Ancora un’aggressione a un presidio degli operai

Riceviamo dal SUDDCobas di Prato e pubblichiamo solidarizzando con le lotte in corso

Nessun tentativo di intimidazione ci fermerà

Nella serata di ieri (14 dic, ndr) i padroni del ristorante Scintilla hanno aggredito il presidio sindacale con bottiglie di vetro, calci e pugni.
É la quarta aggressione ad un presidio sindacale da settembre, la terza solo nell’ultimo mese. Sono 6 i compagni feriti, tra sindacalisti e delegati. A due persone sono state spaccate bottiglie di vetro in testa, altre sono state morse sulla mano e presi a calci e pugni.
Da dieci giorni vanno avanti le proteste fuori dal ristorante contro turni di 12 ore al giorno e il lavoro nero. Il solito copione di diritti negati che dal distretto moda sconfina anche nelle cucine e nelle sale dei ristoranti.
Il tentativo di ieri sera avviene dopo una serie di vittorie sindacali nella ristorazione, settore in cui fino ad oggi la sindacalizzazione sembrava impossibile.
Nonostante l’ora tarda, subito dopo l’aggressione più di cento operai della zona hanno raggiunto il presidio in uno straordinario gesto di solidarietà.
É una storia che gli operai che scioperano e lottano da anni contro condizioni di super sfruttamento hanno già visto tante volte. Se un piccolo gruppo di padroni pensava che con la violenza potesse spaventare e isolare chi sciopera, la nostra comunità di lotta ha ribadito che non si tornerà più indietro. Che non si rientrerà a lavorare 12 ore mai più. La storia di questi anni dimostra chiaramente che la violenza non potrà fermare la fame di diritti di chi da troppo tempo è sfruttato.
Di fronte a questa gravissima escalation di attacchi violenti a pacifiche proteste sindacali c’è bisogno di una reazione forte della città democratica.
Anche le istituzioni diano un segnale chiaro e deciso. L’art. 100 del tulps dà la possibilità al Questore di sospendere l’attività di un locale per motivi di sicurezza pubblica. Le istituzioni devono affermare con i fatti che la sicurezza di chi rivendica diritti conta.
Questo pomeriggio (lunedì 15, ndr) alle ore 18:00 ci troviamo tutti e tutte davanti al ristorante Scintilla in presidio per il diritto di sciopero sul luogo dell’aggressione (via Galcianese n. 77/18).

I magazzinieri Gucci di Milano dicono: ora basta!

Dopo 3 mesi di trattative l’azienda ISS, che gestisce l’appalto dei magazzini Gucci di via Mecenate a Milano, comunica al SOL Cobas che non ci sono i presupposti economici per soddisfare le rivendicazioni salariali dei lavoratori in quanto la committente Gucci, dichiarerebbe di non essere intenzionata e rivedere le tariffe che regolano l’appalto di via Mecenate a Milano.
Due mesi trascorsi a trovare soluzioni eque, per equiparare il salario minimo dei lavoratori ai livelli salariali previsti per tutti gli operai che svolgono il lavoro di facchinaggio, restano così, al momento senza soluzione. Ai lavoratori che, nella capitale della moda e dell’industria del lusso, restano con un salario medio di 1150€ al mese, non resta altra scelta se non quella di riaprire lo stato di agitazione e, con esso, le azioni di sciopero necessarie a denunciare pubblicamente la questione e risolvere positivamente la vertenza.
Se formalmente la vertenza punta su ISS, non di meno si può sorvolare sul ruolo della committenza e su un suo adeguato intervento, a maggior ragione perché ci troviamo di fronte a una situazione in cui è palese la condizione di “somministrazione illegittima di forza lavoro”, dovuta al fatto che, sistematicamente, sono i preposti/dipendenti di Gucci a impartire disposizioni ai magazzinieri dell’appalto.
Facciamo appello… al buon senso di tutti i soggetti coinvolti nella vertenza. Ma soprattutto guardiamo a tutti i lavoratori che lavorano in appalto nel magazzino di via Mecenate, dagli addetti alla sicurezza agli operatori di mensa, passando per gli addetti alle pulizie, che viaggiano con salari da fame e condizioni di lavoro ancora peggiori, a dare sostegno alla vertenza in corso, a unirsi alla lotta, per ottenere i diritti minimi e il rispetto del lavoro e delle persone. In ogni caso, a partire dagli scioperi del 22 e 23 settembre, che hanno dato avvio alla vertenza, una cosa è certa: i lavoratori in lotta non sono più disposti a tornare indietro.
Bilanci aziendali e vita operaia
Gucci fa parte del gruppo Kering, secondo, nel mondo nell’industria della moda e del lusso, solo al gruppo Lvmh. Durante le trattative la parte datoriale ha segnalato come il calo dei profitti da parte del gruppo, in buona parte addebitabili alle scarse vendite di Gucci, sia da impedimento alle richieste salariali dei lavoratori.
Quello che qui ci interessa sottolineare è invece che, nonostante una certa “crisi” del settore, gli utili del gruppo si sono attestati, nel 2024, a 1,19 miliardi di Euro.
Se da una parte è più che logico che, in un periodo di crisi più generale del sistema economico globale capitalista, sempre più schiacciato dalle sue stesse logiche di profitto senza limiti (far soldi con i soldi), ci sia una contrazione delle vendite di beni non primari, dall’altra appare più che evidente che si tratta di una “crisi solo apparente” dato che parliamo di utili che, seppure al di sotto delle previsioni, si attestano comunque su cifre a 9 zeri.
Abbastanza da pretendere, insomma, che la vita di un operaio raggiunga immediatamente la soglia della decenza e della dignità, non più costretti a orari disumani (si giunge fino a 14 ore al giorno per gli addetti alla sicurezza, ad esempio) e con un salario ancor più indecente, tanto da non permettere, letteralmente, di poter affittare una casa a Milano o mantenere decorosamente la famiglia.

