Le lotte in Francia contro la riforma della previdenza sociale e il ruolo dei lavoratori pensionati nella società

L’inizio del 2023 in Francia è stato scosso da una serie di partecipatissimi scioperi e imponenti manifestazioni che hanno visto riversarsi nelle strade di tutto il paese milioni di lavoratrici e lavoratori, pensionati e studenti in opposizione alla riforma (ma si tratta a tutti gli effetti di una vera e propria contro-riforma) delle pensioni che il governo francese sta cercando di far passare a tappe forzate.
È da tempo che non si vedevano tutti i sindacati, ‘istituzionali’ e di base, proclamare insieme gli scioperi; gli studenti, vessati dall’introduzione negli anni scorsi dell’alternanza scuola-lavoro (si calcola oltre un milione di studenti-lavoratori), unirsi ai lavoratori insieme ai giovani precari che non riusciranno mai ad accumulare gli anni di contribuzione necessari alla pensione, insieme alle donne, le più penalizzate dalla riforma a causa degli stipendi inferiori a quelli degli uomini, dell’alta incidenza di lavori part-time, dall’interruzione dei periodi lavorativi per la maternità, l’assistenza in famiglia ai figli e agli anziani, a causa dei tagli ai servizi sociali.
Queste mobilitazioni sono in continuità con quelle della fine del 2022 indette per rivendicare aumenti salariali sull’onda del malcontento prodotto prima dall’aumento della povertà, soprattutto tra i giovani durante la pandemia, e poi dall’inflazione; hanno saputo coagulare la solidarietà di lavoratrici e lavoratori di vasti settori che talvolta si è espressa in forme originali come nel caso degli interventi dei Robin Hood di EDF (la principale azienda francese fornitrice di energia), lavoratori che si sono prestati a ripristinare l’elettricità alle famiglie e agli organismi sociali a cui era stata tagliata dall’azienda per l’impossibilità di pagare le bollette.
In sintesi, nei suoi aspetti principali, la contro-riforma delle pensioni prevede l’innalzamento dell’età minima pensionabile da 62 a 64 anni entro il 2030 e l’aumento degli anni di contribuzione da 41 a 43 dal 2027, con penalizzazioni (la pensione ‘piena’ si ottiene a 67 anni); l’equiparazione dei dipendenti pubblici, che attualmente godono di condizioni più favorevoli, a questo stesso trattamento; innalzamento di 2 anni dell’età pensionabile anche nel caso di lavori riconosciuti come usuranti; abolizione delle forme pensionistiche speciali (trattamenti più favorevoli) per i nuovi assunti; aumento dell’importo mensile delle pensioni più basse, in alcuni casi, a quasi 1.200 euro lordi (importo che tuttavia risulta inferiore alla soglia di povertà in Francia, soprattutto per chi vive in città), da settembre 2023.
Rispetto ai requisiti di pensionamento che abbiamo oggi in Italia, grazie alla riforma Fornero, quelli previsti dalla riforma francese possono apparire meno penalizzanti ma, in realtà, bisogna tenere conto delle condizioni di lavoro particolarmente pesanti che vivono gli operai in Francia. Secondo i dati dell’INSEE (l’istituto nazionale di statistica francese) gli operai hanno una speranza di vita significativamente inferiore rispetto a quella di un quadro o di un dirigente e un’alta probabilità di sviluppare una patologia invalidante prima dei 60 anni; inoltre, ben il 20% dei lavoratori a basso reddito muore prima di andare in pensione o vi sopravvive pochi anni.
L’attacco alle pensioni viene da lontano e ha sempre incontrato, in Francia, una massiccia risposta in termini di scioperi e manifestazioni: nel 1993 il governo aumenta il numero minimo di anni di contribuzione necessari per il settore privato; nel 1995 la riforma organica delle pensioni per il settore pubblico, inserita in un piano più ampio di revisione dello stato sociale, viene bloccata dalle imponenti mobilitazioni delle lavoratrici e dei lavoratori: il governo ‘cede’ sulle pensioni dei dipendenti pubblici ma fa passare i provvedimenti più strategici per la borghesia, ossia i tagli alla sanità e ai servizi pubblici, la privatizzazione degli enti statali dell’energia, della telefonia, delle poste, dei trasporti ecc.; nel 2019 un nuovo tentativo di riforma con contenuti analoghi a quelli attuali viene accantonata dopo mesi di scioperi unitari in tutti i settori dell’economia e a causa dello scoppio della pandemia.
