A Livorno e Bologna per celebrare Gramsci e il PCd’I
Il 21 gennaio in occasione dell’Anniversario della fondazione del Pcd’I di Gramsci come ULPC abbiamo svolto due iniziative: a Livorno il 21 e a Bologna il 25. A Livorno la mobilitazione si è svolta davanti al teatro San Marco dove nacque il Pcd’I, ULPC e Fronte della gioventù comunista – dopo vari interventi sui temi di politica interna e internazionali – hanno deposto un mazzo di fiori. A Bologna la celebrazione si è svolta in una struttura di quartiere. Oltre 350 i presenti, la maggioranza giovani e giovanissimi, hanno ascoltato con molta attenzione gli interventi del Fronte della gioventù comunista che ha aperto i lavori e, a seguire, dei compagni delFronte comunista, del Laboratorio Politico Gramsci, ULPC, SGB, di un familiare della strage ferroviaria di Viareggio del 2009, la lettura dello scritto inviato da compagni/e di Teramo, fino all’intervento conclusivo di un compagno del Comitato centrale del FGC. Tra la denuncia delle società borghesi, del governo Meloni e del revisionismo del PD, e rifacendosi a Gramsci il tema centrale degli interventi è stato la necessità per i comunisti di unirsi, organizzarsi per lottare meglio contro il nemico e per cambiare la società basata sull’oppressione e sullo sfruttamento prospettando la possibilità alternativa della società socialista.
L’intervento di ULPC
Compagni e compagne, abbiamo tenuto due iniziative sulla fondazione del Partito per l’anniversario del 21 gennaio. La celebrazione del 21 a Livorno, l’iniziativa pubblica di oggi a Bologna. Quante realtà oggi sono capaci e disponibili a fare altrettanto? Rendere omaggio al Partito di Gramsci, di cui ci consideriamo eredi, non è un esercizio nostalgico ma un orientamento concreto per perseguire l’obiettivo strategico della ricostruzione di una forza comunista in Italia all’altezza dei tempi. Le contraddizioni che stanno emergendo in tutto il mondo, soprattutto nei paesi a capitalismo avanzato e imperialisti, dove dominano i monopoli e l’alta finanza, sono sempre più acute. Le statistiche evidenziano come i ricchi diventano sempre più ricchi, i poveri aumentano e diventano sempre più poveri. Le guerre imperialiste fanno sì che a pagarne le conseguenze siano i popoli sfruttati e oppressi, fino al massacro, come avvenuto nella striscia di Gaza. In 15 mesi lo Stato sionista, con la complicità degli Usa e dell’UE, ha raso al suolo Gaza, già campo di concentramento a cielo aperto; ha perpetrato un genocidio che ha massacrato 47.000 esseri umani di cui la maggioranza donne e bambini. Secondo le valutazioni Onu e di una rivista medica britannica, i morti sarebbero 70.000. Lo Stato sionista non è stato in grado: – di sradicare la Resistenza palestinese, che gode dell’appoggio di buona parte della popolazione; – di liberare i coloni israeliani prigionieri; – di riprendere la pulizia etnica, a partire dal nord di Gaza, dove i palestinesi sfollati stanno tornando a quanto resta dei loro villaggi e città. La lotta della Resistenza palestinese contro il sionismo e l’imperialismo ha riaperto la prospettiva della liberazione, ha dimostrato di poter contrastare un esercito che sembrava invincibile, ha rappresentato un esempio non solo per il proprio popolo ma per oppressi e sfruttati del mondo. Sta a noi, raccogliere il testimone, organizzarci per lottare contro l’imperialismo di casa nostra, che sfruttando i lavoratori in Italia opprime altri popoli e rilanciare l’internazionalismo proletario. La situazione, caratterizzata da una profonda crisi economica, sociale, sanitaria e ambientale, spinge i comunisti ad assumere responsabilità per aprire un processo politico-organizzativo in cui strutturarsi e rafforzare il legame con il movimento operaio, con lavoratori/trici, confrontandosi con i suoi problemi e le sue necessità, acquisire influenza e accumulare forze. I processi di ristrutturazione e le privatizzazioni di interi settori economici, messi in atto dalla borghesia per arginare gli effetti delle crisi cicliche e per contrastare la forza e le conquiste del proletariato del passato, hanno generato una situazione di frammentazione e stratificazione delle classi lavoratrici. Nuovi settori economici hanno prodotto figure di lavoratori che, insieme a quelli dei settori privatizzati e sussunti dal capitale nelle infrastrutture, trasporti, energia, sanità, istruzione, sono andati a ingrossare le fila dei lavoratori salariati che producono plusvalore per il capitale. Fenomeni come la globalizzazione, la divisione internazionale del lavoro, le delocalizzazioni, l’immigrazione di mano d’opera a basso costo, le esternalizzazioni, il lavoro interinale, i subappalti alle cooperative, la disoccupazione strutturale, hanno esasperato la flessibilità, la precarietà, la ricattabilità e la concorrenza tra i lavoratori. L’analisi compiuta delle classi sociali in Italia potrà essere realizzata dal Partito, radicato tra i lavoratori, ma ciò non esime i comunisti organizzati da fornire un primo contributo. L’analisi di classe è indispensabile ai comunisti per capire chi hanno di fronte oggi quando parlano di proletariato, classe operaia, piccola borghesia e ceti medi; chi debbono unire e chi debbano sconfiggere, con chi si dovranno alleare. L’analisi di classe serve a individuare amici e nemici nel processo di ricostruzione del Partito prima, e nel processo di conquista del potere dopo. Sulla questione Marx ed Engels hanno chiarito la natura e la funzione delle classi sociali, Lenin ha dimostrato l’importanza fondamentale delle alleanze di classe per condurre in porto la rivoluzione, mantenere il potere ed edificare la nuova società. La flessibilità, con il pacchetto Treu del 1997, la Legge Biagi del 2003, il Jobs Act e l’abolizione dell’art.18, hanno fatto della precarietà un sistema di vita. Gli attacchi economici e politici sono tutt’uno con l’attacco ideologico: la negazione della classe operaia e del suo ruolo nella società e l’attacco all’idea del Partito indipendente. La classe dominante, con la campagna anticomunista, deve impedire che le masse popolari siano attratte dall’influenza e dalla direzione del proletariato organizzato. Approfittando della sconfitta del socialismo, che ha seminato smarrimento e sfiducia, ha cosparso il ‘virus’ delle ideologie borghesi e piccolo borghesi dal nazionalismo al sovranismo, dal neo-corporativismo all’individualismo. Per contenere la combattività, governi, padroni e vertici sindacali, hanno messo in atto codici di autoregolamentazione sullo sciopero nei servizi pubblici e leggi antisciopero, la 146 del ‘90 e la 81 del 2000; il passaggio dai consigli di fabbrica e dei delegati alle RSU omologate ai sindacati; il Testo unico sulla rappresentanza che penalizza la rappresentatività dei lavoratori; il Patto tra sindacati e Confindustria sul nuovo modello contrattuale; codici etici nei Ccnl e applicazione dell’obbligo di fedeltà (art.2105 del Codice Civile del 1942) contro delegati e attivisti sindacali, fino al DdL 1660, approvato alla Camera il 18 settembre scorso. Un disegno di legge che, con la sua applicazione, si pone l’obiettivo di sanzionare e punire ulteriormente chi dissente, protesta e lotta. La sfiducia verso i sindacati collaborazionisti e istituzionalizzati ha ridotto iscritti e partecipazione. A ciò non è corrisposto un rafforzamento del sindacalismo di base e conflittuale. Il patrimonio di lavoratori combattivi che, dalla fine degli anni ’70, hanno pensato di organizzarsi fuori dai sindacati istituzionali e concertativi, è stato penalizzato anche da certe dirigenze che hanno dimostrato di non avere una concezione dell’azione sindacale al servizio degli interessi di classe. I comunisti hanno la consapevolezza che il sindacato non ha obiettivi rivoluzionari, non può superare la società borghese, poiché organizza i lavoratori nella vendita della forza-lavoro al prezzo più alto e per la difesa dallo sfruttamento. Anche se vi sono sindacati di base che si ritengono sindacati di classe, ciò non risponde alla realtà per i rapporti di forza e la mancanza del Partito. Vi sono, però, organizzazioni e realtà sindacali capaci di difendere gli interessi della classe attraverso forme di lotta, trattative, vertenze, mobilitazioni. In questi anni compagni/e hanno aderito a sindacati di base e non, secondo la loro credibilità nei posti di lavoro o riconoscendosi in proposte di lotta e vertenze. I comunisti devono lavorare alla costruzione di fronti di resistenza e di lotta: 1) contro l’attacco di padroni e governi: dai licenziamenti di massa alla riduzione del salario, dalle controriforme su pensioni, Jobs act, contrattazione, diritto di sciopero fino alla repressione nei luoghi di lavoro, dall’autonomia differenziata alle privatizzazioni, all’aggressione a salute, sicurezza e ambiente. 2) Contro le burocrazie sindacali che ostacolano i lavoratori più combattivi, abbandonandoli di fronte a repressione e vertenze, senza nutrire illusioni sulla loro riformabilità o riporre fiducia in una lotta velleitaria di conquista degli apparati per modificarne la linea. 3) Per l’unità di classe perché “uniti si può vincere”. Lottare affinché la sigla sindacale sia subordinata all’interesse generale di classe, far prevalere il desiderio di unità contro il nemico comune: padronato, governi e sindacati collaborazionisti e corporativi. Socializzare le lotte d’azienda, di categoria, territoriali e nazionali; favorire l’unità tra attivisti e delegati, superare le divisioni, spesso imposte da sigle. I comunisti devono favorire la costituzione di coordinamenti di lavoratori/trici intercategoriali, di categoria, settore, territorio, autoconvocati e auto-organizzati, comitati di sciopero e di lotta, per la partecipazione e il protagonismo anche di non iscritti, di ambiti intersindacali, con vertenze e scioperi. Forme che rappresentano passi concreti in avanti verso l’autonomia di classe, l’indipendenza e la NON delega, in contrasto con gli ambiti sindacali ‘istituzionalizzati’. In questo senso, esemplare è stata la vertenza/mobilitazione in difesa di 500 posti di lavoro (licenziati in massa il 9 luglio 2021) promossa dal Collettivo di fabbrica e dalle Rsu della ex Gkn, con l’occupazione della fabbrica, la mobilitazione di mesi e mesi, le grandi manifestazioni. 4) Per la solidarietà e il sostegno alle lotte impegnando ogni realtà sindacale a questo indispensabile dovere di classe. Contro la repressione padronale e di Stato e ogni sorta di rappresaglia o licenziamento politico, a danno di chi infrange la ‘fedeltà aziendale’, come delegati e attivisti che denunciano mancanze su sicurezza e salute, incidenti e morti sul lavoro o chi organizza picchetti, blocco delle merci e scioperi. Le morti sul lavoro e da lavoro, le innumerevoli stragi industriali e ambientali, sono l’anello debole della borghesia, che impiega grandi energie affinché non suscitino rabbia, resistenza, organizzazione; un aspetto irrinunciabile di attività, di denuncia e lotta, di trasformazione della coscienza e di consapevolezza sull’irriformabilità del sistema. Su sicurezza, salute e repressione, dobbiamo batterci affinché realtà sindacali, coordinamenti, collettivi, comitati, reti, osservatori, associazioni, coordinino ogni loro attività e iniziativa per sviluppare un’azione comune di respiro nazionale, attraverso campagne di denuncia, solidarietà e sostegno. Per dare un maggiore impulso alla tendenza generale alle lotte, alla rabbia e al dolore dei familiari di stragi e di vittime sul lavoro e da lavoro, alle avanguardie operaie e sindacali attive e per questo colpite dalla repressione. Appoggiare forme di autodifesa come le Casse di resistenza per dimostrare che la solidarietà è un’arma irrinunciabile per di chi lotta contro il potere padronale. In ogni situazione in fermento, i comunisti non devono isolarsi con parole d’ordine ultra-sinistre, puerili, cervellotiche, con formule non rispondenti alle condizioni concrete, ma essere un punto di riferimento per le avanguardie e gli attivisti nei movimenti di lotta. Questo è anche un buon motivo per capire le opinioni dei lavoratori, le loro debolezze e imparare ad acquistare stima e fiducia. Senza questo lavorìo, vengono meno le condizioni essenziali per costruire l’Organizzazione capace di orientare e conquistare settori proletari e sviluppare le basi del percorso che deve condurre alla ricostruzione del Partito. Il ruolo dello Stato su cui, spesso, nel dibattito di realtà comuniste non vi è traccia. Organo del potere politico, di oppressione e violenza, della classe dominante. Gli Stati borghesi, tra cui le c.d. repubbliche democratiche, sono la forma di dominazione della minoranza sulla classe operaia e il proletariato. Qualunque sia la forma statale, il contenuto di classe è la dittatura del capitale. Il proletariato, instaurando con la rivoluzione socialista la direzione politica sulla società, dovrà abbattere il dominio degli sfruttatori e il vecchio apparato dello Stato. Lo Stato deve salvaguardare i rapporti di classe esistenti e il suo regime capitalista, schiacciare la resistenza della classe operaia e degli oppressi. Per questo utilizza propri apparati: governo, parlamento, magistratura, amministrazione, esercito, polizia, tribunali, carceri, corpi di repressione specializzati. Costituiscono apparati ideologici, politici e culturali, di manipolazione delle coscienze e falsificazione della realtà: chiesa, famiglia, scuola, mass media, partiti borghesi e riformisti, sindacati di regime. La borghesia costruisce un sistema articolato di consenso e combina i suoi strumenti classici attraverso l’egemonia culturale e psicologica di condizionamento e indottrinamento delle masse. La lotta del proletariato è diventare classe dominante per la conquista dell’egemonia anche tra ceti popolari non proletari. I comunisti, che hanno l’obiettivo dell’abbattimento dello Stato borghese e l’instaurazione di uno Stato proletario, non si affidano alle elezioni, ma all’influenza e al radicamento nella classe, all’organizzazione della sua avanguardia; affrontano la questione elettorale sulla base dell’analisi della realtà e dell’esperienza pratica nell’ambito di scelte tattiche, sapendo che la via elettorale non porta alla rivoluzione.
