Sviluppi della situazione mediorientale

Accordi di “pace” tra Iran e Arabia Saudita

Il volta faccia delle monarchie del Golfo sembra sia definitivo. Al momento esse in pratica stanno abbandonando, parzialmente, l’imperialismo occidentale – Usa e Company – per gettarsi convintamente nelle braccia di Cina e Russia. Sono successi tanti fatti che hanno convinto queste monarchie, anche perché il cavaliere di prima è morente o come minimo ha forze fiacche.
L’irritazione dell’Arabia Saudita inizia con Obama che spinge la monarchia a impegnare tutte le sue forze nel decennio di fuoco che ha invaso e distrutto diversi paesi e popolazioni arabe. Una volta che l’incendio è diventato indomabile l’amministrazione Usa ha cominciato a prendere le distanze dalla monarchia saudita e in particolare dall’erede al trono Mohammad Ben Salman.
Trump, il successore di Obama, ha voluto soltanto impegnare queste monarchie ed altri paesi arabi in una specie di Nato mediorientale sotto il commando Usa-Israele, un’alleanza in funzione soprattutto anti iraniana e, come si capisce, al servizio esclusivo degli interessi israeliani. Per arrivare a questo occorre normalizzare i rapporti con l’entità sionista e a questo scopo si sono inventati la “pace di Abramo”. Due monarchie hanno subito intrapreso il percorso Emirati e Bahrein, mentre la A.S è rimasta un po’ riluttante. Per la creazione della Nato Mediorientale occorre armarsi ed ecco che l’industria bellica Usa incomincia a darsi da fare: contratti super miliardari vengono messi in essere e il salasso delle economie delle monarchie prende quota.
L’amministrazione Biden rincara la dose contro Ben Salman figlio e lo strappo/ricatto viene a consumare qualsiasi tipo di rapporto con la monarchia.
Tutto ciò avviene in un momento di decadenza politico/militare della super potenza yankee. Iraq, Afghanistan e Iran hanno denudato il gigante mostrando la sua impotenza. Il colpo mortale avviene in Ucraina con la Russia che da sola fa fronte alla Nato tutta insieme e sembra vincere il confronto.
Ciò che molti hanno capito da questa guerra per procura che si consuma in Ucraina è che la Nato è una tigre di carta. Questo è stato capito anche dai retrogradi sauditi e, data la situazione, sono giunti alla conclusione che questa tigre non potrà più offrire quella protezione che le è stata garantita per decenni.
Sul piano economico è lo stesso. L’imperialismo modello Usa non ha più futuro e la Cina si presta al sorpasso inevitabile in pochi anni. A dire il vero è tutta l’economia che si sposta ad est lasciando i vecchi imperialismi occidentali, yankee ed europei, a languire ed agonizzare.
A convincere di più i sauditi a cambiare padrone è la loro guerra con lo Yemen diventata un pantano da cui non riescono ad uscire senza perdere la faccia. Ingenti quantità di denaro sono già stati spesi senza giungere a nessuna vittoria anche in parvenza. Tutto al contrario, la minaccia yemenita è diventata incombente e molto pericolosa con i loro missili e droni che potrebbero distruggere il paese invasore. L’assenza degli Usa nello scenario yemenita e il mancato appoggio ai sauditi che, oltre a rendere disastrosa la situazione umanitaria nello Yemen, rischia di ricevere un durissimo colpo (lo Yemen ha minacciato di chiudere Bab El Mandeb di fronte al commercio marittimo se il loro paese verrà tenuto sotto embargo e sotto assedio). Tutto ciò probabilmente ha convinto i sauditi a cambiare rotta.
La crescita dell’Iran su tutti i piani: economico, politico, militare e scientifico è stata un ulteriore motivo, molto valido, che ha spinto i sauditi a firmare l’accordo di pace. Il luogo della firma è molto significativo dal punto di vista politico e rappresenta:
– la crescita di ruolo della Cina politicamente e la sua mediazione viene a sostituire sia gli Usa e i paesi europei. A differenza del capitalismo vorace occidentale la Cina offre reciprocità e scambio paritario dove gli attori sono tutti vincenti. Il contrasto tra i due modelli capitalistici è abissale; ricordiamo che quello occidentale ha basato la sua influenza sulla forza militare brutale, sulla minaccia. E, come se non bastasse, creando situazioni di caos e di instabilità politica in tutti gli Stati riluttanti ad accettare il dominio assoluto degli Usa e dei paesi scagnozzi europei arrivando, spesso, alla liquidazione fisica dei capi di governo invisi ai centri di potere nei paesi dell’imperialismo occidentale. Quindi, il rapporto che si presenta è un rapporto di sottomissione totale con un impoverimento progressivo dei paesi sottomessi.
Questo naturale risultato lo abbiamo visto chiaramente nei paesi africani e dell’America del Sud, non è il caso dei paesi del Golfo che hanno mantenuto una certa arretratezza e sottosviluppo malgrado il grande surplus finanziario e l’accumulo che sono riusciti a racimolare. Probabilmente, come sostengono in molti analisti yankee, gli arabi si sono anche stancati del trattamento loro riservato dagli Usa e si sono diretti ad est e a nord verso le economie promettenti nei mercati asiatici e russi. Un volta faccia che, se si compie, darebbe un colpo mortale al capitalismo occidentale in toto e una spinta, invece, decisiva alle economie promettenti asiatiche, una spinta che accelera il sorpasso della Cina come prima economia mondiale. Sembra che anche i cinesi se ne siano accorti e stanno accelerando a loro volta la costruzione di una potenza navale, la Cina sta costruendo porti un po’ ovunque per assicurarsi un approdo tranquillo. La flotta militare, invece, serve ad assicurare le rotte delle sue flotte commerciali.
Tornando all’accordo. A distanza di poco tempo i risvolti e le reazioni nella regione prendono il volo: in israele guardano a questa intesa come una sconfitta strategica, una grande delusione. Il piano di portare i confini dell’entità sionista dal punto di vista della sicurezza il più lontano possibile dal centro è stato probabilmente rilegato e messo nel cassetto. La Nato mediorientale anche e l’attacco all’Iran, partendo dai paesi del Golfo, dimenticato. Insomma tutto ciò sul quale hanno lavorato assiduamente per decenni è probabilmente svanito con un tocco di pennello. Un colpo durissimo per la dirigenza politica e militare sionista.
Dall’altra parte, nei paesi arabi, questa intesa è stata salutata positivamente e accolta con molto sollievo. I risvolti immediati si sono visti in alcune questioni conflittuali che hanno dato una accelerazione alla risoluzione dei conflitti, in primis nello Yemen e la Siria. Certe aperture si sono viste anche in Libano, Kuwait e Bahrein. Hanno riaperto le loro ambasciate a Teheran, la Turchia sta normalizzando i suoi rapporti con i paesi arabi e probabilmente giungerà ad accordarsi con la Siria per ritirare le sue truppe dalle zone occupate. Anche in Libia sembra che le cose vadano verso una prospettiva di pace tra le parti belligeranti. Insomma qualcosa si muove, ma bisogna essere molto cauti per vedere su quali spiagge si approda.

