Dalla Rsu Qf ex Gkn

Alle lavoratrici, ai lavoratori, al territorio, alle istituzioni, alle organizzazioni sindacali, lunedì 21 novembre, tutte le lavoratrici e i lavoratori, tutto il territorio, sono invitati all’assemblea permanente che si terrà presso Gkn alle h 20.30

Per sconfiggere la calunnia che grava su di noi. Una mobilitazione sociale per il lavoro viene bollata come “occupazione abusiva” per dare una patente di inagibilità al sito. Un meccanismo che inverte causa ed effetto: la lotta per il lavoro viene usata come alibi da una proprietà che non ha né lavoro né piano industriale. Questa ormai è una vicenda eccezionale, dove l’eccezione è chiamata a riscrivere la regola. Qua non c’è più tempo per il compitino. Chi pronuncia una sola parola su Gkn, è chiamato a dire come intende trasformare le parole in fatti. Nel corso dell’assemblea illustreremo le prossime iniziative, la situazione della fabbrica, i progetti di ripartenza, la nascita della Società di Mutuo Soccorso Insorgiamo, per spiegare la fabbrica pubblica e socialmente integrata.
Chi ha paura di questa fabbrica, di 300 lavoratori senza stipendio e di questa intera comunità? Non di certo noi, che questa fabbrica l’abbiamo costruita e vissuta. Non di certo il territorio che questa fabbrica l’ha difesa, conosciuta, abbracciata. Gkn è uno spazio inclusivo, sicuro, curato. Curato dagli stessi lavoratori, dalla stessa comunità. Da quei soggetti che oggi chiedono di poter mettere in campo progetti, azioni, idee per farla ripartire. Può avere paura di questa fabbrica solo chi la vuole distruggere, raggirare, ingannare. Ma se male non vuoi fare, paura non devi avere.
Che cosa è in gioco oggi in Gkn? Saremo un precedente positivo o l’ennesima beffa per un intero paese. Saremo la storia di una fabbrica che si risolleva insieme a un territorio o l’ennesima strana, torbida, operazione di deindustrializzazione silenziosa all’italiana. Come all’Electrolux, come alla Beakert, con tutta probabilità anche qua si sta verificando un meccanismo di chiusura silenziosa di un sito industriale, giocando al logoramento con chiacchiere, incontri che rimandano ad altri incontri, sbandierando concetti come reindustrializzazione e abusando di strumenti come gli ammortizzatori sociali slegati da uno scopo preciso. Ora, qua, si gioca lo scontro tra un paese che affonda nelle chiacchiere e lavoratori e comunità che colmi di dignità e competenze provano a risollevare una fabbrica come esperimento sociale collettivo e comunitario. Senza l’intervento pubblico e il progetto di fabbrica pubblica e socialmente integrata, Gkn è letteralmente spacciata.
Vi chiamiamo ancora una volta a stupire, a farvi un favore, a difendere questo nostro spazio perché sia realmente di tutte e tutti. Lunedì, riempiamo insieme l’assemblea permanente in fabbrica.

Alle h 20.30.Raccomandiamo puntualità per svolgere tutte le operazioni necessarie alla sicurezza di tutte e tutti.

Rsu Qf ex Gkn#insorgiamo

Prato: alla IronLogistics aggressioni e lotta

Dal SìCobas

Alla IronLogistics continua la lotta in difesa dell’occupazione, l’aumento delle paghe e la riduzione dell’orario di lavoro ai quali va tutta la nostra solidarietà. Una lotta attaccata sotto tutti i fronti anche attraverso l’aggressione con l’uso di squadracce fasciste utilizzate per fare desistere la protesta e garantire i profitti all’impresa.

