino la base di AlFatah, la fazione politica che appoggiava e sosteneva Abu Mazen e i suoi scagnozzi, oggi si schiera contro esplicitamente.
Qualsiasi mossa faccia l’Anp, rischia di provocare una risposta popolare in grado di porre fine a questo lungo processo di tradimenti.
Usa, Europei e donatori internazionali, tutti chiedono all’Anp di intervenire con maggiore forza e contenere, per lo meno, questa situazione. Nessuno chiede mai niente ai sionisti di moderarsi e allentare la pressione sulla popolazione palestinese. Anzi, gli yankee, ricordiamolo, hanno dato luce verde ai sionisti di intensificare la colonizzazione in Cisgiordania quale premio per il loro silenzio o almeno la moderazione del tono delle critiche sull’eventuale accordo con l’Iran sul nucleare.
Detto questo e vista la situazione penosa nella quale versa l’Anp bisognerebbe vedere fino a che punto le forze di “sicurezza” della Sulta (ANP) asseconderebbero una politica di repressione su larga scala anche contro le proprie famiglie, già, perché ogni agente rischia di vedere i propri familiari repressi duramente dai propri colleghi. Una situazione molto ingarbugliata che sarà difficile risolvere nella direzione tracciata dalle forze di occupazione sionista e loro sostenitori internazionali.
Fatta questa premessa va detto che la situazione in Cisgiordania è più che bollente. Gli scontri hanno raggiunto un punto di non ritorno. Attualmente non c’è un posto in Cisgiordania, piccolo o grande che sia, che non sia coinvolto in scontri armati. Allo scopo di fermare questa ondata di ribellione gli israeliani hanno gettato nella mischia altri 20.000 soldati super armati e sostenuti da una flotta di droni con duplici funzioni (anche droni kamikaze). Le preoccupazioni dell’entourage politico e militare sono:

  • l’avvicinarsi delle feste ebraiche
  • – le elezioni politiche che si terranno il 3 novembre.

A Gerusalemme più di 5000 poliziotti sono stati aggiunti al corpo di polizia municipale per garantire la sicurezza dei coloni nazional-religiosi che durante le feste ebraiche sono soliti invadere Gerusalemme e la spianata delle moschee.