Le motivazioni addotte dal governo francese per procedere con la sua riforma sono sempre le stesse e sono quelle che conosciamo bene anche in Italia: l’invecchiamento della popolazione, il rapporto sempre più sfavorevole tra lavoratori occupati che versano contributi e pensionati. La presunta necessità, quindi, di salvare il sistema previdenziale, che in Francia è ora in deficit di 2 miliardi di euro, che altrimenti andrebbe in fallimento.
In realtà, l’attacco alle pensioni sferrato dal governo francese con questa contro-riforma è una precisa scelta politica che, stando proprio ai numeri, poteva essere evitato: tenendo conto, ad esempio, dell’aumento di 100 miliardi delle spese militari e degli oltre 150 miliardi destinati al sostegno delle imprese, risulta evidente che 2 miliardi per ripianare il deficit del sistema previdenziale si sarebbero potuti trovare senza particolari sforzi economici. Ma non solo, secondo il COR (Consiglio di Orientamento per le Pensioni, organo preposto ad analizzare le questioni pensionistiche e formulare raccomandazioni al Primo Ministro), nonostante l’attuale deficit, le spese per le pensioni sono sotto controllo e nel lungo periodo sono destinate a stabilizzarsi per poi diminuire, facendo tornare in attivo il sistema previdenziale.
Il motivo vero per il quale la previdenza sociale deve progressivamente essere affossata va ricercato nelle crisi cicliche che, dagli anni ’70 del secolo scorso, investono sempre con maggior frequenza e profondità il sistema capitalista nei paesi imperialisti europei e riducono sempre più i margini di profitto. Le borghesie di questi paesi sono costrette a recuperare la quota di ricchezza sociale che le lotte operaie hanno storicamente strappato ai profitti per conquistare il diritto al riposo dopo anni di lavoro, indirizzandola a favore dei monopoli e dell’oligarchia finanziaria. Questo viene ottenuto principalmente con l’allungamento della vita lavorativa, il dirottamento delle risorse pubbliche che finanziano il sistema previdenziale verso le imprese private, la destinazione più o meno forzata dei contributi dei lavoratori ai fondi pensione privati, gestiti da società finanziarie e compagnie di assicurazione, per le quali si apre un vero e proprio nuovo redditizio mercato finanziario.
Per la borghesia, i pensionati non sono persone che, dopo una vita di lavoro attraverso la quale hanno creato la ricchezza per tutti, hanno il diritto di godersi gli anni di vita che gli restano in buona salute, coltivando i propri interessi; per la borghesia sono forza-lavoro non più utilizzabile per ricavarne profitto, sono “risorse umane” obsolete e costose.
Per questo, ma anche per l’assenza di un partito in grado di centralizzare la forza delle lavoratrici e dei lavoratori e di rappresentarne strutturalmente gli interessi, prima o poi, il governo francese farà in qualche modo passare la contro-riforma delle pensioni (analoghi provvedimenti sono già stati adottati o lo saranno a breve in tutti i paesi imperialisti europei); il governo lo farà, se necessario e come già ventilato, anche senza l’approvazione dell’Assemblea Nazionale (il parlamento francese) facendo leva sull’art. 47.1 della Costituzione che consente al governo, dopo 50 giorni di esame del testo, di promulgare la legge per decreto, senza alcuna votazione. D’altra parte l’involuzione in senso autoritario del governo francese, acceleratasi durante la gestione criminale della pandemia e nell’emergenza per la guerra in Ucraina, è un processo comune a tutta l’Europa e che subiamo anche in Italia.
Tutto ciò, comunque, non potrà cancellare il grande merito di queste mobilitazioni francesi che, rispolverando nelle manifestazioni un vecchio slogan del secolo scorso “no alla pensione dei morti”, hanno riproposto con forza la questione del ruolo dei lavoratori pensionati, e più in generale degli anziani, nella società.
Un ruolo che era stato delineato, negli anni immediatamente successivi alla Seconda Guerra Mondiale, proprio all’atto dell’istituzione del sistema di previdenza sociale francese, non a caso, da parte del ministro comunista Ambroise Croizat, operaio metallurgico e membro della Resistenza, descrivendo la pensione “non come l’anticamera della morte, ma come una nuova tappa della vita”, quindi non come un reddito per i lavoratori che non potevano più partecipare al processo produttivo, ma come un meritato periodo in cui si è ancora in buona salute e ci si può dedicare alle attività che non si potevano svolgere durante la carriera lavorativa, alla cultura, alla socialità.

