Burkina Faso tra interessi imperialisti e protagonismo popolare

Sulla scia degli insegnamenti del rivoluzionario Thomas Sankara

Tra il 30 settembre e il 2 ottobre 2022 si è consumato un nuovo colpo di Stato in Burkina Faso, guidato dal capitano Ibrahim Traoré e sostenuto dal corpo militare di élite ‘Cobra’, dopo solo otto mesi da quello precedente.
Ci sono voluti tre giorni di manifestazioni popolari e scontri e la mediazione dei leader delle comunità tradizionali e religiose per costringere alle dimissioni il tenente-colonnello Paul Henry Damiba, presidente in carica, autoproclamatosi a seguito del suo colpo di Stato avvenuto nel gennaio scorso, e capo del Movimento Patriottico per la Salvaguardia e la Restaurazione (MPSR).
Le condizioni poste per le sue dimissioni da Damiba, rifugiatosi a Lomé in Togo, sono state quelle di aver garantita l’amnistia per lui, la sua famiglia e i militari che gli erano rimasti fedeli, ma soprattutto l’impegno dei nuovi militari al potere di proseguire il processo di riconciliazione nazionale e il rispetto delle scadenze previste per il ritorno all’ordine costituzionale entro luglio 2024.
La motivazione principale avanzata da Traoré per il colpo di Stato consiste nella totale incapacità del suo predecessore a far fronte efficacemente al terrorismo dei gruppi della Jihad Islamica che ha portato alla perdita del controllo su circa il 40% del territorio nazionale e la continua degradazione della sicurezza, che pure erano state le priorità dichiarate da Damiba.
Il nuovo colpo di Stato è stato accompagnato da grandi manifestazioni popolari di giubilo nella capitale Ouagadougou e in altre città e da un tentativo di assalto all’ambasciata francese, con l’accusa ai militari di quel paese, che ha smentito, di aver dato rifugio a Damiba nella propria base militare di Kamboinsin. Si calcola che siano scese in piazza più di un milione di persone, cifra enorme se si considera che il Burkina Faso conta un totale di circa 19 milioni di abitanti.
L’appoggio popolare al nuovo colpo di Stato si spiega con lo stato di esasperazione generalizzato dovuto al rapido deterioramento delle condizioni di vita delle masse popolari: l’inflazione è arrivata a superare il 18% nei mesi scorsi, ma con i prezzi dei generi alimentari aumentati di oltre il 30%, a cui si aggiunge la drammatica situazione nell’est e nel nord del paese. In queste zone del Burkina, come in Mali e in Niger, imperversano le bande di jihadisti islamici che, quando non si lanciano in uccisioni di massa (si calcola che siano state massacrate almeno 10.000 persone), pretendono il pizzo dalle popolazioni locali; tutto questo ha provocato lo spostamento di oltre 1,5 milioni di abitanti dalle loro abitazioni e attività, rendendo la vita normale, in quelle zone, praticamente impossibile.
Nei giorni successivi, Traoré, oltre ad assumere la carica di Presidente della Repubblica, ha preso anche le redini del MPSR dichiarando l’intenzione di rispettare gli impegni già presi dal suo predecessore e in particolare l’agenda dettata dalla Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (ECOWAS, Economic Community of West African States). Intenzione confermata negli incontri con il corpo diplomatico accreditato nel paese e le organizzazioni internazionali (ONU, Unione Europea, Banca Mondiale ecc.) e con la delegazione della stessa ECOWAS, accolta tuttavia da manifestazioni popolari che ne contestavano il ruolo e l’agenda, nelle quali si potevano vedere sventolare alcune bandiere russe e ascoltare slogan contro la Francia e a favore della cooperazione Russia-Burkina.
Forse non a caso, lo stesso giorno Evgenij Prigozhin, fondatore dell’organizzazione militare mercenaria russa Wagner, ha dichiarato il suo sostegno a Traoré e ha dato disponibilità a mettere a disposizione l’esperienza degli istruttori russi, presenti nella Repubblica Centrafricana, per l’addestramento dell’esercito del Burkina, qualora le autorità lo avessero richiesto. Immediata la reazione degli Stati Uniti che hanno messo in guardia i nuovi militari al potere dal rischio di un’alleanza con i mercenari di Wagner.
Non è un mistero che il Burkina Faso sia nel mirino delle potenze imperialiste, non solo della Francia di cui era colonia e che ha imposto proprie basi militari in loco, ma anche degli Stati Uniti, della Russia e perfino dell’Italia che nel luglio del 2019 ha stipulato con lo Stato africano l’Accordo tra il Governo della Repubblica italiana e il Governo del Burkina Faso relativo alla cooperazione nel settore della difesa. Il Burkina, infatti, è ricco di importanti risorse minerarie ed è tra i cinque paesi maggiori produttori di oro del continente africano.
Fin dall’indipendenza dalla Francia ottenuta nel 1960 (allora con il nome Alto Volta), il paese è stato oggetto delle mire dell’imperialismo, a partire da quello francese. L’ingerenza imperialista fu interrotta per il breve periodo rivoluzionario della presidenza di Thomas Sankara, dal 1983 al 1987, nel quale fu promossa l’autosufficienza alimentare, fu creata una rete di presìdi sanitari pubblici, furono bloccati gli affitti, fu combattuta la corruzione, fu attuata una politica contro la desertificazione delle terre, fu avviata una campagna contro l’analfabetismo, contro i matrimoni forzati e contro la pratica della mutilazione dei genitali femminili, nonché altri provvedimenti che elevarono significativamente il livello di vita degli strati più poveri della popolazione.
Una politica che scontentò molti settori della borghesia e della piccola borghesia del Burkina ma contribuì a creare coscienza tra le masse popolari che ancora oggi sono tra le più politicizzate del continente africano.