Da Scandicci a Vicenza: operai in lotta

I lavoratori del settore Moda protestano: a Scandicci nel gruppo Kering (di cui fanno parte anche Balenciaga, Gucci e Yves Saint Laurent) che si rifiuta di dare risposte sulle scelte del Gruppo per cui, il 21 ottobre, è scattato lo sciopero. Sono oltre 7mila i lavoratori della moda e della pelletteria in cassa integrazione, 130 le aziende più piccole che hanno chiuso dopo essere state appaltatrici dei grandi marchi.
Le grandi aziende del lusso che fatturano miliardi pagano i terzisti 20 euro i portafogli che rivendono a 700 e 35 euro borse che rivendono a 1300 euro.
Alla protesta dei dipendenti del gruppo Kering hanno aderito i lavoratori di Bottega Veneta a Montebello Vicentino che hanno scioperato 4 ore dopo che le trattative in corso con il nuovo CEO Luca De Meo per il rinnovo contrattuale che prevede una razionalizzazione ovvero licenziamenti, è allo stallo.
Anche a Milano sono stati organizzati Presidi di protesta.



Quando non delocalizzano la produzione, delocalizzano i diritti

riceviamo e pubblichiamo

Un movimento inesorabile del capitale verso il massimo sfruttamento che va spezzato. Se non così, come?

Scriviamo questa dichiarazione congiunta come Collettivo Di Fabbrica – Lavoratori Gkn Firenze e SUDD Cobas.
Per fare irrompere il futuro abbiamo bisogno di rompere il presente.
Per troppo tempo la parola delocalizzazione è stata associata a un corso inesorabile delle cose: una storia scritta dal capitale, dalle sue esigenze, dalla sua corsa verso il binomio “massimo risparmio – massimo profitto”.
È quella corsa che ha portato – negli stessi anni e a pochi chilometri di distanza – all’edificazione di centinaia di nuovi capannoni dello sfruttamento al Macrolotto 2 di Prato e al tentativo di trasformare Gkn in uno scheletro industriale da dare in pasto alla speculazione finanziaria e immobiliare.
La globalizzazione non ci ha portato via il lavoro: è servita a imporre un lavoro più sfruttato ovunque, a svuotare di senso diritti e garanzie.
Le lotte operaie nel distretto pratese si confrontano oggi con le delocalizzazioni in loco: non c’è bisogno di spostare il lavoro dall’altra parte del mondo quando il capitale ha importato qui quelle stesse condizioni e la forza lavoro che deve subirle, disseminandola in migliaia di capannoni anonimi e intercambiabili.
La precarietà non è solo contrattuale: è diventata strutturale, interna al ciclo produttivo.
Le filiere sono giungle di appalti e subappalti precari, svincolati da ogni regolamentazione, per eludere persino un contratto a tempo indeterminato.
Alla mobilità del capitale le lotte rispondono con la mobilità dei picchetti, che inseguono le commesse in fuga alla ricerca di nuovi schiavi.
La lotta operaia di Gkn si confronta oggi con il logoramento di chi prima ha delocalizzato le merci perché non poteva delocalizzare i diritti, e ora prova ad affamare il presidio per speculare su supermercati, hotel, appartamenti di lusso.
Alla fuga del capitale, il Collettivo di fabbrica ha risposto con un piano industriale pubblico e socialmente integrato, sostenuto da un azionariato popolare che coinvolge migliaia di persone pronte a costruire insieme questa vittoria.
Ma il muro di gomma contro la fabbrica socialmente integrata è forte, tanto più perché invisibile e diffuso tra mille complicità.
Per questo abbiamo bisogno di un’altra spallata.
Le nostre lotte non guardano indietro.
Non difendono ciò che già c’è.
Sono cura alla febbre di una produzione veloce, effimera e violenta.
Siamo i corpi in mezzo all’ingranaggio.Resistiamo perché vogliamo far avanzare un’alternativa.
Perché vogliamo scrivere un altro futuro.
Si può fare. Quando riapre la Gkn?