Pubblichiamo il comunicato stampa diramato dal SìCobas

Ancora una volta un operaio finisce in ospedale mentre manifesta pacificamente per i propri diritti. Alì – uno dei ventidue licenziati della #IronLogistics – è uscito dal pronto soccorso con un trauma cranico ed una brutta ferita da taglio alla mano. Dodici giorni di prognosi che potrebbero aumentare visto che dovrà essere nei prossimi giorni visitato per valutare la necessità di un intervento chirurgico.
Ancora una volta una squadraccia organizzata da un’azienda ha approfittato della presenza di sole tre persone – gli altri si stavano dirigendo verso il Consiglio Comunale per parteciparvi – per consumare un’aggressione violenta e vile. Tra gli aggressori alcuni dipendenti “fedeli” e alcuni ignoti arrivati lì appositamente per picchiare. Alla loro testa il titolare de facto della IronLogistics Gianluca Ripoli.
Ancora una volta accade perché i protagonisti delle precedenti aggressioni sono sempre e tuttora rimasti impuniti: Gruccia Creations, Texprint. Dreamland. Una sequenza inquietante che continua a non incontrare freni.
L’aggressione aveva lo scopo di fare uscire due camion carichi di una parte dei macchinari che l’azienda ha smontato in questi giorni per procedere allo smantellamento dell’intero stabilimento.
In seguito all’aggressione è scattata l’occupazione della fabbrica. L’occupazione è terminata durante la notte dopo un lungo incontro tenutosi dentro l’azienda con il delegato del presidente della Regione Toscana Valerio Fabiani. Proprio in Regione Toscana il prossimo lunedì 21 novembre è previsto il tavolo di mediazione con la IronLogistics.
Si arriverà a questo tavolo con un operaio ferito e una fabbrica già smantellata come abbiamo potuto verificare e documentare durante le ore di occupazione. Ci aspettiamo ora che la Regione Toscana sia coerente con gli impegni presi stasera ed esprima prima e durante l’incontro di lunedì una chiara e forte posizione di condanna dell’operato dell’azienda sostenendo la richiesta di reintegro dei ventidue licenziati e il ripristino degli impianti produttivi nello stabilimento di via Ciulli 60. Proseguirà intanto ad oltranza il presidio davanti ai cancelli per impedire lo svuotamento della fabbrica.
La situazione era già gravissima prima dell’aggressione di oggi. A seguito delle nostre denunce pubbliche degli scorsi giorni l’azienda dichiarava alla stampa di non ritenersi in dovere di fornire spiegazioni in merito allo smantellamento di un impianto produttivo che impiega decine di dipendenti, arrivando a dichiarare espressamente – per il tramite del proprio legale Lisa Monni – che “Sono cose interne, sono dinamiche aziendali che riteniamo opportuno non riferire all’esterno”. Nessuna smentita o “rassicurazione” ad oggi è pervenuta dall’azienda in merito all’allarme lanciato dalla parte sindacale di star preparando un’operazione “chiudi e riapri” per eludere la vertenza sindacale oltre che agli effetti dei controlli ispettivi in corso e dei procedimenti attivati presso il Tribunale del Lavoro.
L’azienda non sarebbe nuova ad operazioni simili. La Cenci DOC di Gianluca Ripoli falliva nel 2014 con debiti fino a novemila euro per singolo lavoratore. Alla cessazione della Cenci DOC seguiva la nascita della IronLogistics, intestata formalmente alla moglie del Ripoli, con lo spostamento delle attività in via Ciulli.
Questo distretto è notoriamente affetto dalla malattia cronica dei “chiudi-e-riapri”. Gli stessi ventidue licenziati della Iron&Logistics lo sanno bene. Lo hanno già vissuto sulla propria pelle. Era il giugno del 2021 quando entravano in agitazione sindacale contro turni di 14 ore al giorno, paghe da 4 euro l’ora e la totale omissione dei contributi INPS. Anche in quel caso, la risposta della GD (precedente appalto presso cui erano impiegati) fu la recessione del contratto di fornitura di manodopera con la TopLine – società fittizia costituita al solo scopo elusivo – e lo smantellamento degli impianti produttivi di via Ettore Strobino. Fu quell’operazione – pensata per aggirare le sacrosante richieste dei lavoratori e i controlli ispettivi derivati da queste – che portò al dirottamento di macchinari e commesse presso la Iron&Logistics. Solo la mobilitazione sindacale garantì poi che insieme a macchinari e commesse la Iron&Logistics assorbisse anche i dipendenti della TopLine e che a questi fossero riconosciuti i diritti dovuti. È nel silenzio delle istituzioni che questo distretto è diventato anche terra di “delocalizzazioni interne”, dove fabbriche si “fanno e disfano” a scopi elusivi.
La battaglia dei ventidue lavoratori licenziati – ancora una volta – è una battaglia per la legalità e la dignità del lavoro in questo distretto. Il sindacato è determinato a portarla fino in fondo. La mobilitazione in questi giorni sarà permanente.