In politica estera, quel periodo si caratterizzò per la strategia antimperialista, per la promozione dell’unità panafricana, il sostegno ai movimenti di liberazione del continente, la condanna aperta del Franco CFA, moneta di retaggio coloniale attraverso cui la Francia riesce a controllare le finanze delle sue ex-colonie, il rifiuto di pagare il debito estero che implica politiche di austerità imposte da Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale e che provocano una forte riduzione dei livelli di vita delle masse popolari e favoriscono la penetrazione delle multinazionali occidentali.
Questa politica di indipendenza dalle potenze occidentali e dalle loro istituzioni economiche e finanziarie e che metteva al centro i bisogni dei lavoratori e delle masse popolari era intollerabile per l’imperialismo, in particolare per quello francese, che oltretutto temeva un ‘contagio’ rivoluzionario nei paesi confinanti: nell’ottobre del 1987 un commando di uomini armati assassinò Sankara e 12 suoi stretti collaboratori. Il mandante era Blaise Campaoré, per conto degli imperialisti francesi e statunitensi.
Campaoré, che pure era stato a fianco di Sankara nelle prime fasi rivoluzionarie, si fece portatore degli interessi di alcune frazioni della borghesia, della piccola borghesia e di una parte dei vertici militari, allarmati dalla portata e dalla velocità dei cambiamenti sociali; governò in modo dittatoriale per 27 anni, reprimendo in modo sistematico qualsiasi tentativo di opposizione organizzata, senza lesinare la pratica degli omicidi politici e alimentando in modo clientelare il riemergere della corruzione diffusa; in politica estera divenne, negli anni, il punto di riferimento degli interessi di Francia e Stati Uniti assumendo il ruolo di mediatore nella gestione delle numerose crisi politiche che si produssero nell’Africa occidentale.
Campaoré fu destituito a furor di popolo nell’ottobre del 2014 da una sollevazione che vide scendere nelle piazze e assalire il parlamento masse popolari, lavoratori, giovani – oltre 1,5 milioni di persone – a seguito del suo tentativo di modificare la Costituzione, promulgata nel 1991, per garantirsi il proseguimento del proprio mandato oltre il 2015; fu salvato dall’intervento delle forze speciali francesi che lo trasferirono in elicottero in Costa D’Avorio, paese che gli concesse la cittadinanza ivoriana per impedirne l’estradizione, eseguendo gli ordini dettati dalla Francia.
Proprio in aprile di quest’anno è terminato a Ouagadougou il processo – il primo in Africa a carico di un ex-dittatore – che ha condannato in contumacia Campaoré all’ergastolo per “minaccia alla sicurezza dello Stato” e “complicità nell’omicidio” di Thomas Sankara e dei suoi collaboratori; resta invece aperto il filone del processo sulle responsabilità internazionali: i governanti, in carica all’epoca, di Francia, Stati Uniti, Costa D’Avorio, Libia, Togo e Liberia sono accusati di “complotto internazionale” per eliminare Sankara.
Nel 2015 si svolsero regolari elezioni vinte dal Movimento del Popolo per il Progresso (MPP) che portarono Roch Kaboré, suo principale esponente, alla presidenza del Burkina.
Kaboré non riuscì a sanare le rivalità all’interno della borghesia, governando senza lasciare alcuno spazio alle opposizioni e alle istanze popolari: tra gli altri provvedimenti liberticidi, decretò lo stato di emergenza su tutto il territorio nazionale, mise in atto gravi restrizioni al diritto di manifestare e al diritto di libera circolazione.
Il suo MPP rappresentava gli interessi della frazione di borghesia che si opponeva a quelli rappresentati dal Congresso per la Democrazia e il Progresso (CDP) fondato da Campaoré nel 1996 e che sopravvisse alla sua caduta.
Kaboré, inoltre, si dimostrò del tutto incapace a contenere le bande di jihadisti che imperversavano nell’est e nel nord del paese, affidandosi completamente all’intervento della Francia e dei suoi corpi militari speciali; la potenza ex coloniale, tuttavia, non aveva interesse a risolvere la questione alla radice ritenendo che la destabilizzazione strisciante dell’Africa occidentale avrebbe meglio garantito la possibilità di mettere le mani sulle enormi e preziose risorse minerarie presenti nella Regione.
Furono questi i motivi alla base del colpo di Stato di gennaio di quest’anno di Damiba e del suo MPSR, visto di buon occhio dal CDP che, nella politica di riconciliazione nazionale del MPSR, intravedevano la possibilità di ritagliarsi una fetta di potere: significative le voci circolate a luglio di quest’anno di un ritorno in Burkina di Campaoré, malgrado la sua condanna all’ergastolo di pochi mesi prima.
Damiba, proprio con la promessa – non mantenuta – di combattere efficacemente la presenza delle bande jihadiste, inizialmente riuscì a ottenere un certo consenso anche da ampi settori delle masse popolari, esasperati dalle tragiche conseguenze delle incursioni della Jihad Islamica.
La situazione attuale nel Burkina Faso, dopo il nuovo colpo di Stato di Traoré dei giorni scorsi, comunque non è ancora stabilizzata: a fronte di voci che parlano di una volontà degli alti gradi militari di riprendersi il potere, continuano le manifestazioni a sostegno del capitano Traoré, soprattutto da parte dei giovani che in Burkina sono la maggioranza (l’età media della popolazione è 17 anni).
Si tratterà di capire se Traoré agirà in continuità con il MPSR, come dichiarato, o se sarà costretto a prestare ascolto alle istanze delle masse in fermento.
In ogni caso le masse popolari, i lavoratori e i giovani del Burkina Faso hanno dimostrato a più riprese una grande consapevolezza e volontà di lottare per la propria dignità ed emancipazione, sulla scia degli insegnamenti del rivoluzionario Thomas Sankara.