Burkina Faso tra interessi imperialisti e protagonismo popolare

Sulla scia degli insegnamenti del rivoluzionario Thomas Sankara

Tra il 30 settembre e il 2 ottobre 2022 si è consumato un nuovo colpo di Stato in Burkina Faso, guidato dal capitano Ibrahim Traoré e sostenuto dal corpo militare di élite ‘Cobra’, dopo solo otto mesi da quello precedente.
Ci sono voluti tre giorni di manifestazioni popolari e scontri e la mediazione dei leader delle comunità tradizionali e religiose per costringere alle dimissioni il tenente-colonnello Paul Henry Damiba, presidente in carica, autoproclamatosi a seguito del suo colpo di Stato avvenuto nel gennaio scorso, e capo del Movimento Patriottico per la Salvaguardia e la Restaurazione (MPSR).
Le condizioni poste per le sue dimissioni da Damiba, rifugiatosi a Lomé in Togo, sono state quelle di aver garantita l’amnistia per lui, la sua famiglia e i militari che gli erano rimasti fedeli, ma soprattutto l’impegno dei nuovi militari al potere di proseguire il processo di riconciliazione nazionale e il rispetto delle scadenze previste per il ritorno all’ordine costituzionale entro luglio 2024.
La motivazione principale avanzata da Traoré per il colpo di Stato consiste nella totale incapacità del suo predecessore a far fronte efficacemente al terrorismo dei gruppi della Jihad Islamica che ha portato alla perdita del controllo su circa il 40% del territorio nazionale e la continua degradazione della sicurezza, che pure erano state le priorità dichiarate da Damiba.
Il nuovo colpo di Stato è stato accompagnato da grandi manifestazioni popolari di giubilo nella capitale Ouagadougou e in altre città e da un tentativo di assalto all’ambasciata francese, con l’accusa ai militari di quel paese, che ha smentito, di aver dato rifugio a Damiba nella propria base militare di Kamboinsin. Si calcola che siano scese in piazza più di un milione di persone, cifra enorme se si considera che il Burkina Faso conta un totale di circa 19 milioni di abitanti.
L’appoggio popolare al nuovo colpo di Stato si spiega con lo stato di esasperazione generalizzato dovuto al rapido deterioramento delle condizioni di vita delle masse popolari: l’inflazione è arrivata a superare il 18% nei mesi scorsi, ma con i prezzi dei generi alimentari aumentati di oltre il 30%, a cui si aggiunge la drammatica situazione nell’est e nel nord del paese. In queste zone del Burkina, come in Mali e in Niger, imperversano le bande di jihadisti islamici che, quando non si lanciano in uccisioni di massa (si calcola che siano state massacrate almeno 10.000 persone), pretendono il pizzo dalle popolazioni locali; tutto questo ha provocato lo spostamento di oltre 1,5 milioni di abitanti dalle loro abitazioni e attività, rendendo la vita normale, in quelle zone, praticamente impossibile.
Nei giorni successivi, Traoré, oltre ad assumere la carica di Presidente della Repubblica, ha preso anche le redini del MPSR dichiarando l’intenzione di rispettare gli impegni già presi dal suo predecessore e in particolare l’agenda dettata dalla Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (ECOWAS, Economic Community of West African States). Intenzione confermata negli incontri con il corpo diplomatico accreditato nel paese e le organizzazioni internazionali (ONU, Unione Europea, Banca Mondiale ecc.) e con la delegazione della stessa ECOWAS, accolta tuttavia da manifestazioni popolari che ne contestavano il ruolo e l’agenda, nelle quali si potevano vedere sventolare alcune bandiere russe e ascoltare slogan contro la Francia e a favore della cooperazione Russia-Burkina.
Forse non a caso, lo stesso giorno Evgenij Prigozhin, fondatore dell’organizzazione militare mercenaria russa Wagner, ha dichiarato il suo sostegno a Traoré e ha dato disponibilità a mettere a disposizione l’esperienza degli istruttori russi, presenti nella Repubblica Centrafricana, per l’addestramento dell’esercito del Burkina, qualora le autorità lo avessero richiesto. Immediata la reazione degli Stati Uniti che hanno messo in guardia i nuovi militari al potere dal rischio di un’alleanza con i mercenari di Wagner.
Non è un mistero che il Burkina Faso sia nel mirino delle potenze imperialiste, non solo della Francia di cui era colonia e che ha imposto proprie basi militari in loco, ma anche degli Stati Uniti, della Russia e perfino dell’Italia che nel luglio del 2019 ha stipulato con lo Stato africano l’Accordo tra il Governo della Repubblica italiana e il Governo del Burkina Faso relativo alla cooperazione nel settore della difesa. Il Burkina, infatti, è ricco di importanti risorse minerarie ed è tra i cinque paesi maggiori produttori di oro del continente africano.
Fin dall’indipendenza dalla Francia ottenuta nel 1960 (allora con il nome Alto Volta), il paese è stato oggetto delle mire dell’imperialismo, a partire da quello francese. L’ingerenza imperialista fu interrotta per il breve periodo rivoluzionario della presidenza di Thomas Sankara, dal 1983 al 1987, nel quale fu promossa l’autosufficienza alimentare, fu creata una rete di presìdi sanitari pubblici, furono bloccati gli affitti, fu combattuta la corruzione, fu attuata una politica contro la desertificazione delle terre, fu avviata una campagna contro l’analfabetismo, contro i matrimoni forzati e contro la pratica della mutilazione dei genitali femminili, nonché altri provvedimenti che elevarono significativamente il livello di vita degli strati più poveri della popolazione.
Una politica che scontentò molti settori della borghesia e della piccola borghesia del Burkina ma contribuì a creare coscienza tra le masse popolari che ancora oggi sono tra le più politicizzate del continente africano.