14 Febbraio 2023

Due giorni di fuoco

Appena finito l’attacco criminale nazisionista contro il campo di Jenin gli applausi dei sionisti fioccano da tutte le parti. Arrivano i complimenti per il gran lavoro dei soldati nazisionisti. Ben Gh’vir è galvanizzato e davanti alle telecamere dichiara che cambierà le regole d’ingaggio rendendo ancor più facile sparare contro qualsiasi palestinese con o senza motivi apparenti.
La scena dell’ultima invasione ci ha riportato al 2002 quando i carri armati scorrazzavano per le strade della città e gli elicotteri solcavano il suo cielo. Stavolta questi due elementi sono mancati, ma la scena rimane uguale. L’obiettivo dichiarato dell’arresto di un leader locale della Jihad islamica non è stato raggiunto, ma l’invasione ha mietuto 9 vittime e tanta distruzione/devastazione.
La resistenza dei combattenti palestinesi ha fermato l’avanzata e gli attaccanti che pensavano di circondare il campo profughi di Jenin sono stati a loro volta circondati al punto di chiamare rinforzi per tirarli fuori.
Jenin preoccupava i coloni nazisionisti e dopo questo attacco torna a preoccuparli maggiormente. Un esercito di soldati ben addestrati e super armati non riescono a porre termine al fenomeno di Jenin ed “estirpare” un manipolo di combattenti resistenti. Ciò che i sionisti temevano è diventato realtà e il fenomeno di Jenin si è diffuso in tutta la Palestina.
Gli israeliani e una parte della dirigenza palestinese, quella dell’ANP, cercano di impedire che ciò si radichi e si rafforzi, cercano di impedire che ci sia un ambiente popolare che lo sostenga e lo protegga.
Invece, le cose sono andate al peggio per i coloni nazisionisti. Con l’escalation lanciata da diversi ministri di questo nuovo governo e con gli attacchi quotidiani da parte dei coloni e delle truppe sioniste il popolo palestinese sembra aver trovato una saldatura e unità di ferro. Ora i coloni sionisti dovranno vedersela non solo con Jenin e Nablus, ma con Gerusalemme e i palestinesi degli interni (‘48). Preoccupa molto la discesa in campo di AlKhalil (Hebron) come bacino di resistenza popolare ed armata.
Gli ambienti dei servizi interni sionisti (Shin Bet) sostengono da tempo che conoscono benissimo ciò che frulla nella testa di ogni palestinese. Questi ambienti e tutti i centri di ricerca e di analisi israeliani sostengono di conoscere bene la mentalità dei palestinesi e di tenere tutto sotto controllo. Invece, negli ultimi anni assistiamo ad un fallimento dietro l’altro dell’apparato della sicurezza e dei servizi israeliani che non sono riusciti ad intercettare ed impedire decine di attentati mortali, attentati che hanno fatto molto male agli israeliani e hanno fatto scoppiare le polemiche interne sull’inefficienza di questi servizi e di tutti gli apparati polizieschi.

E se Jenin preoccupa, AlQuds infiamma e terrorizza i coloni sionisti. AlQuds (Gerusalemme) come abbiamo avuto l’occasione di scrivere è la città più fortificata al mondo con telecamere ad ogni angolo e pattuglie di polizia che presidiano il territorio. Infiltrarsi tra le maglie di tutto ciò è già arduo, ma infiltrarsi, studiare, pianificare ed agire è già un traguardo di grande valore al di là del risultato dell’operazione. Freddezza, pazienza, caparbietà/perseveranza, determinazione e coraggio sono gli elementi/ingredienti che occorrono, tutti insieme, per portare un soggetto a fare ciò che fanno questi nuovi giovani guerrieri palestinesi.
Gli attentati degli ultimi anni hanno mandato in tilt gli apparati sionisti; è la nuova generazione dei resistenti e Fedayn che fa infuriare e spaventa molto, non solo per la qualità dei soggetti e delle loro operazioni ma soprattutto per il fallimento della strategia sionista di creare “l’arabo buono”, ovvero il palestinese assimilato e assoggettato.
Oggi, il palestinese continua a sorprendere e colpire mortalmente laddove i sionisti non se lo aspettano. La creatività dei palestinesi si dimostra senza limite e contro tutto questo i sionisti non trovano nessun rimedio ciò malgrado la loro grande potenza bellica e tecnologica. Convivere con questa situazione non entra nel lessico o nella mentalità dei coloni spinti nella loro aggressione/occupazione da interessi meramente economici. Perciò, pensiamo che andremo verso un’escalation della lotta con una violenza senza limiti prima che la bestia si arrenda e cominci a fare le valigie, un ultimo tentativo che porterà la regione, tutta, ad incendiarsi.

un compagno palestinese

La risposta della resistenza non si fa attendere

Giovedì 26 gennaio ore 05.09 una ruspa, seguita da una colonna interminabile di blindati, solca le strade di Jenin diretta al campo profughi. La ruspa libera la strada da ogni ostacolo e, arrivati al campo, continua il suo lavoro buttando giù alcune abitazioni.