In Europa fiumi di protesta. E in Italia?

Verso lo sciopero del 2 dicembre

In Italia i sindacati di base stanno preparando (con difficoltà) lo sciopero generale per il 2 dicembre. Uno sciopero contro il carovita e la speculazione sul caro bollette, la guerra, le privatizzazioni, per l’occupazione, aumenti salariali e pensionistici, sicurezza sui posti di lavoro, per servizi efficienti, a partire dai trasporti, il diritto alla casa, per la difesa della sanità pubblica.
Le tariffe delle utenze salgono alle stelle, ma il movimento “io non pago” stenta a decollare. Mentre in altri Paesi appartenenti alla stessa Europa – praticamente oscurati dai mass-media nazionali – si svolgono scioperi di 24 ore di tutti i settori e oceaniche manifestazioni.

In Grecia i lavoratori sono scesi in piazza con il Pame – dal Pireo all’aeroporto internazionale e in almeno 60 città – contro l’aumento dei prezzi in corso, dove l’inflazione ha superato il 10% e nel settembre scorso ha toccato il 12%, mentre i prezzi del gas sono più che quadruplicati. Per i lavoratori l’alto costo della vita è insopportabile e chiedono salari più alti e protezione sociale per tutti.

In Belgio gli operai in sciopero chiedono la riduzione del prezzo dell’energia e la negoziazione dei salari per far fronte al potere d’acquisto dei cittadini. Nello sciopero del 9 novembre solo una linea metropolitana è rimasta operativa a Bruxelles dove anche il 55% dei voli in partenza è stato cancellato. L’aeroporto di Charleroi ha chiuso completamente. Anche gli ospedali hanno aderito allo sciopero lasciando funzionanti solo i pronto soccorso.

In Francia lo sciopero delle raffinerie scuote il Paese dal 20 settembre. Dopo una contrattazione collettiva tra la direzione della ExxonMobil, la più grande compagnia petrolifera del mondo, e i sindacati francesi le due raffinerie del gruppo sono entrate in sciopero, portando alla rapida chiusura di tutti gli impianti e privando il Paese del 27% della sua capacità di raffinazione. Sciopero ignorato dai media e dallo Stato sino al 27 settembre quando le raffinerie del gruppo Total – la quinta compagnia petrolifera al mondo e la più grande azienda francese – hanno scioperato. Dal 3 ottobre,“piattaforma Normandie” e bioraffineria La Mède vicino a Marsiglia sono state chiuse paralizzando il 60% della capacità di raffinazione del Paese, mentre molti altri impianti della Total sono stati bloccati dagli scioperi.

In Spagna, con lo slogan “Madrid se levanta en defensa de la sanidad pública” (“Madrid si solleva in difesa della sanità pubblica”) a Madrid il 13 novembre sono partiti simultaneamente dai quattro punti cardinali della città, nord, sud, est ed ovest, enormi cortei formati da infermiere/i, sindacati, associazioni sanitarie, servizi di assistenza primaria, concentrati poi a Plaza de Cibeles. Al centro della protesta è stata la richiesta di “una sanità pubblica al 100%, universale e di qualità” e contro “il piano di distruzione” della sanità pubblica.

Salari, occupazione e carovita sono al centro delle proteste in Gran Bretagna già dal mese di agosto (vedi categoria internazionale/movimento operaio) lanciate dagli operai del porto di Felixstowe e anche il movimento contro il carobollette si sta sviluppando.