ULPC 9 ottobre 2022

IRAN: EMANCIPAZIONE DI CLASSE O RIVOLUZIONI COLORATE

comunicato ULPC

Se non affrontiamo quanto sta accadendo in Iran con l’ottica di classe non saremmo in grado di capire appieno la portata degli eventi e la loro reale collocazione sociale e politica.

Non possiamo dimenticare il ruolo fondamentale che l’Iran ha ricoperto e ricopre nell’appoggio alla resistenza araba contro la penetrazione imperialista attuata da Israele e Stati Uniti d’America in Medio Oriente; Libano, Siria, Palestina, Yemen, resistono grazie all’apporto politico, militare ed economico iraniano.

Come comunisti non siamo certo fautori di leggi e governi islamici, ma gli avvenimenti che si sono succeduti in Iran con la morte della giovane curda Mahsa Amini, dopo essere stata arrestata perché non indossava correttamente il velo, secondo le notizie diffuse dal sistema informativo, ricordano molto quanto già accaduto in altri paesi Siria, Libia, Ucraina, con le cosiddette rivoluzioni colorate costruite e condotte con una stessa strategia ben studiata e attuata dall’imperialismo occidentale per rovesciare governi avversi e ostili alla sua politica espansiva.

Le giuste manifestazioni per rivendicare maggiori libertà sociali sono state accompagnate da violenze e attentati che hanno coinvolto e ucciso manifestanti e forze di polizia, come nelle tristi giornate del colpo di Stato in Ucraina del 2014. La propaganda mediatica attuata dal sistema informativo occidentale nasconde le violenze perpetrate da gruppi organizzati finanziati dall’occidente.