Un compagno palestinese

Francia: la Riforma passa al Senato, ma non si fermano le proteste

È partita già dalla fine dello scorso anno la mobilitazione di rifiuto della legge sull’aumento dell’età pensionabile a 64 anni che il Governo francese intende approvare a causa dell’invecchiamento della popolazione. Il disegno di legge sulla riforma delle pensioni, particolarmente ingiusta per le donne, era stato presentato dopo settimane di trattative tra governo e sindacati che prevede l’anticipazione dal 2035 al 2027 della cosiddetta legge “Touraine”, che aumenta di un anno il periodo per cui è necessario versare contributi per andare in pensione, e l’abolizione di alcuni regimi pensionistici speciali, oltre a una serie di altre misure.
Macron aveva già provato a cambiare il sistema pensionistico nel 2019 e non è il primo presidente francese che vuol mettere le mani sui 42 regimi pensionistici basati su notevoli differenze nelle agevolazioni e nei trattamenti delle singole categorie, costato nel 2020 l’equivalente del 13,6% del Pil, in proporzione meno di quello italiano che è il 15,6.
Come in Italia tutte le giustificazioni per far fronte alle pensioni si fanno ripagare sugli stessi lavoratori, in piena sintonia con le imposizioni della UE.
Dopo il successo delle manifestazioni di febbraio, e della sesta giornata di sciopero che ha visto l’arresto di 11 manifestanti quando sono scesi in piazza solo a Parigi 700mila lavoratori e altre decine di migliaia in almeno 300 città, sabato 11 la piazza di Parigi ha raggiunto un milione al quale si aggiungono le centinaia di manifestazioni nelle altre città francesi.
Sono giornate nere per i trasporti ferroviari, aereo e locale, uno dei settori più colpiti, per gli impianti energetici, le scuole, scioperi con il blocco delle spedizioni all’uscita di tutte le raffinerie. La lotta si è allargata contro l’erosione di tutte le conquiste sociali anche se – a causa della frantumazione dei comunisti e del “riformismo” della maggiore confederazione sindacale (comunque non paragonabile a quella italiana) che parla di redistribuzione del capitale – quella lotta di classe necessaria per abbattere il capitalismo e costruire il socialismo è ben lontana. Sono comunque proteste che esprimono il malcontento contro le scelte governative mettendo in ginocchio l’economia.
Molto simile però all’esplosione del fenomeno passato alla storia come Maggio francese, anche se negli Stati Uniti si era già sviluppato negli anni ’60 un movimento contro la guerra e la segregazione razziale, quando si svilupparono una serie di scioperi studenteschi in numerose università ed istituti di Parigi contro il progetto di riforma scolastica Fouchet, fortemente classista. Mobilitazioni e scioperi che si unirono alle lotte operaie, seguite da violenti scontri con le forze dell’ordine, lotte osteggiate dal sindacato e che sfociarono nell’occupazione della Renault di Sochaux dove, durante lo sgombero morirono due operai, e che in seguito si propagarono praticamente in tutto il mondo.
Per il momento la riforma è passata al Senato il 9 marzo con 201 voti a favore e 115 contrari, ma la lotta non si ferma.

I sindacati palestinesi a sostegno della mobilitazione contro la riforma delle pensioni in Francia

Messaggio di solidarietà

In una lettera alla CGT e all’Union Syndicale Solidaires pubblicata lunedì 6 marzo, diversi sindacati palestinesi hanno inviato un messaggio di solidarietà alla mobilitazione dei lavoratori e dei giovani contro la riforma delle pensioni del governo Macron alla vigilia della giornata di sciopero generale del 7 marzo. Questa posizione esemplare testimonia ancora una volta che la solidarietà è aiuto reciproco nella lotta comune. La riproduciamo di seguito integralmente.

