Dal movimento No Tav…

riceviamo e volentieri pubblichiamo

Informazioni e riflessioni su un’opera inutile, dannosa, costosa!

Lo Stato non ha chiesto alla popolazione della Valsusa se era d’accordo con il Tav. Anzi, è andato avanti quando essa ha manifestato che non era d’accordo: con solidi argomenti, apertamente, massicciamente, pacificamente. Anzi, lo Stato ha imposto il Tav con la violenza, ha militarizzato il territorio, addirittura con l’esercito, come in guerra: le zone rosse, i decreti sicurezza, l’innalzamento delle reti. C’è ora da stupirsi se alla violenza si sta rispondendo con la violenza? Quale sarà la spirale della violenza? Sempre più militari, minoranze sempre più disperate.
La soluzione c’è. Eliminare la violenza: chiudere un’opera che non ha mai avuto senso.
A fine anni ’80 Tangentopoli progettò la follia del treno ad alta velocità (Tav) da Lione a Torino, come non bastasse che i passeggeri viaggiassero già sul Tgv e le merci sulla Torino-Modane, sotto il vecchio traforo del Frejus. La follia del capitale giustificava con la previsione di un aumento vertiginoso del traffico merci e passeggeri fra Italia e Francia negli anni 2000, anzi di un Tav che andava dal Portogallo all’Ucraina.
Gli avvenimenti di questi 30 anni possono giustificare la prosecuzione di questa follia? Che ha ingoiato miliardi su miliardi senza che le sia riuscito di scavare un centimetro del “tunnel di base”: tutti sanno che non si farà mai, non ci sono soldi, ai francesi non frega nulla.
Una follia inutile (utile solo a capitale e politica) e dannosa e violenta. A questa follia di costi senza benefici si ribellò, si sta ribellando la popolazione della Val Susa già sfregiata dalla vecchia ferrovia Torino-Lione, dall’autostrada A32 e da due statali, con infiltrazioni tangentizie e ’ndranghetiste. Da oltre 30 anni si sta opponendo il Movimento No Tav: il più appassionato e partecipato dei movimenti democratici dal basso. Cittadini di ogni età, ceto, censo e professione, sindaci e assessori, religiosi, scienziati, riuniti in cortei, manifestazioni e feste per difendere la salute e l’ambiente. No Tav è la bandiera dei movimenti italiani.
A questa follia neppure oggi si oppone la politica, perché il Tav è una mangiatoia: partita da 5 miliardi e ora verso i 25. Nessun partito ha in programma di disdire il trattato italo-francese. Neppure il M5S, che con il governo Conte1 persero fino all’ultimo voto in Valsusa. Ma tutti i partiti, e i loro media, ignorando per l’ennesima volta 20.000 manifestanti, non vanno oltre alla condanna della violenza per gli scontri e le devastazioni esibite sulle TV, fino a criminalizzare l’intero movimento No Tav, che non prende le distanze ma rivendica tutte forme di protesta: “Reagiamo alla devastazione che ci viene inflitta. Un popolo che si difende dalla violenza dei governi è un popolo che spera ancora di potersi liberare”.
A caccia di ogni dissenso, la Meloni corre a mostrare il pugno duro e manganello cercando di anticipare Vannacci, ovviamente non contro gli incappucciati ma identificando illegalmente campeggiatori e viaggiatori. L’opposizione, accovacciata sulla mina sicurezza tra distinguo bellicisti e imbarazzi securitari, “giù le mani dalla Valsusa” non lo chiede al governo Meloni né al governo che intenderebbe instaurare.

Acca di Seano, aggiornamento

Dal Sudd Cobas la revoca del provvedimento del 14 luglio, del Tribunale di Pisa

Il Tribunale di Pisa ha revocato il provvedimento del 14 luglio che ordinava al Sudd Cobas la fine del picchetto alla ACCA di Seano.