In politica estera, quel periodo si caratterizzò per la strategia antimperialista, per la promozione dell’unità panafricana, il sostegno ai movimenti di liberazione del continente, la condanna aperta del Franco CFA, moneta di retaggio coloniale attraverso cui la Francia riesce a controllare le finanze delle sue ex-colonie, il rifiuto di pagare il debito estero che implica politiche di austerità imposte da Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale e che provocano una forte riduzione dei livelli di vita delle masse popolari e favoriscono la penetrazione delle multinazionali occidentali.
Questa politica di indipendenza dalle potenze occidentali e dalle loro istituzioni economiche e finanziarie e che metteva al centro i bisogni dei lavoratori e delle masse popolari era intollerabile per l’imperialismo, in particolare per quello francese, che oltretutto temeva un ‘contagio’ rivoluzionario nei paesi confinanti: nell’ottobre del 1987 un commando di uomini armati assassinò Sankara e 12 suoi stretti collaboratori. Il mandante era Blaise Campaoré, per conto degli imperialisti francesi e statunitensi.
Campaoré, che pure era stato a fianco di Sankara nelle prime fasi rivoluzionarie, si fece portatore degli interessi di alcune frazioni della borghesia, della piccola borghesia e di una parte dei vertici militari, allarmati dalla portata e dalla velocità dei cambiamenti sociali; governò in modo dittatoriale per 27 anni, reprimendo in modo sistematico qualsiasi tentativo di opposizione organizzata, senza lesinare la pratica degli omicidi politici e alimentando in modo clientelare il riemergere della corruzione diffusa; in politica estera divenne, negli anni, il punto di riferimento degli interessi di Francia e Stati Uniti assumendo il ruolo di mediatore nella gestione delle numerose crisi politiche che si produssero nell’Africa occidentale.
Campaoré fu destituito a furor di popolo nell’ottobre del 2014 da una sollevazione che vide scendere nelle piazze e assalire il parlamento masse popolari, lavoratori, giovani – oltre 1,5 milioni di persone – a seguito del suo tentativo di modificare la Costituzione, promulgata nel 1991, per garantirsi il proseguimento del proprio mandato oltre il 2015; fu salvato dall’intervento delle forze speciali francesi che lo trasferirono in elicottero in Costa D’Avorio, paese che gli concesse la cittadinanza ivoriana per impedirne l’estradizione, eseguendo gli ordini dettati dalla Francia.
Proprio in aprile di quest’anno è terminato a Ouagadougou il processo – il primo in Africa a carico di un ex-dittatore – che ha condannato in contumacia Campaoré all’ergastolo per “minaccia alla sicurezza dello Stato” e “complicità nell’omicidio” di Thomas Sankara e dei suoi collaboratori; resta invece aperto il filone del processo sulle responsabilità internazionali: i governanti, in carica all’epoca, di Francia, Stati Uniti, Costa D’Avorio, Libia, Togo e Liberia sono accusati di “complotto internazionale” per eliminare Sankara.
Nel 2015 si svolsero regolari elezioni vinte dal Movimento del Popolo per il Progresso (MPP) che portarono Roch Kaboré, suo principale esponente, alla presidenza del Burkina.
Kaboré non riuscì a sanare le rivalità all’interno della borghesia, governando senza lasciare alcuno spazio alle opposizioni e alle istanze popolari: tra gli altri provvedimenti liberticidi, decretò lo stato di emergenza su tutto il territorio nazionale, mise in atto gravi restrizioni al diritto di manifestare e al diritto di libera circolazione.
Il suo MPP rappresentava gli interessi della frazione di borghesia che si opponeva a quelli rappresentati dal Congresso per la Democrazia e il Progresso (CDP) fondato da Campaoré nel 1996 e che sopravvisse alla sua caduta.
Kaboré, inoltre, si dimostrò del tutto incapace a contenere le bande di jihadisti che imperversavano nell’est e nel nord del paese, affidandosi completamente all’intervento della Francia e dei suoi corpi militari speciali; la potenza ex coloniale, tuttavia, non aveva interesse a risolvere la questione alla radice ritenendo che la destabilizzazione strisciante dell’Africa occidentale avrebbe meglio garantito la possibilità di mettere le mani sulle enormi e preziose risorse minerarie presenti nella Regione.
Furono questi i motivi alla base del colpo di Stato di gennaio di quest’anno di Damiba e del suo MPSR, visto di buon occhio dal CDP che, nella politica di riconciliazione nazionale del MPSR, intravedevano la possibilità di ritagliarsi una fetta di potere: significative le voci circolate a luglio di quest’anno di un ritorno in Burkina di Campaoré, malgrado la sua condanna all’ergastolo di pochi mesi prima.
Damiba, proprio con la promessa – non mantenuta – di combattere efficacemente la presenza delle bande jihadiste, inizialmente riuscì a ottenere un certo consenso anche da ampi settori delle masse popolari, esasperati dalle tragiche conseguenze delle incursioni della Jihad Islamica.
La situazione attuale nel Burkina Faso, dopo il nuovo colpo di Stato di Traoré dei giorni scorsi, comunque non è ancora stabilizzata: a fronte di voci che parlano di una volontà degli alti gradi militari di riprendersi il potere, continuano le manifestazioni a sostegno del capitano Traoré, soprattutto da parte dei giovani che in Burkina sono la maggioranza (l’età media della popolazione è 17 anni).
Si tratterà di capire se Traoré agirà in continuità con il MPSR, come dichiarato, o se sarà costretto a prestare ascolto alle istanze delle masse in fermento.
In ogni caso le masse popolari, i lavoratori e i giovani del Burkina Faso hanno dimostrato a più riprese una grande consapevolezza e volontà di lottare per la propria dignità ed emancipazione, sulla scia degli insegnamenti del rivoluzionario Thomas Sankara.