Oggi c’è bisogno dei comunisti. Nell’anniversario della fondazione del Partito Comunista d’Italia (PCd’I) ne rivendichiamo l’attualità. Il mondo di oggi, l’escalation imperialista, la povertà e i diritti calpestati per milioni di proletari, lo confermano. In Italia serve un Partito comunista in grado di costruire un’opposizione di classe alle politiche reazionarie e antipopolari della destra di governo e di rappresentare un’alternativa politica alle false illusioni del centro-sinistra. In questa fase, l’opposizione di classe rappresenta la difesa; la ricostruzione del Partito l’attacco. L’assenza di una forza politica, punto di riferimento e centro di direzione, generalizzazione delle lotte e dei movimenti sul terreno della lotta politica, pesa come un macigno. Le mobilitazioni, le lotte, gli scioperi… sono parte del conflitto e della lotta di classe. Dalla logistica alla ex Gkn, dagli scioperi in ferrovia e nei trasporti alle numerose vertenze per il lavoro, dignitose condizioni di lavoro, sicurezza e salute, mostrano e dimostrano la tendenza generale alla lotta, ma non ancora una situazione, più avanzata, di lotta generale. Questo salto sarà il prodotto dell’azione comunista organizzata. Il processo di ricostruzione comunista non è semplice. La frantumazione tra gruppi e collettivi che si richiamano al movimento comunista non si azzera dalla sera alla mattina. La ricostruzione del Partito è un processo dialettico, non solo come strumento di lotta, ma come prodotto della lotta con il superamento delle forme limitate di coscienza e organizzazione, quale oggi è la situazione. I comunisti debbono fare sindacato in ogni luogo di lavoro come insegna Gramsci, lavorando all’interno dei sindacati … PER un Fronte unico sindacale e di classe. Per maturare il processo di costruzione del sindacato di classe. Oggi, l’azione di sindacati di base e conflittuali è utile nel promuovere interessi di classe … che non significa essere già sindacato di classe. Il principio guida dell’azione dei comunisti è l’unità. I comunisti non possono sostituirsi al sindacato, predisposto a contrattare la forza-lavoro. I sindacati di base o aree di opposizione in sindacati di regime debbono insistere sull’unità e la lotta. L’unità come linea – la lotta come programma. Il ruolo del Partito sarà influenzare, orientare, organizzare sino a dirigere la lotta di classe con quella parte della classe operaia che rappresenta la sua punta più avanzata. Il Partito è un’avanguardia politica cosciente e organica alla classe, per svolgere un lavoro di educazione, elevazione e direzione. Il Partito di quadri, centralizzato, con strutture dal C.C. alla cellula sul luogo di lavoro. Per organizzare il conflitto di classe attraverso proprie avanguardie e la costruzione di consenso ed egemonia nella classe e nel proletariato. La ricostruzione comunista è un processo organico tra movimento comunista e movimento operaio. Solidarizzare, sostenere e unirsi, alla difesa e all’opposizione, delle classi lavoratrici per trasformare questa ‘resistenza’ in lotta per il socialismo. Sviluppare un lavoro corrente e promuovere l’attività attraverso campagne in appoggio a chi difende le proprie conquiste. Durante la lotta al ‘ventennio’ e, in particolare, nei 19 mesi della Resistenza 1943-45, i comunisti organizzati nel loro Partito furono capaci di essere alla testa della lotta di Liberazione. L’aspetto principale, cioè l’essenza del comunista, è volere e saper promuovere fino a dirigere la resistenza delle classi popolari all’aggravamento delle loro condizioni di lavoro, di dignità, di vita. Favorire e alimentare la tendenza generale alla lotta che, oggi, esprime la classe per necessità sino a trasformarla in lotta generale della classe per la classe. Il ruolo e lo sforzo dell’avanguardia consiste nel comprendere le tendenze presenti tra le masse e interagire su di esse. Tra le cause che determinano l’agire delle masse, che determinano il fatto che prendano una strada piuttosto che un’altra, i comunisti debbono prestare la massima attenzione, avvalendosi anche di un lavorìo di inchiesta, sulle condizioni pratiche, materiali, esistenziali, che vivono classe operaia e masse popolari. L’aspetto principale non è la ‘coscienza delle masse’, bensì la nostra attività pratica. E’ importante ciò che fanno le masse e le contraddizioni reali che vivono. I comunisti devono studiare e applicarsi non tanto su quello che le masse dicono ma, principalmente, sulle tendenze presenti tra di esse. Oggi, le condizioni rendono economicamente possibili le lotte di difesa, ma politicamente difficili. Sarebbe un errore non tentare di vincere in ogni singola lotta e non utilizzare le lotte come scuola di comunismo, come eventi in cui lavorare per riunire le condizioni dell’attacco: oggi la ricostruzione del Partito. Le lotte di difesa fanno crescere la comprensione e l’adesione al movimento comunista, estendono e ramificano i rapporti con le masse. Quando i comunisti non vi sono, le lotte di difesa rendono poco o niente come scuole di comunismo. Il problema lo si affronta partendo dai comunisti non dalle masse che, a detta di comunisti, ‘dovrebbero fare’ quello che poi non fanno. La ricostruzione del Partito può avvenire in un percorso unitario originale, adeguato alla situazione concreta, che coinvolga singoli comunisti, ambiti organizzati, lavoratori avanzati, su principi del marxismo-leninismo, spinti da un forte desiderio di unità, di condivisione di un percorso di confronto per superare le differenze maturate negli anni in formazioni che hanno agito con metodi differenti, con incrostazioni accumulate in una fase di separazione tra movimento comunista e movimento operaio. Questo nucleo fondante deve avere come obiettivo primario la ricomposizione del legame con la classe: la ricostruzione del Partito non può avvenire senza la partecipazione di proletari coscienti e combattivi al percorso politico-organizzativo e senza un rapporto con settori avanzati della classe. Essenziale: – lottare contro la frantumazione e ricomporre la dispersione dei comunisti; – contro deviazioni, opportunismi e personalismi; – recuperare il rapporto con la classe; – sostenere una linea rivoluzionaria, in una situazione di frantumazione delle forze comuniste e rivoluzionarie, di confusione ideologica e politica, in cui nessuna realtà organizzata può rivendicare il ruolo di avanguardia del proletariato. Il Partito può nascere da un processo di fusione delle migliori energie nel vivo della lotta di classe, assumendo il materialismo dialettico e storico, concezione del mondo e strumento indispensabile per dirigere la lotta di classe. Sono indispensabili confronto e collaborazione, dibattito e attività comune a livello politico, sindacale, sociale, rispetto all’analisi di classe e di fase, una piattaforma programmatica e orientamenti di lavoro politico. Con la costruzione dell’Organizzazione superiore e un lavoro di radicamento nella classe, la questione del Partito diverrà qualcosa di reale per poter trasformare il senso della singola esperienza, del piccolo gruppo, in un progetto cosciente, collettivo e organizzato.
“L’organo indispensabile della lotta rivoluzionaria del proletariato è il partito politico di classe. Il Partito comunista riunendo in sé la parte più avanzata e cosciente del proletariato, unifica gli sforzi delle masse lavoratrici, volgendoli dalle lotte per gli interessi di gruppi e per risultati contingenti alla lotta per l’emancipazione rivoluzionaria del proletariato. Il Partito ha il compito di diffondere nelle masse la coscienza rivoluzionaria, di organizzare i mezzi materiali di azione e di dirigere, nello svolgimento della lotta, il proletariato”. [Punto 4 approvato dal 1° Congresso del PCd’I, gennaio 1921]
“… la lotta del proletariato contro il capitalismo si svolge su tre fronti: economico, politico e ideologico. La lotta economica non può essere disgiunta dalla lotta politica, né l’una né l’altra possono essere disgiunte dalla lotta ideologica. Affinché la lotta sindacale diventi un fattore rivoluzionario, occorre che il proletariato lo accompagni con la lotta politica, che abbia coscienza di essere il protagonista di una lotta generale che investe le questioni vitali dell’organizzazione sociale, cioè abbia coscienza di lottare per il socialismo. I tre fronti della lotta proletaria si riducono a uno, per il Partito della classe operaia, che è tale perché riassume e rappresenta le esigenze della lotta generale …”. [Per una preparazione ideologica di massa, Antonio Gramsci, 1925]
Presentazione
Il Documento contiene indicazioni programmatiche, politiche e organizzative; è frutto di un percorso/processo come contributo all’Organizzazione per la ricostruzione del Partito comunista (Progetto). È fondamentale porsi domande: sulla sconfitta del movimento comunista, nazionale e internazionale; sull’inadeguatezza di ‘partiti’ e gruppi politici attuali; perché Partiti comunisti, che hanno condotto la classe operaia al potere, sono degenerati nel revisionismo; perché nei paesi imperialisti non è stato ricostruito il Partito comunista; qual è la composizione del proletariato ai giorni nostri.
Riteniamo ininfluenti dichiarazioni e appelli all’unità e la formazione di costituenti, senza differenziarsi dal ‘pantano’, o la creazione di organizzazioni e partiti comunisti privi di analisi sulla sconfitta del movimento comunista e della classe operaia. Riteniamo invece essenziali la teoria rivoluzionaria, base della formazione dell’organizzazione comunista, e il rapporto col proletariato.
La ricostruzione del Partito può avvenire in un percorso unitario originale, adeguato alla situazione concreta, che coinvolga singoli comunisti, ambiti organizzati, lavoratori avanzati, su principi del marxismo-leninismo, spinti da un forte desiderio di unità, di condivisione di un percorso di confronto per superare le differenze maturate negli anni nelle tante formazioni che hanno agito con metodi differenti, con incrostazioni accumulate in una fase di separazione tra movimento comunista e movimento operaio. Questo nucleo deve avere come obiettivo primario la ricomposizione del legame con la classe: la ricostruzione del Partito non può avvenire senza la partecipazione di proletari coscienti e combattivi al percorso politico-organizzativo e senza un rapporto con settori avanzati della classe.
Questa Proposta delinea un’analisi e un orientamento programmatico, elementi di linea politica, una proposta organizzativa, per un livello superiore di unità teorico-pratica, base per il confronto, la collaborazione e l’unità tra comunisti.
La Proposta e le tesine sono aperte al dibattito franco e costruttivo fra realtà organizzate e non, per divenire protagonisti di un percorso/processo/progetto, nella lotta per la ricostruzione del Partito.