In Italia non si sta meglio degli altri Paesi europei perché la politica di austerità imposta dalla UE, che invece spende miliardi per sostenere il regime nazista di Zelenskij, si manifesta con la disoccupazione, carovita, privatizzazioni – a partire dalla sanità – con i salari più bassi di tutta Europa.
Per questo dobbiamo intensificare il nostro lavoro politico e sindacale per respingere la nefasta influenza e l’abitudine alla delega dei sindacati confederali e dei partiti borghesi e pseudo riformisti. Organizzarsi e lottare per abbattere il capitalismo che sta dimostrando tutto il suo fallimento e che trova la sponda anche nel reazionario e demagogico neogoverno Meloni.

DOPO LO SCIOPERO GENERALE, IL 3 DICEMBRE TUTTE/I A ROMA!

3 dicembre Manifestazione nazionale

CONTRO LA GUERRA E IL CAROVITA: GIÙ LE ARMI, SU I SALARI

Sabato 3/12 ore 14 – Roma piazza della Repubblica – Manifestazione nazionale

Il governo Meloni ci sta trascinando sempre più dentro una spirale di guerra dagli esiti imprevedibili. L’Italia è evidentemente un paese belligerante e attivo nel conflitto, nonostante la grande maggioranza della popolazione sia contraria alla guerra e al conseguente forte aumento delle spese militari.
Per sostenere queste ultime, ci si chiede di aderire a una economia di guerra che si colloca in piena continuità con l’operato del precedente governo Draghi, e più in generale con tutti gli esecutivi che in questi anni ci hanno chiesto di pagare con l’austerità i costi di crisi che non abbiamo creato né voluto. Mentre i salari, le pensioni, i redditi da lavoro e gli ammortizzatori sociali sono al palo da anni, il fortissimo aumento dei prezzi per tutti i beni e servizi essenziali produce un peggioramento generalizzato delle condizioni di vita. Ormai arrivare a metà del mese è un problema, altro che alla fine…
E in questo contesto è inaccettabile che la gran parte dei sostegni vada alle grandi imprese! Altro che flat tax, taglio del cuneo fiscale, cancellazione del reddito di cittadinanza e riduzione dei servizi pubblici, controriforma della scuola e ulteriore taglio della sanità pubblica: serve che si colpiscano i grandi profitti e i patrimoni accumulati per decenni.
Le risorse ci sono, come dimostra la vicenda dei 40 miliardi di extraprofitti ottenuti con la speculazione sul prezzo del gas, e vanno messe a disposizione di salari, pensioni e per aumentare il reddito degli strati sociali più colpiti dalla crisi, in primis i precari e i disoccupati.
Anche le promesse avanzate nei mesi scorsi sul tema della conversione ecologica si sono tradotte in progetti di installazione di nuovi rigassificatori e inceneritori in diversi territori, utili al business dei soliti noti e non certo alla salvaguardia dell’ambiente. Si ricomincia a parlare di grandi opere inutili (come il Ponte sullo stretto), mentre scuole, università, strutture sanitarie, territori stravolti dal dissesto idrogeologico, dal cambiamento climatico e dalla speculazione cadono e franano letteralmente in testa alle persone che li attraversano.
In poche settimane, il nuovo governo ha già pienamente svelato la propria natura reazionaria, con l’attacco ai diritti e alle agibilità democratiche, la criminalizzazione degli immigrati e un ulteriore inasprimento della repressione del conflitto sociale e sindacale, come dimostra l’introduzione nel Codice penale del reato di occupazione abusiva e raduni illegali che rafforza e generalizza le norme repressive già esistenti.
Dai posti di lavoro alle scuole e alle università; dai movimenti per la difesa dell’ambiente alle realtà sociali e sindacali indipendenti e conflittuali: è ora di dire basta!