ULPC 9 ottobre 2022

Sulla lotta dei prigionieri e delle prigioniere palestinesi

I prigionieri sono parte attiva della lotta di un popolo che si rifiuta di essere diviso e isolato

Settembre 2022: oltre 1200 prigionieri palestinesi hanno iniziato lo sciopero della fame per costringere il regime colonialista nazisionista ad implementare e realizzare tutti gli accordi che servono a rendere più facile la vita in carcere dei palestinesi.
È passato un anno dalla famosa evasione dei sei prigionieri dal carcere di massima sicurezza israeliano, da allora le autorità carcerarie nazisioniste hanno azzerato tutti gli accordi ed hanno avviato una campagna di repressione e punizioni collettive, in particolare nei confronti dei prigionieri del Jihad Islamico. Il risultato è lo stravolgimento della vita quotidiana di ogni prigioniero con trasferimenti continui che impediscono persino l’ambientazione semplice.
Hanno ridotto i beni di consumo come le varie cibarie che si potevano comprare allo spaccio del carcere. Le visite dei familiari sono state cancellate, uso continuo dell’isolamento in celle insopportabili, cure mediche dei malati inesistenti e, soprattutto le continue retate nelle celle in cerca di chissà cosa mettendo sotto sopra le celle e sottoponendo i prigionieri a maltrattamenti e vessazioni di ogni genere.
Le rivendicazioni dei prigionieri sono richieste semplici che le autorità carcerarie devono garantire a prescindere, invece, nelle carceri sioniste persino le cose più elementari vengono negate. Al fine di raggiungere questi obiettivi i prigionieri si sono uniti in un corpo unico, hanno annullato le fazioni politiche ed istituito un alto comitato di lotta. Hanno azzerato l’organo di rappresentanza facendo in modo che le autorità non sappiano più con chi trattare e siano costretti a parlare e trattare con ogni singolo prigioniero.
Le cose si stanno complicando e la gestione della situazione è diventata impossibile. Naturalmente non sono mancati i tentativi repressivi volti a porre fine alla protesta ancor prima che iniziasse. Corpi speciali vengono richiamati e buttati nella mischia. Hanno provato a dividere i prigionieri a seconda della loro appartenenza politica e di mettere gli uni contro gli altri.
Va precisato che i prigionieri del Jihad Islamico e del Fronte Popolare sono coloro che subiscono la maggior dose dei maltrattamenti e della repressione in quanto sono gli elementi di maggior unità e saldatura con gli altri.
Il giorno di inizio dello sciopero della fame e dopo una settimana di scontri, le autorità carcerarie hanno abbassato la testa e accettato molte delle richieste avanzate dai prigionieri i quali hanno vinto la loro battaglia prima di incominciare. Sei mesi prima, però, era cominciata la battaglia di alcuni (5) detenuti/sequestrati in detenzione amministrativa. Quattro dei quali – e dopo alcuni mesi dello sciopero della fame – furono scarcerati, la loro condizione era precipitata e stavano rischiando la morte. Ne è rimasto uno, Khalil Awawdah, che malgrado le sue condizioni molto gravi le autorità carcerarie si rifiutavano di liberarlo. Sembrava una sentenza di morte per accanimento.
Questa voglia di assassinare Khalil nasce probabilmente da semplici motivi: appartiene al Jihad Islamico che attualmente è la fazione palestinese ritenuta dai sionisti la più pericolosa e, se questo non bastasse, Khalil è una persona molto istruita, un intellettuale carismatico e, per usare la terminologia di oggi è un influencer. È il tipo di personaggio tra i più ricercati dai servizi nazisionisti con l’intenzione di ucciderlo. Khalil per loro doveva solo morire, invece, è sopravvissuto a 172 giorni di sciopero totale della fame perdendo ben 51 chili di peso.
Sono state le sue immagini che hanno cominciato a circolare e riempire il web, le sue parole molto pacate hanno messo in grande imbarazzo gli amici/sostenitori dell’entità sionista, insieme alla solidarietà del popolo palestinese e al pericolo di una deflagrazione totale a convincere il boia a tornare sui suoi passi. Le parole di Khalil Awawdah rispecchiano il quadro in maniera molto chiara: “siamo un popolo che non si arrende, o la vittoria o la morte”. Lui ha vinto e hanno vinto tutti coloro che gli sono state vicini. Dal 2 ottobre Khalil è libero e in questo mese che gli è rimasto dovrà solo curarsi e riapproppriarsi della propria salute.