Proposta politico-organizzativa
Per la debolezza del movimento comunista, con la sconfitta transitoria del socialismo e del movimento operaio, con le profonde trasformazioni dei processi di ristrutturazione capitalista, che parcellizzano, disarticolano e rendono difficile l’unità della classe e l’organizzazione della lotta, la borghesia esercita il dominio in modo incontrastato. Con l’offensiva economica e politica si combina l’attacco sistematico al concetto e all’esistenza di Partito comunista, come elemento dirigente della classe nella lotta per il potere, fino a negare l’esistenza della classe operaia, ma riconoscendone le potenzialità di organizzazione di classe indipendente e la sua pericolosità per la classe dominante.
Movimento operaio e movimento comunista ‘viaggiano’ su strade separate e ciò li ha resi e li rende deboli. Il movimento operaio, senza la teoria e la prospettiva del socialismo scientifico, elaborato dal Partito del proletariato e riconosciuto dalle masse, rimane nel sistema del capitalismo. La mancanza di esperienza da parte della classe operaia di oggi e un livello di coscienza inferiore al passato, sono elementi di estrema debolezza.
Il comunismo (“movimento reale che abolisce lo stato di cose presenti”) è in grande difficoltà e la stessa parola ‘comunista’ viene proposta da formazioni che vi si richiamano come riferimento ideale, definendosi tali senza i sufficienti requisiti, senza lavorare per radicarsi nella classe e senza la ricerca di un rapporto, con l’obiettivo di stabilire il necessario legame con operai e lavoratori d’avanguardia. Esiste discordanza tra il patrimonio storico-teorico accumulato e le attuali capacità di lotta. Sarà necessario svolgere un’azione pratica comune facendo vivere idee e proposte legate alle questioni vitali e trarre insegnamenti dalla realtà per sviluppare linea politica e forma organizzativa in sintonia con la situazione attuale e le sue caratteristiche; sarà fondamentale sviluppare l’esperienza storica rispetto agli attuali compiti politici.
Il Partito comunista non può nascere né da una scissione da un partito riformista come nel 1921, perché non vi sono partiti con legami di classe e frazioni comuniste organizzate; né da una confluenza in una formazione politica, perché non vi sono formazioni comuniste che possano fungere da centro di attrazione. In assenza di un legame organico con il movimento operaio, i confronti e le discussioni tra gruppi comunisti rimangono senza un reale riscontro pratico. La realtà mostra che le ipotesi di ‘unità’ tra intergruppi hanno manifestato posizioni autoreferenziali e settarie, concorrenziali e/o finalizzate a inconsistenti e inutili cartelli elettorali.
Essenziale è capire come: – lottare contro la frantumazione e ricomporre la dispersione dei comunisti; – condurre la lotta contro deviazioni, opportunismi e personalismi; – recuperare il rapporto con la classe; – sostenere una linea rivoluzionaria. L’obiettivo della costruzione dell’Organizzazione comunista (O.C.), nella lotta per la ricostruzione del Partito, è un passaggio irrinunciabile in una situazione di frantumazione delle forze comuniste e rivoluzionarie, di confusione ideologica e politica, in cui nessuna realtà organizzata può rivendicare il ruolo di avanguardia del proletariato.
L’O.C. è strumento indispensabile per unire e sviluppare un lavoro sistematico nella classe, avanzare nella chiarezza ideologica e combattere tendenze ostili al marxismo-leninismo. Nella lotta per il Partito vi sono due strade: o costituire l’ennesimo gruppo, separato dalla classe e dalle sue lotte, oppure percorrere una strada difficile e complessa per unificare, coordinare e centralizzare forze soggettive in sintonia sull’analisi di fase e sui compiti, sviluppando legami fra movimento comunista e movimento operaio, conducendo la lotta contro ideologie e pratiche della fase di predominio revisionista.
Il Partito può nascere da un processo di fusione delle migliori energie che sorgono e sorgeranno nel vivo della lotta di classe, assumendo il materialismo dialettico e storico, concezione del mondo e strumento indispensabile per dirigere la lotta di classe. Il passaggio all’O.C. deve avvenire tramite il rapporto, il coordinamento e l’integrazione di realtà organizzate, nuclei, collettivi, singoli comunisti ed elementi d’avanguardia del proletariato in un lavoro sistematico e permanente capace di incrociare, attrarre e unire, percorsi che hanno lo stesso fine ma che, ognuno per sé, non hanno alcuna possibilità di sbocchi concreti. Non una ‘federazione’ di organizzazioni e nemmeno un ‘inter-gruppi’ ma un progressivo processo unitario consapevole e sostanziale. Sono indispensabili la collaborazione, il dibattito e l’attività comune a livello politico, sindacale, sociale, rispetto all’analisi di classe e di fase, una piattaforma programmatica e orientamenti di lavoro politico.
Con la costruzione dell’O.C. e un lavoro di radicamento nella classe, la questione del Partito diverrà qualcosa di reale per poter trasformare il senso della singola esperienza, del piccolo gruppo, in un progetto cosciente, collettivo e organizzato.
Costruire l’O.C. significa condurre la lotta per un’unità che orienti il processo di trasformazione collettiva e superi il sistema arretrato di organismi separati; creare un ambito organizzato inclusivo e partecipativo, di riferimento e scuola per proletari d’avanguardia e intellettuali rivoluzionari; proseguire il confronto tra realtà politiche per trasformare l’unità d’azione in unità organica.
La situazione, caratterizzata da una profonda crisi economica, sociale, sanitaria e ambientale, spinge i comunisti ad assumere responsabilità in grado di aprire un processo politico-organizzativo in cui strutturarsi e rafforzare il legame con il movimento operaio, confrontandosi con i suoi problemi e le sue necessità, acquisire influenza e accumulare forze.
È necessario dotarsi di una forma politico-organizzativa che superi le rispettive collocazioni; adegui e ridefinisca gli ambiti di lavoro per avanzare in modo unitario e organizzato, iniziando a costruire l’O.C. nella lotta contro la frantumazione, l’autoreferenzialità, il localismo.
Occorre costituire un Centro coeso di orientamento ideologico e politico, per coordinare, concentrare e centralizzare, attività, informazioni, bilanci, proposte per superare ognuno la propria appartenenza e far propri gli insegnamenti di esperienze di lotta; definire responsabilità e dotarsi di commissioni e gruppi di lavoro, di strumenti di espressione comune (comunicati, pubblicazioni e sito web) per veicolare linea politica, proposte e idee; dare impulso ad attività di propaganda e agitazione nel movimento operaio e sindacale, negli strati popolari per aumentarne l’influenza, attrarre e conquistare comunisti, operai e lavoratori avanzati; formare quadri e militanti, sviluppare attività nei luoghi di lavoro e nel territorio attraverso cellule, nuclei e gruppi di lavoro; condurre la lotta in rapporto con il movimento comunista internazionale, per la solidarietà del proletariato e dei popoli oppressi.
Analisi e contenuti di questa Proposta sono per la discussione fra realtà e singoli comunisti che manifestano desiderio e volontà unitaria, avendo chiaro che le differenti esperienze e metodi di lavoro necessitano di tempi e approfondimenti per l’uniformità. Con fermezza di princìpi e flessibilità tattica, con la critica, l’autocritica e la lotta per la trasformazione, sarà possibile realizzare condizioni per la ricostruzione del Partito, reparto d’avanguardia cosciente e organizzato del proletariato. Sarà fondamentale, in un rapporto unitario e paritario, la disponibilità di ambiti collettivi e singoli, operai e lavoratori, alla costruzione dell’O.C. per incidere nei processi della lotta di classe. Una proposta politico-organizzativache non può essererivolta a chi non crede alla necessità del Partito o a chi crede di averlo già costituito.
Bensì, rivolta a operai attivi per il superamento della società capitalista, a lavoratori, donne, giovani che, coerenti nei principi e nell’azione, svolgono il ruolo di avanguardie di lotta nei luoghi di lavoro e di studio, nei quartieri, nelle lotte popolari, antifasciste e antimperialiste; proletari che non hanno il Partito ma conducono la battaglia per la sua ricostruzione; a chi non intende limitarsi alle lotte sindacali e sociali, ma organizzarsi per sviluppare interventi e iniziative nella classe operaia e tra le masse popolari. È indispensabile mostrare e dimostrare che i comunisti sanno unirsi per campagne, iniziative, dibattiti, documenti, comunicati, per sviluppare un livello più ampio di unità e organizzazione. In un periodo di conflitti su scala mondiale aumentano le sfide e le possibilità per radicarsi nella classe e orientare i lavoratori, per sviluppare l’intervento e l’attività.
1. Nel passato le radici del nostro futuro
I comunisti non possono prescindere dalla propria storia: dalla Comune di Parigi alla Rivoluzione socialista del 1917, dai movimenti rivoluzionari sviluppati nel ’900 all’esperienza della lotta partigiana al nazifascismo in cui i comunisti ebbero un ruolo fondamentale per l’emancipazione del proletariato e dei popoli. Tale patrimonio è la base storica e scientifica, su cui i comunisti ricostruiscono l’organizzazione, la politica e la strategia rivoluzionaria. Il comunismo continua ad ardere sotto le ceneri di una profonda crisi determinata dal predominio del moderno revisionismo e dalla capacità della borghesia di rinsaldare la sua egemonia; il comunismo è alimentato dalle contraddizioni insite della società capitalista.
Le borghesie, imparando dai suoi errori e appropriandosi di metodi di lotta della classe, hanno intensificato la guerra contro il movimento comunista. I comunisti non devono rifondarlo, ma avere la capacità di difenderlo, applicando il patrimonio storico, ideologico e politico, alla realtà.
Da Il Manifesto del Partito Comunista: “I comunisti non costituiscono un partito particolare di fronte agli altri partiti operai … non hanno interessi distinti dagli interessi del proletariato … si distinguono dagli altri partiti proletari per il fatto che, nelle lotte nazionali, mettono in rilievo e fanno valere gli interessi comuni dell’intero proletariato, che sono indipendenti dalla nazionalità e rappresentano l’interesse del movimento complessivo … Dal punto di vista della teoria, hanno un vantaggio sulla restante massa del proletariato per il fatto che conoscono le condizioni, l’andamento e i risultati generali del movimento proletario”. 150 anni di riflessioni e pratiche dell’organizzazione: riconoscimento del proletariato come classe capace di dirigere la rivoluzione; rapporto dei comunisti con il proletariato; far prevalere interessi generali su quelli parziali.
L’insurrezione del proletariato parigino rappresentò il primo esempio di governo operaio, di rovesciamento del sistema di sfruttamento e oppressione e presa del potere. Esperienza che ha tramandato insegnamenti: – il proletariato alleato ad altre classi subalterne può conquistare il potere; – il passaggio all’organizzazione statale proletaria non avviene gradualmente perché deve essere demolito l’apparato burocratico e militare; – il dramma della repressione e l’esigenza di un’organizzazione rivoluzionaria con un programma strategico e tattico, senza il quale non si può trasformare la società. Dagli insegnamenti, Lenin sviluppò le idee sul partito di Marx ed Engels, con la dottrina materialistica della rivoluzione e della dittatura del proletariato.
La teoria leninista e la costruzione del Partito nel vivo della lotta di classe costituiscono la risposta ai compiti teorici, politici e organizzativi. Dalla teoria rivoluzionaria e dall’esperienza, il Partito comunista si distingue per il rafforzamento della composizione sociale proletaria e l’afflusso di membri della classe operaia. Il Partito fu alla testa della rivoluzione sovietica per l’edificazione della prima esperienza socialista e svolse un ruolo fondamentale nelle lotte rivoluzionarie. Lo stesso PCd’I riuscì a organizzare, nella clandestinità, la resistenza all’occupazione nazifascista, estendendo la coscienza rivoluzionaria alle Brigate Partigiane.
Il criterio che costituisce elemento di valutazione e giudizio sulla storia dei comunisti: dalla costituzione del PCd’I ai 21 punti della III Internazionale, dalle Tesi di Lione del 1926 alla proclamazione della piattaforma ideologica, politica e organizzativa, del revisionismo togliattiano (VIII° congresso del PCI, 1956). Le degenerazioni affermatesi con il moderno revisionismo (XX° Congresso del PCUS nel 1956 che approvò tesi contro principi leninisti), sono state causa della sconfitta transitoria del socialismo e della crisi del movimento operaio e comunista. La maggioranza dei partiti comunisti capitolò all’ondata revisionista per trasformarsi in partiti socialdemocratici. Nella lotta contro il moderno revisionismo sorsero partiti m-l e correnti di opposizione ai partiti, che rivendicarono gli ideali del comunismo, continuando la lotta per la rivoluzione e il socialismo.
