Sudan, un altro Paese da saccheggiare

La componente femminile è fondamentale in questa lotta

In Sudan – dove la maggior parte della popolazione vive in condizioni di povertà, con forti diseguaglianze sociali – si sta consumando l’ennesima guerra di potere osservata, ovviamente con interesse, dalle potenze regionali, da Cina, Russia e Stati Uniti mentre l’ONU e Unione Europea sono totalmente assenti.
La Repubblica del Sudan è uno Stato arabo-africano che confina con l’Egitto, il mar Rosso, l’Eritrea, l’Etiopia, con il Sudan del Sud (falso Stato senza un governo legittimo, ma che possiede il 75% dei giacimenti)), la Repubblica Centrafricana, il Ciad e con la Libia, ed è particolarmente ricco di risorse naturali, da pascolo ed idriche (circa 300 milioni di ettari di terreno irrigato naturalmente, o dalle acque del Nilo).
Attualmente in Sudan – paese di una permanente instabilità da 40 anni di guerra civile – è in atto un violento scontro militare tra l’esercito regolare e i paramilitari delle Rapid support forces (RSF), ed è anche il risultato della deviazione delle forze militari e civili che hanno assunto la guida e il governo del Paese nell’aprile 2019. Una lotta per il potere e la ricchezza del Paese, incoraggiata da alcune potenze straniere tra cui le potenze imperialiste e i regimi reazionari arabi, e portata avanti da gruppi armati asserviti a queste potenze straniere schiacciando le aspirazioni del popolo sudanese alla libertà, alla pace, alla giustizia sociale e ad un cambiamento sostanziale.
Gli Stati Uniti sono di nuovo presenti dopo che nel 1991 inserirono il Paese tra i sostenitori del terrorismo a causa dell’ospitalità data da Kartoum a Osama bin Landen quando lasciò l’Arabia Saudita ora, per la sua centralità per il terrorismo e le migrazioni, fa comodo agli Usa e anche ai Paesi del Golfo.
Il Partito Comunista Sudanese, insieme con varie forze democratiche, si batte per l’immediato cessate il fuoco, per il ritiro degli eserciti e delle milizie dalle città e dalle campagne, per l’urgente assistenza umanitaria alla popolazione civile sotto la supervisione delle Nazioni Unite e per il ripristino della pace, della sicurezza e della stabilità.
E invita i popoli, le forze democratiche e comuniste nel mondo a solidarizzare con la lotta del popolo sudanese e a respingere le forze ostili alla “gloriosa Rivoluzione di dicembre”. Che, cominciata il 19 dicembre 2018 da Kartoum, si è sviluppata in tutto il Paese fino all’aprile 2019 quando Omar al Bashir se n’è andato. Il malcontento per i tagli ai sussidi del pane – il cui prezzo è passato da mezza sterlina a tre sterline -, l’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari, del trasporto pubblico, le scelte dell’amministrazione di spendere il 75% del bilancio per la difesa e l’aumento della disoccupazione al 20% hanno acceso le proteste soprattutto nella città di Atbara dove la maggior parte degli abitanti, che lavorano per la Railway corporation, sono molto impegnati nel movimento sindacale Tailway Workers Union tra i fautori della caduta del regime militare nel 1964-1965. In questa lotta è fondamentale la componente femminile organizzata nel Civil women group che richiama le donne in piazza con lo Zagrouda (il canto delle donne) per il rifiuto della legge islamica in vigore dal 1983 e inasprita da al-Bashir.