SI Cobas
Unione Sindacale di Base
Sindacato Generale di Base
Confederazione Unitaria di Base

seguono firme di adesione

A fianco di chi lotta nell’interesse di tutti!

riceviamo e volentieri pubblichiamo

Come denunciato da ‘Cobas lavoro privato’ di Autolinee Toscane,
l’azienda di trasporto ha sanzionato Luca, delegato sindacale, con 5
giorni di sospensione per aver esposto pubblicamente le reali
problematiche che creano disservizi agli utenti e agli stessi autisti.
La grave colpa è avere spiegato agli utenti che la responsabilità di
un trasporto pubblico indecente è dell’azienda e non certo dei
lavoratori, che come gli utenti subiscono le conseguenze di una
gestione disastrosa.
I padroni tentano di nascondere la realtà, tanto da voler impedire ai
lavoratori di denunciare le responsabilità dei disservizi nei servizi
pubblici: con le privatizzazioni, vogliono intascare soldi e
socializzare i costi accollandoli ai cittadini con il taglio delle corse e
ai propri dipendenti con tagli al personale, aggravando condizioni di
lavoro e di sicurezza.
Utilizzano pretestuosamente e strumentalmente la fedeltà
aziendale al fine di intimidire i lavoratori e i loro rappresentanti
sindacali per tappar loro la bocca fino a renderli complici delle loro
malefatte.
Noi lavoratori pratichiamo una sola fedeltà: alla lotta per condizioni
di lavoro dignitose, per la sicurezza nei posti di lavoro, per far
emergere la verità, nell’interesse della collettività.
Esprimiamo la più ampia solidarietà al delegato sindacale
sanzionato e al sindacato di appartenenza: ‘Cobas lavoro privato’ di
Autolinee Toscane.
Se toccano uno toccano tutti!

Coordinamento Lavoratori/Lavoratrici Autoconvocati
per l’unità della classe (CLA)

per contatti: coordautoconvocat2019@gmail.com

13 novembre 2022

Campionati di calcio e migliaia di morti da sfruttamento

Le ricette del capitalismo per la propria sopravvivenza

Oltre 6.500 lavoratori migranti – provenienti da India, Pakistan, Nepal, Bangladesh e Sri Lanka – sono morti in Qatar da quando il paese mediorientale ha ottenuto il diritto di ospitare la Coppa del Mondo di calcio 10 anni fa. Secondo il quotidiano inglese The Guardian – che cita fonti governative – una media di 12 lavoratori migranti provenienti da queste cinque nazioni dell’Asia meridionale sono morti ogni settimana dal dicembre 2010, mentre per le strade di Doha si celebrava la vittoria del Qatar.
Il bilancio totale delle vittime potrebbe però essere significativamente più alto visto che queste cifre non includono i decessi di un certo numero di lavoratori provenienti da paesi come Filippine e Kenya, e sono escluse anche le vittime degli ultimi mesi del 2020.
Negli ultimi 10 anni, il Qatar ha intrapreso un programma di lavori pubblici senza precedenti, in gran parte in preparazione per il torneo di calcio del 2022. Oltre a sette nuovi stadi, sono stati completati o sono in corso dozzine di grandi progetti, tra cui un nuovo aeroporto, strade, sistemi di trasporto pubblico, hotel e una nuova città, che ospiterà la finale dei Mondiali di calcio.
Un sacrificio umano nel nome del profitto e del calcio spettacolo che movimenta miliardi. Altro che sport!
Supersfruttamento, morti sul e da lavoro, guerre, distruzione ambientale e fame sono le ricette del capitalismo per la propria sopravvivenza.

Prato. Licenziamenti e brutale violenza

Sgomberato il presidio degli operai licenziati dalla Iron&logistics

Era arrivato per citofono il licenziamento di 22 operai della ‘Iron&Logistics’, azienda di proprietà italiana, che si occupa di stireria e logistica in conto terzi per griffe di moda. I lavoratori si sono presentati in azienda, ma il loro badge d’ingresso non funzionava e al citofono gli è stato comunicato il licenziamento.
Gli operai licenziati – tutti di origine straniera e considerati ‘scomodi’ per avere denunciato il ritardo cronico dei pagamenti del salario e richiesto l’applicazione del contratto – con l’aggravante di essere iscritti a un sindacato (Si Cobas).
Già dai primi giorni di ottobre i lavoratori avevano organizzato la protesta con un presidio sindacale, centro di solidarietà di altri lavoratori. Alle 3 di notte del 21 ottobre polizia, carabinieri, guardia finanza e polizia municipale, sostenuti da 1 elicottero, hanno attaccato le tende del presidio dove gli operai dormivano, e con violenza e cattiveria l’hanno sgomberato distruggendolo e portando 7 lavoratori in questura dove, tra i vari capi di accusa, li aspetta anche una multa di 176 euro per occupazione di suolo pubblico.