Un dato che accomuna tutte le mobilitazioni che hanno contraddistinto le rivoluzioni colorate, è la completa assenza dei temi di classe e dei lavoratori in quanto classe organizzata e portatrice di rivendicazioni molto più avanzate delle semplici parole d’ordine borghesi inneggianti a generiche libertà, che, come ormai ampiamente dimostrato dalla storia, non liberano i lavoratori dalla loro condizione di sudditanza dal potere del capitale e lasciano i popoli indifesi nelle mani di governi reazionari e corrotti.

I soprusi e l’oppressione compiuti contro le donne si superano solo se avanzano le conquiste sociali di classe e si libera la classe lavoratrice dalla schiavitù del capitale.

I reali cambiamenti politici, sociali, economici, possono avvenire in Iran come in Italia solo se le lotte sono organizzate e guidate dalla classe proletaria per il sostanziale cambiamento delle regole della società borghese capitalista.

Alla Sanac di Massa

contributo a seguito dell’assemblea
e del volantinaggio del Collettivo
di territorio

riceviamo e pubblichiamo

Giovedì 6 ottobre, dalle ore 10.00 alle ore 12.00, si è svolta l’assemblea ai cancelli della Sanac di Massa. Al presidio e all’assemblea, presenti circa 35 operai Sanac, alcuni sindacalisti ed Rsu, e alcuni compagni/e. In tutto una cinquantina di partecipanti. Considerando che gli operai della Sanac di Massa sono 110 e che alcuni erano in fabbrica perché non colpiti dalla cassa integrazione, all’assemblea era presente un terzo della forza-lavoro.
I delegati Rsu sono 4. Il Ccnl dei chimici ne prevede 3 fino a 100 dipendenti, poi scatta la 4^ Rsu. La Sanac di Massa è uno dei 4 stabilimenti del gruppo che, nell’insieme, conta poco meno di 400 dipendenti. Quello di Massa è il più numeroso. Il rapporto tra operai e impiegati alla Sanac di Massa è di 1 a 4, circa il 20% sono impiegati.
Per 5 giorni, dal 3 al 7 ottobre, la produzione si è fermata. In fabbrica sono rimasti una quindicina di lavoratori, tutti gli altri in cassa integrazione. “L’azienda che produce refrattari non ha acquirenti e la liquidità è risicata: aspetta milioni di € da ‘Acciaierie d’Italia’, società partecipata dallo Stato, che da Sanac acquista refrattari per l’impianto ex Ilva” (così riporta ‘Il Tirreno’, cronaca locale, del 30 settembre).
La Sanac è un’azienda chimica che produce all’80% del prodotto per un’azienda metalmeccanica, l’ex Ilva di Taranto (oggi ‘Acciaierie d’Italia’).
Dall’assemblea di giovedì i sindacalisti hanno annunciato, in seduta stante: – che è stata bandita una nuova gara per l’acquisizione di Sanac (fotocopia della precedente conclusasi con un nulla di fatto); – una manifestazione territoriale a sostegno della vertenza e la loro presenza nel prossimo consiglio comunale.
La presenza di compagni/e a situazioni di questo tipo aiuta a comprendere meglio la realtà. La partecipazione è importante al fine di capire, imparare e mostrare l’interesse di classe a quanto si muove sul territorio, in particolare nel mondo del lavoro.
Cosa si può capire e le conferme da questa vicenda:

a) che compagni/e (comunisti, rivoluzionari, del movimento di classe … , troppo spesso sono esterni, per non dire estranei, a situazioni di questo tipo e che, dove possibile, debbono imparare a colmare il vuoto;

b) il sindacato, nelle sue rappresentante di categoria (in questo caso, Filctem-Cgil, Femca-Cisl, Uiltec-Uil), ha il compito, oltre che il dovere, di: istituzionalizzare la vertenza, compatibilizzare la ‘lotta’, ricercare soluzioni al ribasso;

c) buona parte degli operai, nella difficoltà a esprimersi, delega un operaio (meno pauroso e timoroso nei confronti dei sindacalisti) a manifestare sottovoce il malumore nella conduzione della vertenza nel senso di auspicare, augurarsi, una possibile soluzione a partire solo dal proprio stabilimento, nello specifico quello di di Massa. Una tendenza del ‘si salvi chi può’, che relega una eventuale ‘mobilitazione’ alla propria situazione, all’insegna del ‘vita mia morte tua’. Una sorta di corporativizzazione della classe che tende e intende salvarsi da sola…