2. L’attuale epoca e le sue fondamentali contraddizioni
Dall’inizio del XX° secolo il capitalismo si è trasformato in imperialismo, stadio attuale del suo sviluppo. L’imperialismo è caratterizzato dal dominio dei monopoli e dell’oligarchia finanziaria, dall’esportazione dei capitali, dalla ripartizione dei paesi fra potenze imperialiste e dalla lotta per la spartizione del mondo. L’imperialismo massimizza lo sfruttamento del proletariato e l’impoverimento di gran parte della popolazione; intensifica l’oppressione e il saccheggio dei popoli dei paesi dipendenti e semicoloniali. La legge economica fondamentale è il massimo profitto.
Le conseguenze del dominio dei monopoli capitalistici e dell’oligarchia finanziaria, le crescenti disuguaglianze sociali, la povertà e la miseria dilaganti, la corsa alle armi e le guerre di rapina, la devastazione ambientale, l’imbarbarimento culturale e la degenerazione dei principi etici e umani, mostrano quanto il capitalismo sia ostacolo allo sviluppo del genere umano e la minaccia alla sua esistenza. Allo stesso tempo, confermano che la rivoluzione proletaria è vitale per spezzare il capitalismo-imperialismo, instaurare la proprietà sociale dei mezzi di produzione per il nuovo ordinamento. Le contraddizioni principali contrappongono il lavoro, il proletariato e il socialismo, alla borghesia e al capitalismo, i popoli dei paesi dipendenti e semicoloniali alle potenze.
La contraddizione fra il carattere sociale della produzione e la forma capitalistica privata della produzione si riflette nella contraddizione fra proletariato e borghesia. La socializzazione del lavoro e la concentrazione della ricchezza in una minoranza hanno aggravato il processo di sfruttamento e oppressione delle masse, l’insicurezza del lavoro e della vita. Alla contraddizione capitale/lavoro vi è quella imperialismo/popoli dei paesi dipendenti e semicoloniali. Il cambiamento nei rapporti di forza fra potenze capitaliste/imperialiste si riflette nella lotta per i mercati e l’esportazione di capitali, le sfere di influenza, le sorgenti di materie prime e le riserve di forza lavoro.
La borghesia, per mantenere il sistema e difendere interessi e privilegi, impiega violenza e terrore, con mezzi di controllo sofisticati, apparati mediatici di disinformazione e menzogna, apparati repressivi di Stato. Proletariato e popoli hanno sperimentato il deterioramento delle loro condizioni di vita, lavoro e salute. L’esperienza delle classi lavoratrici e delle masse sottoposte a licenziamenti, disoccupazione e precarietà, riduzione dei salari reali, crescita della povertà, tagli dei servizi sociali, cancellazione di diritti e tutele, mostra come il capitalismo abbia sempre meno da offrire.
L’attuale epoca registra il tramonto delle illusioni riformiste di ‘umanizzare il capitalismo’, di miglioramenti attraverso riforme in base agli attuali rapporti di produzione, con mezzi pacifici e istituzionali. Il potere monopolista capitalista, attraverso la gestione della pandemia da ‘Covid-19’ (leva sulla paura, restrizioni, imposizioni discriminatorie come il green pass) ha perfezionato l’uso dello stato di emergenza, divenuto ormai permanente: dall’emergenza sanitaria, all’emergenza guerra, all’emergenza climatica, che peraltro fanno seguito all’emergenza “terrorismo”, immigrati, ecc. La democrazia borghese oggi è nuda: non solo i proletari e le masse lavoratrici non hanno margini di partecipazione ma vengono repressi quando mostrano protagonismo e combattività nelle lotte. Prova ne è che la borghesia non esita a esautorare il parlamento, la sua principale istituzione spacciata come massima espressione di ‘democrazia’; come avvenuto in Francia con la contro-riforma delle pensioni, promulgata direttamente dal governo senza sottoporla a votazione parlamentare, nonostante le mobilitazioni imponenti condotte per sei mesi e la contrarietà di oltre il 70% dei cittadini; come avviene in Italia con le leggi governative fatte passare a colpi di voto di fiducia. Tuttavia le illusioni riformiste hanno ancora un seguito tra le masse, per la funzione svolta dal revisionismo, per l’influenza di strati di aristocrazia operaia, di piccola borghesia e di intellettuali di servizio. Contrariamente alle pretese conciliatrici di capitalisti, revisionisti e socialdemocratici, gli interessi tra proletariato e borghesia sono inconciliabili e, di fronte alle sconfitte, classe operaia e lavoratori non hanno abbandonato la lotta che non avrà fine fin quando non sarà raggiunto lo scopo del movimento comunista: la società senza classi.
3. Il mondo capitalista-imperialista nelle irrisolvibili contraddizioni
L’economia capitalista è caratterizzata da periodi di crisi e sviluppo in modo disuguale. Le crisi che susseguono sono fenomeni del processo del suo sviluppo. Per ripristinare il processo di produzione, la borghesia distrugge capitali e mezzi di produzione, fa scendere i prezzi delle merci, fra cui la forza-lavoro, licenzia operai, peggiora le loro condizioni di lavoro e sicurezza: la media dei morti in Italia è ormai di 4 al giorno. La crisi economica del 2008, manifestatasi negli USA nel 2007, per estendersi a livello internazionale, ha causato disoccupazione di massa. Padroni e istituzioni borghesi hanno approfittato per ridurre salari, aumentare l’età pensionabile, tagliare le pensioni, cancellare le conquiste.
L’imperialismo Usa, per base industriale e finanziaria, ‘arma’ del dollaro, spesa militare e capacità di imporsi sulle potenze occidentali con la NATO, la SEATO (Trattato per la difesa dell’Asia sud–orientale, in funzione anticomunista) e 800 basi militari all’estero, è la potenza più aggressiva e guerrafondaia. Per proteggersi dall’ascesa di altre potenze imperialiste, in primis la Cina, è ancora più arrogante, minacciosa e aggressiva. L’imperialismo USA è all’offensiva con aggressioni militari e guerre economiche contro paesi non allineati, colpendo i popoli con sanzioni, embarghi e spedizioni, utilizzando l’arsenale militare atomico e convenzionale, il sionismo israeliano e potenze reazionarie regionali.
La Cina con la base tecnologica e la crescita industriale, il livello di accumulazione e il potenziale umano, è una potenza in ascesa, con un’aggressiva penetrazione dei suoi capitali e grandi progetti infrastrutturali, soprattutto in Africa e a debito dei paesi del continente, e la modernizzazione dell’apparato militare con basi all’estero. Altri paesi partecipano alla disputa interimperialista, sul piano economico, finanziario, commerciale, politico, diplomatico e militare, rendendo instabili le relazioni internazionali. Russia, Germania, Francia, Giappone, con strategie diverse e in rivalità (tra loro) tentano di sottrarsi all’egemonia USA.
Il processo europeo e il tentativo di costruire un imperialismo UE sono in crisi di coesione e legittimità politica e strategica, acuita dalla recessione economica manifestata in occasione della Brexit, dalla subordinazione dell’UE agli interessi USA nella guerra russo-ucraina, dai flussi migratori e dalle misure per affrontare la crisi economica e sanitaria. La borghesia italiana vuole restare nel gruppo di testa dei briganti, ma sotto la NATO e ancorata alla UE e tende a rafforzare le relazioni commerciali per sbocchi di mercato, dando impulso all’esportazione di armamenti, partecipando a missioni militari e a inciuci con governi e dittatori africani e mediorientali.
La lotta per sfere d’influenza e zone strategiche, materie prime e sbocchi di mercato, ha prodotto ‘guerre commerciali’, politiche protezioniste, rincorsa al riarmo, militarizzazione dell’economia e conflitti contro i popoli. Si assiste all’ondata migratoria di milioni di uomini, donne e bambini, che fuggono da paesi depredati e impoveriti dall’imperialismo, devastati dalla guerra e dalla repressione. Affrontano peripezie, marce, navigazioni spericolate, muri imposti e sono sottoposti a lager, vessazioni e violenze; oggetto di discriminazioni, bassi salari, peggiori condizioni di vita, vittime di politiche reazionarie, odio razziale, xenofobia e criminalità organizzata.
È chiara la trasformazione reazionaria e autoritaria degli Stati borghesi, proseguita dalle forze politiche fascistoidi che ottengono, con demagogia sociale e politiche populiste, consensi elettorali per governare con sempre più minacce a diritti e libertà dei lavoratori e dei popoli. La pandemia ‘Covid-19’ è stata un fattore di aggravamento nei paesi imperialisti. La particolarità della crisi è aver determinato l’impoverimento e il confinamento delle masse nelle loro case. Crisi che si è manifestata in tutti i paesi, con distruzione di forze produttive, cassa integrazione e perdita di posti di lavoro. I lavoratori, in una prima fase, sono stati obbligati a lavorare rischiando salute e vita; successivamente sono stati discriminati coloro che non hanno accettato la somministrazione del vaccino attraverso strumenti di coercizione come il green pass e una campagna all’insegna della denigrazione del dissenso e della critica. Nei paesi sono state adottate leggi e misure per la ‘flessibilizzazione’ dei rapporti di lavoro, degli orari e la riduzione dei salari.
Crisi, pandemia e guerre, fornendo il pretesto per governare attraverso uno stato di emergenza permanente, hanno inasprito la situazione economica, politica e sociale; approfondito le disuguaglianze sociali; mostrato il disastro delle politiche neoliberiste e degli organismi sovranazionali, imposto politiche di austerità, la liquidazione di sanità e servizi pubblici, le privatizzazioni, nella disputa per il controllo di mercati e regioni del pianeta.
Approfittando del panico provocato dalla pandemia, i governi hanno imposto misure più autoritarie, militarizzando il territorio e intensificando il controllo e il disciplinamento sociale, con il divieto di proteste, manifestazioni e scioperi. Lo Stato d’emergenza ha sospeso i diritti fondamentali dei lavoratori e della popolazione e imposto peggiori condizioni di lavoro, legittimando le pretese padronali.
La guerra USA-NATO-Russia è una guerra per il controllo dei mercati finanziari, delle materie prime, dei territori, delle reti di trasporto. Un conflitto in atto dal 2014 che, con l’espansionismo della NATO nell’est europeo, ha prodotto l’escalation in Ucraina. Una guerra che si trascina da anni, di cui il teatro è l’Ucraina dell’utile idiota della situazione, oltre che filonazista, Zelenski. Da una parte gli USA/NATO con al seguito l’EU per la guerra di confinamento della Federazione Russa; dall’altra una Russia che spinge per accaparrarsi nuove frontiere. Questa è anche una guerra economica degli USA contro il tentativo di costruzione dell’imperialismo UE che oggi costituisce un forte concorrente economico dei nordamericani, guerra condotta attraverso l’imposizione delle sanzioni alla Russia che implicano per la UE (e non solo) l’acquisto di gas e petrolio dagli USA a costi triplicati rispetto a quelli russi. Chi ne paga il prezzo, in termini assoluti, sono le masse ucraine, le classi lavoratrici e i ceti meno abbienti dei popoli europei. Le potenze capitaliste e le multinazionali militari e dell’industria delle armi, le società fornitrici di materie prime, energia, semilavorati, componenti elettronici e cibo, attraverso la speculazione da extra-profitto, sono i beneficiari dello scontro inter-imperialistico.
4. La concezione dello Stato
Le tesi socialdemocratiche e opportuniste per cui la macchina statale è un organo sopra le classi, che il proletariato può conquistare, costituisce lo spartiacque. Nel Manifesto di Marx e Engels si afferma che lo Stato moderno è un comitato che amministra gli affari della borghesia.
Lo Stato è l’organo del potere politico, di oppressione e violenza, della classe dominante. Gli Stati borghesi, tra cui le ‘repubbliche democratiche’, sono la forma di dominazione della minoranza su classe operaia e maggioranza delle masse popolari. Qualunque sia la forma statale, il contenuto di classe è la dittatura del capitale. Il proletariato, instaurando con la rivoluzione socialista la direzione politica sulla società, dovrà abbattere il dominio degli sfruttatori e il vecchio apparato dello Stato.