Cari compagni della CGT, della Confederazione Generale del Lavoro e dell’Union Syndicale Solidaires dalla Palestina, saluti di uguaglianza e giustizia sociale

Noi, sindacati e funzionari sottoscritti, a nome dei sindacati palestinesi e di tutti i lavoratori e il popolo palestinese, esprimiamo il nostro pieno e illimitato sostegno e sostegno alle vostre proteste di massa per respingere le cosiddette “pensioni di riforma” del governo di Emmanuel Macron.
Vediamo l’adozione di questa legge come un nuovo attacco del governo francese e del grande capitale economico contro la classe operaia francese e gli oppressi. Queste sono le stesse aziende e governi che sostengono l’occupazione sionista della Palestina.
Ad esempio, il gruppo francese “Carrefour” ha recentemente aperto negozi negli insediamenti “israeliani” nella Cisgiordania occupata.
I sindacati palestinesi affermano il loro totale appoggio allo sciopero generale e alla settima marcia a cui tutti i sindacati francesi stanno convocando, rifiutando questa legge e le pratiche del governo francese.
I sindacati palestinesi accolgono con favore il continuo sostegno della CGT francese e dei vari comitati di solidarietà per le questioni dei lavoratori e del popolo palestinese, il loro sostegno alla causa palestinese e il loro rifiuto dell’occupazione israeliana e delle sue pratiche, e affermano il loro costante desiderio di approfondire i rapporti di cooperazione e di beneficiare dell’esperienza sindacale francese.
Insieme fino al raggiungimento degli obiettivi dei lavoratori
Per raggiungere la libertà dalla coercizione delle politiche imperialiste e del colonialismo sionista
Fronte sindacale progressista – Palestina
Sindacato pubblico dei lavoratori della petrolchimica e del gas
Unione pubblica dei lavoratori dell’agricoltura e della produzione alimentare
Unione pubblica dei lavoratori della pesca e della produzione marittima
Unione dei lavoratori dei servizi pubblici

Il 9 Marzo il primo ministro dell’entità sionista è atteso in Italia

Tocca a noi invertire la rotta

Mentre il presidente del Senato Ignazio La Russa è in visita ufficiale nell’entità sionista il suo primo ministro Benjamin Netanyahu, dalle mani grondanti di sangue palestinese, sarà in Italia il 9 marzo.
Tanti i dossier sul tavolo: dall’energia, con il progetto del gasdotto Eastmed su cui Edison ha chiesto al governo un sostegno esplicito, alla guerra in Ucraina, dalla “lotta all’antisemitismo” nei giorni scorsi l’ambasciatore israeliano Alon Bar ha incontrato il prefetto Giuseppe Pecoraro, nominato coordinatore nazionale per la lotta contro l’antisemitismo dal presidente Meloni, dalla “cooperazione industriale, tecnologica e scientifica” a quella militare.
A tal proposito, a dicembre, in occasione di un incontro tra Adolfo Urso, senatore di Fratelli d’Italia e ministro delle Imprese e del Made in Italy e l’ambasciatore israeliano Bar, era stato attivato il gruppo di lavoro per “migliorare la cooperazione industriale”.
La borghesia sionista italiana compie il suo rituale di riconoscimento e sostegno all’entità sionista, la cui accelerazione verso la forma-Stato fascistoide, ma sempre spacciata per unica democrazia del medio-oriente, sta provocando anche una seria crisi “interna” con manifestazioni oceaniche contro il progetto di legge in corso di approvazione per subordinare la magistratura al governo.
Vorremmo però che fossero le cifre a parlare: per quanto riguarda l’occupazione della Palestina solo da inizio anno, sono più di 70 i palestinesi uccisi dall’esercito sionista, centinaia quelli incarcerati, migliaia i feriti.
Solo negli ultimi giorni, coloni israeliani hanno effettuato pogrom a sud di Nablus e nella città di Huwara, incendiando mezzi e case con all’interno civili indifesi; ministri israeliani (come Bezalel Smotrich e Itamar Ben Gvir) si sono espressi con incitamenti a crimini di guerra e a favore della “cancellazione” di Huwara “dandola alle fiamme”.
Il parlamento israeliano ha reintrodotto la pena di morte, ma solo per i Palestinesi prigionieri, accusati e condannati per atti di resistenza che hanno comportato uccisioni.
Questo il portato della visita del premier dell’entità sionista alla sua omologa italiana, entrambi in continuità con i precedenti governi, ma decisi a trarre ulteriore profitto dalle vicende della guerra in Ucraina e a consolidare la penetrazione del sionismo in Italia con il suo bagaglio di sistemi avanzati di controllo e repressione delle masse, sperimentati sulla pelle dei palestinesi.
A fronte di tutto ciò, continua indefessa la resistenza del popolo palestinese, nel totale e assordante silenzio internazionale, la borghesia incassa la mancanza di sostegno da parte delle classi subalterne e la loro incapacità di inquadrare la lotta al progetto sionista come lotta all’imperialismo.
Tocca a noi invertire la rotta, ripristinare metodi e forme efficaci di solidarietà internazionalista, pur nel complicato contesto attuale, a partire dalla lotta contro la NATO, contro il nostro imperialismo e il suo governo guerrafondaio e antioperaio.