Il 20 settembre 2022

– i servizi della Sulta (ANP) arrestano 3 fedayn di Hamas a Nablus. L’arresto avviene in maniera brutale e visto l’alto grado di comando di uno dei tre, l’arresto provoca un’ondata di protesta e di scontri con i servizi dell’Anp nonché una forte reazione politica contro l’Anp stessa e la sua politica di perseguire la resistenza e i suoi dirigenti più carismatici. Questo passo dei servizi della Anp sembra una risposta di servilismo alle critiche e attacchi sionisti.

– il 20 settembre una trentina di compagni del FPLP sequestrati dai servizi nazisionisti e posti agli arresti amministrativi hanno dichiarato lo sciopero della fame che è iniziato il 25 settembre contro la prassi di questo tipo di arresto. Il totale degli arresti amministrativi è salito a toccare la cifra di 760. Ciò indica che i nazisionisti stanno cercando disperatamente di arrestare questa ondata prima che si estenda e raggiunga i livelli di una Intifada popolare vera e propria e diventi la scintilla di una deflagrazione ancora più generale che coinvolgerà quella armata di Gaza;

– 20 settembre, la polizia nazisionista nella città di Holon a sud est di Telaviv sospetta un attentato che ha provocato la morte di una donna anziana. Nei filmati delle telecamere si vede una persona vestita di nero scagliarsi contro questa donna con un oggetto pesante. Finora i resistenti palestinesi hanno cercato di non colpire le donne, gli anziani e i bambini, perciò, questo fatto desta sospetto sulla natura di questo assassinio che sa di un crimine comune che si vuole addossare alla resistenza palestinese con lo scopo di screditarla.