Lo Stato deve salvaguardare i rapporti di classe esistenti e il suo regime capitalista, schiacciare la resistenza della classe operaia e degli oppressi. Per questo utilizza propri apparati: governo, parlamento, magistratura, amministrazione, esercito, polizia, tribunali, carceri, corpi di repressione specializzati. La chiesa, la famiglia, la scuola, i mass media, i partiti borghesi e riformisti, i sindacati di regime, costituiscono apparati ideologici, politici e culturali, di manipolazione delle coscienze e falsificazione della realtà. La borghesia costruisce un sistema articolato di consenso e combina suoi strumenti classici attraverso l’egemonia culturale e psicologica di condizionamento e indottrinamento delle masse. La lotta del proletariato è diventare classe dominante per la conquista dell’egemonia tra ceti popolari non proletari.
Il periodo di crisi economica e stagnazione fra le due guerre mondiali ha visto il diffondersi dell’intervento dello Stato nell’economia. Con la crisi del 1929-1933, le grandi potenze capitalistiche riorganizzarono l’economia nella forma di capitalismo monopolistico di Stato e il fascismo nel 1933 con la costituzione dell’Iri. Il capitalismo monopolistico di Stato è un elemento economico permanente della struttura del modo di produzione capitalista.
Si è affermata la tendenza alla proprietà e al controllo statale di aziende e settori dell’economia e politiche a protezione dei profitti capitalisti. La tendenza al ‘capitalismo di Stato’ non modifica i rapporti di produzione. Le nazionalizzazioni, i monopoli statali, non sorgono come conseguenza della prosperità economica, ma come risposte alla crisi per salvare dal fallimento i monopoli dell’industria; il controllo dello Stato sull’economia deve impedire il tracollo del sistema a causa delle sue contraddizioni. Per evitare incomprensioni sul ‘capitalismo di Stato’ non si deve porre su uno stesso piano un paese borghese liberista, che usa l’intervento dello Stato per salvare settori di capitalismo in crisi da un paese socialista come l’URSS (anni ‘20) che, in condizioni di arretratezza e crisi, adottò la NEP, capitalismo subordinato allo Stato proletario.
La crisi da ‘Covid-19’ ha visto l’intervento temporaneo dello Stato nelle imprese di interesse strategico. Nei paesi capitalisti le holding e le società controllate dallo Stato sono proprietà della classe borghese, adottano metodi di organizzazione e gestione capitalista. Il capitalismo monopolistico di Stato rappresenta una forma dell’imperialismo quando i grandi monopoli internazionali privati non sono in grado di affrontare i mercati, ed è l’oligarchia finanziaria ad affrontare la crisi, scaricando i costi sulle casse statali finanziate da lavoratori e pensionati.
L’intervento dello Stato nella vita economica si accentua in periodi di crisi in cui il salvataggio dei monopoli con mezzi pubblici si accompagna all’intensificazione dello sfruttamento del proletariato. Così l’interazione fra Stato e monopoli si manifesta nelle gigantesche infrastrutture energetiche (siderurgia, industria militare, trasporti, comunicazioni, sanità e acqua) costruite prosciugando la ricchezza prodotta dal proletariato per essere trasferite nelle mani della borghesia, affinché i servizi siano produttivi in termini capitalistici attraverso la privatizzazione del patrimonio delle infrastrutture pubbliche.
Nel contempo, si assiste, per la contingenza emergenziale, alla grande accelerazione del processo di finanziarizzazione dell’economia dei paesi imperialisti più forti, che si evidenzia con lo sviluppo dei grandi fondi di investimento globali (già nel 2010 il valore complessivo delle loro attività finanziarie era 4,5 volte il PIL mondiale) e le politiche di Quantitive Easing (emissioni di grandi quantità di moneta non legata a produzione reale di valore) che favoriscono lo sviluppo del capitale fittizio e delle speculazioni a discapito dell’economia reale.
In questi processi l’alta finanza e i grossi monopoli privati ridefiniscono lo Stato in forma reazionaria militarizzando il territorio, il ricorso a tecnologie di controllo sociale, limitazioni ai diritti di movimento, di sciopero e di agibilità, con leggi liberticide e provvedimenti repressivi. La mistificazione elettorale, la manipolazione della pubblica opinione, le libertà di stampa, associazione e parola, oscurano la realtà: la classe dominante dispone di strumenti affinché anche il parlamento sia espressione dei loro interessi. Dalla corruzione economica di funzionari e politici all’alleanza tra governo, banche, grande industria, dalle regole sulle elezioni all’esercizio del potere.
I comunisti, che hanno l’obiettivo dell’abbattimento dello Stato borghese e l’instaurazione di uno Stato proletario, non si affidano alle elezioni, ma all’influenza e al radicamento nella classe, all’organizzazione della sua avanguardia; affrontano la questione elettorale sulla base dell’analisi della realtà e dell’esperienza pratica nell’ambito di scelte tattiche, sapendo che la via elettorale non porta alla rivoluzione.
La democrazia borghese garantisce massima libertà ai ricchi e concede ai proletari la libertà di decidere a quale padrone vendere la propria forza-lavoro, con la croce su una scheda per scegliere quale membro della classe dominante li rappresenterà. Quando il teatrino parlamentare diventa un ostacolo, la forma democratica viene meno; si supera ogni formalità legale o si ricorre a formule parlamentari intermedie come i ‘governi tecnici’, si rafforzano gli apparati e le prerogative delle forze di polizia consentendo loro licenza di violenza brutale, se non di uccidere con relativa impunità, come avviene in Francia da alcuni anni nelle banlieue e non solo, modello mutuato dal sistema repressivo sionista sperimentato sui palestinesi e in corso di implementazione negli altri Stati della UE. Per l’Esercito, presente all’estero in decine di missioni militari a supporto dell’imperialismo nostrano, ma anche utilizzato all’interno dei confini nazionali con compiti di controllo del territorio, si cerca di infondere l’idea di vicinanza alle masse popolari attraverso una presenza costante e rassicurante (fino a inserire i militari nel sistema scolastico) come avvenuto con il suo utilizzo per l’operazione “Strade sicure”, poi durante la pandemia e nelle calamità ‘naturali’. Lo Stato è, sotto varie forme, dittatura della borghesia: gli interessi che essa rappresenta sono esigenze economiche con forme di governo utili al proprio dominio. Mentre sul piano economico il governo Meloni porta avanti l’Agenda Draghi, sul piano istituzionale riprende l’attuazione del presidenzialismo e dell’Autonomia Regionale Differenziata; sul piano della sovrastruttura promuove il valore della nazione e della patria, il ruolo delle forze armate e la militarizzazione della società, esalta il bellicismo e la guerra in Ucraina.
I comunisti devono cogliere la differenza tra gestione reazionaria e autoritaria della società borghese e quello che rimane della fase ‘democratica’, usare gli spazi concessi, con la consapevolezza che la borghesia ha già avviato un processo di sostituzione della forma ‘democratica’ con quella oppressiva. Le ‘politiche contro la crisi’ sono emanate da centri di potere economico, i governi e i parlamenti sono gli strumenti. Le istituzioni locali sono scosse da fenomeni concomitanti: dal taglio dei trasferimenti pubblici e dell’eliminazione di servizi come la sanità, dalla corruzione e collusione tra mafie e partiti. Mafie e malavita organizzata sono di servizio allo Stato e all’economia capitalista per opprimere le masse popolari. Lo scontro di interessi fra le fazioni della classe al potere manifesta conflitti interni all’apparato politico-istituzionale, la cui espressione sono governi e ammucchiate di ministri, sottosegretari e poltronari, la corruzione dei partiti borghesi e dell’amministrazione statale.
5. L’Unione Europea
La collocazione internazionale dell’Italia, paese nel gruppo di testa dell’imperialismo mondiale, con sfere di influenza limitate ad aree (Balcani, Nord Africa, Corno d’Africa e Medio Oriente), e l’esportazione di capitale diretta verso centinaia di paesi, è caratterizzata da tre fattori principali: a) il peso della subordinazione all’imperialismo USA e l’adesione all’alleanza guerrafondaia della NATO; b) la presenza del Vaticano, stampella della borghesia che esercita influenza e ingerenza ideologica e politica; c) l’integrazione nell’UE, progetto della borghesia italiana. Storicamente la creazione del Mercato Europeo Comune (MEC) era pre-condizione per l’espansione economica degli USA per fare ingenti investimenti all’estero (in Europa con il Piano Marshall) e imporre l’egemonia monetaria del dollaro, valuta centrale per scambi internazionali.
Dopo la dissoluzione dell’URSS, con il Trattato di Maastricht (1992), la ‘tabella di marcia’ della costruzione europea ha accelerato e l’UE è divenuta sinonimo di ristrutturazione economica, politica e sociale, del continente in nome di interessi strategici delle potenze imperialiste e del rafforzamento dei monopoli, che approfittavano della situazione, spingendosi in paesi orientali. Per la Germania prioritaria fu l’annessione della DDR, far ricadere i costi sui cittadini tedeschi e in particolare dell’est e sugli ‘alleati’. La politica neoliberista dell’UE è funzionale a rafforzare il dominio di classe del capitale monopolistico sul proletariato con la liquidazione delle conquiste, la precarizzazione, la deregolamentazione, la flessibilità, lo sfruttamento; un processo di smantellamento del sistema di protezione sociale, previdenziale e sanitario, di privatizzazione dei servizi pubblici, di delocalizzazioni.
Le borghesie europee hanno realizzato istituzioni sovranazionali: moneta e BCE unica, liberalizzazione dei movimenti di capitale, legislazione pro-capitalista, politica interna comunitaria per le classi di potere, esercito di supporto alla NATO per il complesso industrial-militare, protezione armata di investimento dei monopoli UE nel mondo, coordinamento di forze di polizia contro proteste sociali. L’UE ruota sull’asse franco-tedesco: potenze con borghesie rivali che hanno tentato di migliorare il coordinamento, muovendosi in collaborazione e rivalità, per perseguire propri interessi in Europa e nel saccheggio di popoli di paesi, soprattutto in Africa.
L’UE è minata da contraddizioni, da conflittualità tra paesi imperialisti e capitalisti, dalla lotta fra classi su scala internazionale; sul piano esterno da contraddizioni interimperialiste, con USA, Cina, Russia, che rivaleggiano e interferiscono nell’UE per limitarne lo sviluppo.
L’acuirsi dello scontro militare in Ucraina ha reso evidente la contraddizione tra l’aspirazione della UE di rilanciare una sua politica internazionale autonoma dagli interessi USA avanzando nell’instaurare rapporti con le nuove potenze economiche imperialiste e la realtà che invece la vede allinearsi alle scelte politico-militari statunitensi, guidate e eseguite dalla NATO. L’UE rimane egemonizzata e collegata agli interessi dell’economia nordamericana e alla sua fase di decadenza e vede una fase di stagnazione e di crisi del progetto imperialista europeo.
La legge dell’ineguale sviluppo economico e politico dei paesi capitalisti e imperialisti, la concorrenza, i problemi finanziari, la lotta di lavoratori e popoli, il rifiuto della politica d’austerità e neoliberista, le divisioni sui rifugiati, indeboliscono l’UE che si divide sulla spartizione dei finanziamenti, ma dimostra unità quando livella in basso condizioni di lavoro, salari, diritti, elimina le barriere allo sfruttamento della forza lavoro, demolisce o privatizza servizi sociali, respinge migranti e rifugiati politici, rafforza il potere delle oligarchie, l’autoritarismo e la repressione. Idee e programmi di trasformazione del capitalismo neoliberista degli esponenti socialdemocratici, sono illusioni riformiste per sviare la lotta di classe, non certo per aggredire il sistema capitalista.
Difendere l’UE e i valori dell’oligarchia finanziaria non è l’argine all’estrema destra, alle forze nazionaliste e neofasciste, non apre la porta alla solidarietà e alla cooperazione internazionale con i popoli non disposti a essere succubi dell’UE. Nel capitalismo forme d’integrazione e cooperazione statale sono capestri nei confronti della classe operaia e dei popoli. La battaglia contro l’UE della finanza e dei monopoli deve essere intensificata nei confronti del proprio imperialismo. Senza la sconfitta della borghesia di casa e la trasformazione della struttura economica e della sovrastruttura politica, non sarà possibile l’alternativa di classe all’UE, senza le quali la direzione di ogni tipo di mobilitazione sarà propria della democrazia borghese o di forze reazionarie.
6. Sul conflitto capitale-lavoro
La contraddizione principale del modo di produzione capitalistico è fra il carattere sociale della produzione e la forma capitalistica di appropriazione della stessa produzione. La borghesia non può esistere e arricchirsi senza sfruttare i proletari che vendono la forza-lavoro. Con lo sviluppo del sistema, la contraddizione si acuisce da impedire lo sviluppo delle forze produttive e si riflette come contraddizione fra proletariato e borghesia, con interessi antagonisti.