ULPC – UNIONE DI LOTTA PER IL PARTITO COMUNISTA

unionedilottaperilpartitocomunista@tutanota.com

Solidarietà e sostegno alla popolazione siriana colpita dal terremoto

riceviamo e volentieri pubblichiamo

Il popolo siriano affronta ormai da 12 anni una serie di terremoti con quest’ultimo molto devastante e distruttivo. L’energia scaricata da quest’ultimo terremoto è della forza di decine di bombe atomiche tanto che non ha lasciato scampo alle popolazioni della Turchia e della Siria. Diverse città in entrambi i paesi sono state letteralmente spianate, con migliaia di morti e feriti.
Una catastrofe e una tragedia immane che nel caso siriano è duplice, per la guerra imperialista scatenata contro la Siria nel 2011, guerra che dura ancora con un’aggravante: l’embargo e le sanzioni decretate unilateralmente dagli USA contro lo Stato siriano. Come se non bastasse, la guerra, oltre a distruggere tutte le infrastrutture e la rete di servizi, ha determinato una ondata di sfollamento di milioni di siriani con oltre 5milioni di rifugiati nei paesi limitrofi Turchia, Libano e Giordania, nonché gli sfollati interni. Tutto ciò che non è stato distrutto dalla guerra è stato colpito dall’embargo e dalle sanzioni criminali, le quali colpiscono duramente la popolazione. Grazie all’embargo USA vengono a mancare una serie di prodotti di prima necessità e di pezzi di ricambio, specialmente nel settore sanitario. Gli effetti di questo crimine si sono visti durante quest’ultimo terremoto ma solo grazie alla eroica risposta del personale e del popolo siriano, questi effetti sono stati in parte contenuti.
Gli USA, dalla caduta dell’Unione Sovietica, si sono auto nominati padroni del mondo. Essi si arrogano il diritto di giudicare chi è buono e chi è cattivo sferrando spesso una guerra distruttiva contro quest’ultimo o, appunto, decretando embarghi e sanzioni. I popoli colpiti dalla barbara azione sono innumerevoli in America del Sud, Africa e Asia occidentale. Queste misure hanno provocato carestie e portato tante popolazioni alla fame, tutto per piegare le loro resistenze e obbligare tutti a mettersi al servizio degli interessi imperialistici Yankee. Il messaggio è chiaro: che nessuno osi sfidare l’impero. Gli USA si sono autonominati unico GIUDICE che decreta sentenze in nome della democrazia e dei diritti umani, fatale per chiunque. Il dominio degli USA nelle sedi delle istituzioni internazionali ha messo la credibilità di queste istituzioni sul lastrico, spesso paralizzando le loro attività con la loro distruzione come conseguenza ultima.
Non soddisfatti ancora del loro lavoro, gli USA rubano letteralmente tutte le risorse di un vasto territorio siriano, la regione del nord-est. Questo territorio, il granaio della Siria e molto ricco di risorse energetiche, è stato occupato dagli USA nel 2015, con l’avallo e l’aiuto dei ribelli locali. Risorse energetiche e grano sottratte per privare la Siria e il popolo siriano di queste ricchezze e costringendo il governo a chiedere aiuto e rifornimento ai paesi amici con costi esorbitanti per le casse semi vuote dello Stato.
Alla luce di tutto ciò, chiediamo a tutti i compagni e tutte le compagne la massima mobilitazione e il massimo impegno per aiutare il popolo siriano:

– costringere gli Usa a ritirare le sue truppe dalla Siria e dismettere il suo sostegno ai gruppi del terrore;

– costringere l’imperialismo occidentale a togliere immediatamente l’embargo alla Siria;

– costringere gli imperialisti Yankee a smantellare le centinaia di basi militari sparse nel mondo e di porre fine alle ingerenze negli affari interni dei popoli

Chiediamo, inoltre, a tutti di mobilitarsi in campagne d’aiuto al popolo siriano messo in ginocchio dalla guerra, dalle sanzioni, dall’embargo e dal terremoto.

La solidarietà tra i popoli ha luogo nei momenti difficili e l’indifferenza “uccide” tutti