Uniamo le lotte per il salario alla lotta per la rivoluzione sociale

Dal CIPOML Manifesto per il 1º Maggio

La Conferenza Internazionale di Partiti e Organizzazioni Marxisti-Leninisti (CIPOML), saluta i lavoratori di tutto il mondo in occasione del 1° Maggio, data emblematica che simboleggia la lotta condotta dal proletariato internazionale contro lo sfruttamento capitalista, per conquistare la sua emancipazione sociale, per la rivoluzione e il socialismo.
Questa commemorazione si svolge nel contesto di un mondo convulso, in cui si prevede l’arrivo di una nuova crisi economica del capitalismo. Come è successo nelle crisi precedenti, porterà milioni di lavoratori alla disoccupazione, causerà diminuzione dei salari, aumento della povertà, migrazione e altri problemi per le classi lavoratrici; ma sarà anche l’occasione per gli stati dei paesi imperialisti e capitalisti più sviluppati di attuare programmi di salvataggio dei grandi monopoli industriali e finanziari che “presentano difficoltà economiche”, come già stanno facendo riguardo la crisi bancaria che, poche settimane fa, ha affondato diverse banche negli Stati Uniti, in Germania e in Svizzera.
La verità è che i lavoratori e i popoli sono vittime di sfruttamento, oppressione e discriminazione. Perciò combattono le politiche antipopolari applicate dai governi dei rispettivi paesi, volte a favorire gli interessi della grande borghesia e del capitale monopolistico internazionale.
In questo momento, il mondo sta assistendo all’ascesa della lotta delle masse per le loro rivendicazioni e diritti, in cui i lavoratori e i giovani giocano un ruolo di primo piano. L’Europa è diventata l’epicentro di questo scontro di classe. All’interno dei paesi imperialisti e capitalisti più sviluppati la classe operaia alza la voce con forza, difende la sicurezza sociale e i suoi diritti, rivendica cambiamenti urgenti. La lotta degli operai, dei giovani e delle donne dei settori popolari è presente in tutti i continenti. L’ascesa della lotta dei lavoratori dei popoli a livello internazionale dimostra che la contraddizione tra la classe operaia e la borghesia, tra lavoro e capitale, sta guadagnando intensità.
Viviamo in un mondo condizionato dai diversi momenti del conflitto tra le potenze imperialiste, i loro blocchi e i patti economici e militari. La guerra interimperialista che si svolge in Ucraina ne è un’espressione, ma non è l’unica manifestazione. Conflitti armati locali sono in corso in altri paesi, le guerre commerciali, gli apparati militari e gli eserciti si stanno rafforzando, ci sono dispute per il controllo economico e politico dell’intero pianeta. Le lotte fra gli imperialisti, in particolare quella tra Stati Uniti e Cina, ci avvertono del pericolo di una conflagrazione mondiale.
I popoli non possono schierarsi con l’una o l’altra potenza imperialista, con l’una o l’altra alleanza economica e politica degli Stati capitalisti perché rappresentano tutte gli interessi dei grandi monopoli internazionali, del capitale finanziario imperialista. Pertanto ribadiamo la nostra condanna della guerra interimperialista che si sta svolgendo in Ucraina, alziamo le bandiere della pace, che significa lottare in difesa della vita dei lavoratori e dei popoli e mantenere una giusta posizione antimperialista.
La CIPOML esprime la propria solidarietà ai lavoratori e ai popoli vittime dell’aggressione di potenze straniere; in particolare esprimiamo la nostra voce di incoraggiamento al popolo palestinese che da decenni si batte per il diritto di vivere in pace nella terra che gli appartiene e di costituirsi in stato autonomo e sovrano; allo stesso tempo, condanniamo la politica criminale del regime di Benjamin Netanyahu, capo dello Stato sionista di Israele.
Ciò che accade oggi nel mondo, come risultato dell’aggravamento di problemi e fenomeni tipici del sistema capitalista, conferma ancora una volta che questo sistema non ha nulla di buono da offrire ai lavoratori, ai giovani e ai popoli. È un regime di sfruttamento dei lavoratori e di opulenza per la borghesia; è un sistema che vive di guerra contro i popoli, per proteggere il paradiso in cui si riproduce il grande capitale.
I lavoratori non possono continuare ad essere sottoposti al dominio e allo sfruttamento del capitale. La lotta per le rivendicazioni immediate e i diritti politici dei lavoratori e dei popoli sono irrinunciabili, sono fondamentali per la loro stessa esistenza, ma non sono sufficienti per raggiungere l’emancipazione sociale. La CIPOML chiama i lavoratori del mondo ad unirsi alle lotte per il salario, per il lavoro stabile, per la sicurezza sociale, per la terra, per l’acqua e per i tanti altri problemi che ci affliggono, a lottare con lo scopo di abbattere questo sistema di sfruttamento, per porre fine al dominio del capitale, per la conquista del potere, per il trionfo della rivoluzione sociale e del socialismo.

Solo la rivoluzione proletaria porrà fine allo sfruttamento capitalista!
Solo il potere degli operai emanciperà tutta l’umanità!

Comitato di Coordinamento della Conferenza Internazionale di Partiti e Organizzazioni Marxisti–Leninisti (CIPOML)

1° Maggio 2023

28 marzo: una forte mobilitazione e si va avanti

Il coordinamento inter-sindacale ha lanciato una nuova giornata di mobilitazione il 6 aprile