Viareggio

riceviamo e volentieri diffondiamo

Giovedì 24 aprile ore 17

15° anniversario dell’Associazione dei familiari della strage ferroviaria di Viareggio “Il Mondo che vorrei” (24 aprile 2010)

c/o il Luogo della Memoria e della Solidarietà – Viareggio
via Aurelia sud/via della Vetraia 20

Incontro e tesseramento 2025

ore 19.30 buffet

Saremo felici di avervi con noi per i 15 anni dell’Associazione

Il Mondo che vorrei

7 novembre: anniversario della Rivoluzione d’Ottobre

C/o il Circolo ‘Utopia’ a Pisa, si è tenuta l’assemblea-dibattito su: – attualità dei valori della Rivoluzione d’Ottobre; – guerre imperialiste di ieri e di oggi; – BRICS e multilateralismo, promossa da Unione di Lotta per il Partito Comunista (Ulpc). Vi hanno partecipato numerosi compagni/e; diversi sono stati gli interventi che hanno attualizzato i valori della Rivoluzione d’Ottobre.
È stata valorizzata la Rivoluzione proletaria del 1917 in Russia: prima gli anni della preparazione, poi la lotta per consolidare e sviluppare il socialismo in Urss; i processi di pianificazione, la vulgata comune sull’inevitabilità del modello di produzione capitalista, a fronte del fatto che sussistono elementi per capire che la transizione al socialismo è più che attuale. Cioè l’idea politica di universalizzare i bisogni degli esseri umani e la giustizia sociale, rispetto alle esigenze di oggi, anche come strumento di gestione delle risorse naturali oltre al superamento dello sfruttamento del lavoro umano.
Quanto avviene in Palestina e in Ucraina rientra nello scontro inter-imperialista nell’era della globalizzazione e della crisi complessiva degli Usa, dell’occidente e del multilateralismo. L’imperialismo comprende la potenza più aggressiva, guerrafondaia e assassina, gli Usa; l’imperialismo occidentale è espressione di mire imperialiste anglosassoni ed europee.
La decadenza della società Usa e della sua influenza imperialista si scontra oggi con gli interessi di economie dette emergenti, i BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa), realtà che va consolidandosi, con accordi e alleanze economico/valutarie e militari, che si confronta alla pari con gli Usa. Oggi il mondo si va ridisegnando sullo scontro tra gli interessi imperialisti delle nuove potenze economiche e il decadente imperialismo occidentale.
Con lo sviluppo della struttura economica dei BRICS e, in particolare, di Cina e Russia, si sono creati colossi monopolistici in vari settori dell’economia, nel settore finanziario, energetico, informatico e produttivo, che determinano una politica imperialista.
Per questo, lo scontro in atto è tra interessi imperialisti, che vede di fronte l’imperialismo occidentale, con gli Usa alla testa e l’imperialismo delle nuove società a economia capitalista (Cina e Russia); da qui anche la critica al multilateralismo, nuova realtà geopolitica, non legata agli interessi dei popoli e al progresso delle società, ma basata sulla supremazia degli interessi economici tra monopoli. Il multilateralismo, come nuova struttura geopolitica che determinerà i rapporti tra gli Stati nei prossimi anni, nasce nella fase di sviluppo dell’economia delle società emergenti.
Dall’esperienza e dagli insegnamenti della Rivoluzione d’Ottobre dobbiamo comprendere il ‘che fare’ nell’attuale situazione internazionale e nazionale. Come comunisti organizzati lo sforzo è contribuire alla lotta contro la frantumazione del movimento comunista e per l’unità dei comunisti; per questo abbiamo elaborato un percorso, processo, progetto, con la Proposta di Documento Politico-Programmatico.
Occorre ricostruire nel vivo della lotta di classe, nelle lotte che si sviluppano sui territori, nelle contraddizioni, sempre più evidenti, che il sistema capitalista produce, un pensiero e una teoria rivoluzionaria che rilanci la lotta per la ricostruzione del Partito Comunista, strumento indispensabile per condurre la classe verso l’obiettivo dell’abbattimento del sistema capitalista e la costruzione della società socialista.
All’iniziativa hanno partecipato compagni del Fronte della Gioventù Comunista (FGC) con un proprio intervento nel dibattito.