Viva la Siria libera e indipendente

Viva il popolo siriano

Collettivo Per La Palestina

La situazione economica in Siria

Com’era la Siria prima del decennio di fuoco che ha bruciato la Siria popolo e terra per comprendere meglio la situazione grave in cui si si trova questo paese occorre descrivere le condizioni antecedenti.
Questo passaggio è necessario per capire meglio il disastro che ha colpito il paese arabo con la cosiddetta rivoluzione siriana e l’aggressione imperialista e sionista.
Malgrado la situazione di guerra vissuta dalla Siria per decenni, 1948-2011, che depauperò la sua fragile economia e, soprattutto, dopo la guerra del 1973, il governo siriano ha iniziato a fare passi verso una strategia economica che oggi chiamiamo “economia di resistenza”. Il cardine di questa strategia era l’indipendenza dai fattori esterni pensando allo sviluppo interno, sia come produzione sia come mercato. Un aiuto immenso a livello dello scambio ci fu grazie al blocco dei paesi “socialisti” e da quelli non allineati.
Per uscire dalle condizioni di arretratezza tecnologica ed industriale i vari governi siriani hanno investito molto in materia di istruzione e formazione dei propri cittadini. Scuole e università potenziate, decine di migliaia di studenti sono mandati a studiare all’estero, soprattutto nelle università dei paesi “socialisti”. In poco tempo la situazione sociale e culturale in Siria viene rivoluzionata e questo si rispecchia sulla vita quotidiana dei cittadini che per lo più si attesta su livelli medi, di non povertà e tanto meno di non troppo agio.
La scelta dello Stato siriano di questo tipo di economia l’ha preservato dall’indebitamento e dai condizionamenti che ne derivano. Anche la scelta di dividere la Siria in diverse aree di produzione è stata una strategia azzeccata:
1- la zona di Damasco (meridionale) come centro per lo più culturale;
2- la zona di Aleppo (settentrionale-occidentale) come centro industriale;
3- la zona centro-orientale come agricolo.
Questa scelta fu dettata da due fattori principali:
– allontanare l’industria dai confini meridionali e lontano dai raid aerei israeliani
– mettere l’agricoltura vicino alle sorgenti d’acqua.
La Siria e l’Iraq in misura minore sono stati gli unici paesi arabi che hanno raggiunto lo stato di autosufficienza in:
– produzione agricola
– produzione di medicinali
– produzione energetica
– produzione industriale in varie materie
– in servizi come l’istruzione, la sanità.
Malgrado questo sviluppo i margini delle libertà personali non andarono di pari passo e con la scusa dello stato di emergenza (diventato quasi permanente), il dissenso politico era quasi un tabù e punito con il carcere. Probabilmente è questo il fattore principale che incendiò la Siria.
La situazione con la guerra
L’aggressione che la Siria ha dovuto affrontare e che dura fino ad oggi ha comportato una distruzione quasi totale su tutti i fronti sia umano che industriale. L’embargo decretato dall’imperialismo occidentale ha dato il colpo mortale ad un paese agonizzante.
Sul piano umano l’aggressione, oltre a dividere il territorio, ha diviso il popolo. Fino ad oggi metà del popolo siriano vive fuori dal territorio controllato dallo Stato di cui quasi 7 milioni vivono all’estero nei campi profughi in Turchia, Libano e Giordania e quasi 2 milioni fuori dalla regione. Altri 4 milioni circa si trovano nei territori siriani controllati dai vari gruppi terroristici: Idlib, il nord della provincia di Aleppo, le provincie di Arraqqa e di AlHasaka.
a) Questa mancanza di popolo rende l’operazione della ricostruzione, ripresa e sviluppo alquanto difficile e lenta, manca in certa misura la mano d’opera e l’intellighenzia;
b) manca ancora il controllo sul proprio territorio e in particolare quello orientale di vitale importanza la sua ricchezza nelle fonti energetiche e di territorio agricolo. Questo territorio è ancora occupato dalle truppe yankee e dalle forze curde che ciclicamente derubano sia il petrolio estratto dai pozzi presenti in queste zone, sia i prodotti agricoli (il grano in particolare) privando lo Stato siriano di queste risorse per approvvigionarsi con conseguenze gravi sul processo economico e sulla vita quotidiana dei cittadini ed anche per la mancanza di gas per usi civili (produzione di elettricità e gas per la cucina). Il governo siriano è costretto a comprare quasi tutto dall’Iran con costi aggiuntivi, soldi che sarebbero tornati utili per la ripartenza dell’economia.
L’embargo decretato dall’amministrazione Trump impedisce gli investimenti di aziende straniere in Siria per paura di ritorsioni.
Va ricordato inoltre che il settore industriale è stato in parte smantellato e venduto in Turchia e in parte distrutto. In poche parole lo Stato siriano si è trovato a ripartire quasi da zero e, attualmente, sta elargendo aiuti a vari investitori nazionali per riprendere le attività nelle zone liberate.
In conclusione la situazione economica in Siria a dire poco è disastrosa anche se le prospettive sono abbastanza allettanti o promettenti. Ma per vedere cambiamenti significativi bisogna aspettare almeno un paio d’anni e vedere come andranno a finire le trattative con la Turchia per acconsentire il ritorno di 3,5milioni di siriani, e per lo smantellamento dei gruppi terroristici sotto la sua influenza.
Con lo sblocco di questa situazione diventa facile sbloccare anche quella con il Libano e il ritorno di un milione di siriani rifugiati nel paese dei cedri.
Per quanto riguarda i territori orientali, le truppe occupanti yankee si troveranno costrette a sloggiare onde evitare di essere circondati da forze ostili e contro le quali non sono in grado di difendersi (truppe insufficiente numericamente ad ingaggiare una guerra, 1500 soldati circa).