Partito Comunista degli Operai di Francia

La decima giornata di scioperi e manifestazioni ha mostrato chiaramente che non era questo il momento per dichiarare la fine della mobilitazione.
I settori in sciopero c’erano: energia, SNCF [ferrovie francesi – ndt], trattamento rifiuti, anche se è difficile allargare il movimento di sciopero o far aderire a scioperi ripetuti.
C’erano giovani, studenti e liceali, con università e scuole bloccate. La repressione dei manifestanti che si opponevano ai bacini, erano in molti a Sainte Soline sabato, era denunciata su molti cartelli, in connessione con la denuncia della violenza della polizia, in particolare quella degli agenti di polizia BRAV-M [Brigate di Repressione delle Azioni Violente – Motorizzate, unità di polizia create nel 2019 per reprimere i Gilet Gialli; sono oggetto di inchieste giudiziarie per atti di particolare violenza sui manifestanti – ndt]. Cresce la richiesta di scioglimento di queste unità. Aumentano i controlli della polizia e il lancio di lacrimogeni, soprattutto nelle città, dove molti giovani partecipano a manifestazioni e azioni.
L’ampiezza delle manifestazioni, ancora una volta particolarmente forti nelle città grandi, medie e anche piccole, ha dimostrato che la “pausa” non era all’ordine del giorno [la “pausa” consiste nella proposta di congelare per un mese e mezzo l’art. 7 della riforma delle pensioni, articolo che prevede l’innalzamento dell’età pensionabile a 64 anni, e di nominare dei mediatori al fine di raggiungere un compromesso sociale con il governo – ndt].
A fine mattinata, questa proposta, lanciata dal leader della CFDT, L. Berger, era già stata dibattuta nelle file dei manifestanti, e ancor di più, nelle manifestazioni e nelle discussioni del pomeriggio. Ha attraversato il congresso confederale della CGT, che si sta tenendo a Clermont Ferrand, dove l’intervento di P. Martinez a sostegno della proposta di Berger non è “passato” tra i delegati [la proposta di “pausa” è stata ripresa anche dal sindacato FO Force Ouvriere – ndt].

Il rigetto di questa riforma, soprattutto dei 64enni, rimane molto forte tra i lavoratori e anche più in generale, e viene respinto il rifiuto di Macron di tenerne conto.
Quanto alla criminalizzazione della protesta sociale, a colpi di candelotti di ogni genere, manganelli a pioggia e arresti, essa è ampiamente denunciata, soprattutto dai giovani.
I legami di solidarietà che si sono intessuti tra i partecipanti alle azioni di blocco e ai picchetti, si stanno rafforzando. È un fattore importante per questo movimento e per le lotte future.
In diverse aziende, volantini recanti le sigle del sindacato CGT aziendale e quelli di altri sindacati CGT di altri settori, incitavano allo sciopero e alla manifestazione di questo 28 marzo.
Vediamo anche nei giovani il desiderio di approfondire la comprensione delle implicazioni di questa riforma sui giovani stessi e sui loro “nonni e nonne”, per convincere chi li circonda ad aderire al movimento, allargando la protesta a tutta la società.
Molti lavoratori si organizzano per poter partecipare alle azioni e soprattutto alle manifestazioni che scandiscono questo movimento, scioperando nelle giornate di mobilitazione. Ciò dimostra che stanno proiettando in un movimento di lungo periodo, senza rinunciare a rivendicare il ritiro della riforma.
Il coordinamento inter-sindacale ha lanciato una nuova giornata di mobilitazione il 6 aprile.
Come diciamo alla fine del volantino del partito distribuito in tutte le città dove siamo organizzati o abbiamo dei compagni: “no, non è finita”.

PCOF, 29.03.2023

Un articolo(traduzione a cura di ULPC)

(da un articolo tratto da http://www.pcof.net, traduzione a cura di ULPC)