– Unione di Lotta per il Partito Comunista (ULPC)

https://unionedilotta.wordpress.com/ ulpc@autoproduzioni.net

12/11/2024

53 anni fa, la legge 300 del 20 maggio 1970

Statuto dei diritti dei lavoratori

Lo Statuto – approvato sulla spinta di una grande stagione di lotte operaie (“autunno caldo”) che rivendicava aumenti salariali egualitari e diritti fondamentali – introdusse modifiche sul piano delle condizioni di lavoro, dei rapporti fra datori di lavoro e lavoratori e nel campo delle rappresentanze sindacali.
Fu una delle riforme degli anni ’60 e ’70: dai contratti collettivi nazionali alle pensioni, dal punto unico di contingenza alla L.833/78 sul Servizio Sanitario Nazionale (SSN).
Ogni vera riforma presenta due aspetti di per sé contraddittori: – è il frutto della mobilitazione delle classi lavoratrici e delle masse popolari; – rappresenta un compromesso con le controparti per le quali è finalizzato al contenimento, sino all’azzeramento della stessa mobilitazione.
Nella lotta per le “riforme” è fondamentale cogliere l’aspetto positivo (immediato e transitorio) per le classi lavoratrici, come non deve essere sottovalutato l’aspetto positivo per l’avversario: frenare la mobilitazione sino a erodere e/o cancellare la loro ‘efficacia’.
Le riforme di quegli anni rappresentarono questo, risultando nel corso dei decenni compromessi a perdere. Ogni compromesso può essere nobile o traditore per le classi sfruttate, a seconda della comprensione e della trasformazione della realtà senza mai perdere di vista l’obiettivo generale.
Nei decenni, abbiamo assistito: – alla cancellazione delle conquiste e dei diritti strappati con il sangue, i sacrifici, le lotte e le mobilitazioni, in particolare nel biennio ’68-’69; – alla devastazione di ogni diritto e tutela del lavoro da parte di padroni, manager e governi, con le complicità di sindacati, partiti e associazioni, che hanno svenduto il patrimonio del movimento operaio e sindacale: dalle controriforme sulle pensioni al dilagare del precariato, alla cancellazione dell’art.18 dello Statuto al carovita, alla povertà.
Con l’applicazione dell’allora L.833/78 (SSN), la stessa emergenza sanitaria (Covid-19) sarebbe stata affrontata in ben altro modo, evitando la tragedia che è sotto i nostri occhi. Lo smantellamento di un servizio sanitario pubblico, solidale e nazionale e le privatizzazioni hanno pesantemente e gravemente “assistito” il massacro sociale, economico e politico.
Un disastro sanitario annunciato e denunciato, crimini di un sistema fondato su un modello di produzione che subordina, fino ad annientare, la salute e la vita, la sicurezza e l’ambiente, sull’altare del profitto.
Le controriforme di questi decenni contro lavoratori e lavoratrici, precari, pensionati, disoccupati, giovani, sono state vere riforme favorevoli ai padroni e ai loro portaborse politici, istituzionali e sindacali.
La storia, l’esperienza e la realtà, insegnano che difesa e conquiste hanno come presupposto, base e condizione, la coscienza, la mobilitazione, l’organizzazione della classe, e che l’offensiva e la lotta per un mondo migliore, per una società radicalmente alternativa, necessitano in primo luogo dello strumento determinante per un processo rivoluzionario: il Partito comunista, senza il quale, anche la più significativa conquista, alla lunga, come dimostrato, si affievolisce sino a perdersi.