La decisione è stata ribaltata di fronte agli argomenti della nostra difesa. 
È stata presa dallo stesso giudice che aveva precedentemente emesso il provvedimento «inaudita altera parte», cioè senza contraddittorio. Ieri i nostri legali hanno avuto finalmente la possibilità di smontare pezzo per pezzo le accuse e le tesi delle aziende.
L’offensiva giudiziaria di ACCA e dei pronto moda contro il diritto di sciopero è sempre più una debacle. Intanto i picchetti negli ultimi giorni si sono moltiplicati e, anche sotto l’assedio, quello a Seano non si è mai interrotto. È la forza delle sue ragioni ad alimentare la lotta. 

La lotta ACCA è sempre di più una lotta per affermare il primato delle vite umane sulla merce. 
E i nostri corpi continuano a essere lo strumento fondamentale per questa affermazione. Gli stessi corpi che in nome della merce sono stati sfruttati, consumati e bastonati oggi sono lì a dirvi: valiamo più della vostra merce e dei vostri profitti. 
Attaccano il diritto di sciopero perché vogliono impedire la possibilità stessa di questa affermazione. 
Noi la difenderemo sempre con le unghie e con i denti. Davanti agli assalti dei caporali e nelle aule dei tribunali. Ma soprattutto continuando a esercitarla, che è quello che più conta.

MORIRE A 18 ANNI

Riceviamo e pubblichiamo

Fabrizio Pittalis aveva 18 anni, abitava con la famiglia a Orotelli (Nuoro) e studiava agraria all’Istituto di istruzione superiore Don Deodato Meloni di Oristano, che frequentava vivendo in convitto. In attesa del diploma, l’anno prossimo, si era trovato un lavoro estivo. Non il classico “lavoretto”, ma un lavoro vero e proprio nell’impianto di stoccaggio e trattamento dei rifiuti di Tekno Service Italia a Oniferi (Nuoro). Fabrizio è morto poco dopo le 6 di venerdì 24 luglio nel piazzale dell’azienda, colpito alla testa dalla benna di un mezzo condotto da un collega. Un colpo devastante, che ha ucciso il ragazzo sul posto. La Procura di Nuoro ha indagato per omicidio colposo il titolare dell’azienda e l’operatore alla guida della macchina, ma non ha ritenuto di disporre l’autopsia, riconsegnando il corpo alla famiglia (genitori e due fratelli), per i funerali che si terranno sabato 25 luglio alle 18 nella chiesa dello Spirito Santo di Orotelli. Per l’occasione il sindaco Tonino Bosu ha proclamato il lutto cittadino. «Siamo senza parole, sotto choc – ha detto Bosu all’Unione Sarda – Un ragazzino solare, sempre sorridente. Era appassionato di cavalli, sempre presente alle manifestazioni del paese e componente del gruppo di Sos Thurpos».

Fabrizio Pittalis non è il primo under 20 morto quest’anno sul lavoro in Italia e nemmeno il più giovane: è il sesto nome di una lista che comprende un sedicenne (Alberto Fioretto), un diciassettenne (Youssef Salah), un diciottenne (Andrea Salvati) e due diciannovenni (Ullah Ismat Qiemi e Simone Argenti). Resta da capire – e questo sarà il compito principale degli inquirenti – se avesse ricevuto la formazione per il lavoro che doveva affrontare e quale fosse la sua posizione contrattuale. Massimo Alberti su Radio Popolare racconta che Fabrizio era stato inizialmente notificato alla Cgil come un addetto alle pulizie e successivamente come addetto a carico e scarico. “Non capiamo perché un ragazzino di 18 anni, senza formazione specifica, possa essere stato adibito a una mansione tanto delicata in uno spazio di movimentazione mezzi e merci – ha detto ad Alberti la segretaria Cgil di Nuoro, Domenica Moravera – Qui ci sono problemi anche legati ai contratti a tempo determinato: servono per tamponare le emergenze, ma le aziende spesso non praticano adeguata formazione”.