Il capitale per sopravvivere deve scaricare le proprie crisi di sovrapproduzione (insite nel suo sviluppo) sulle classi lavoratrici. La lotta di classe assume forme e intensità in base ai rapporti di forza tra le classi. La sconfitta transitoria del socialismo ha accentuato l’aggressività del capitalismo imperialista e delle forze reazionarie. La necessità concorrenziale di mantenere la supremazia sui mercati mondiali con il massimo profitto, induce i capitalisti ad attaccare le conquiste delle lotte operaie, proletarie e popolari. La necessità della borghesia di arginare gli effetti delle crisi cicliche, ostacolare la diminuzione dei profitti e contrastare la capacità di lotta del proletariato, la costringe a trasformazioni e innovazioni tecnologiche e organizzative attraverso processi di ristrutturazione, nuovi modelli produttivi e sussunzione di nuovi settori economici. Si introduce tecnologia e automazione per diminuire i costi di produzione e una maggiore competitività sul mercato, acquisita con l’aumento di produttività. Viene prodotta una maggior quantità di merce in tempo minore, con un numero ridotto di lavoratori.
L’offensiva padronale e governativa si basa sul decentramento attraverso lo smantellamento di settori produttivi e la trasformazione di grandi in piccole fabbriche; sul processo di privatizzazione e aziendalizzazione di settori pubblici con politiche di deregulation accompagnato da leggi, accordi, provvedimenti finanziari e legislativi; sulle delocalizzazioni per abbassare il costo del lavoro, massiccio utilizzo di esternalizzazioni, appalti e subappalti; su licenziamenti, diminuzione dei salari, aumento di carichi e ritmi di lavoro, flessibilità, precariato, nuova organizzazione del lavoro e coercizioni sull’organizzazione di classe.
La classe operaia, in primis in paesi imperialisti, è in una fase di crisi e divisione internazionale del lavoro, indebolita nella sua capacità di lotta. Mentre in occidente, dove vi sono centri di comando del capitalismo internazionale, la composizione della classe operaia è mutata e la sua consistenza ha subìto contrazioni, nei paesi della periferia si è verificato un incremento. La flessibilità del lavoro necessita di manodopera specializzata per mantenere conoscenza-competenza-progettualità, mentre operazioni semplici sono demandate ad aziende estere. La grande fabbrica, da sede del processo produttivo, è divenuta luogo di progettazione e assemblaggio. Ciò accresce la necessità di lavoratori con competenze tecnologiche, disposti ad adattarsi a ogni situazione per controllare i flussi produttivi, determinando una nuova gerarchia tra i lavoratori della programmazione e del controllo della rete dei robot e lavoratori per il funzionamento delle macchine e la manutenzione.
La flessibilità, con il pacchetto Treu (L.196/1997), la Legge Biagi (D.Lgs.276/2003), il Jobs Act e l’abolizione dell’art.18 dello Statuto dei Lavoratori, fa della precarietà un sistema di vita. Si possono affittare i lavoratori tramite agenzie interinali in staff-leasing mentre i contratti a termine, a chiamata e i part-time orizzontali e verticali, diventano forme di assunzione. Un nuovo orizzonte di lavoro, con il pretesto del ‘Covid-19’, lo smart-working, riedizione combinata di cottimo e lavoro a domicilio, ha tra gli obiettivi: flessibilità e aumento di produttività. Distanza e isolamento dei lavoratori sottraggono i luoghi naturali di lotta: fabbriche, aziende, officine, impianti, oltre a forme di relazione, condivisione e organizzazione. Con il lavoro a distanza le aziende eliminano il confine tra tempo di lavoro e non. Lo smart-working è una forma di sfruttamento che estende il rapporto di subordinazione all’azienda nello spazio e nel tempo.
Nonostante ciò, nei paesi imperialisti, il proletariato continua a dimostrare protagonismo e vitalità nel lungo percorso verso la propria emancipazione, pur essendo privo, in questa fase, di una rappresentanza politica organizzata adeguata. Ne sono testimonianza, per fare qualche esempio significativo, le grandi lotte che si sono prodotte nei principali paesi europei alla fine del 2022 e nel 2023: dalle 14 giornate di scioperi e grandi manifestazioni in tutta la Francia contro lo smantellamento del sistema previdenziale, agli scioperi dei lavoratori dei trasporti, delle poste e del settore pubblico in Germania per aumenti salariali contro il carovita, agli scioperi delle ferrovie in Gran Bretagna per l’adeguamento all’inflazione del potere d’acquisto dei salari.
Sebbene la propaganda politica e massmediatica metta in evidenza le donne ai vertici di industrie, aziende, partiti, commissioni europee, banche e governi, la questione dell’emancipazione resta un problema di classe. Nella società capitalista le donne sono discriminate e considerate un esercito di riserva, la loro occupazione è sempre considerata complementare per la famiglia, quindi sempre dipendente dal partner. I tassi di disoccupazione femminile sono del 50% perché le donne sopperiscono alla carenza, a causa dei continui tagli, dei servizi e delle cure per figli e anziani (72%), il 30% delle lavoratrici lascia il lavoro per problemi familiari. Tutto ciò è conseguenza della crescente precarizzazione dell’occupazione, accompagnata spesso da violenza verbale se non anche sessuale (o fino a quella); le donne sono costrette ad accettare lavori part-time, e sono le prime ad essere espulse dalla produzione in tempi di crisi nonostante siano, oltre che più sfruttate, pagate meno (il 17%) dei maschi a parità di mansioni, condizione che si riflette anche sulle pensioni. La lotta delle donne, nel dopoguerra, contribuì all’emancipazione del proletariato: suffragio universale, lotta culturale e civile contro la famiglia patriarcale della società capitalista, elevamento del livello culturale, miglioramento delle condizioni sul lavoro, Statuto dei Lavoratori e previdenza, nuovo diritto di famiglia, divorzio, aborto. Oggi, nella fase di crisi del capitalismo, le forze reazionarie intensificano l’offensiva contro le loro conquiste; il governo Meloni, i partiti reazionari, le chiese e il Vaticano rispolverano la concezione patriarcale della famiglia, gerarchica e interclassista. Torna l’idea fascista della donna ‘angelo del focolare’ che deve provvedere alla cura della famiglia, essere sottomessa e accettare il ruolo deciso dal modello sociale in una situazione di drammatico disagio, arretratezza culturale ed emarginazione.
La gioventù proletaria soffre disuguaglianze sociali, oltre a sopportare bassi salari e precarietà, è privata del diritto allo studio, alla casa, al lavoro, e vede peggiorare la propria vita. Con la trasformazione della scuola in azienda e l’alternanza scuola-lavoro, gli studenti vengono sfruttati come salariati, oltre a perdere la vita. L’utilizzo della ‘DaD’ a causa della pandemia ha evidenziato il suo carattere di classe, escludendo giovani proletari privi anche di mezzi tecnologici che da precari sopportano un super sfruttamento. Sono circa 800 i contratti di lavoro in vigore: l’applicazione di contratti differenti e individuali è la prassi. Le conseguenze sono esplose con la pandemia, nella sanità con centinaia di vittime e nella popolazione con decine e decine di migliaia. Un processo che ha investito la società dalla sanità ai trasporti, dalla scuola ai servizi che, in parte, è stato svolto dalle ‘cooperative’ che hanno fornito i servizi ad aziende private o pubbliche in appalto; da ‘cooperative’ che abusano di contratti atipici e ricattano i soci per essere competitive con salari poveri. Ingenti risorse pubbliche sono elargite ai privati e in casi di crisi le imprese sono riprese dallo Stato; la borghesia incarna bene la privatizzazione dei profitti e la socializzazione delle perdite. Sono stati necessari passaggi ideologici, politici e legislativi, per inculcare la fine del posto fisso, eliminare il collocamento e liberalizzare le assunzioni (da chiamate numeriche a nominali).
Si partecipa al ‘libero mercato’ del lavoro con il proprio curriculum; al lavoro interinale per vendere le prestazioni con la massima flessibilità e precarietà, dove pesa anche il presentarsi ai colloqui, per le donne in particolare. La borghesia ha sviluppato un bombardamento ideologico e culturale: occupati contro disoccupati, italiani contro stranieri, nordisti contro sudisti, giovani contro pensionati. Il gran numero di lavoratori immigrati inseriti nel circuito produttivo, se da una parte, soprattutto in una prima fase, ha determinato tensioni e scontri tra proletariato autoctono e straniero, dall’altra esprime potenzialità di sviluppo della lotta di classe.
Gli attacchi economici e politici sono un tutt’uno con quello ideologico: negazione della classe operaia e del suo ruolo nella società e attacco all’idea del Partito indipendente. La classe dominante, con la campagna anticomunista, deve impedire che le masse popolari siano attratte dall’influenza e dalla direzione del proletariato. Approfittando della sconfitta del socialismo, che ha seminato smarrimento e sfiducia, ha cosparso il ‘virus’ delle ideologie borghesi e piccolo borghesi (nazionalismo, sovranismo, neo-corporativismo, individualismo).
7. La questione sindacale
Le ristrutturazioni del modello produttivo capitalista per la crisi da sovrapproduzione degli anni ’70, avevano come presupposto, per la transizione dal ‘fordismo’ al ‘toyotismo’ e all’industria 4.0, la necessità di coinvolgere il sindacato nella gestione aziendale, in quanto i nuovi modelli produttivi diventano efficaci con un conflitto ai minimi termini. In Giappone, origine del modello ‘toyotista’, il risultato è stato ottenuto con la partecipazione del sindacato alla pianificazione aziendale; in Germania con il sindacato nei consigli di amministrazione delle imprese; in Italia con la gestione paritetica di CGIL-CISL-UIL e delle organizzazioni padronali dei fondi pensionistici e sanitari di categoria. Il processo di coinvolgimento dei sindacati ha favorito il loro progressivo passaggio da posizioni sempre meno conflittuali e più concertative a posizioni collaborazioniste.
L’unità confederale ha subìto un’accelerazione con la segreteria Landini appiattendosi ulteriormente su CISL e UIL che, di fronte all’aggravamento della crisi, sono preoccupate a contenere la rabbia del mondo del lavoro e a sedere ai tavoli con ampi poteri contrattuali. Con un capitalismo che, dopo l’emergenza sanitaria, ha bisogno di risorse, pace sociale e consenso, per uscire dalla crisi sistemica. CGIL-CISL-UIL hanno fatto proprio il regime borghese come società possibile, a favore di maggiore produttività, in difesa del mercato e delle sue leggi.
Sindacati di regime che hanno segnato i lavoratori di sconfitta in sconfitta, senza organizzare la resistenza all’offensiva padronale. Per contenere la combattività, governi, padroni e vertici sindacali, hanno messo in atto codici di autoregolamentazione sullo sciopero nei servizi pubblici e leggi antisciopero (146/1990 e 81/2000); il passaggio dai consigli di fabbrica/delegati alle RSU omologate ai sindacati; il Testo unico sulla rappresentanza che penalizza la rappresentatività dei lavoratori; il Patto tra sindacati e Confindustria sul nuovo modello contrattuale; codici etici nei CCNL e obbligo di fedeltà (art. 2105, Codice Civile del 1942) contro delegati e attivisti sindacali.
In cambio della collaborazione, vi è stata l’accelerazione della trasformazione del sindacato da associazione di lavoratori a sportelli periferici di Stato con CAF, patronati, enti bilaterali, formazione professionale, partecipazione ai fondi pensione e integrativi sanitari. Il sindacato ha assunto un ruolo imprenditoriale e finanziario con la gestione di un patrimonio immobiliare, la presenza nel settore assicurativo e la cogestione dei fondi pensionistici e sanitari.
La collaborazione ha garantito a esponenti sindacali carriere e ruoli direttivi negli apparati di Stato, governo o imprese pubbliche, fino a fare dell’apparato un veicolo dell’influenza borghese sul proletariato. La sfiducia crescente verso i sindacati collaborazionisti e istituzionalizzati ha ridotto iscritti e partecipazione. A ciò non è corrisposto un rafforzamento del sindacalismo di base e conflittuale. Il patrimonio di lavoratori combattivi che, dalla fine degli anni ’70, hanno pensato bene di organizzarsi fuori dai sindacati istituzionali e concertativi, è stato penalizzato anche da dirigenze che hanno dimostrato di non avere una concezione dell’azione sindacale al servizio degli interessi della classe. Il sindacalismo di base non è stato capace di mobilitare i lavoratori di fronte alle offensive antiproletarie dalla ‘riforma’ Fornero sulle pensioni al Jobs Act sul lavoro, oltre agli attacchi alla libertà di sciopero.