Le lotte in Francia contro la riforma della previdenza sociale e il ruolo dei lavoratori pensionati nella società

L’inizio del 2023 in Francia è stato scosso da una serie di partecipatissimi scioperi e imponenti manifestazioni che hanno visto riversarsi nelle strade di tutto il paese milioni di lavoratrici e lavoratori, pensionati e studenti in opposizione alla riforma (ma si tratta a tutti gli effetti di una vera e propria contro-riforma) delle pensioni che il governo francese sta cercando di far passare a tappe forzate.
È da tempo che non si vedevano tutti i sindacati, ‘istituzionali’ e di base, proclamare insieme gli scioperi; gli studenti, vessati dall’introduzione negli anni scorsi dell’alternanza scuola-lavoro (si calcola oltre un milione di studenti-lavoratori), unirsi ai lavoratori insieme ai giovani precari che non riusciranno mai ad accumulare gli anni di contribuzione necessari alla pensione, insieme alle donne, le più penalizzate dalla riforma a causa degli stipendi inferiori a quelli degli uomini, dell’alta incidenza di lavori part-time, dall’interruzione dei periodi lavorativi per la maternità, l’assistenza in famiglia ai figli e agli anziani, a causa dei tagli ai servizi sociali.
Queste mobilitazioni sono in continuità con quelle della fine del 2022 indette per rivendicare aumenti salariali sull’onda del malcontento prodotto prima dall’aumento della povertà, soprattutto tra i giovani durante la pandemia, e poi dall’inflazione; hanno saputo coagulare la solidarietà di lavoratrici e lavoratori di vasti settori che talvolta si è espressa in forme originali come nel caso degli interventi dei Robin Hood di EDF (la principale azienda francese fornitrice di energia), lavoratori che si sono prestati a ripristinare l’elettricità alle famiglie e agli organismi sociali a cui era stata tagliata dall’azienda per l’impossibilità di pagare le bollette.
In sintesi, nei suoi aspetti principali, la contro-riforma delle pensioni prevede l’innalzamento dell’età minima pensionabile da 62 a 64 anni entro il 2030 e l’aumento degli anni di contribuzione da 41 a 43 dal 2027, con penalizzazioni (la pensione ‘piena’ si ottiene a 67 anni); l’equiparazione dei dipendenti pubblici, che attualmente godono di condizioni più favorevoli, a questo stesso trattamento; innalzamento di 2 anni dell’età pensionabile anche nel caso di lavori riconosciuti come usuranti; abolizione delle forme pensionistiche speciali (trattamenti più favorevoli) per i nuovi assunti; aumento dell’importo mensile delle pensioni più basse, in alcuni casi, a quasi 1.200 euro lordi (importo che tuttavia risulta inferiore alla soglia di povertà in Francia, soprattutto per chi vive in città), da settembre 2023.
Rispetto ai requisiti di pensionamento che abbiamo oggi in Italia, grazie alla riforma Fornero, quelli previsti dalla riforma francese possono apparire meno penalizzanti ma, in realtà, bisogna tenere conto delle condizioni di lavoro particolarmente pesanti che vivono gli operai in Francia. Secondo i dati dell’INSEE (l’istituto nazionale di statistica francese) gli operai hanno una speranza di vita significativamente inferiore rispetto a quella di un quadro o di un dirigente e un’alta probabilità di sviluppare una patologia invalidante prima dei 60 anni; inoltre, ben il 20% dei lavoratori a basso reddito muore prima di andare in pensione o vi sopravvive pochi anni.
L’attacco alle pensioni viene da lontano e ha sempre incontrato, in Francia, una massiccia risposta in termini di scioperi e manifestazioni: nel 1993 il governo aumenta il numero minimo di anni di contribuzione necessari per il settore privato; nel 1995 la riforma organica delle pensioni per il settore pubblico, inserita in un piano più ampio di revisione dello stato sociale, viene bloccata dalle imponenti mobilitazioni delle lavoratrici e dei lavoratori: il governo ‘cede’ sulle pensioni dei dipendenti pubblici ma fa passare i provvedimenti più strategici per la borghesia, ossia i tagli alla sanità e ai servizi pubblici, la privatizzazione degli enti statali dell’energia, della telefonia, delle poste, dei trasporti ecc.; nel 2019 un nuovo tentativo di riforma con contenuti analoghi a quelli attuali viene accantonata dopo mesi di scioperi unitari in tutti i settori dell’economia e a causa dello scoppio della pandemia.