Le lotte in Francia contro la riforma della previdenza sociale e il ruolo dei lavoratori pensionati nella società

L’inizio del 2023 in Francia è stato scosso da una serie di partecipatissimi scioperi e imponenti manifestazioni che hanno visto riversarsi nelle strade di tutto il paese milioni di lavoratrici e lavoratori, pensionati e studenti in opposizione alla riforma (ma si tratta a tutti gli effetti di una vera e propria contro-riforma) delle pensioni che il governo francese sta cercando di far passare a tappe forzate.
È da tempo che non si vedevano tutti i sindacati, ‘istituzionali’ e di base, proclamare insieme gli scioperi; gli studenti, vessati dall’introduzione negli anni scorsi dell’alternanza scuola-lavoro (si calcola oltre un milione di studenti-lavoratori), unirsi ai lavoratori insieme ai giovani precari che non riusciranno mai ad accumulare gli anni di contribuzione necessari alla pensione, insieme alle donne, le più penalizzate dalla riforma a causa degli stipendi inferiori a quelli degli uomini, dell’alta incidenza di lavori part-time, dall’interruzione dei periodi lavorativi per la maternità, l’assistenza in famiglia ai figli e agli anziani, a causa dei tagli ai servizi sociali.
Queste mobilitazioni sono in continuità con quelle della fine del 2022 indette per rivendicare aumenti salariali sull’onda del malcontento prodotto prima dall’aumento della povertà, soprattutto tra i giovani durante la pandemia, e poi dall’inflazione; hanno saputo coagulare la solidarietà di lavoratrici e lavoratori di vasti settori che talvolta si è espressa in forme originali come nel caso degli interventi dei Robin Hood di EDF (la principale azienda francese fornitrice di energia), lavoratori che si sono prestati a ripristinare l’elettricità alle famiglie e agli organismi sociali a cui era stata tagliata dall’azienda per l’impossibilità di pagare le bollette.
In sintesi, nei suoi aspetti principali, la contro-riforma delle pensioni prevede l’innalzamento dell’età minima pensionabile da 62 a 64 anni entro il 2030 e l’aumento degli anni di contribuzione da 41 a 43 dal 2027, con penalizzazioni (la pensione ‘piena’ si ottiene a 67 anni); l’equiparazione dei dipendenti pubblici, che attualmente godono di condizioni più favorevoli, a questo stesso trattamento; innalzamento di 2 anni dell’età pensionabile anche nel caso di lavori riconosciuti come usuranti; abolizione delle forme pensionistiche speciali (trattamenti più favorevoli) per i nuovi assunti; aumento dell’importo mensile delle pensioni più basse, in alcuni casi, a quasi 1.200 euro lordi (importo che tuttavia risulta inferiore alla soglia di povertà in Francia, soprattutto per chi vive in città), da settembre 2023.
Rispetto ai requisiti di pensionamento che abbiamo oggi in Italia, grazie alla riforma Fornero, quelli previsti dalla riforma francese possono apparire meno penalizzanti ma, in realtà, bisogna tenere conto delle condizioni di lavoro particolarmente pesanti che vivono gli operai in Francia. Secondo i dati dell’INSEE (l’istituto nazionale di statistica francese) gli operai hanno una speranza di vita significativamente inferiore rispetto a quella di un quadro o di un dirigente e un’alta probabilità di sviluppare una patologia invalidante prima dei 60 anni; inoltre, ben il 20% dei lavoratori a basso reddito muore prima di andare in pensione o vi sopravvive pochi anni.
L’attacco alle pensioni viene da lontano e ha sempre incontrato, in Francia, una massiccia risposta in termini di scioperi e manifestazioni: nel 1993 il governo aumenta il numero minimo di anni di contribuzione necessari per il settore privato; nel 1995 la riforma organica delle pensioni per il settore pubblico, inserita in un piano più ampio di revisione dello stato sociale, viene bloccata dalle imponenti mobilitazioni delle lavoratrici e dei lavoratori: il governo ‘cede’ sulle pensioni dei dipendenti pubblici ma fa passare i provvedimenti più strategici per la borghesia, ossia i tagli alla sanità e ai servizi pubblici, la privatizzazione degli enti statali dell’energia, della telefonia, delle poste, dei trasporti ecc.; nel 2019 un nuovo tentativo di riforma con contenuti analoghi a quelli attuali viene accantonata dopo mesi di scioperi unitari in tutti i settori dell’economia e a causa dello scoppio della pandemia.
Le motivazioni addotte dal governo francese per procedere con la sua riforma sono sempre le stesse e sono quelle che conosciamo bene anche in Italia: l’invecchiamento della popolazione, il rapporto sempre più sfavorevole tra lavoratori occupati che versano contributi e pensionati. La presunta necessità, quindi, di salvare il sistema previdenziale, che in Francia è ora in deficit di 2 miliardi di euro, che altrimenti andrebbe in fallimento.
In realtà, l’attacco alle pensioni sferrato dal governo francese con questa contro-riforma è una precisa scelta politica che, stando proprio ai numeri, poteva essere evitato: tenendo conto, ad esempio, dell’aumento di 100 miliardi delle spese militari e degli oltre 150 miliardi destinati al sostegno delle imprese, risulta evidente che 2 miliardi per ripianare il deficit del sistema previdenziale si sarebbero potuti trovare senza particolari sforzi economici. Ma non solo, secondo il COR (Consiglio di Orientamento per le Pensioni, organo preposto ad analizzare le questioni pensionistiche e formulare raccomandazioni al Primo Ministro), nonostante l’attuale deficit, le spese per le pensioni sono sotto controllo e nel lungo periodo sono destinate a stabilizzarsi per poi diminuire, facendo tornare in attivo il sistema previdenziale.
Il motivo vero per il quale la previdenza sociale deve progressivamente essere affossata va ricercato nelle crisi cicliche che, dagli anni ’70 del secolo scorso, investono sempre con maggior frequenza e profondità il sistema capitalista nei paesi imperialisti europei e riducono sempre più i margini di profitto. Le borghesie di questi paesi sono costrette a recuperare la quota di ricchezza sociale che le lotte operaie hanno storicamente strappato ai profitti per conquistare il diritto al riposo dopo anni di lavoro, indirizzandola a favore dei monopoli e dell’oligarchia finanziaria. Questo viene ottenuto principalmente con l’allungamento della vita lavorativa, il dirottamento delle risorse pubbliche che finanziano il sistema previdenziale verso le imprese private, la destinazione più o meno forzata dei contributi dei lavoratori ai fondi pensione privati, gestiti da società finanziarie e compagnie di assicurazione, per le quali si apre un vero e proprio nuovo redditizio mercato finanziario.
Per la borghesia, i pensionati non sono persone che, dopo una vita di lavoro attraverso la quale hanno creato la ricchezza per tutti, hanno il diritto di godersi gli anni di vita che gli restano in buona salute, coltivando i propri interessi; per la borghesia sono forza-lavoro non più utilizzabile per ricavarne profitto, sono “risorse umane” obsolete e costose.
Per questo, ma anche per l’assenza di un partito in grado di centralizzare la forza delle lavoratrici e dei lavoratori e di rappresentarne strutturalmente gli interessi, prima o poi, il governo francese farà in qualche modo passare la contro-riforma delle pensioni (analoghi provvedimenti sono già stati adottati o lo saranno a breve in tutti i paesi imperialisti europei); il governo lo farà, se necessario e come già ventilato, anche senza l’approvazione dell’Assemblea Nazionale (il parlamento francese) facendo leva sull’art. 47.1 della Costituzione che consente al governo, dopo 50 giorni di esame del testo, di promulgare la legge per decreto, senza alcuna votazione. D’altra parte l’involuzione in senso autoritario del governo francese, acceleratasi durante la gestione criminale della pandemia e nell’emergenza per la guerra in Ucraina, è un processo comune a tutta l’Europa e che subiamo anche in Italia.
Tutto ciò, comunque, non potrà cancellare il grande merito di queste mobilitazioni francesi che, rispolverando nelle manifestazioni un vecchio slogan del secolo scorso “no alla pensione dei morti”, hanno riproposto con forza la questione del ruolo dei lavoratori pensionati, e più in generale degli anziani, nella società.
Un ruolo che era stato delineato, negli anni immediatamente successivi alla Seconda Guerra Mondiale, proprio all’atto dell’istituzione del sistema di previdenza sociale francese, non a caso, da parte del ministro comunista Ambroise Croizat, operaio metallurgico e membro della Resistenza, descrivendo la pensione “non come l’anticamera della morte, ma come una nuova tappa della vita”, quindi non come un reddito per i lavoratori che non potevano più partecipare al processo produttivo, ma come un meritato periodo in cui si è ancora in buona salute e ci si può dedicare alle attività che non si potevano svolgere durante la carriera lavorativa, alla cultura, alla socialità.