#fabriziopittalis #mortidilavoro



Tribunale di Pisa: decisione gravissima

riceviamo dal SUDD Cobas un aggiornamento sull’attacco ai diritti sindacali

dal Sudd Cobas

Oggi il Tribunale di Pisa ha sferrato un attacco inaudito al diritto di sciopero e all’art.40 della Costituzione.
Su richiesta di alcuni prontomoda, ha dichiarato illegittimo lo sciopero alla ACCA e ordinato al SUDD Cobas lo scioglimento del presidio sindacale. Lo ha fatto negando al sindacato ogni diritto alla difesa.
Solo pochi giorni fa il Tribunale di Prato ci aveva dato ragione.
Aveva respinto un ricorso identico presentato dai prontomoda e a cui si era unita anche la ACCA. Il giudice del Tribunale di Prato li aveva anche condannati al pagamento delle spese legali in favore del sindacato. Oggi abbiamo appreso dalla stampa – prima ancora che alcun provvedimento ci fosse notificato – come un ricorso identico presentato al Tribunale di Pisa sia stato invece accolto. 
Il Tribunale di Pisa ha deciso con provvedimento inaudita altera parte: senza nessuna udienza e nessuna possibilità di contraddittorio. 
Ci è stato impedito ogni diritto di difesa. È qualcosa che non ha precedenti. La decisione del giudice si basa su una valanga di menzogne affermate nel ricorso da parte delle aziende. Menzogne che sono state «prese per buone» ed erette a verità senza averle nemmeno sottoposte al contraddittorio e all’onere della prova. 
È stato deciso che la realtà non aveva diritto a entrare in questo procedimento. 
Farebbe sorridere, se non fosse per la sua gravità, il modo in cui si è ribaltata completamente la dinamica tra aggrediti e aggressori rispetto a quanto accaduto durante l’assalto organizzato da padroni e caporali al presidio. Come se non ci fosse limite al ridicolo, scopriamo che circa 20 scioperanti avrebbero accerchiato e poi aggredito una folla di 200 persone. Come se non ci fossero decine di video che testimoniano l’assalto violento e organizzato dei padroni a lavoratori pacificamente in presidio.
La decisione di procedere inaudita altera parte è stata motivata con l’arrivo dei saldi estivi. 
In nome loro si è sacrificato il diritto di difesa e lo stato di diritto con un provvedimento cautelare che non ha precedenti. Eravamo una repubblica fondata sul lavoro. Siamo diventati una repubblica fondata sui saldi?
Il messaggio che viene mandato è inquietante.
Come quello mandato dalla Procura di Prato con i decreti di sequestro che portarono allo sgombero del 3 luglio. Chi non vuole i picchetti vuole la schiavitù, lo torniamo a ripetere. Prato in queste settimane ha già dimostrato da che parte sta: con chi lotta contro sfruttamento, mafie e caporalato. 
Resta una domanda altrettanto inquietante: perché proprio per ACCA? Cè un’intera città che continua a chiedersi perché tutto questo accanimento contro il diritto di sciopero proprio ora che lo sciopero e i picchetti si rivolgono contro un’azienda con i titolari di fatto condannati per mafia, un sequestro per frode fiscale da 71 milioni di euro e un processo per caporalato sul groppone. Qualcuno, prima o poi, una risposta dovrà pure darla.
Chi ci calunnia lo sa meglio di tutti: la nostra forza è che non abbiamo prezzo.
Non vogliamo neanche commentare le illazioni secondo cui il sindacato avrebbe richiesto soldi in cambio della consegna della merce ai pronto moda.