Le motivazioni addotte dal governo francese per procedere con la sua riforma sono sempre le stesse e sono quelle che conosciamo bene anche in Italia: l’invecchiamento della popolazione, il rapporto sempre più sfavorevole tra lavoratori occupati che versano contributi e pensionati. La presunta necessità, quindi, di salvare il sistema previdenziale, che in Francia è ora in deficit di 2 miliardi di euro, che altrimenti andrebbe in fallimento.
In realtà, l’attacco alle pensioni sferrato dal governo francese con questa contro-riforma è una precisa scelta politica che, stando proprio ai numeri, poteva essere evitato: tenendo conto, ad esempio, dell’aumento di 100 miliardi delle spese militari e degli oltre 150 miliardi destinati al sostegno delle imprese, risulta evidente che 2 miliardi per ripianare il deficit del sistema previdenziale si sarebbero potuti trovare senza particolari sforzi economici. Ma non solo, secondo il COR (Consiglio di Orientamento per le Pensioni, organo preposto ad analizzare le questioni pensionistiche e formulare raccomandazioni al Primo Ministro), nonostante l’attuale deficit, le spese per le pensioni sono sotto controllo e nel lungo periodo sono destinate a stabilizzarsi per poi diminuire, facendo tornare in attivo il sistema previdenziale.
Il motivo vero per il quale la previdenza sociale deve progressivamente essere affossata va ricercato nelle crisi cicliche che, dagli anni ’70 del secolo scorso, investono sempre con maggior frequenza e profondità il sistema capitalista nei paesi imperialisti europei e riducono sempre più i margini di profitto. Le borghesie di questi paesi sono costrette a recuperare la quota di ricchezza sociale che le lotte operaie hanno storicamente strappato ai profitti per conquistare il diritto al riposo dopo anni di lavoro, indirizzandola a favore dei monopoli e dell’oligarchia finanziaria. Questo viene ottenuto principalmente con l’allungamento della vita lavorativa, il dirottamento delle risorse pubbliche che finanziano il sistema previdenziale verso le imprese private, la destinazione più o meno forzata dei contributi dei lavoratori ai fondi pensione privati, gestiti da società finanziarie e compagnie di assicurazione, per le quali si apre un vero e proprio nuovo redditizio mercato finanziario.
Per la borghesia, i pensionati non sono persone che, dopo una vita di lavoro attraverso la quale hanno creato la ricchezza per tutti, hanno il diritto di godersi gli anni di vita che gli restano in buona salute, coltivando i propri interessi; per la borghesia sono forza-lavoro non più utilizzabile per ricavarne profitto, sono “risorse umane” obsolete e costose.
Per questo, ma anche per l’assenza di un partito in grado di centralizzare la forza delle lavoratrici e dei lavoratori e di rappresentarne strutturalmente gli interessi, prima o poi, il governo francese farà in qualche modo passare la contro-riforma delle pensioni (analoghi provvedimenti sono già stati adottati o lo saranno a breve in tutti i paesi imperialisti europei); il governo lo farà, se necessario e come già ventilato, anche senza l’approvazione dell’Assemblea Nazionale (il parlamento francese) facendo leva sull’art. 47.1 della Costituzione che consente al governo, dopo 50 giorni di esame del testo, di promulgare la legge per decreto, senza alcuna votazione. D’altra parte l’involuzione in senso autoritario del governo francese, acceleratasi durante la gestione criminale della pandemia e nell’emergenza per la guerra in Ucraina, è un processo comune a tutta l’Europa e che subiamo anche in Italia.
Tutto ciò, comunque, non potrà cancellare il grande merito di queste mobilitazioni francesi che, rispolverando nelle manifestazioni un vecchio slogan del secolo scorso “no alla pensione dei morti”, hanno riproposto con forza la questione del ruolo dei lavoratori pensionati, e più in generale degli anziani, nella società.
Un ruolo che era stato delineato, negli anni immediatamente successivi alla Seconda Guerra Mondiale, proprio all’atto dell’istituzione del sistema di previdenza sociale francese, non a caso, da parte del ministro comunista Ambroise Croizat, operaio metallurgico e membro della Resistenza, descrivendo la pensione “non come l’anticamera della morte, ma come una nuova tappa della vita”, quindi non come un reddito per i lavoratori che non potevano più partecipare al processo produttivo, ma come un meritato periodo in cui si è ancora in buona salute e ci si può dedicare alle attività che non si potevano svolgere durante la carriera lavorativa, alla cultura, alla socialità.