Sviluppi della situazione mediorientale

Accordi di “pace” tra Iran e Arabia Saudita

Il volta faccia delle monarchie del Golfo sembra sia definitivo. Al momento esse in pratica stanno abbandonando, parzialmente, l’imperialismo occidentale – Usa e Company – per gettarsi convintamente nelle braccia di Cina e Russia. Sono successi tanti fatti che hanno convinto queste monarchie, anche perché il cavaliere di prima è morente o come minimo ha forze fiacche.
L’irritazione dell’Arabia Saudita inizia con Obama che spinge la monarchia a impegnare tutte le sue forze nel decennio di fuoco che ha invaso e distrutto diversi paesi e popolazioni arabe. Una volta che l’incendio è diventato indomabile l’amministrazione Usa ha cominciato a prendere le distanze dalla monarchia saudita e in particolare dall’erede al trono Mohammad Ben Salman.
Trump, il successore di Obama, ha voluto soltanto impegnare queste monarchie ed altri paesi arabi in una specie di Nato mediorientale sotto il commando Usa-Israele, un’alleanza in funzione soprattutto anti iraniana e, come si capisce, al servizio esclusivo degli interessi israeliani. Per arrivare a questo occorre normalizzare i rapporti con l’entità sionista e a questo scopo si sono inventati la “pace di Abramo”. Due monarchie hanno subito intrapreso il percorso Emirati e Bahrein, mentre la A.S è rimasta un po’ riluttante. Per la creazione della Nato Mediorientale occorre armarsi ed ecco che l’industria bellica Usa incomincia a darsi da fare: contratti super miliardari vengono messi in essere e il salasso delle economie delle monarchie prende quota.
L’amministrazione Biden rincara la dose contro Ben Salman figlio e lo strappo/ricatto viene a consumare qualsiasi tipo di rapporto con la monarchia.
Tutto ciò avviene in un momento di decadenza politico/militare della super potenza yankee. Iraq, Afghanistan e Iran hanno denudato il gigante mostrando la sua impotenza. Il colpo mortale avviene in Ucraina con la Russia che da sola fa fronte alla Nato tutta insieme e sembra vincere il confronto.
Ciò che molti hanno capito da questa guerra per procura che si consuma in Ucraina è che la Nato è una tigre di carta. Questo è stato capito anche dai retrogradi sauditi e, data la situazione, sono giunti alla conclusione che questa tigre non potrà più offrire quella protezione che le è stata garantita per decenni.
Sul piano economico è lo stesso. L’imperialismo modello Usa non ha più futuro e la Cina si presta al sorpasso inevitabile in pochi anni. A dire il vero è tutta l’economia che si sposta ad est lasciando i vecchi imperialismi occidentali, yankee ed europei, a languire ed agonizzare.
A convincere di più i sauditi a cambiare padrone è la loro guerra con lo Yemen diventata un pantano da cui non riescono ad uscire senza perdere la faccia. Ingenti quantità di denaro sono già stati spesi senza giungere a nessuna vittoria anche in parvenza. Tutto al contrario, la minaccia yemenita è diventata incombente e molto pericolosa con i loro missili e droni che potrebbero distruggere il paese invasore. L’assenza degli Usa nello scenario yemenita e il mancato appoggio ai sauditi che, oltre a rendere disastrosa la situazione umanitaria nello Yemen, rischia di ricevere un durissimo colpo (lo Yemen ha minacciato di chiudere Bab El Mandeb di fronte al commercio marittimo se il loro paese verrà tenuto sotto embargo e sotto assedio). Tutto ciò probabilmente ha convinto i sauditi a cambiare rotta.
La crescita dell’Iran su tutti i piani: economico, politico, militare e scientifico è stata un ulteriore motivo, molto valido, che ha spinto i sauditi a firmare l’accordo di pace. Il luogo della firma è molto significativo dal punto di vista politico e rappresenta:
– la crescita di ruolo della Cina politicamente e la sua mediazione viene a sostituire sia gli Usa e i paesi europei. A differenza del capitalismo vorace occidentale la Cina offre reciprocità e scambio paritario dove gli attori sono tutti vincenti. Il contrasto tra i due modelli capitalistici è abissale; ricordiamo che quello occidentale ha basato la sua influenza sulla forza militare brutale, sulla minaccia. E, come se non bastasse, creando situazioni di caos e di instabilità politica in tutti gli Stati riluttanti ad accettare il dominio assoluto degli Usa e dei paesi scagnozzi europei arrivando, spesso, alla liquidazione fisica dei capi di governo invisi ai centri di potere nei paesi dell’imperialismo occidentale. Quindi, il rapporto che si presenta è un rapporto di sottomissione totale con un impoverimento progressivo dei paesi sottomessi.
Questo naturale risultato lo abbiamo visto chiaramente nei paesi africani e dell’America del Sud, non è il caso dei paesi del Golfo che hanno mantenuto una certa arretratezza e sottosviluppo malgrado il grande surplus finanziario e l’accumulo che sono riusciti a racimolare. Probabilmente, come sostengono in molti analisti yankee, gli arabi si sono anche stancati del trattamento loro riservato dagli Usa e si sono diretti ad est e a nord verso le economie promettenti nei mercati asiatici e russi. Un volta faccia che, se si compie, darebbe un colpo mortale al capitalismo occidentale in toto e una spinta, invece, decisiva alle economie promettenti asiatiche, una spinta che accelera il sorpasso della Cina come prima economia mondiale. Sembra che anche i cinesi se ne siano accorti e stanno accelerando a loro volta la costruzione di una potenza navale, la Cina sta costruendo porti un po’ ovunque per assicurarsi un approdo tranquillo. La flotta militare, invece, serve ad assicurare le rotte delle sue flotte commerciali.
Tornando all’accordo. A distanza di poco tempo i risvolti e le reazioni nella regione prendono il volo: in israele guardano a questa intesa come una sconfitta strategica, una grande delusione. Il piano di portare i confini dell’entità sionista dal punto di vista della sicurezza il più lontano possibile dal centro è stato probabilmente rilegato e messo nel cassetto. La Nato mediorientale anche e l’attacco all’Iran, partendo dai paesi del Golfo, dimenticato. Insomma tutto ciò sul quale hanno lavorato assiduamente per decenni è probabilmente svanito con un tocco di pennello. Un colpo durissimo per la dirigenza politica e militare sionista.
Dall’altra parte, nei paesi arabi, questa intesa è stata salutata positivamente e accolta con molto sollievo. I risvolti immediati si sono visti in alcune questioni conflittuali che hanno dato una accelerazione alla risoluzione dei conflitti, in primis nello Yemen e la Siria. Certe aperture si sono viste anche in Libano, Kuwait e Bahrein. Hanno riaperto le loro ambasciate a Teheran, la Turchia sta normalizzando i suoi rapporti con i paesi arabi e probabilmente giungerà ad accordarsi con la Siria per ritirare le sue truppe dalle zone occupate. Anche in Libia sembra che le cose vadano verso una prospettiva di pace tra le parti belligeranti. Insomma qualcosa si muove, ma bisogna essere molto cauti per vedere su quali spiagge si approda.