UPS DI MILANO: L’INTERO MAGAZZINO IN SCIOPERO

Riceviamo un aggiornamento sulla lotta del Sol Cobas

A fronte dell’ennesimo cambio appalto, che ha visto subentrare la Randstad Service (agenzia interinale di stazza internazionale con oltre 11.000 dipendenti) alla vecchia SCS (catena storica di appalti/sub-appalti) i lavoratori si sono ritrovati a dover fronteggiare, per l’ennesima volta, il perverso meccanismo che li costringe a inseguire i propri crediti (13ma, 14ma, ferie e ROL non goduti, TFR) che il fornitore uscente dichiara di non poter pagare a causa di un contenzioso con il committente yankee.
Fino a qui… nulla di nuovo, appunto. Dal momento che si tratta dello stesso scenario affrontato due anni fa e che si era appena risolto (per i soli iscritti SOL Cobas; una sessantina su 150 dipendenti in totale) grazie a 14 giornate di sciopero, con annesse denunce ed arresti, a partire dal luglio 2024.
La vera fondamentale novità è che, a ‘sto giro, l’intero magazzino è entrato in sciopero, con la convergenza di tutte le sigle (70 iscritti complessivi ai confederali) e dei non iscritti (per lo più interinali).
La battaglia è ancora in corso ed infatti domani, l’assemblea convocata alle 14.30 a inizio turno, ha già praticamente decretato la terza giornata di sciopero, a prescindere dagli esiti dell’incontro che UPS ha convocato coi vertici dei confederali promettendo… poco più di niente.
La sostanza delle cose si può riassumere così: stiamo dirigendo le operazioni di lotta e i nostri delegati stanno rifiutando le richieste di iscrizione al SOL COBAS.
Quello che ci interessa è mantenere e radicalizzare l’iniziativa, spingere gli operai a comprendere la natura concertativa e riformista delle proprie burocrazie, andare fino in fondo nella battaglia e sconfiggere l’arroganza dei padroni.
L’eventuale tesseramento al SOL potrà avvenire solo a battaglia conclusa.
Per ora conta il combattimento, che dipende solo da noi, e non la rappresentanza di cui non sappiamo cosa farcene.

Dottor Moretti, Le è andata di lusso… la grazia l’ha già ricevuta!

comunicato stampa a firma:
Assemblea “29 Giugno” – Viareggio,
Associazione “Il Mondo che vorrei” Onlus – Viareggio,
Cobas Umbria,
Cobas Commercio e Turismo,
Flaica Cub – Umbria,
Articolo 21 – Presidio Orvietano

A pochi giorni dall’anniversario della strage ferroviaria di Viareggio (29 giugno 2009 – 29 giugno 2026) e dalla conferenza stampa tenuta a Orvieto con la quale abbiamo salutato i rappresentanti di “Assemblea 29 giugno” e dell’Associazione “Il Mondo che Vorrei” (visibile al seguente link https://www.youtube.com/watch?v=WaaU-NSmPv4&t=1493s), si assiste, a livello nazionale, ad articoli su “giornaloni” e media main stream, a commenti prezzolati in qualche gruppo social web di “eminenti” figure della finanza e dell’economia, parlamentari, amministratori delegati e presidenti di società, servizievoli giornalai e politicanti a libro-paga.
Si mostrano agitati perché ‘toccati’ nel vivo: l’ex cavalier Moretti, un loro capo, è incappato nelle maglie della ‘giustizia’. Tra questi soggetti della peggior specie, c’è persino chi ha avanzato già l’ipotesi della grazia.
La lotta epocale dei familiari delle 32 Vittime, che abbiamo sostenuto dalla prima ora con lo slogan “Poteva succedere ovunque. Orvieto non dimentica Viareggio”,dopo 17 anni di attesa, 7 gradi di giudizio (1° Grado a Lucca, 3 Appelli a Firenze, 3 Cassazioni a Roma), 28 giudici con relative sentenze, 220 udienze sempre presenziate da familiari, ferrovieri, cittadini e cittadine, si è conclusa con la decisione di condanna per i 12 imputati.
Per l’ex Ad di Ferrovie dello Stato e Rfi, Mauro Moretti, che ebbe a dichiarare che Viareggio era stato uno “spiacevolissimo episodio”, è stata confermata la pena a 5 anni di reclusione come pure all’ing. Michele Mario Elia. Le sentenze hanno dato corso con l’esecuzione della carcerazione.
Moretti & company sono stati giudicati e condannati, pur se a pene lievi, per le gravi e pesanti responsabilità, per aver praticato e sviluppato una politica di abbandono sulla sicurezza, soprattutto nel trasporto treni merci e pendolari, per aver risparmiato scelleratamente, in questi comparti, oltre ad aver favorito omissioni, violazioni e inadempienze sulla sicurezza.
Il dottor “spiacevolissimo episodio” in carcere, per alcuni giorni, che “scandalo”!
Così, funziona per i poteri forti che, raramente inciampano. Subito dopo la sentenza definitiva e poco prima di costituirsi nel carcere di Orvieto, tra le varie dichiarazioni rilasciate alla stampa, anche: “Come sto? Ho raggiunto questo momento in perfetta forma fisica e psichica e ora sono pronto”, ripresa dai media nazionali.
A differenza: le 32 Vittime MAI torneranno a casa, i feriti gravissimi MAI diventeranno ex ustionati, i familiari delle Vittime MAI finiranno di scontare la loro pena. Il loro dolore MAI andrà in prescrizione!
Siamo al loro fianco, condividendo gli obiettivi di giustizia sociale e di prevenzione dei rischi nei luoghi di lavoro, nei territori e in ferrovia.