14 Febbraio 2023

Prato. Licenziamenti e brutale violenza

Sgomberato il presidio degli operai licenziati dalla Iron&logistics

Era arrivato per citofono il licenziamento di 22 operai della ‘Iron&Logistics’, azienda di proprietà italiana, che si occupa di stireria e logistica in conto terzi per griffe di moda. I lavoratori si sono presentati in azienda, ma il loro badge d’ingresso non funzionava e al citofono gli è stato comunicato il licenziamento.
Gli operai licenziati – tutti di origine straniera e considerati ‘scomodi’ per avere denunciato il ritardo cronico dei pagamenti del salario e richiesto l’applicazione del contratto – con l’aggravante di essere iscritti a un sindacato (Si Cobas).
Già dai primi giorni di ottobre i lavoratori avevano organizzato la protesta con un presidio sindacale, centro di solidarietà di altri lavoratori. Alle 3 di notte del 21 ottobre polizia, carabinieri, guardia finanza e polizia municipale, sostenuti da 1 elicottero, hanno attaccato le tende del presidio dove gli operai dormivano, e con violenza e cattiveria l’hanno sgomberato distruggendolo e portando 7 lavoratori in questura dove, tra i vari capi di accusa, li aspetta anche una multa di 176 euro per occupazione di suolo pubblico.

Riportiamo il comunicato SiCobas di Prato, uscito immediatamente.

“Tende, tavoli, striscioni, bandiere, gazebi: un presidio sindacale distrutto, come spazzatura. 7 persone svegliate mentre stavano dormendo, da 4 reparti antisommossa e un elicottero, infilate nelle volanti con violenza, come spazzatura. La coordinatrice sindacale Sarah Caudiero, arrivata sul posto, presa e portata in Questura.
A Prato oggi si è consumato un fatto di una vergogna inaudita. I presidi sindacali in questa città venivano distrutti dalle squadracce fasciste nel Ventennio, e negli scorsi anni dalle squadracce delle aziende con tirapugni e mazze da baseball. Oggi questo lavoro se l’è assunto la Questura.
Forse ancora non hanno capito che questi lavoratori non sono spazzatura. Che iscriversi al sindacato è un diritto, anche nel distretto tessile. Che a testa bassa in fabbrica non ci si entra più. Che siamo uniti, forti, che tocca uno tocca tutti non sono parole ma la realtà quotidiana degli operai.
Tintoria Fada, DL, Sunshine, GM, 2020, Superlativa, Panificio Toscano, Pelletteria Rcl, Gdi, Arcobaleno, Digi Accessori, Texprint, Ritorcitura Duemila, D-Tex, ImportaEsporta, Chen Lumei. Questa mattina lo sciopero provinciale in solidarietà alle persone fermate ha coinvolto tutto il distretto ed è arrivato sotto i portoni della questura di Prato, dove questa forza ha fatto sì che le 8 persone venissero rilasciate.
Ma la giornata di lotta continua, perché questo fatto è troppo grave, e proporzionata sarà la risposta dei lavoratori, con il sorriso in faccia che non ci toglieranno mai. Oggi, domani, fino alla vittoria. Come sempre.
Seguiteci per scoprire dove continuerà questa grande giornata di lotta e raggiungerci!”
Si Cobas

Tenetevi liberi! Teniamoci liberi …

L’assemblea nazionale promossa dai lavoratori ex Gkn – con notevole sforzo organizzativo – si è svolta nella bella cornice del parco di Villa Montalvo a Campi Bisenzio con la partecipazione di 500-600 tra lavoratori, organizzazioni politiche e sindacali, associazioni, movimenti e studenti.

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