Un gruppo di operai avverte ‘utilisticamente’ e praticamente che il loro stabilimento può salvarsi a discapito degli altri; pertanto, compete a chi di dovere (tra cui anche noi) dimostrare concretamente che l’unità fa la forza e che da solo nessuno si salva.
Il buon e bravo delegato Rsu si colloca nel mezzo tra queste due tendenze: da una parte rivendica l’unità di tutti i lavoratori del gruppo Sanac, l’unità con altre vertenze, con altri lavoratori/trici, in modo e forma general/generica, dall’altra invoca una lotta senza spiegare quale lotta necessita per l’unità e per l’obiettivo collettivo: la difesa del posto di lavoro, del salario, della dignità.
Una realtà che impone comprensione, disponibilità e capacità a tessere rapporti e relazioni, proprio nella classe operaia e nel movimento dei lavoratori aggredito sul diritto irrinunciabile e ineludibile: il lavoro.
Lavoro che, in qualche misura e forma, costringe gli operai a “movimentarsi” e ad assumere l’iniziativa.

Informazioni e riflessioni di un compagno di ULPC presente all’assemblea

Ritrovo ad Avenza in via Gino Menconi, 25 (circolo ARCI) lunedì 17 ottobre alle ore 18

Nell’anniversario della morte di Gino Menconi per fare propri i suoi insegnamenti di lotta e di unità delle forze antifasciste, di riscatto delle classi popolari e di speranza in un mondo migliore. Centro di Documentazione Gino Menconi

In memoria di Gino Menconi

Per ricordare la figura di un partigiano e dirigente antifascista

riceviamo e volentieri pubblichiamo dal Centro
di Documentazione Gino Menconi

Negli anni della giovinezza aveva militato nel Partito repubblicano. Nel 1926, quando s’instaurò la dittatura fascista, Menconi decise di lasciare i repubblicani, per continuare nelle file del Partito comunista la lotta contro il fascismo.
Espatriato in Francia, Gino Menconi fu mandato per due anni alla “Scuola leninista” di Mosca. Tornato a Parigi, vi rimase giusto il tempo di entrare a far parte dell’apparato clandestino comunista, che lo destinò al lavoro d’organizzazione in Italia. Menconi, arrivato clandestinamente a Napoli, si mise subito ad organizzare la diffusione di fogli illegali come L’Operaio Bolscevico, La Scintilla, Falce e Martello. Finito nelle mani della polizia con un gruppo di altri comunisti napoletani e deferito, era il 1931, al Tribunale speciale, il dirigente comunista fu condannato a diciassette anni di carcere. Ne uscì, per amnistia, sei anni dopo, ma fu subito confinato nell’isola di Ponza che lasciò soltanto dopo due anni, per essere posto in libertà vigilata. Nel 1940, con lo scoppio della Seconda guerra mondiale, nuovo arresto per Gino Menconi e nuovo internamento a Ventotene.
Nell’agosto del 1943, con la caduta del fascismo, Menconi riacquista la libertà e riprende l’azione politica. Al momento dell’armistizio, il dirigente comunista si trova a Firenze. Vi organizza subito la lotta armata contro i nazifascisti e passa poi nel Parmense dove, nell’agosto del 1944, con il nome di “Renzi”, diventa comandante della “Piazza” di Parma.
Il 14 ottobre “Renzi” si reca a Bosco di Corniglio per una riunione di comandanti partigiani. Il 17, il gruppo è sorpreso, in seguito a delazione, da un reparto di SS germaniche. Menconi non riesce a mettersi in salvo. Spara sino all’ultima cartuccia poi, già gravemente ferito, lancia la sua arma contro i nazisti. I tedeschi lo catturano, lo adagiano su una branda che si trovava nel locale della riunione, ma non lo fanno per curarlo: legano al letto il ferito, lo irrorano di benzina e lo fanno morire tra le fiamme.
Anche quest’anno ricordiamo la figura di questo partigiano e dirigente antifascista. In un momento storico grave: con il governo italiano nelle mani dell’estrema destra e il rischio di una nuova guerra mondiale nucleare.
Ricordiamo Gino Menconi nell’anniversario della sua morte facendo nostri i suoi insegnamenti di lotta e di unità delle forze antifasciste, di riscatto delle classi popolari e di speranza in un mondo migliore.