Assemblea “29 Giugno” – Viareggio
Associazione “Il Mondo che vorrei” Onlus – Viareggio
Cobas Umbria
Cobas Commercio e Turismo
Flaica Cub – Umbria
Articolo 21 – Presidio Orvietano

Vertenza Acca

Sulla gavissima decisione del Tribunale di Pisa

dal Sudd Cobas

Oggi il Tribunale di Pisa ha sferrato un attacco inaudito al diritto di sciopero e all’art.40 della Costituzione.
Su richiesta di alcuni prontomoda, ha dichiarato illegittimo lo sciopero alla ACCA e ordinato al SUDD Cobas lo scioglimento del presidio sindacale. Lo ha fatto negando al sindacato ogni diritto alla difesa.
Solo pochi giorni fa il Tribunale di Prato ci aveva dato ragione.
Aveva respinto un ricorso identico presentato dai prontomoda e a cui si era unita anche la ACCA. Il giudice del Tribunale di Prato li aveva anche condannati al pagamento delle spese legali in favore del sindacato. Oggi abbiamo appreso dalla stampa – prima ancora che alcun provvedimento ci fosse notificato – come un ricorso identico presentato al Tribunale di Pisa sia stato invece accolto. 
Il Tribunale di Pisa ha deciso con provvedimento inaudita altera parte: senza nessuna udienza e nessuna possibilità di contraddittorio. 
Ci è stato impedito ogni diritto di difesa. È qualcosa che non ha precedenti. La decisione del giudice si basa su una valanga di menzogne affermate nel ricorso da parte delle aziende. Menzogne che sono state «prese per buone» ed erette a verità senza averle nemmeno sottoposte al contraddittorio e all’onere della prova. 
È stato deciso che la realtà non aveva diritto a entrare in questo procedimento. 
Farebbe sorridere, se non fosse per la sua gravità, il modo in cui si è ribaltata completamente la dinamica tra aggrediti e aggressori rispetto a quanto accaduto durante l’assalto organizzato da padroni e caporali al presidio. Come se non ci fosse limite al ridicolo, scopriamo che circa 20 scioperanti avrebbero accerchiato e poi aggredito una folla di 200 persone. Come se non ci fossero decine di video che testimoniano l’assalto violento e organizzato dei padroni a lavoratori pacificamente in presidio.
La decisione di procedere inaudita altera parte è stata motivata con l’arrivo dei saldi estivi. 
In nome loro si è sacrificato il diritto di difesa e lo stato di diritto con un provvedimento cautelare che non ha precedenti. Eravamo una repubblica fondata sul lavoro. Siamo diventati una repubblica fondata sui saldi?
Il messaggio che viene mandato è inquietante.
Come quello mandato dalla Procura di Prato con i decreti di sequestro che portarono allo sgombero del 3 luglio. Chi non vuole i picchetti vuole la schiavitù, lo torniamo a ripetere. Prato in queste settimane ha già dimostrato da che parte sta: con chi lotta contro sfruttamento, mafie e caporalato. 
Resta una domanda altrettanto inquietante: perché proprio per ACCA? Cè un’intera città che continua a chiedersi perché tutto questo accanimento contro il diritto di sciopero proprio ora che lo sciopero e i picchetti si rivolgono contro un’azienda con i titolari di fatto condannati per mafia, un sequestro per frode fiscale da 71 milioni di euro e un processo per caporalato sul groppone. Qualcuno, prima o poi, una risposta dovrà pure darla.
Chi ci calunnia lo sa meglio di tutti: la nostra forza è che non abbiamo prezzo.
Non vogliamo neanche commentare le illazioni secondo cui il sindacato avrebbe richiesto soldi in cambio della consegna della merce ai pronto moda.