14 Febbraio 2023

Due giorni di fuoco

Appena finito l’attacco criminale nazisionista contro il campo di Jenin gli applausi dei sionisti fioccano da tutte le parti. Arrivano i complimenti per il gran lavoro dei soldati nazisionisti. Ben Gh’vir è galvanizzato e davanti alle telecamere dichiara che cambierà le regole d’ingaggio rendendo ancor più facile sparare contro qualsiasi palestinese con o senza motivi apparenti.
La scena dell’ultima invasione ci ha riportato al 2002 quando i carri armati scorrazzavano per le strade della città e gli elicotteri solcavano il suo cielo. Stavolta questi due elementi sono mancati, ma la scena rimane uguale. L’obiettivo dichiarato dell’arresto di un leader locale della Jihad islamica non è stato raggiunto, ma l’invasione ha mietuto 9 vittime e tanta distruzione/devastazione.
La resistenza dei combattenti palestinesi ha fermato l’avanzata e gli attaccanti che pensavano di circondare il campo profughi di Jenin sono stati a loro volta circondati al punto di chiamare rinforzi per tirarli fuori.
Jenin preoccupava i coloni nazisionisti e dopo questo attacco torna a preoccuparli maggiormente. Un esercito di soldati ben addestrati e super armati non riescono a porre termine al fenomeno di Jenin ed “estirpare” un manipolo di combattenti resistenti. Ciò che i sionisti temevano è diventato realtà e il fenomeno di Jenin si è diffuso in tutta la Palestina.
Gli israeliani e una parte della dirigenza palestinese, quella dell’ANP, cercano di impedire che ciò si radichi e si rafforzi, cercano di impedire che ci sia un ambiente popolare che lo sostenga e lo protegga.
Invece, le cose sono andate al peggio per i coloni nazisionisti. Con l’escalation lanciata da diversi ministri di questo nuovo governo e con gli attacchi quotidiani da parte dei coloni e delle truppe sioniste il popolo palestinese sembra aver trovato una saldatura e unità di ferro. Ora i coloni sionisti dovranno vedersela non solo con Jenin e Nablus, ma con Gerusalemme e i palestinesi degli interni (‘48). Preoccupa molto la discesa in campo di AlKhalil (Hebron) come bacino di resistenza popolare ed armata.
Gli ambienti dei servizi interni sionisti (Shin Bet) sostengono da tempo che conoscono benissimo ciò che frulla nella testa di ogni palestinese. Questi ambienti e tutti i centri di ricerca e di analisi israeliani sostengono di conoscere bene la mentalità dei palestinesi e di tenere tutto sotto controllo. Invece, negli ultimi anni assistiamo ad un fallimento dietro l’altro dell’apparato della sicurezza e dei servizi israeliani che non sono riusciti ad intercettare ed impedire decine di attentati mortali, attentati che hanno fatto molto male agli israeliani e hanno fatto scoppiare le polemiche interne sull’inefficienza di questi servizi e di tutti gli apparati polizieschi.