Ritrovo in via Gino Menconi, 25
ad Avenza (circolo ARCI)
lunedì 17 ottobre alle ore 18

Onore a Gino Menconi!

W la Resistenza, No alla guerra, Opposizione al governo dei neofascisti!

Per la fabbrica pubblica e socialmente integrata

Testo approvato dall’assemblea permanente del 5/10/2022

Verso il 9 ottobre, verso Bologna del 22 ottobre e Napoli 5 novembre
Verso la nascita della Società Operaia di Mutuo Soccorso Insorgiamo 

L’assemblea permanente dei lavoratori ex Gkn dichiara che:

1. Sono stati persi 10 mesi in maniera irresponsabile. Lo stabilimento rischia il degrado. La fabbrica è a livello societario sull’orlo del baratro. Nessuno dica un domani che la cosa non si sapeva o non era chiara. 
2. La cassa integrazione viene usata in questo paese spesso per bollire le vertenze e disgregare il tessuto lavorativo per trasformare comunità di persone in potenziali mantenuti. Noi abbiamo evidentemente bisogno dell’ammortizzatore sociale per non cadere nella povertà e per avere tempo ulteriore. Ma la nostra dignità è più forte di qualsiasi paura e ricatto. E soprattutto chiediamo: tempo per fare cosa? Rigettiamo ogni tipo di discussione sulla cassa integrazione che non sia finalizzata a progetti chiari di reindustrializzazione e ritorno al lavoro. 
3. L’attuale proprietà ha perduto evidentemente credibilità e il diritto unico di proposta. Renda trasparente tutto il corpo di accordi avuti con il fondo finanziario Melrose. Smetta di frapporsi tra la chiarezza necessaria a risolvere i problemi e la ripartenza. E soprattutto renda accessibile lo stabilimento a chiunque apporti realmente un contributo alla reindustrializzazione. Start-up, ricercatori, idee, investimenti devono trovare qua ascolto e chiarezza.
4. Ci siamo dichiarati “fabbrica pubblica”. Perchè è chiaro che Gkn non riparte oggi se non con fondi pubblici. Ribadiamo quindi la nostra richiesta di una entrata del capitale pubblico in società. Allo stesso tempo a capitale pubblico, deve corrispondere pubblico controllo, pubblica utilità e politica industriale pubblica. 
5. Ci siamo dichiarati “fabbrica socialmente integrata” perchè ad oggi l’unica cosa che ci ha tenuto in vita è da un lato la lotta sindacale e la tenuta dell’assemblea permanente e dall’altro il legame con il territorio. Questa fabbrica, tanto più se pubblica, deve integrarsi ed essere “restituita” alle esigenze del territorio.
6. Per fare tutto questo dobbiamo dotarci di strumenti adeguati e all’altezza:
a) nasce l’associazione “Società Operaia di Mutuo Soccorso Insorgiamo” (Soms Insorgiamo), finalizzata all’autorecupero dello stabilimento, alla gestione del presidio e della sua integrazione con il territorio, allo sviluppo del mutualismo reciproco. La Soms Insorgiamo vive come Cral in base all’articolo 11 dello Statuto dei Lavoratori e svilupperà eventualmente tutte le convenzioni necessarie con altre realtà, come Forimercato, Mag, Arci ecc. Diamo mandato alla Rsu e alle competenze solidali di approntare nei tempi più rapidi possibili uno Statuto che rifletta finalità e possibilità della Soms Insorgiamo.
b) campagna per la fabbrica pubblica e socialmente integrata. Chiamiamo tutte e tutti i solidali a dare vita a una vasta campagna sociale di comunicazione attorno a questo obiettivo. Il movimento solidale che ha difeso Gkn dai licenziamenti, oggi ha l’incredibile possibilità di farsi esperimento sociale e collettivo per farla rivivere. Facciamoci un favore. Creiamo un precedente in grado di ribaltare l’intera concezione di politica industriale in questo paese.
c) assemblea del 9 ottobre per l’assemblea per la fabbrica pubblica e socialmente integrata dove approfondire questa discussione, formalizzare questi obiettivi. Con l’assemblea del 9 nasce il tavolo permamente per la reindustrializzazione che si riunisce al centro dello stabilimento. E si formalizzano: – gruppo di comunicazione per la campagna per la fabbrica pubblica e socialmente integrata – un comitato tecnico scientifico – un team contabile – un team legale. Diamo mandato alla Rsu di preparare un documento/comunicato finale di tale assemblea
d) E come sempre, a sostegno di tutto, lo strumento della mobilitazione: continuare a dare impulso al processo di mobilitazione generale, ad insorgere per convergere e convergere per insorgere. Siamo costretti e condannati a provare in tutti i modi a cambiare i rapporti di forza generali nella società. Le due scadenze del processo di mobilitazione, “Insorgiamo a Bologna” il 22 ottobre, e a Napoli, “il Sud che Insorge il 5 novembre”, sono ossigeno vitale, luce e visibilità per la nostra lotta e in verità per qualsiasi lotta.
Nessuno si salva da solo.
Da Firenze e dalla Toscana facciamo appello ad andare insieme e tornare insieme a Bologna, farsi carovana, farsi testuggine