Riportiamo il comunicato SiCobas di Prato, uscito immediatamente.

“Tende, tavoli, striscioni, bandiere, gazebi: un presidio sindacale distrutto, come spazzatura. 7 persone svegliate mentre stavano dormendo, da 4 reparti antisommossa e un elicottero, infilate nelle volanti con violenza, come spazzatura. La coordinatrice sindacale Sarah Caudiero, arrivata sul posto, presa e portata in Questura.
A Prato oggi si è consumato un fatto di una vergogna inaudita. I presidi sindacali in questa città venivano distrutti dalle squadracce fasciste nel Ventennio, e negli scorsi anni dalle squadracce delle aziende con tirapugni e mazze da baseball. Oggi questo lavoro se l’è assunto la Questura.
Forse ancora non hanno capito che questi lavoratori non sono spazzatura. Che iscriversi al sindacato è un diritto, anche nel distretto tessile. Che a testa bassa in fabbrica non ci si entra più. Che siamo uniti, forti, che tocca uno tocca tutti non sono parole ma la realtà quotidiana degli operai.
Tintoria Fada, DL, Sunshine, GM, 2020, Superlativa, Panificio Toscano, Pelletteria Rcl, Gdi, Arcobaleno, Digi Accessori, Texprint, Ritorcitura Duemila, D-Tex, ImportaEsporta, Chen Lumei. Questa mattina lo sciopero provinciale in solidarietà alle persone fermate ha coinvolto tutto il distretto ed è arrivato sotto i portoni della questura di Prato, dove questa forza ha fatto sì che le 8 persone venissero rilasciate.
Ma la giornata di lotta continua, perché questo fatto è troppo grave, e proporzionata sarà la risposta dei lavoratori, con il sorriso in faccia che non ci toglieranno mai. Oggi, domani, fino alla vittoria. Come sempre.
Seguiteci per scoprire dove continuerà questa grande giornata di lotta e raggiungerci!”
Si Cobas

IRAN: EMANCIPAZIONE DI CLASSE O RIVOLUZIONI COLORATE

comunicato ULPC

Se non affrontiamo quanto sta accadendo in Iran con l’ottica di classe non saremmo in grado di capire appieno la portata degli eventi e la loro reale collocazione sociale e politica.

Non possiamo dimenticare il ruolo fondamentale che l’Iran ha ricoperto e ricopre nell’appoggio alla resistenza araba contro la penetrazione imperialista attuata da Israele e Stati Uniti d’America in Medio Oriente; Libano, Siria, Palestina, Yemen, resistono grazie all’apporto politico, militare ed economico iraniano.

Come comunisti non siamo certo fautori di leggi e governi islamici, ma gli avvenimenti che si sono succeduti in Iran con la morte della giovane curda Mahsa Amini, dopo essere stata arrestata perché non indossava correttamente il velo, secondo le notizie diffuse dal sistema informativo, ricordano molto quanto già accaduto in altri paesi Siria, Libia, Ucraina, con le cosiddette rivoluzioni colorate costruite e condotte con una stessa strategia ben studiata e attuata dall’imperialismo occidentale per rovesciare governi avversi e ostili alla sua politica espansiva.

Le giuste manifestazioni per rivendicare maggiori libertà sociali sono state accompagnate da violenze e attentati che hanno coinvolto e ucciso manifestanti e forze di polizia, come nelle tristi giornate del colpo di Stato in Ucraina del 2014. La propaganda mediatica attuata dal sistema informativo occidentale nasconde le violenze perpetrate da gruppi organizzati finanziati dall’occidente.