Durante la pandemia, gli scioperi, contro l’uso dei lavoratori come carne da macello e per rivendicare sicurezza, sono stati spontanei senza che i sindacati di base fossero in grado di svilupparli. Anche lotte dure e coraggiose, sono rimaste isolate in vertenze locali, aziendali o di categoria. La classe lavoratrice è rimasta succube della rassegnazione, frutto di decenni di sconfitte dovute all’azione disfattista dei sindacati di regime. I comunisti devono avere la consapevolezza che il sindacato non ha obiettivi rivoluzionari, non può superare la società borghese, poiché organizza i lavoratori nella vendita della forza-lavoro al prezzo più alto e per la difesa dallo sfruttamento.
Nei sindacati vi è chi lotta contro il padronato per andare oltre la lotta sindacale. Ciò induce compagni e gruppi a teorizzare l’organizzazione politica dall’ambito sindacale. Anche se vi sono sindacati di base che si ritengono ‘sindacati di classe’, ciò non risponde alla realtà per i rapporti di forza e la mancanza del Partito. Vi sono, però, organizzazioni e realtà sindacali capaci di difendere gli interessi della classe attraverso forme di lotta, trattative, vertenze, mobilitazioni. Non si tratta di dar vita a nuovi sindacati o trasferire attivisti, RSU/RLS, da un sindacato all’altro; in questi anni compagni/e hanno aderito a sindacati di base e non, secondo la loro credibilità nei posti di lavoro o riconoscendosi in proposte di lotta e vertenze. Molti compagni, in assenza dell’organizzazione politica o delusi dalla propria, si sono ‘rifugiati’ nel lavoro sindacale perdendo di vista il compito prioritario dei comunisti, alimentando frantumazione, concezioni economiciste e massimaliste.
I comunisti devono lavorare alla costruzione di fronti di resistenza e di lotta: 1) contro l’attacco di padroni e governi: dai licenziamenti di massa alla riduzione del salario, dalle controriforme su pensioni, Jobs act, contrattazione, diritto di sciopero alla repressione nei luoghi di lavoro, dall’autonomia differenziata alle privatizzazioni, all’aggressione a salute, sicurezza e ambiente;
2) contro le burocrazie sindacali che ostacolano i lavoratori più combattivi, abbandonandoli di fronte a repressione e vertenze, senza nutrire illusioni sulla loro riformabilità o a una lotta velleitaria di conquista degli apparati per modificarne la linea. Per chi milita in sindacati di base è importante condurre la battaglia per affermare la democrazia, favorire il protagonismo e la partecipazione di attivisti e delegati contro tendenze ‘dirigiste’ e logiche autoreferenziali e divisorie;
3) per l’unità di classe perché “uniti si può vincere”. Lottare affinché la sigla sindacale sia subordinata all’interesse generale di classe, far prevalere il desiderio di unità contro il nemico comune: padronato, governi e sindacati collaborazionisti e corporativi. Socializzare le lotte d’azienda, di categoria, territoriali e nazionali; favorire l’unità tra attivisti e delegati, superare le divisioni imposte da sigle, contrastare campagne acquisti per scippare attivisti e iscritti.
I comunisti devono favorire la costituzione di coordinamenti di lavoratori/trici intercategoriali, di categoria, settore, territorio, autoconvocati e auto-organizzati, comitati di sciopero e di lotta, per la partecipazione e il protagonismo anche di non iscritti, di ambiti intersindacali, con vertenze e scioperi. Forme che rappresentano passi avanti verso l’autonomia di classe, l’indipendenza e la non delega, in contrasto con gli ambiti sindacali ‘istituzionalizzati’.
In questo senso, esemplare e unica è stata la vertenza in difesa di 500 posti di lavoro (licenziati in massa il 9 luglio 2021) promossa dal Collettivo di fabbrica e dalle RSU della ex GKN, con l’occupazione della fabbrica, la mobilitazione di mesi e mesi, le grandi manifestazioni del 18 settembre 2021, 26 marzo 2022 e 25 marzo 2023. Una lotta che, per come è stata condotta da questo settore di classe operaia, rappresenta un esempio positivo che, sino a ora, ha evitato la sconfitta, subìta invece da numerose altre realtà operaie e aziendali che, invece, si sono affidate alla delega.
Una lotta possibile grazie ad aver costituito, dal 2014, un Collettivo che estendeva rappresentanza e democrazia, di delegati RSU e lavoratori attivi, indipendentemente dall’iscrizione sindacale, per essere attivi in ogni reparto. Una ‘formula’ (del Collettivo di fabbrica) da studiare e valorizzare. L’autonomia e l’indipendenza da qualsiasi autorità costituita, il coinvolgimento e la partecipazione di movimento e settori di classe, hanno contribuito a plasmare la vertenza sindacale con una mobilitazione di massa, permanente e sistematica;
4) per la solidarietà di classe e il sostegno alle lotte impegnando ogni realtà sindacale a questo indispensabile dovere di classe. Contro la repressione padronale e di Stato, ogni sorta di rappresaglia o licenziamento politico, a danno di chi infrange la ‘fedeltà aziendale’, come RLS e attivisti che denunciano mancanze su sicurezza e salute, incidenti e morti sul lavoro o chi organizza picchetti e scioperi. Le morti sul lavoro e da lavoro, le innumerevoli stragi industriali e ambientali, sono l’anello debole della borghesia, che impiega grandi energie affinché non suscitino rabbia, resistenza, organizzazione; un aspetto irrinunciabile di attività, di denuncia e lotta, di trasformazione della coscienza e di consapevolezza sull’irriformabilità del sistema.
Su sicurezza, salute e repressione, dobbiamo batterci affinché realtà sindacali, coordinamenti, collettivi, comitati, reti, osservatori, associazioni, coordinino ogni loro attività e iniziativa per sviluppare un’azione comune di respiro nazionale, attraverso campagne di denuncia, solidarietà e sostegno. Per dare un maggiore impulso alla tendenza generale alle lotte, alla rabbia e al dolore dei familiari di stragi e delle vittime sul lavoro, alle avanguardie operaie e sindacali impegnate su questo fronte e, proprio per questo, colpite dalla repressione aziendale e statale.
Di fronte a licenziamenti collettivi e individuali deve prevalere la logica: se toccano uno, toccano tutti. Appoggiare forme di autodifesa come le Casse di resistenza per dimostrare che la solidarietà è un’arma contro il potere padronale, a fianco di chi lotta. In ogni situazione in fermento, i comunisti non devono isolarsi con parole d’ordine ultra-sinistre, puerili, cervellotiche, con formule non rispondenti alle condizioni concrete, ma essere un punto di riferimento per le avanguardie e attivi nei movimenti di lotta. Questo è anche motivo per capire le opinioni dei lavoratori, le loro debolezze e imparare ad acquistare la loro stima e fiducia. Senza vengono meno le condizioni essenziali per costruire l’Organizzazione comunista capace di orientare e conquistare settori proletari e sviluppare le basi del percorso che deve condurre alla ricostruzione del Partito.
8. La questione ambientale
L’economia capitalista ha l’obiettivo di produrre sempre maggiori profitti a costi minori. La legge dello sviluppo capitalista che impone lo sfruttamento della forza-lavoro, delle risorse naturali, lo stravolgimento dell’ambiente. Con l’accumulazione capitalista viene meno lo ‘spazio ecologico’ per la vita del genere umano e di specie. La legge dell’accumulazione è legge della crescente e accelerata devastazione umana e ambientale. Il capitalismo è il massimo responsabile della crisi ecologica globale, un sistema storicamente superato ed ecologicamente insostenibile che minaccia la biosfera e la sopravvivenza dell’umanità.
È diffusa la menzogna che i comunisti non abbiano affrontato la questione. Marx ed Engels hanno affrontato lo sfruttamento della natura e la rottura degli equilibri degli ecosistemi. Per i fondatori del socialismo scientifico, l’inquinamento è un crimine contro natura e un costo di cui le conseguenze gravano sulle classi lavoratrici che vivono nei pressi di fabbriche inquinanti e in territori nocivi o devastati. Marx nei Grundrisse, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica: “Nelle economie capitaliste, una piccola minoranza, guidata dalla concorrenza e dalla ricerca di profitti sempre maggiori, controlla i mezzi di produzione. Il sistema impone un impulso all’accumulazione dei singoli capitalisti e questo si concentra su guadagni a breve termine che ignorano gli effetti a lungo termine della produzione, comprese le sue conseguenze per l’ambiente naturale”. Il capitalismo si è appropriato della natura, relegando gli esseri umani a schiavi, trasformandoli in merce per sfruttarli con le materie prime. Marx non nega l’intervento umano sulla natura, ma interventi che la modifichino contro gli interessi della specie e degli equilibri ambientali.
Marx non auspica ‘il ritorno alla natura’ tipico di ambientalisti integralisti, ma la produzione dell’essere umano come essere sociale “maturato nella ricchezza dello svolgimento storico sino ad oggi”. Nell’opera del 1876, Dialettica della Natura, Engels evidenza come attività produttive siano causa di impoverimento dei territori e di devastazione. Quanto espresso sul rapporto uomo-natura e sullo sfruttamento delle risorse naturali, viene elaborato da Lenin con il decreto ‘sulla terra’, che stabilisce la proprietà statale delle foreste, delle acque e dei minerali del sottosuolo e riserva allo Stato il potere di disporne. Lo Stato sovietico e il Partito bolscevico non hanno messo in secondo piano la difesa della salute dell’operaio, del contadino, del cittadino e la salvaguardia dell’ambiente naturale. Nel tempo vi è stato un allontanamento teorico dalla questione ambientale dei comunisti sovietici, presi dalle necessità dell’industrializzazione socialista, a difesa delle conquiste dalla reazione internazionale e dagli imperialisti.
L’industrializzazione della produzione agricola, in molti paesi, ha affamato milioni di contadini e favorito l’abbandono delle campagne, con la conseguente devastazione dei territori. L’introduzione degli OGM in agricoltura ha ridotto i contadini poveri a schiavi dell’industria agricola; l’uso massiccio di concimi chimici e diserbanti, oltre a rendere nocivi i prodotti delle coltivazioni per l’alimentazione, ha provocato un progressivo inaridimento dei terreni. Il capitalismo produce merci dall’obsolescenza programmata, non riparabili in caso di guasti, progettate secondo usa e getta per aumentare le vendite, oltre a enormi quantità di merci inutili, dannose e di lusso, per una minoranza; è caratterizzato da sprechi economici, gigantesche spese militari e improduttive, e da parassitismo.
La spinta al consumo di merci ha aggravato i problemi del capitalismo per lo smaltimento dei rifiuti, in molti casi, con sistemi illegali e il contributo delle ecomafie che usano territori e mari, in particolare di nazioni povere e corruttibili, come discariche di immondizia con tragiche conseguenze. La corsa al massimo profitto e la concorrenza tra monopoli determinano l’uso di quantità di energia prodotta da combustibili fossili e di risorse naturali, la produzione di masse di rifiuti non assorbibili dall’ambiente con gravi conseguenze: riscaldamento globale, ondate di calore, scioglimento dei ghiacci, desertificazione, perdita di biodiversità. L’utilizzo di nuove tecnologie di comunicazione provoca nuovi rischi per la salute, compromessa dall’inquinamento ambientale e atmosferico: la proliferazione di potenti ripetitori per il sistema di telecomunicazioni peggiora le conseguenze dell’inquinamento elettromagnetico e aggrava gli effetti nocivi, così come sono aggravati dagli esperimenti per la produzione di micidiali armi e dall’inquinamento prodotto dal loro uso nelle guerre.