Un compagno palestinese

Francia: la Riforma passa al Senato, ma non si fermano le proteste

È partita già dalla fine dello scorso anno la mobilitazione di rifiuto della legge sull’aumento dell’età pensionabile a 64 anni che il Governo francese intende approvare a causa dell’invecchiamento della popolazione. Il disegno di legge sulla riforma delle pensioni, particolarmente ingiusta per le donne, era stato presentato dopo settimane di trattative tra governo e sindacati che prevede l’anticipazione dal 2035 al 2027 della cosiddetta legge “Touraine”, che aumenta di un anno il periodo per cui è necessario versare contributi per andare in pensione, e l’abolizione di alcuni regimi pensionistici speciali, oltre a una serie di altre misure.
Macron aveva già provato a cambiare il sistema pensionistico nel 2019 e non è il primo presidente francese che vuol mettere le mani sui 42 regimi pensionistici basati su notevoli differenze nelle agevolazioni e nei trattamenti delle singole categorie, costato nel 2020 l’equivalente del 13,6% del Pil, in proporzione meno di quello italiano che è il 15,6.
Come in Italia tutte le giustificazioni per far fronte alle pensioni si fanno ripagare sugli stessi lavoratori, in piena sintonia con le imposizioni della UE.
Dopo il successo delle manifestazioni di febbraio, e della sesta giornata di sciopero che ha visto l’arresto di 11 manifestanti quando sono scesi in piazza solo a Parigi 700mila lavoratori e altre decine di migliaia in almeno 300 città, sabato 11 la piazza di Parigi ha raggiunto un milione al quale si aggiungono le centinaia di manifestazioni nelle altre città francesi.
Sono giornate nere per i trasporti ferroviari, aereo e locale, uno dei settori più colpiti, per gli impianti energetici, le scuole, scioperi con il blocco delle spedizioni all’uscita di tutte le raffinerie. La lotta si è allargata contro l’erosione di tutte le conquiste sociali anche se – a causa della frantumazione dei comunisti e del “riformismo” della maggiore confederazione sindacale (comunque non paragonabile a quella italiana) che parla di redistribuzione del capitale – quella lotta di classe necessaria per abbattere il capitalismo e costruire il socialismo è ben lontana. Sono comunque proteste che esprimono il malcontento contro le scelte governative mettendo in ginocchio l’economia.
Molto simile però all’esplosione del fenomeno passato alla storia come Maggio francese, anche se negli Stati Uniti si era già sviluppato negli anni ’60 un movimento contro la guerra e la segregazione razziale, quando si svilupparono una serie di scioperi studenteschi in numerose università ed istituti di Parigi contro il progetto di riforma scolastica Fouchet, fortemente classista. Mobilitazioni e scioperi che si unirono alle lotte operaie, seguite da violenti scontri con le forze dell’ordine, lotte osteggiate dal sindacato e che sfociarono nell’occupazione della Renault di Sochaux dove, durante lo sgombero morirono due operai, e che in seguito si propagarono praticamente in tutto il mondo.
Per il momento la riforma è passata al Senato il 9 marzo con 201 voti a favore e 115 contrari, ma la lotta non si ferma.

I sindacati palestinesi a sostegno della mobilitazione contro la riforma delle pensioni in Francia

Messaggio di solidarietà

In una lettera alla CGT e all’Union Syndicale Solidaires pubblicata lunedì 6 marzo, diversi sindacati palestinesi hanno inviato un messaggio di solidarietà alla mobilitazione dei lavoratori e dei giovani contro la riforma delle pensioni del governo Macron alla vigilia della giornata di sciopero generale del 7 marzo. Questa posizione esemplare testimonia ancora una volta che la solidarietà è aiuto reciproco nella lotta comune. La riproduciamo di seguito integralmente.