Ma la colonna del gregge dei criminali nazisionista è stata scoperta molto in anticipo trovando la Resistenza palestinese nel campo già pronta per l’accoglienza. È stato scoperto il furgone di distribuzione del latte che, invece di contenere latte, al suo interno c’erano soldati e cecchini.
Nasce una sparatoria fortissima e la resistenza non arretra. L’avanzata dei criminali professionisti viene fermata e, sebbene circondino completamente il campo non riescono a realizzare lo scopo dell’aggressione. Lo scontro dura parecchie ore e questo permette ai Fedayeen di arrivare da ogni parte e circondare i nazisionisti.
Jenin diventa un campo di battaglia. E se l’invasione è stata veloce e rocambolesca il ritiro è stato una fatica tremenda, occorreva chiamare rinforzi per tirare fuori i criminali sionisti dalla città.
I morti tra le fila dei palestinesi sono 9 mentre tra le truppe sioniste si è parlato inizialmente della morte di un comandante, notizia che presto è sparita come tutte le altre notizie.
Questo evento ha subito infiammato tutta la Palestina. Manifestazioni, presidi e scontri si sono verificati ovunque. La rabbia popolare è al massimo livello. Questa risposta e con tali dimensioni non ha lasciato alla dirigenza di Ramallah spazio per manovrare ed è stata costretta a condannare la strage di Jenin e porre fine, con effetto immediato, al coordinamento di sicurezza con l’esercito d’occupazione nazisionista (sic).
Ma la vera risposta alla strage di Jenin è arrivata il giorno dopo a Gerusalemme: un giovane di 21 anni, Fakhri A’lqam del campo di Shuàfat, impugna la sua Beretta calibro 9 e si lancia contro un gruppo di coloni in un quartiere della città, sale in macchina e va un po’ più avanti e attacca un secondo gruppo. Fakhri spara per 5 minuti prima che arrivi una pattuglia di polizia con la quale nasce uno scontro fino al suo martirio.
La risposta del giovane palestinese crea uno shock collettivo, Ben Gh’vir, il chiacchierone, è senza parole per la prima volta, la folla lo riempie di insulti e lo caccia via attribuendo a lui le responsabilità dell’accaduto. Dall’altra parte, il mondo dei palestinesi è in festa e la tristezza che avvolgeva Jenin si è tramutata in una gigantesca festa. Netanyahu è in difficoltà, Abu Mazen è in difficoltà e il popolo palestinese dimostra al mondo intero di essere vivo e di resistere…

un compagno palestinese

LA REPRESSIONE SIONISTA NON RISPARMIA NESSUNO

SOLIDARIETÀ ALLA COMPAGNA STEFANIA

Lunedì mattina (16/1/2023) con un intervento delle forze di repressione israeliane nel campo profughi di Dheisheh a Betlemme è stata brutalmente arrestata e picchiata la compagna Stefania, dopo alcune ore di detenzione è stata espulsa dalla Palestina.
Da sempre a fianco delle lotte politiche e sociali e alle resistenze dei popoli oppressi, Stefania si trovava in Palestina da alcuni mesi per dare solidarietà attiva alla resistenza del Popolo palestinese.
Nell’operazione dei militari sionisti, che ha visto danneggiate gravemente diverse abitazioni di resistenti palestinesi e picchiato indiscriminatamente donne e bambini, è stato ucciso con un colpo alla testa un ragazzino palestinese di 14 anni.
Obbiettivo dell’intervento era proprio l’arresto di Stefania, il potere sionista che da cento anni occupa i territori della Palestina non ammette testimoni scomodi allo stillicidio di omicidi e soprusi che ogni giorno perpetra contro la popolazione palestinese.
Tutto deve essere messo a tacere, grazie alla complicità del sistema mediatico occidentale che niente trasmette sui crimini commessi dall’entità sionista, non ultimo la disumana condizione delle centinaia di uomini, donne, bambini, detenuti nelle carceri israeliane.
La nostra concreta solidarietà alla compagna Stefania, al popolo palestinese e alla sua resistenza, solo una Palestina libera e socialista può aprire un futuro di convivenza pacifica tra popolazioni, religioni, culture.

ULPC – UNIONE DI LOTTA PER IL PARTITO COMUNISTA

18/01/23

Ciò che sfugge ai massmedia

Mentre tutti sono concentrati sulle giustificate manifestazioni contro la repressione e gli arresti in seguito alle proteste delle donne che si rifiutano di seguire le leggi imposte dalla religione di Ali Khamenei – con un occhio particolare ai personaggi del cinema e del calcio – e sulle condanne ed esecuzioni dei giovani che si sono uniti alle lotte, ai massmedia è sfuggito che un numero significativo di lavoratori, tecnici e dipendenti di vari settori dell’industria petrolifera e del gas si sono riuniti in diversi siti nei giacimenti petroliferi dell’Iran meridionale e hanno scioperato.
Chiedono l’applicazione dell’articolo 10 della Legge nazionale sui doveri e le responsabilità del Ministero del petrolio, l’aumento dei salari e del bonus pensionistico e un miglioramento delle condizioni di lavoro.
Queste proteste in diverse aree ricche di petrolio per rivendicazioni sindacali e contro le politiche distruttive e capitaliste segnano la crescente coscienza di classe della classe operaia e dei lavoratori e assumono un significato politico che va appoggiato tanto quanto le lotte sociali perché orientati a colpire gli interessi del regime fino alla caduta decisiva della dittatura teocratica al potere.
Di fronte a questa situazione teniamo conto che la posizione di coloro che vedono in queste proteste unicamente l’aspetto dell’ingerenza USA è frutto di una visione eurocentrica perché un conto è essere giustamente antimperialisti, un conto è accantonare la visione di classe e l’internazionalismo proletario.