Un dato che accomuna tutte le mobilitazioni che hanno contraddistinto le rivoluzioni colorate, è la completa assenza dei temi di classe e dei lavoratori in quanto classe organizzata e portatrice di rivendicazioni molto più avanzate delle semplici parole d’ordine borghesi inneggianti a generiche libertà, che, come ormai ampiamente dimostrato dalla storia, non liberano i lavoratori dalla loro condizione di sudditanza dal potere del capitale e lasciano i popoli indifesi nelle mani di governi reazionari e corrotti.

I soprusi e l’oppressione compiuti contro le donne si superano solo se avanzano le conquiste sociali di classe e si libera la classe lavoratrice dalla schiavitù del capitale.

I reali cambiamenti politici, sociali, economici, possono avvenire in Iran come in Italia solo se le lotte sono organizzate e guidate dalla classe proletaria per il sostanziale cambiamento delle regole della società borghese capitalista.

Elezioni del 25 settembre

Estorcere il consenso per imporre l’agenda Draghi con o senza il “migliore”

Estorcere il consenso per imporre l’agenda Draghi con o senza il “migliore

Le istituzioni democratico-borghesi non sono un luogo di confronto neutro, ma sono plasmate intorno alle necessità della produzione capitalistica e della riproduzione del potere borghese. Per tale ragione è necessario sgombrare il campo da qualsiasi illusione che possa essere utilizzata per migliorare le condizioni del proletariato e, più in generale, delle masse popolari e tantomeno che possa essere uno strumento per abbattere il sistema capitalistico, visto che ne sono espressione.

Chi crede nell’utilità delle stesse elezioni mostra un atteggiamento che ha poca coerenza con chi si dichiara comunista. Lo affermiamo nel rispetto di posizioni differenti e di chi è attivamente coinvolto nella tornata elettorale. Le elezioni hanno sistemi elettorali distanti anni luce da una democrazia popolare. Sono vincenti per il potere, sono perdenti per i senza potere.

In una fase dove, sempre meno elettori ed elettrici si recano alle urne, i comunisti dovrebbero impegnarsi per riportarli al seggio? O è più utile allargare la forbice tra Stato e masse popolari? Dobbiamo rincorrere la legittimazione elettorale o concorrere a una sua delegittimazione? La realtà e la fase impongono questa seconda indicazione nei confronti dello Stato e delle proprie rappresentanze istituzionali e partitiche.

Sosteniamo e sviluppiamo un percorso di lotta e unità che deve poggiare su basi di classe, frutto di impegno costante nelle iniziative di lotta indipendentemente da appuntamenti elettorali e che siano funzionali a rafforzare la controffensiva proletaria e la lotta per la ricostruzione del Partito comunista.

Riteniamo, inoltre, che porre la questione della rappresentanza di classe sul piano istituzionale sia un errore se slegato dalla partecipazione attiva della stessa classe, della parte più combattiva e determinata, alla ricostruzione del proprio Partito.

Una deviazione politica che ha condotto all’attuale incapacità di uscire dal circolo vizioso di alleanze strumentalmente elettoralistiche, destinate al fallimento e alla sconfitta perché prive del sostegno di un blocco sociale di classe di riferimento, in grado di imporre nel paese la trasformazione rivoluzionaria nella direzione del socialismo-comunismo.

Per queste ragioni, non partecipiamo alla competizione elettorale del 25 settembre, ritenendo che il voto alle forze politiche presenti nella tornata elettorale sia utile al rafforzamento dei padroni e di politiche antioperaie e antipopolari e contrarie agli interessi delle classi lavoratrici e dei ceti popolari.

Occorre: – organizzarsi e mobilitarsi sulle questioni sociali e sindacali; – unirsi e organizzarsi nella lotta per la ricostruzione del Partito comunista.

L’affluenza alle urne legittima lo Stato, il voto utile è organizzarsi
e lottare per gli interessi e i bisogni di classe e della classe!

Unione di Lotta per il Partito Comunista (ULPC)

unionedilottaperilpartitocomunista@tutanota.com