Cari compagni della CGT, della Confederazione Generale del Lavoro e dell’Union Syndicale Solidaires dalla Palestina, saluti di uguaglianza e giustizia sociale

Noi, sindacati e funzionari sottoscritti, a nome dei sindacati palestinesi e di tutti i lavoratori e il popolo palestinese, esprimiamo il nostro pieno e illimitato sostegno e sostegno alle vostre proteste di massa per respingere le cosiddette “pensioni di riforma” del governo di Emmanuel Macron.
Vediamo l’adozione di questa legge come un nuovo attacco del governo francese e del grande capitale economico contro la classe operaia francese e gli oppressi. Queste sono le stesse aziende e governi che sostengono l’occupazione sionista della Palestina.
Ad esempio, il gruppo francese “Carrefour” ha recentemente aperto negozi negli insediamenti “israeliani” nella Cisgiordania occupata.
I sindacati palestinesi affermano il loro totale appoggio allo sciopero generale e alla settima marcia a cui tutti i sindacati francesi stanno convocando, rifiutando questa legge e le pratiche del governo francese.
I sindacati palestinesi accolgono con favore il continuo sostegno della CGT francese e dei vari comitati di solidarietà per le questioni dei lavoratori e del popolo palestinese, il loro sostegno alla causa palestinese e il loro rifiuto dell’occupazione israeliana e delle sue pratiche, e affermano il loro costante desiderio di approfondire i rapporti di cooperazione e di beneficiare dell’esperienza sindacale francese.
Insieme fino al raggiungimento degli obiettivi dei lavoratori
Per raggiungere la libertà dalla coercizione delle politiche imperialiste e del colonialismo sionista
Fronte sindacale progressista – Palestina
Sindacato pubblico dei lavoratori della petrolchimica e del gas
Unione pubblica dei lavoratori dell’agricoltura e della produzione alimentare
Unione pubblica dei lavoratori della pesca e della produzione marittima
Unione dei lavoratori dei servizi pubblici

Il 9 Marzo il primo ministro dell’entità sionista è atteso in Italia

Tocca a noi invertire la rotta

Mentre il presidente del Senato Ignazio La Russa è in visita ufficiale nell’entità sionista il suo primo ministro Benjamin Netanyahu, dalle mani grondanti di sangue palestinese, sarà in Italia il 9 marzo.
Tanti i dossier sul tavolo: dall’energia, con il progetto del gasdotto Eastmed su cui Edison ha chiesto al governo un sostegno esplicito, alla guerra in Ucraina, dalla “lotta all’antisemitismo” nei giorni scorsi l’ambasciatore israeliano Alon Bar ha incontrato il prefetto Giuseppe Pecoraro, nominato coordinatore nazionale per la lotta contro l’antisemitismo dal presidente Meloni, dalla “cooperazione industriale, tecnologica e scientifica” a quella militare.
A tal proposito, a dicembre, in occasione di un incontro tra Adolfo Urso, senatore di Fratelli d’Italia e ministro delle Imprese e del Made in Italy e l’ambasciatore israeliano Bar, era stato attivato il gruppo di lavoro per “migliorare la cooperazione industriale”.
La borghesia sionista italiana compie il suo rituale di riconoscimento e sostegno all’entità sionista, la cui accelerazione verso la forma-Stato fascistoide, ma sempre spacciata per unica democrazia del medio-oriente, sta provocando anche una seria crisi “interna” con manifestazioni oceaniche contro il progetto di legge in corso di approvazione per subordinare la magistratura al governo.
Vorremmo però che fossero le cifre a parlare: per quanto riguarda l’occupazione della Palestina solo da inizio anno, sono più di 70 i palestinesi uccisi dall’esercito sionista, centinaia quelli incarcerati, migliaia i feriti.
Solo negli ultimi giorni, coloni israeliani hanno effettuato pogrom a sud di Nablus e nella città di Huwara, incendiando mezzi e case con all’interno civili indifesi; ministri israeliani (come Bezalel Smotrich e Itamar Ben Gvir) si sono espressi con incitamenti a crimini di guerra e a favore della “cancellazione” di Huwara “dandola alle fiamme”.
Il parlamento israeliano ha reintrodotto la pena di morte, ma solo per i Palestinesi prigionieri, accusati e condannati per atti di resistenza che hanno comportato uccisioni.
Questo il portato della visita del premier dell’entità sionista alla sua omologa italiana, entrambi in continuità con i precedenti governi, ma decisi a trarre ulteriore profitto dalle vicende della guerra in Ucraina e a consolidare la penetrazione del sionismo in Italia con il suo bagaglio di sistemi avanzati di controllo e repressione delle masse, sperimentati sulla pelle dei palestinesi.
A fronte di tutto ciò, continua indefessa la resistenza del popolo palestinese, nel totale e assordante silenzio internazionale, la borghesia incassa la mancanza di sostegno da parte delle classi subalterne e la loro incapacità di inquadrare la lotta al progetto sionista come lotta all’imperialismo.
Tocca a noi invertire la rotta, ripristinare metodi e forme efficaci di solidarietà internazionalista, pur nel complicato contesto attuale, a partire dalla lotta contro la NATO, contro il nostro imperialismo e il suo governo guerrafondaio e antioperaio.