Palestina: affari nelle colonie

Una vera e propria complicità con i colonizzatori, in un crimine di guerra 

Recentemente il gigante francese della distribuzione Carrefour ha lanciato una catena di supermercati in Israele – dove la vita è molto cara – e in diverse delle 200 zone nei territori occupati in Cisgiordania come a Maale Adumin dove vivono 40mila coloni e ad Ariel (non lontana da Nablus) dove si sono installati in 20mila. Coloni, in gran parte di origine russa che escono dal loro mondo chiuso da filo spinato, con turni di guardia, per attaccare con sempre più violenza i palestinesi ai quali è persino impedito di usare le strade. Il partner israeliano di Carrefour, il gruppo Elco, è coinvolto nell’economia delle colonie: dalla costruzione di alloggi e lavori pubblici, alla climatizzazione di edifici, a generatori elettrici…). Difficile che Carrefour non sappia della violazione dei diritti dei palestinesi né dell’elenco che le Nazioni Unite hanno pubblicato nel 2013 di dieci “attività suscettibili di rendere le imprese israeliane o multinazionali complici di violazioni dei diritti umani in relazione alla colonizzazione del territorio palestinese”, di cui fa parte “l’offerta di servizi e prestazioni che contribuiscono al mantenimento e all’esistenza delle colonie di insediamento”. Il Primo ministro israeliano uscente, Yair Lapid, a luglio si era felicitato di questo accordo, e aveva auspicato che altre imprese della distribuzione “possano seguirne le orme”, infatti, anche il gruppo olandese Spar prevede di aprire filiali in Israele e sicuramente nei territori occupati. Una vera e propria complicità con i colonizzatori, in un crimine di guerra. 

In Europa fiumi di protesta. E in Italia?

Verso lo sciopero del 2 dicembre

In Italia i sindacati di base stanno preparando (con difficoltà) lo sciopero generale per il 2 dicembre. Uno sciopero contro il carovita e la speculazione sul caro bollette, la guerra, le privatizzazioni, per l’occupazione, aumenti salariali e pensionistici, sicurezza sui posti di lavoro, per servizi efficienti, a partire dai trasporti, il diritto alla casa, per la difesa della sanità pubblica.
Le tariffe delle utenze salgono alle stelle, ma il movimento “io non pago” stenta a decollare. Mentre in altri Paesi appartenenti alla stessa Europa – praticamente oscurati dai mass-media nazionali – si svolgono scioperi di 24 ore di tutti i settori e oceaniche manifestazioni.

In Grecia i lavoratori sono scesi in piazza con il Pame – dal Pireo all’aeroporto internazionale e in almeno 60 città – contro l’aumento dei prezzi in corso, dove l’inflazione ha superato il 10% e nel settembre scorso ha toccato il 12%, mentre i prezzi del gas sono più che quadruplicati. Per i lavoratori l’alto costo della vita è insopportabile e chiedono salari più alti e protezione sociale per tutti.

In Belgio gli operai in sciopero chiedono la riduzione del prezzo dell’energia e la negoziazione dei salari per far fronte al potere d’acquisto dei cittadini. Nello sciopero del 9 novembre solo una linea metropolitana è rimasta operativa a Bruxelles dove anche il 55% dei voli in partenza è stato cancellato. L’aeroporto di Charleroi ha chiuso completamente. Anche gli ospedali hanno aderito allo sciopero lasciando funzionanti solo i pronto soccorso.

In Francia lo sciopero delle raffinerie scuote il Paese dal 20 settembre. Dopo una contrattazione collettiva tra la direzione della ExxonMobil, la più grande compagnia petrolifera del mondo, e i sindacati francesi le due raffinerie del gruppo sono entrate in sciopero, portando alla rapida chiusura di tutti gli impianti e privando il Paese del 27% della sua capacità di raffinazione. Sciopero ignorato dai media e dallo Stato sino al 27 settembre quando le raffinerie del gruppo Total – la quinta compagnia petrolifera al mondo e la più grande azienda francese – hanno scioperato. Dal 3 ottobre,“piattaforma Normandie” e bioraffineria La Mède vicino a Marsiglia sono state chiuse paralizzando il 60% della capacità di raffinazione del Paese, mentre molti altri impianti della Total sono stati bloccati dagli scioperi.

In Spagna, con lo slogan “Madrid se levanta en defensa de la sanidad pública” (“Madrid si solleva in difesa della sanità pubblica”) a Madrid il 13 novembre sono partiti simultaneamente dai quattro punti cardinali della città, nord, sud, est ed ovest, enormi cortei formati da infermiere/i, sindacati, associazioni sanitarie, servizi di assistenza primaria, concentrati poi a Plaza de Cibeles. Al centro della protesta è stata la richiesta di “una sanità pubblica al 100%, universale e di qualità” e contro “il piano di distruzione” della sanità pubblica.

Salari, occupazione e carovita sono al centro delle proteste in Gran Bretagna già dal mese di agosto (vedi categoria internazionale/movimento operaio) lanciate dagli operai del porto di Felixstowe e anche il movimento contro il carobollette si sta sviluppando.