Genova, 16 luglio 2026 

riceviamo il volantino distribuito in occasione della sentenza sul Ponte Morandi

Viareggio: presente alla sentenza di 1° grado del ‘Ponte Morandi’ (14 agosto 2018): 43 Vittime e decine di feriti.
Siamo qui, al Tribunale, PER esprimere la nostra solidarietà e il sostegno ai familiari delle vittime.
La solidarietà si dà e si riceve. È una potente arma contro la rassegnazione, la passività, la delega… Esercitiamola, in primo luogo, nei confronti dei familiari di stragi operaie, industriali e ambientali, e dei morti sul lavoro e da lavoro.
Il 25 giugno 2026, le condanne nel processo per il disastro ferroviario del 29 giugno 2009 a Viareggio. Dopo 17 anni: 250 udienze, 7 gradi di giudizio, 28 giudici.
Le condanne definite e definitive a pene da 4 a 6 anni per le figure apicali delle società coinvolte; in primis l’ex Ad delle ferrovie, Mauro Moretti. Il 25 giugno si è consegnato nel carcere di Orvieto.
In questo caso, sicuramente un’eccezione, poteri forti, centri di potere della casta, delle lobbies, non l’hanno fatta franca.
La rituale e ordinaria impunità è stata loro negata! Le responsabilità sono state accertate anche penalmente, pur se a pene lievi, di fronte all’immane tragedia: 32 Vittime e feriti gravissimi che mai saranno ex ustionati. Dopo Viareggio, altre stragi di lavoratori e passeggeri: Andria e Corato (Puglia, 2016), Pioltello (Mi, 2018), Livraga (Lodi, 2020), Brandizzo (To, 2023) …
A Viareggio, la mobilitazione popolare ha prodotto il ‘risultato’. Una strage che non è stata dimenticata e che ha strappato un brandello di giustizia.
Uniti e organizzati per impedire ogni altra strage (industriale, operaia, ambientale), ogni te nei luoghi di lavoro e nel territorio.

L’UNITÀ fa la forza! La LOTTA la differenza!

Associazione “Il Mondo che vorrei” (Familiari di Viareggio)

Assemblea 29 giugno (Ferrovieri e cittadini/e di Viareggio)

Prato, SUDD Cobas

dal SUDD Cobas un aggiornamento sulle lotte

1. Sconfitta per ACCA e i pronto moda al Tribunale Civile.
Respinto l’ennesimo attacco al diritto di sciopero. Ieri il Tribunale di Prato Sezione Civile ha rigettato il ricorso d’urgenza ex art. 700 che 51 Pronto Moda – a cui si era aggiunta anche la stessa ACCA – avevano presentato per richiedere al giudice di «ordinare al SUDD Cobas l’immediata cessazione di qualsiasi condotta materiale che impedisca, ostacoli o rallenti l’accesso ai predetti magazzini e il ritiro delle merci ivi depositate di proprietà delle imprese ricorrenti [e] Per l’effetto, ordinare al SUDD Cobas di consentire alle ricorrenti l’immediato accesso ai magazzini di ACCA srl per il ritiro delle merci di loro proprietà».
Questa decisione ha due aspetti importanti. Il Tribunale, oltre a non mettere in discussione la legittimità dello sciopero, ha riconosciuto quello che diciamo dal primo giorno, smentendo la narrazione drammatizzante arrivata dagli imprenditori: i pronto moda non stanno subendo alcun danno irreparabile che metta a rischio la continuità aziendale. Dall’inizio, ACCA e i pronto moda stanno giocando una partita politica, tesa a delegittimare il diritto di sciopero e screditare il SUDD Cobas. Questa partita ieri è stata persa.
2. Sempre ieri, sciopero di solidarietà con i lavoratori ACCA alla Logistica ShunDa.Negli scorsi giorni avevamo documentato come lo scarico di merci destinate al magazzino Acca di Seano fossero state dirottate alla ShunDa. Si tratta della merce di importazione che arriva dalla Cina e che viene poi distribuita in Europa. 
Una lezione per ACCA: se spostate la merce, spostate la lotta. Al tavolo istituzionale di appena 48h fa l’azienda aveva spergiurato di aver cessato definitivamente quel tipo di attività (al centro del l’indagine per frode fiscale della Procura Europea). E invece no. Come avevamo detto al tavolo, si trattava dell’ennesimo bugia. L’ennesima bugia dalle gambe corte.
3. Ieri sera (10 luglio), invece, nuovo carico abusivo di merce individuato e bloccato al Macrolotto 2.
Stessi autotrasportatori. Stessa merce. Ma lavoratori diversi, impiegati senza nessuna condizione di sicurezza. Non c’è più tempo. Servono un’ordinanza del Comune e controlli subito.
Il presidio continua in via Carpi all’altezza del civico n. 17. Con assalti e sgomberi hanno provato a metterci in trincea davanti al magazzino di Seano. Abbiamo resistito e siamo usciti dalle trincee per tornare all’attacco.