ULPC – UNIONE DI LOTTA PER IL PARTITO COMUNISTA

unionedilottaperilpartitocomunista@tutanota.com

Solidarietà e sostegno alla popolazione siriana colpita dal terremoto

riceviamo e volentieri pubblichiamo

Il popolo siriano affronta ormai da 12 anni una serie di terremoti con quest’ultimo molto devastante e distruttivo. L’energia scaricata da quest’ultimo terremoto è della forza di decine di bombe atomiche tanto che non ha lasciato scampo alle popolazioni della Turchia e della Siria. Diverse città in entrambi i paesi sono state letteralmente spianate, con migliaia di morti e feriti.
Una catastrofe e una tragedia immane che nel caso siriano è duplice, per la guerra imperialista scatenata contro la Siria nel 2011, guerra che dura ancora con un’aggravante: l’embargo e le sanzioni decretate unilateralmente dagli USA contro lo Stato siriano. Come se non bastasse, la guerra, oltre a distruggere tutte le infrastrutture e la rete di servizi, ha determinato una ondata di sfollamento di milioni di siriani con oltre 5milioni di rifugiati nei paesi limitrofi Turchia, Libano e Giordania, nonché gli sfollati interni. Tutto ciò che non è stato distrutto dalla guerra è stato colpito dall’embargo e dalle sanzioni criminali, le quali colpiscono duramente la popolazione. Grazie all’embargo USA vengono a mancare una serie di prodotti di prima necessità e di pezzi di ricambio, specialmente nel settore sanitario. Gli effetti di questo crimine si sono visti durante quest’ultimo terremoto ma solo grazie alla eroica risposta del personale e del popolo siriano, questi effetti sono stati in parte contenuti.
Gli USA, dalla caduta dell’Unione Sovietica, si sono auto nominati padroni del mondo. Essi si arrogano il diritto di giudicare chi è buono e chi è cattivo sferrando spesso una guerra distruttiva contro quest’ultimo o, appunto, decretando embarghi e sanzioni. I popoli colpiti dalla barbara azione sono innumerevoli in America del Sud, Africa e Asia occidentale. Queste misure hanno provocato carestie e portato tante popolazioni alla fame, tutto per piegare le loro resistenze e obbligare tutti a mettersi al servizio degli interessi imperialistici Yankee. Il messaggio è chiaro: che nessuno osi sfidare l’impero. Gli USA si sono autonominati unico GIUDICE che decreta sentenze in nome della democrazia e dei diritti umani, fatale per chiunque. Il dominio degli USA nelle sedi delle istituzioni internazionali ha messo la credibilità di queste istituzioni sul lastrico, spesso paralizzando le loro attività con la loro distruzione come conseguenza ultima.
Non soddisfatti ancora del loro lavoro, gli USA rubano letteralmente tutte le risorse di un vasto territorio siriano, la regione del nord-est. Questo territorio, il granaio della Siria e molto ricco di risorse energetiche, è stato occupato dagli USA nel 2015, con l’avallo e l’aiuto dei ribelli locali. Risorse energetiche e grano sottratte per privare la Siria e il popolo siriano di queste ricchezze e costringendo il governo a chiedere aiuto e rifornimento ai paesi amici con costi esorbitanti per le casse semi vuote dello Stato.
Alla luce di tutto ciò, chiediamo a tutti i compagni e tutte le compagne la massima mobilitazione e il massimo impegno per aiutare il popolo siriano:

– costringere gli Usa a ritirare le sue truppe dalla Siria e dismettere il suo sostegno ai gruppi del terrore;

– costringere l’imperialismo occidentale a togliere immediatamente l’embargo alla Siria;

– costringere gli imperialisti Yankee a smantellare le centinaia di basi militari sparse nel mondo e di porre fine alle ingerenze negli affari interni dei popoli

Chiediamo, inoltre, a tutti di mobilitarsi in campagne d’aiuto al popolo siriano messo in ginocchio dalla guerra, dalle sanzioni, dall’embargo e dal terremoto.

La solidarietà tra i popoli ha luogo nei momenti difficili e l’indifferenza “uccide” tutti