In Italia non si sta meglio degli altri Paesi europei perché la politica di austerità imposta dalla UE, che invece spende miliardi per sostenere il regime nazista di Zelenskij, si manifesta con la disoccupazione, carovita, privatizzazioni – a partire dalla sanità – con i salari più bassi di tutta Europa.
Per questo dobbiamo intensificare il nostro lavoro politico e sindacale per respingere la nefasta influenza e l’abitudine alla delega dei sindacati confederali e dei partiti borghesi e pseudo riformisti. Organizzarsi e lottare per abbattere il capitalismo che sta dimostrando tutto il suo fallimento e che trova la sponda anche nel reazionario e demagogico neogoverno Meloni.

Campionati di calcio e migliaia di morti da sfruttamento

Le ricette del capitalismo per la propria sopravvivenza

Oltre 6.500 lavoratori migranti – provenienti da India, Pakistan, Nepal, Bangladesh e Sri Lanka – sono morti in Qatar da quando il paese mediorientale ha ottenuto il diritto di ospitare la Coppa del Mondo di calcio 10 anni fa. Secondo il quotidiano inglese The Guardian – che cita fonti governative – una media di 12 lavoratori migranti provenienti da queste cinque nazioni dell’Asia meridionale sono morti ogni settimana dal dicembre 2010, mentre per le strade di Doha si celebrava la vittoria del Qatar.
Il bilancio totale delle vittime potrebbe però essere significativamente più alto visto che queste cifre non includono i decessi di un certo numero di lavoratori provenienti da paesi come Filippine e Kenya, e sono escluse anche le vittime degli ultimi mesi del 2020.
Negli ultimi 10 anni, il Qatar ha intrapreso un programma di lavori pubblici senza precedenti, in gran parte in preparazione per il torneo di calcio del 2022. Oltre a sette nuovi stadi, sono stati completati o sono in corso dozzine di grandi progetti, tra cui un nuovo aeroporto, strade, sistemi di trasporto pubblico, hotel e una nuova città, che ospiterà la finale dei Mondiali di calcio.
Un sacrificio umano nel nome del profitto e del calcio spettacolo che movimenta miliardi. Altro che sport!
Supersfruttamento, morti sul e da lavoro, guerre, distruzione ambientale e fame sono le ricette del capitalismo per la propria sopravvivenza.

Solidarietà ai lavoratori e al popolo del Burkina Faso

dalla Conferenza Internazionale di Partiti e Organizzazioni marxisti-leninisti

Comunicato CIPOML

In Burkina Faso è avvenuto un nuovo colpo di Stato, il secondo negli ultimi nove mesi. Il 30 settembre 2022 le forze armate hanno rovesciato il tenente colonnello Paul Henri Sandaogo Damiba, che aveva assunto il potere il 24 gennaio 2022, attraverso un’azione simile. Damiba, un burattino dell’imperialismo francese, aveva istituito un governo caratterizzato dalla corruzione e aveva come agenda nascosta il ritorno al potere dell’ex dittatore Blaise Compaoré, motivo per cui il popolo ha lottato contro di lui. In diverse città, e in particolare ad Ouagadougou, capitale del Burkina Faso, il 29 e 30 settembre e il 1° ottobre si sono verificate massicce mobilitazioni popolari, per esprimere il rifiuto del governo Damiba e il dominio dell’imperialismo, e come espressione della ricerca di un vero cambiamento a favore dei lavoratori e delle masse popolari.
Questo nuovo colpo di Stato accade nel mezzo di una grave crisi politica e di sicurezza per la popolazione, a causa della guerra civile reazionaria imposta dalle potenze imperialiste – soprattutto l’imperialismo francese – e dalla presenza fin dal 2015 di gruppi terroristici armati – ISIS e Al Qaeda – al loro servizio.
La rimozione di Damiba non è altro che una sostituzione a livello di palazzo, motivo per cui il nostro partito fratello, il Partito Comunista Rivoluzionario Voltaico chiama il popolo insorto e la gioventù patriottica e rivoluzionaria ad essere vigili e a non farsi illusioni sui nuovi golpisti che provengono dalla stessa matrice del Movimento Patriottico per la Salvaguardia e la Restaurazione (MPSR) che ha portato Damiba al potere.
La rimozione di Damiba non è altro che una sostituzione a livello di palazzo, motivo per cui il nostro partito fratello, il Partito Comunista Rivoluzionario Voltaico chiama il popolo insorto e la gioventù patriottica e rivoluzionaria ad essere vigili e a non farsi illusioni sui nuovi golpisti che provengono dalla stessa matrice del Movimento Patriottico per la Salvaguardia e la Restaurazione (MPSR) che ha portato Damiba al potere.
La Conferenza Internazionale di Partiti e Organizzazioni marxisti-leninisti, CIPOML, esprime solidarietà ai lavoratori, ai giovani e al popolo del Burkina Faso che si battono per espellere dal loro territorio le truppe dell’imperialismo francese e le bande terroristiche dell’ISIS e di Al Qaeda, per porre fine al dominio delle classi sfruttatrici autoctone.
Solo ponendo fine al dominio imperialista, allo sfruttamento della borghesia reazionaria e dei residui delle forze feudali, gli operai e il popolo del Burkina Faso potranno realizzare la loro emancipazione sociale e nazionale.
Viva la lotta dei lavoratori, dei giovani e del popolo del Burkina Faso!
Solidarietà con il Partito Comunista Rivoluzionario Voltaico!