Prato, Millecinquecento persone in piazza in una caldissima domenica di luglio

Dal Sudd Cobas dopo la manifestazione del 5 luglio

Sudd cobas Prato Firenze

La piana ha risposto all’appello lanciato dai cancelli di Acca 24 ore prima. Esserci, schierarsi, farsi ancora una volta muro a difesa del diritto di sciopero.
Basta attacchi ai picchetti. Basta attacchi a chi lotta contro il supersfruttamento, a chi mette pacificamente il proprio corpo di mezzo a chiudi-e-riapri e delocalizzazioni in loco. Prato è stanca. Tutto il paese è stanco di vedere la nostra città associata a immagini simili.
Quando ci arrabbiamo nel vedere quelle immagini, ricordiamoci che siamo la maggioranza delle persone.
Siamo la maggioranza del paese che continua a chiedersi: come è possibile che lo Stato scelga di stare dalla parte del caporale, dello sfruttatore, dell’evasore fiscale, dell’indagato e del condannato per mafia?
Perché i caporali esultano nonostante venerdì dal magazzino Acca sono uscite pochissime scatole?
Perché a loro non interessa la merce dentro il magazzino. A loro interessa mettere in ginocchio i lavoratori di questa città. Quelle immagini della polizia che ci schiaccia sull’asfalto, che per noi sono motivo di orgoglio perché sappiamo di essere dalla parte giusta della storia, per padroni e caporali sono le immagini della nostra umiliazione. Sono le immagini dell’umiliazione della Costituzione, perché hanno visto lo Stato proteggere lo sfruttamento.
Lo hanno scritto chiaramente: vogliono mettere in ginocchio il sindacato.
Il loro appello parlava esplicitamente a tutti coloro che dal sindacato hanno subito “torti” in questi anni. In questa partita, chi attacca il diritto di sciopero sta facendo dei danni che forse non si sta neanche rendendo conto di fare.
I picchetti hanno riportato la Costituzione nelle fabbriche di Prato.
Senza diritto di sciopero non esiste una vera democrazia. Questo è tanto più vero in un distretto come quello pratese, dove gli scioperi e i picchetti sono l’antidoto, il freno, il muro davanti alle organizzazioni mafiose, ai caporali, all’illegalità che si fa a legge.
Noi alla ACCA non abbiamo fatto niente di diverso da quello che facciamo da otto anni.
Abbiamo messo i nostri corpi a difendere la dignità umana, a dire che le imprese non possono solo mangiare, rubare, depredare, ma devono anche lasciare qualcosa a chi gli permette di produrre la ricchezza. Lasciargli prima di tutto la possibilità di vivere da esseri umani. Se dobbiamo finire in galera per questo, lo facciamo.
Se per la Procura si chiama violenza privata, vogliamo autodenunciarci per ogni singolo picchetto che abbiamo fatto negli ultimi otto anni. Che per centinaia di persone ha voluto dire poter tornare a essere persone, non più ridotti a macchine, avere la dignità di un contratto, poter lavorare 8 ore invece che 12.
Lo abbiamo fatto, lo facciamo e continueremo a farlo.

Viva i picchetti e viva il diritto di sciopero.