Viva la Siria libera e indipendente

Viva il popolo siriano

Collettivo Per La Palestina

La situazione economica in Siria

Com’era la Siria prima del decennio di fuoco che ha bruciato la Siria popolo e terra per comprendere meglio la situazione grave in cui si si trova questo paese occorre descrivere le condizioni antecedenti.
Questo passaggio è necessario per capire meglio il disastro che ha colpito il paese arabo con la cosiddetta rivoluzione siriana e l’aggressione imperialista e sionista.
Malgrado la situazione di guerra vissuta dalla Siria per decenni, 1948-2011, che depauperò la sua fragile economia e, soprattutto, dopo la guerra del 1973, il governo siriano ha iniziato a fare passi verso una strategia economica che oggi chiamiamo “economia di resistenza”. Il cardine di questa strategia era l’indipendenza dai fattori esterni pensando allo sviluppo interno, sia come produzione sia come mercato. Un aiuto immenso a livello dello scambio ci fu grazie al blocco dei paesi “socialisti” e da quelli non allineati.
Per uscire dalle condizioni di arretratezza tecnologica ed industriale i vari governi siriani hanno investito molto in materia di istruzione e formazione dei propri cittadini. Scuole e università potenziate, decine di migliaia di studenti sono mandati a studiare all’estero, soprattutto nelle università dei paesi “socialisti”. In poco tempo la situazione sociale e culturale in Siria viene rivoluzionata e questo si rispecchia sulla vita quotidiana dei cittadini che per lo più si attesta su livelli medi, di non povertà e tanto meno di non troppo agio.
La scelta dello Stato siriano di questo tipo di economia l’ha preservato dall’indebitamento e dai condizionamenti che ne derivano. Anche la scelta di dividere la Siria in diverse aree di produzione è stata una strategia azzeccata:
1- la zona di Damasco (meridionale) come centro per lo più culturale;
2- la zona di Aleppo (settentrionale-occidentale) come centro industriale;
3- la zona centro-orientale come agricolo.
Questa scelta fu dettata da due fattori principali:
– allontanare l’industria dai confini meridionali e lontano dai raid aerei israeliani
– mettere l’agricoltura vicino alle sorgenti d’acqua.
La Siria e l’Iraq in misura minore sono stati gli unici paesi arabi che hanno raggiunto lo stato di autosufficienza in:
– produzione agricola
– produzione di medicinali
– produzione energetica
– produzione industriale in varie materie
– in servizi come l’istruzione, la sanità.
Malgrado questo sviluppo i margini delle libertà personali non andarono di pari passo e con la scusa dello stato di emergenza (diventato quasi permanente), il dissenso politico era quasi un tabù e punito con il carcere. Probabilmente è questo il fattore principale che incendiò la Siria.
La situazione con la guerra
L’aggressione che la Siria ha dovuto affrontare e che dura fino ad oggi ha comportato una distruzione quasi totale su tutti i fronti sia umano che industriale. L’embargo decretato dall’imperialismo occidentale ha dato il colpo mortale ad un paese agonizzante.
Sul piano umano l’aggressione, oltre a dividere il territorio, ha diviso il popolo. Fino ad oggi metà del popolo siriano vive fuori dal territorio controllato dallo Stato di cui quasi 7 milioni vivono all’estero nei campi profughi in Turchia, Libano e Giordania e quasi 2 milioni fuori dalla regione. Altri 4 milioni circa si trovano nei territori siriani controllati dai vari gruppi terroristici: Idlib, il nord della provincia di Aleppo, le provincie di Arraqqa e di AlHasaka.
a) Questa mancanza di popolo rende l’operazione della ricostruzione, ripresa e sviluppo alquanto difficile e lenta, manca in certa misura la mano d’opera e l’intellighenzia;
b) manca ancora il controllo sul proprio territorio e in particolare quello orientale di vitale importanza la sua ricchezza nelle fonti energetiche e di territorio agricolo. Questo territorio è ancora occupato dalle truppe yankee e dalle forze curde che ciclicamente derubano sia il petrolio estratto dai pozzi presenti in queste zone, sia i prodotti agricoli (il grano in particolare) privando lo Stato siriano di queste risorse per approvvigionarsi con conseguenze gravi sul processo economico e sulla vita quotidiana dei cittadini ed anche per la mancanza di gas per usi civili (produzione di elettricità e gas per la cucina). Il governo siriano è costretto a comprare quasi tutto dall’Iran con costi aggiuntivi, soldi che sarebbero tornati utili per la ripartenza dell’economia.
L’embargo decretato dall’amministrazione Trump impedisce gli investimenti di aziende straniere in Siria per paura di ritorsioni.
Va ricordato inoltre che il settore industriale è stato in parte smantellato e venduto in Turchia e in parte distrutto. In poche parole lo Stato siriano si è trovato a ripartire quasi da zero e, attualmente, sta elargendo aiuti a vari investitori nazionali per riprendere le attività nelle zone liberate.
In conclusione la situazione economica in Siria a dire poco è disastrosa anche se le prospettive sono abbastanza allettanti o promettenti. Ma per vedere cambiamenti significativi bisogna aspettare almeno un paio d’anni e vedere come andranno a finire le trattative con la Turchia per acconsentire il ritorno di 3,5milioni di siriani, e per lo smantellamento dei gruppi terroristici sotto la sua influenza.
Con lo sblocco di questa situazione diventa facile sbloccare anche quella con il Libano e il ritorno di un milione di siriani rifugiati nel paese dei cedri.
Per quanto riguarda i territori orientali, le truppe occupanti yankee si troveranno costrette a sloggiare onde evitare di essere circondati da forze ostili e contro le quali non sono in grado di difendersi (truppe insufficiente numericamente ad ingaggiare una guerra, 1500 soldati circa).