Ottobre 2022

Comitato di Coordinamento Conferenza Internazionale di Partiti e Organizzazioni Marxisti-Leninisti – CIPOML

L’autunno palestinese

Se l’autunno da queste parti, in Europa, rischia d’essere molto freddo, in Palestina l’autunno rischia d’essere caldissimo

Cisgiordania, pentola a pressione

Ha ragione il governo sionista a temere la Jihad Islamica, unire i fronti di lotta sta diventando sempre più una realtà ed una minaccia per la stessa esistenza dello Stato di israele.
Fino a pochi mesi fa è stato il campo profughi di Jenin a destare l’attenzione dei servizi di sicurezza, essendo l’unico posto in tutta la Cisgiordania dove non era possibile addentrarsi tranquillamente e senza incorrere in una feroce sparatoria. Quest’anno invece, ovunque si recano i coloni soldati incontrano una feroce resistenza, armi da fuoco dappertutto e questi si vedono costretti ad ingaggiare uno scontro armato con pallottole che piovono da tutte le parti.
I mass media israeliani denunciano il fatto che operare persino un arresto, che fino a qualche mese fa era una cosa banale e semplice, ora non lo è più. Prima Jenin, ora Nablus, Tulkarem, Hebron, Salfit e Ramallah, Tubas e Qabatieh, Yaàbad ed altri ancora, ovunque in Cisgiordania avvengono scontri armati.

L’allarme viene lanciato per i seguenti motivi:

1- è oscura la provenienza di tutte queste armi;

2- non si sa ancora quale tipo d’arma, oltre a quelle leggere d’assalto, circoli in Cisgiordania;

3- questo pericolo continuo è considerato un fallimento clamoroso di tutti i servizi di sicurezza sionisti;

4- la circolazione per i coloni è diventata estremamente pericolosa (diverse volte sono state presi di mira e ci sono state delle vittime);

5- qual è il passo successivo, la Cisgiordania come Gaza?

Non siamo nuovi alle polemiche che si susseguono sempre di più all’interno dell’entità sionista. Ricordiamoci quelle contro i servizi di sicurezza quando i Fedayn palestinesi bucavano con troppa facilità le misure di controllo e sicurezza, tanto ammantate, sia nelle città che nelle colonie.
Polemiche che in alcuni casi si trasformavano in grida d’allarme rosso.
Alcuni commentatori israeliani si sono spinti alle affermazioni del tipo: “il nostro sbaglio è quello di non avere accettato l’Argentina, il Kenya, il Sudan, l’Ucraina dove stabilire e fondare lo Stato sionista.
E ancora: “i palestinesi sono un popolo indomabile che non si arrenderà mai e saranno la tomba dei nostri sogni” etc. Sorprende il fatto che questa gente continui a chiedersi il perché di tutto questo astio, perché i palestinesi non si lasciano sottomettere, (si chiedono) dove abbiamo sbagliato in tutti questi 73 anni?

Intifada di nuovo tipo

Si continua a discutere sui giornali e canali televisivi sionisti su come affrontare questa nuova situazione e i toni assumono aspetti pieni di preoccupazioni e tensioni.
L’opinione più diffusa, volendo riassumere tutte queste discussioni, e che in Cisgiordania ci troviamo di fronte ad una Intifada di tipo nuovo: una combinazione quasi perfetta tra quella popolare (scontri fisici e con il lancio di pietre, disobbedienza e boicottaggio, presidi e manifestazioni e tanta attività di informazione) che cerca di impedire alle forze di occupazione nazisionista di entrare nei centri abitati oppure semplicemente ostacolare il loro movimento) e, quella armata che prende di mira sia i soldati che i coloni.
Secondo le statistiche del governo israeliano gli attacchi armati contro le forze di occupazione in Cisgiordania quest’anno registrano un aumento esponenziale. Secondo queste fonti in tutto il 2021 ci sono stati 91 attacchi di cui 75 contro i soldati sionisti mentre finora nel 2022 ci sono stati 152 attacchi armati, compreso quello di poche settimane fa, di cui 132 contro i soldati.
Trapela, inoltre, da queste discussioni pubbliche, la grande confusione e incertezza sul da farsi. Essi affermano di trovarsi di fronte ad un dilemma:

1- fare un passo indietro tenendo i soldati lontano da ogni possibilità di contatto con la popolazione palestinese;

2- intensificare la repressione.