Il rapporto tra il popolo palestinese e i prigionieri

Più di vent’anni fa un vecchio compagno palestinese dichiarava: “I combattenti sono come l’acqua pura che scorre nel letto del ruscello che supera rocce e ogni ostacolo che incontra”. Un popolo che ha superato sofferenze inaudite per rivendicare il suo diritto alla libertà: dall’inizio dell’occupazione sionista della Palestina circa il 20 per cento dei palestinesi è stato imprigionato almeno una volta, comprese 16.150 donne. Attualmente sono incarcerati 4.800 palestinesi, di cui 48 donne in condizioni disumane, 250 bambini, 760 sono invece i detenuti amministrativi. Cioè sottoposti alla pratica ereditata dal colonialismo inglese, attraverso la quale i sionisti incarcerano senza fornire prova delle accuse, senza processo e per un tempo indefinito.
I prigionieri sono parte attiva della lotta di un popolo che si rifiuta di essere diviso e isolato. La forza politica dei/le prigionieri/e sostiene e unisce la ferma resistenza popolare a Beta, nel campo di Jenin, la coesione dei palestinesi dell’an Naqb (in ebraico Negev) di fronte al continuo assalto della pulizia etnica, la resistenza di Gerusalemme, di Gaza e quella dei territori del ’48.

In Corea del Sud lotte contro il governo

Un appello contro la cricca di Yongsan, nemico affamatore del popolo

La Corea del Sud è infiammata da una crescente rabbia contro il presidente Yoon Suk-yeol che ha commesso crimini fraudolenti con le sue politiche antipopolari. Sono numerosi i sudcoreani che, insieme con le associazioni, tra le quali People’s Sovereignty Solidarity, la Confederazione dei sindacati coreani, la Federazione dei sindacati coreani e altre organizzazioni sindacali, gruppi sociali, giovanili e femminili manifestano contro la cricca Yoon arrivata al potere dopo aver attirato i sentimenti del pubblico con discorsi accattivanti.
Yoon Suk-yeol  ha sempre parlato di “politica per il popolo” in pubblico, ma poi ha creato l’ufficio presidenziale con amici e parenti, con un parco giochi per sua moglie e per i suoi accoliti. Ha formato il governo con amici intimi nominandoli ministri e viceministri. Ha trasformato procura, polizia, National Intelligence Service in sue guardie del corpo. Cerca in ogni modo di rimuovere i suoi rivali politici dagli organi progressisti dei circoli politici, sindacali e della stampa del paese.
Oggi,lontano dal venire incontro alle richieste popolari, il governo reprime duramente le proteste con la forza e con denunce, Infatti non si è mai verificata una tale resistenza nei confronti di un presidente, dopo soli 100 giorni dal suo insediamento. Davanti al palazzo presidenziale di Yongsan, dell’Assemblea nazionale e in tutta la Corea del Sud – comprese Seul, Busan e Ulsan – i manifestanti denunciano tutti i mali del governo corrotto: crisi economica, carovita, lavoratori sull’orlo del licenziamento, disoccupazione alta, frequenti vari tipi di disastri industriali e molti morti nei loro luoghi di lavoro, dipendenza dalle forze straniere, conflitto intercoreano, manovre di guerra,  la sua politica sfacciatamente pro-USA e giapponese, riducendo il Paese sempre più una colonia degli Stati Uniti e urlano gli slogan: “Yoon sei la radice di tutti i mali, dimettiti!” e “il governo Yoon con le tue proposte fallimentari, vattene!”. Strappano e bruciano le foto di Yoon e organizzano azioni più risolute: dimostrazioni, marce in strada, performance artistiche.
Il Fronte Democratico Nazionale Antimperialista della Corea del sud (AINDF), lo scorso 3 settembre ha lanciato un appello al popolo sudcoreano nel quale si chiede: “Costruiamo una resistenza nazionale per gettare in mare il capo della banda antipopolare di Yongsan”, nemico e affamatore del popolo, per cacciare Yoon e fargli fare la fine di ParkGeun-hyel’ex presidente (figlia del presidente e dittatore salito al potere con un colpo di Stato nel 1961) che era stata condannata a 20 anni di carcere per corruzione, e per una nuova politica e una nuova società.
In Corea del Sud la popolazione ha paura della guerra. La storia della politica sudcoreana è sempre stata sotto il controllo degli Stati Uniti e sempre corrotta, ma non c’è mai stato un peggioramento della situazione generale così importante.