E se Jenin preoccupa, AlQuds infiamma e terrorizza i coloni sionisti. AlQuds (Gerusalemme) come abbiamo avuto l’occasione di scrivere è la città più fortificata al mondo con telecamere ad ogni angolo e pattuglie di polizia che presidiano il territorio. Infiltrarsi tra le maglie di tutto ciò è già arduo, ma infiltrarsi, studiare, pianificare ed agire è già un traguardo di grande valore al di là del risultato dell’operazione. Freddezza, pazienza, caparbietà/perseveranza, determinazione e coraggio sono gli elementi/ingredienti che occorrono, tutti insieme, per portare un soggetto a fare ciò che fanno questi nuovi giovani guerrieri palestinesi.
Gli attentati degli ultimi anni hanno mandato in tilt gli apparati sionisti; è la nuova generazione dei resistenti e Fedayn che fa infuriare e spaventa molto, non solo per la qualità dei soggetti e delle loro operazioni ma soprattutto per il fallimento della strategia sionista di creare “l’arabo buono”, ovvero il palestinese assimilato e assoggettato.
Oggi, il palestinese continua a sorprendere e colpire mortalmente laddove i sionisti non se lo aspettano. La creatività dei palestinesi si dimostra senza limite e contro tutto questo i sionisti non trovano nessun rimedio ciò malgrado la loro grande potenza bellica e tecnologica. Convivere con questa situazione non entra nel lessico o nella mentalità dei coloni spinti nella loro aggressione/occupazione da interessi meramente economici. Perciò, pensiamo che andremo verso un’escalation della lotta con una violenza senza limiti prima che la bestia si arrenda e cominci a fare le valigie, un ultimo tentativo che porterà la regione, tutta, ad incendiarsi.

un compagno palestinese

La risposta della resistenza non si fa attendere

Giovedì 26 gennaio ore 05.09 una ruspa, seguita da una colonna interminabile di blindati, solca le strade di Jenin diretta al campo profughi. La ruspa libera la strada da ogni ostacolo e, arrivati al campo, continua il suo lavoro buttando giù alcune abitazioni.

Ma la colonna del gregge dei criminali nazisionista è stata scoperta molto in anticipo trovando la Resistenza palestinese nel campo già pronta per l’accoglienza. È stato scoperto il furgone di distribuzione del latte che, invece di contenere latte, al suo interno c’erano soldati e cecchini.
Nasce una sparatoria fortissima e la resistenza non arretra. L’avanzata dei criminali professionisti viene fermata e, sebbene circondino completamente il campo non riescono a realizzare lo scopo dell’aggressione. Lo scontro dura parecchie ore e questo permette ai Fedayeen di arrivare da ogni parte e circondare i nazisionisti.
Jenin diventa un campo di battaglia. E se l’invasione è stata veloce e rocambolesca il ritiro è stato una fatica tremenda, occorreva chiamare rinforzi per tirare fuori i criminali sionisti dalla città.
I morti tra le fila dei palestinesi sono 9 mentre tra le truppe sioniste si è parlato inizialmente della morte di un comandante, notizia che presto è sparita come tutte le altre notizie.
Questo evento ha subito infiammato tutta la Palestina. Manifestazioni, presidi e scontri si sono verificati ovunque. La rabbia popolare è al massimo livello. Questa risposta e con tali dimensioni non ha lasciato alla dirigenza di Ramallah spazio per manovrare ed è stata costretta a condannare la strage di Jenin e porre fine, con effetto immediato, al coordinamento di sicurezza con l’esercito d’occupazione nazisionista (sic).
Ma la vera risposta alla strage di Jenin è arrivata il giorno dopo a Gerusalemme: un giovane di 21 anni, Fakhri A’lqam del campo di Shuàfat, impugna la sua Beretta calibro 9 e si lancia contro un gruppo di coloni in un quartiere della città, sale in macchina e va un po’ più avanti e attacca un secondo gruppo. Fakhri spara per 5 minuti prima che arrivi una pattuglia di polizia con la quale nasce uno scontro fino al suo martirio.
La risposta del giovane palestinese crea uno shock collettivo, Ben Gh’vir, il chiacchierone, è senza parole per la prima volta, la folla lo riempie di insulti e lo caccia via attribuendo a lui le responsabilità dell’accaduto. Dall’altra parte, il mondo dei palestinesi è in festa e la tristezza che avvolgeva Jenin si è tramutata in una gigantesca festa. Netanyahu è in difficoltà, Abu Mazen è in difficoltà e il popolo palestinese dimostra al mondo intero di essere vivo e di resistere…

un compagno palestinese