#insorgiamo

Si vota in Italia, si decide all’estero…

comunicato ULPC

Nella presa di posizione del 15 settembre scorso abbiamo sostenuto che “In una fase dove, sempre meno elettori ed elettrici si recano alle urne, i comunisti dovrebbero impegnarsi per riportarli al voto? O invece allargare la forbice tra Stato e masse popolari? Dobbiamo accorrere alla legittimazione elettorale o concorrere a una sua delegittimazione? La realtà e la fase impongono questa seconda indicazione nei confronti dello Stato e delle proprie rappresentanze istituzionali e partitiche”.
Una riflessione confermata dall’astensione che raggiunge il 37%: 18 milioni di non votanti oltre a schede nulle e bianche, cioè di coloro che non vogliono dare consensi a tali forze politiche. Il distacco tra paese reale e paese istituzionale aumenta progressivamente a ogni elezione: dal 92,8% del ‘68 al 63,8 di oggi.
Dati dell’astensione al 45% tra gli operai e al 50% tra chi vive in condizioni economiche estremamente basse.
I caporioni delle forze (?) politiche (?) hanno sempre avuto interesse a manipolare e falsificare la realtà: invocando un voto a “difesa degli interessi nazional/popolari”, con il proposito di affermare la propria lista per mantenere propri interessi personali e di bottega.
Nel 2014 il partito di Renzi strappò il 40% di voti, nel 2018 il Movimento di Di Maio il 33%, nel 2019 la Lega di Salvini il 34%. Squallidi personaggi che oggi navigano con ben altre percentuali.
Adesso è il turno della Meloni che per affermarsi ha dovuto “opporsi” all’ammucchiata di servizio a Draghi, tra cui i suoi alleati e, per sopravvivere, sarà costretta a dar vita a un governo fedele all’agenda Draghi, garante del capitale, dell’UE, della Nato, degli Usa.
A chi, invece, ha manifestato imperterrito vocazioni elettoralistiche ci limitiamo a ricordare che porre la questione della rappresentanza di classe sul piano istituzionale è un grossolano errore, quando slegato dalla partecipazione attiva della classe, della parte più combattiva e determinata, alla costruzione di movimenti di massa e alla ricostruzione del proprio Partito. Una deviazione politica che conduce all’incapacità di uscire dal circolo vizioso di alleanze strumentalmente elettorali, destinate al fallimento perché prive del sostegno di un blocco sociale di classe di riferimento, in grado di imporre nel paese la trasformazione rivoluzionaria nella direzione del socialismo-comunismo.
Il governo che sarà… amministrerà la crisi capitalistica – aggravata dalla guerra in Ucraina – intensificando il processo fascistoide dello Stato, in continuità con la fedeltà alla UE e agli Usa, e col sostegno ai piani guerrafondai della Nato.
Lo ribadiamo: in questa fase la smania elettoralistica legittima lo Stato borghese mentre un voto utile è organizzarsi e lottare per gli interessi e i bisogni di classe e per la classe!
Per i comunisti più intensa dovrà essere l’attività militante di sostegno e di sviluppo alle lotte operaie, sociali, popolari e antifasciste, al di là di tornate elettorali, e maggiore l’impegno per la ricostruzione del Partito comunista, strumento indispensabile all’abbattimento del regime capitalistico per una società socialista-comunista.

Unione di Lotta per il Partito Comunista (ULPC)

unionedilottaperilpartitocomunista@tutanota.com

5 ottobre 2022

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