Siccome ormai è diventato quasi impossibile non essere a contatto con la popolazione palestinese, colonie e coloni si trovano un po’ dappertutto in Cisgiordania e qualsiasi loro movimento provoca contatto e, oltre al fatto che questi spesso provocano questi contatti intenzionalmente cercando da una parte una maggior visibilità per se stessi e dall’altra perseguono un’escalation della situazione in generale. È scontato che la scelta è l’aumento della repressione. Un circolo vizioso che non farà altro che buttare benzina sul fuoco con il rischio della deflagrazione in tutta la Palestina storica (israele).
Al momento il modello delle due province del nord della Cisgiordania, Jenin e Nablus, si sta estendendo sempre di più alle altre province con un cerchio di fuoco sempre più ampio. Ciò significa che tutta la Cisgiordania è in procinto di esplodere. Nel mese di settembre due attacchi armati: il primo contro un autobus di soldati nella valle del giordano, provincia di Tubas, e il secondo a Il Nabi Saleh, provincia di Ramallah. Il risultato: 10 soldati feriti solo per miracolo, gli poteva andare molto peggio.

I palestinesi degli interni ’48

Il timore di una esplosione si fa più concreto provocando un fortissimo mal di testa ai sionisti. Ciò nasce dal fatto che è molto più difficile, anzi quasi impossibile, riuscire a controllare questo territorio e prevenire gli attacchi. L’estensione del territorio su tutta la Palestina del ‘48 e la presenza di città miste implica l’utilizzo di un numero molto maggiore sia di soldati che di polizia.
L’impiego di tale forza sia in Cisgiordania che nel ‘48 rischia di lasciare i fronti esterni, sia a nord con il Libano sia a sud con Gaza, scoperti o sguarniti. Il governo israeliano si troverebbe costretto a richiamare le riserve. Una protrazione di questa situazione significa una guerra di logoramento dell’esercito dei coloni e dell’economia (il ciclo produttivo verrà interrotto o comunque molto rallentato sia per mancanza di manodopera sia per il clima di insicurezza che mina gli investimenti interni ed esteri).

L’ANP tra due fuochi

Quelle israeliane contro l’Anp sono accuse dirette ed esplicite di “omissione di servizio” ovvero, l’Anp, secondo i sionisti, non fa nulla per sedare e reprimere le rivolte palestinesi (sic). In realtà sono le politiche israeliane in Cisgiordania ad essere l’unica causa di ciò che accade in Palestina con la continua colonizzazione, quindi, esproprio di terra, e l’abuso nella repressione con arresti indiscriminati (anche di bambini molto piccoli), con ferimenti o uccisioni, anche questi indiscriminati e ingiustificati.
Essi, i sionisti hanno svuotato l’Anp relegandola al ruolo di poliziotti al servizio dell’entità sionista e dei coloni. L’assedio economico sionista contro l’Anp minaccia persino la sopravvivenza della stessa e con i risultati raggiunti dalle forze della resistenza palestinesi a Gaza, oggi l’ANP conta un bel niente, persino la base di AlFatah, la fazione politica che appoggiava e sosteneva Abu Mazen e i suoi scagnozzi, oggi si schiera contro esplicitamente.
Qualsiasi mossa faccia l’Anp, rischia di provocare una risposta popolare in grado di porre fine a questo lungo processo di tradimenti.
Usa, Europei e donatori internazionali, tutti chiedono all’Anp di intervenire con maggiore forza e contenere, per lo meno, questa situazione. Nessuno chiede mai niente ai sionisti di moderarsi e allentare la pressione sulla popolazione palestinese. Anzi, gli yankee, ricordiamolo, hanno dato luce verde ai sionisti di intensificare la colonizzazione in Cisgiordania quale premio per il loro silenzio o almeno la moderazione del tono delle critiche sull’eventuale accordo con l’Iran sul nucleare.
Detto questo e vista la situazione penosa nella quale versa l’Anp bisognerebbe vedere fino a che punto le forze di “sicurezza” della Sulta (ANP) asseconderebbero una politica di repressione su larga scala anche contro le proprie famiglie, già, perché ogni agente rischia di vedere i propri familiari repressi duramente dai propri colleghi. Una situazione molto ingarbugliata che sarà difficile risolvere nella direzione tracciata dalle forze di occupazione sionista e loro sostenitori internazionali.
Fatta questa premessa va detto che la situazione in Cisgiordania è più che bollente. Gli scontri hanno raggiunto un punto di non ritorno. Attualmente non c’è un posto in Cisgiordania, piccolo o grande che sia, che non sia coinvolto in scontri armati. Allo scopo di fermare questa ondata di ribellione gli israeliani hanno gettato nella mischia altri 20.000 soldati super armati e sostenuti da una flotta di droni con duplici funzioni (anche droni kamikaze). Le preoccupazioni dell’entourage politico e militare sono:

  • l’avvicinarsi delle feste ebraiche
  • – le elezioni politiche che si terranno il 3 novembre.

A Gerusalemme più di 5000 poliziotti sono stati aggiunti al corpo di polizia municipale per garantire la sicurezza dei coloni nazional-religiosi che durante le feste ebraiche sono soliti invadere Gerusalemme e la spianata delle moschee.