La scienza, con la ricerca finanziata ormai quasi esclusivamente dai capitali privati a proprio vantaggio, viene sempre più usata come dogma unilaterale e indiscutibile dal potere per imporre le proprie scelte e favorire i monopoli, come avvenuto durante la pandemia con l’obbligo a livello di massa di vaccini a cui è stata concessa l’autorizzazione all’immissione in commercio condizionata (procedura speciale che esonera le case farmaceutiche produttrici dal seguire e completare neanche tutte le fasi di sperimentazione indispensabili per dichiarare sicuro e efficace un medicinale da parte delle autorità di vigilanza), nell’illusione di poter fare a meno di un sistema sanitario pubblico, già in via di smantellamento, evitando i contagi (cosa rivelatasi poi falsa poiché anche i vaccinati hanno contratto e trasmesso la malattia); o come sta avvenendo con la cosiddetta “transizione ecologica”, ad esempio per imporre l’auto elettrica, che sposta l’inquinamento in altre latitudini ma è funzionale a creare un presunto vantaggio tecnologico e competitivo per i monopoli europei. La scienza, asservita al grande capitale, è passata da ‘liberatrice dei popoli’ a uso e consumo dei grandi potentati economici. Come lo sfruttamento capitalistico del lavoro ha generato il movimento operaio, così lo sfruttamento capitalista della natura ha provocato il movimento ambientalista. La crisi ecologica spinge alla mobilitazione popolare per difendere natura e ambiente, alla presa di coscienza della crisi, conseguenza del modo di produzione. Settori sociali e popolari si organizzano per fermare l’accaparramento delle multinazionali delle risorse naturali o bloccare progetti di infrastrutture inutili e dannose. Non vi è territorio privo di comitati di cittadini di contrasto a politiche di devastazione: dalla costruzione/ampliamento di inceneritori all’insediamento di nuove antenne per la telefonia mobile 5G, alla costruzione di grandi opere e rigassificatori.
La tesi del consumo consapevole, dell’utilizzo cosciente dell’energia e di risorse naturali o raccolta differenziata dei rifiuti, disarmano le masse di fronte al capitalismo, offrendo la sponda alla gestione borghese dei profitti. Lavorare in sicurezza, in ambienti salubri, per produzioni pulite a basso impatto inquinante, vuol dire salvaguardare salute e vita dei lavoratori e ostacolare logiche di devastazione. I padroni costringono i lavoratori a vendere la forza lavoro per produzioni belliche, per lavori nocivi e inquinanti, nascondendo la pericolosità delle produzioni. Gli effetti drammatici si sono avuti tra i lavoratori, nelle popolazioni che vivono in aree industriali e territori resi improduttivi; migliaia i morti causati dall’amianto; morti per tumori nei quartieri popolari costruiti vicino a fabbriche con produzioni inquinanti; la tragica vicenda di Bhopal in India (1984) dove morirono migliaia di esseri umani avvelenati dalla nube tossica di una fabbrica di fitofarmaci Usa. O come il disastro a Seveso del 1976 con la fuoriuscita di diossina dall’azienda ICMESA di Meda: migliaia di intossicati, animali abbattuti e numerose donne incinte costrette ad abortire all’estero perché vietato in Italia.
I comunisti devono: – intensificare lo studio su queste problematiche e trattare la contraddizione capitale-natura senza separarla dalla contraddizione capitale-lavoro. La lotta per la salvaguardia dell’ambiente è lotta generale per l’abbattimento dell’attuale sistema; – promuovere l’unità tra coordinamenti, associazioni, comitati di cittadini, che lottano contro politiche di devastazione del territorio e unire le battaglia alla lotta della classe operaia.
Al consumismo che il capitale impone spacciandolo per benessere, occorre contrapporre la ricchezza di riappropriazione dell’uso del tempo, non venduto per produrre merci da consumare, ma dedicato all’emancipazione sociale e a stabilire una relazione sana con la natura e la tecnologia. Senza proprietà e controllo popolare delle fonti di energia e dei combustibili, dei sistemi energetici, la nazionalizzazione socialista delle industrie e della terra, non vi è soluzione. La società socialista abolisce la proprietà privata dei mezzi di produzione per realizzare un’organizzazione della produzione sociale dove si produrrà e si ripartirà con un piano, si regolerà razionalmente lo scambio materiale fra esseri umani e natura, si ristrutturerà l’economia sull’utilizzo di energia rinnovabile.
9. Resistenza ieri, antifascismo oggi
Nella storia del movimento operaio, la Resistenza (1943-45) ha rappresentato il punto più alto della classe operaia nella lotta per il potere. Un’esperienza che ha fatto ‘tremare’ la borghesia e il suo sistema di potere. La Resistenza non fu solo lotta di liberazione contro l’invasore nazista o contrapposizione tra ideali di libertà e democrazia, ma fu guerra di classe, riscossa popolare e patriottica, che ebbe il fulcro nella classe operaia e nei lavoratori. Fu favorita dalla vittoria del popolo sovietico e dell’Armata Rossa a Stalingrado, dalla mobilitazione operaia e dagli scioperi del marzo ’43-44 nel Nord Italia. Si sviluppò e conseguì la vittoria grazie al PCI che seppe trasmettere direzione politica, consistenza organizzativa, preparazione militare, forza ideologica, valori etici. Il ventennio non fu un ‘incidente di percorso’ della democrazia borghese, bensì la dittatura terroristica della borghesia capitalistica che decise di schiacciare le aspirazioni di giustizia sociale con l’occupazione delle fabbriche nel ‘Biennio Rosso’ (1919-20).
I comunisti non intendevano esaurire la Resistenza con la vittoria sul nazifascismo, lottavano per costruire la nuova società, in cui fosse bandito lo sfruttamento dei lavoratori e di ogni essere umano.
I propositi di operai, partigiani, comunisti, furono vanificati, sia dall’opposizione delle classi dominanti, che dal prevalere del revisionismo nel PCI che si adoperò a contenere ogni sbocco rivoluzionario, con una linea compromissoria di collaborazionismo interclassista e riconciliazione.
Il movimento operaio e comunista pagò il prezzo della repressione, di emigrazione di comunisti per sfuggire alle persecuzioni poliziesche, di arresti di partigiani accusati di crimini commessi prima e dopo il 25 Aprile, mentre i fascisti venivano scarcerati con l’amnistia togliattiana (giugno 1946). Per la classe dominante, il 25 Aprile è una ricorrenza da dimenticare. I partiti politici trasformati in comitati d’affari e lobby economiche e finanziarie, intellettuali prezzolati e mass-media al servizio del capitale, sottopongono la Resistenza, la guerra partigiana e l’antifascismo, a un processo di revisione storica e politica denigrando l’impegno e il sacrificio nella lotta al nazi-fascismo.
Nel 2004, fu istituito il Giorno del ricordo, per i ‘martiri’ delle foibe e l’esodo dei profughi giuliano-dalmati. Eventi che, decontestualizzati dal quadro storico e manipolati nel suo reale svolgimento, sono stati utilizzati nella campagna anticomunista e antipartigiana, aprendo la porta al revanscismo nazionalista e alla riabilitazione del fascismo di cui promotore fu Violande del PCI che, insediato a presidente della Camera nel ‘96, auspicò comprensione per i “ragazzi di Salò”. La risoluzione del settembre 2019 – con il voto del PD – del Parlamento europeo in cui si equira nazismo e comunismo a regimi totalitari, ha rilanciato il processo di revisione e falsificazione dei fatti che sconvolsero l’Europa nel ’900 con una sorta di assoluzione dei fascismi.
La militarizzazione del territorio, le tecnologie di controllo sociale, le limitazioni al diritto di movimento e riunione, possono trasformarsi in provvedimenti strutturali assieme all’armamentario repressivo, dai ‘decreti sicurezza’ di Salvini al decreto ‘Rave’ della Meloni, finalizzati a soffocare sul nascere ogni protesta. Avviene in una società – prima della pandemia alle prese con la crisi economica e forti tensioni sociali – in cui la propaganda fascio-leghista diffonde un clima generalizzato di odio e aggressività, scava nei sentimenti più regressivi e reazionari di gruppi sociali, come ceti medi o sottoproletariato delle periferie di grandi città, coinvolgendo settori popolari, impoveriti e impauriti dalla crisi; alimenta il razzismo contro gli immigrati, il disprezzo verso minoranze ed emarginati, soffia sulla ‘guerra tra poveri’.
Se componente fondamentale dell’ideologia fascista fu l’esasperata esaltazione nazionalista, si ripropone uno sciovinismo reazionario con parole d’ordine (“prima gli italiani”) sulle quali il capitale tende a ricomporre una base di massa reazionaria da scatenare quando l’acutezza della crisi economica e sociale raggiunge livelli più alti. I comunisti devono promuovere un fronte antifascista con organismi territoriali di vigilanza e mobilitazione caratterizzato da antifascismo militante e di classe per smascherare e contrastare l’antifascismo di facciata di forze politiche che, per loro fedeltà al capitale, occultano la natura di classe del fascismo, come fosse stato un bubbone infetto sul corpo sano della democrazia e non la soluzione borghese usata nella lotta di classe. Antifascismo ipocrita che consegna la memoria della Resistenza e del 25 Aprile alla retorica delle istituzioni borghesi.
L’esperienza resistenziale e la lotta antifascista possono contribuire a rafforzare, contro guerre imperialiste e sfruttamento capitalistico, uno schieramento internazionale proletario e popolare, con altre resistenze ed esperienze in atto, internazionaliste, antimperialiste, anticapitaliste.
Per i comunisti, antifascismo oggi significa: – unire memoria e insegnamenti della Resistenza alle lotte che, oggi, producono la classe operaia e i lavoratori; – sostenere concretamente chi è mobilitato nelle aziende, nelle scuole, sul territorio, contro licenziamenti, repressione, morti sul lavoro, contro la negazione della cura, del diritto all’istruzione, la devastazione dell’ambiente; – onorare il 25 Aprile, come gli anniversari della Resistenza e dell’antifascismo, mobilitandosi a fianco delle lotte grandi e piccole che ‘vivono’ nei territori, con riferimento ai grandi scioperi operai del 1943- ’44, che contribuirono alla sconfitta del nazi-fascismo.
10. L’antimperialismo e l’internazionalismo proletario
Nell’epoca dell’imperialismo e della rivoluzione proletaria, è necessario combattere l’imperialismo nel proprio paese e i suoi governi. Nello scontro interimperialistico non esiste l’imperialismo meno peggiore. Gli imperialismi – USA, UE, Russia, Cina – impegnati nella ridefinizione su scala mondiale delle sfere d’influenza politica e militare e nella ripartizione dei mercati sul piano economico e finanziario, ricorrono anche allo strumento della guerra. Attraverso l’aumento vertiginoso delle spese militari e dell’industria bellica, l’asservimento di scienza e tecnica a usi militari; scatenano guerre, combattute con armi di tipo convenzionale, in zone strategiche del mondo – mediorientale o nordafricana – a cui partecipano sub-imperialismi ‘locali’.
Preparandosi, a fronte dell’inasprirsi delle contraddizioni per la globalizzazione capitalistica e la crisi, a un possibile scontro frontale. Così, il rafforzamento degli arsenali nucleari e forme di guerra non convenzionale, come l’informatica, la chimica, la batteriologica. A subire la feroce concorrenza tra gli imperialismi sono paesi e popoli che resistono alle politiche di aggressione e rapina; che difendono la sovranità politica, economica, militare e loro interessi. Le borghesie imperialiste si insinuano nelle contraddizioni etniche, religiose, nazionali, per acuirle, frantumare i paesi, dividere le masse popolari, porre in antagonismo i lavoratori. I gruppi economici e finanziari, sotto la protezione di un esercito di professionisti preparati alla guerra nelle basi NATO e pronti a intervenire nelle aree di crisi dietro la bufala delle ‘missioni di pace’, ‘interventi umanitari’, ‘operazioni di polizia internazionale’, sono artefici di politiche di oppressione e sfruttamento di popoli e lavoratori, di razzia di ricchezze e risorse.
Va condotta la battaglia contro la NATO e le sue basi militari, a partire da quelle dislocate in Italia, contro l’imperialismo europeo e le sue istituzioni economiche e finanziarie; vanno combattuti ambiti di confronto e decisione sovranazionali che le borghesie imperialiste si sono date, sia formali come FMI, BM (dopo la pandemia anche l’OMS), sia informali come G-7, G-20, WEF (World Economic Forum), Bilderberg (incontro annuale di circa 130 partecipanti, di cui la maggior parte personalità in campo economico, politico e bancario), finalizzati, pur tra contraddizioni, a coordinarsi per mantenere il vita il sistema capitalista-imperialista, dettando l’agenda che ogni governo dovrà implementare nei singoli Stati. Vanno sconfitte posizioni, pure in ambienti sinistrosi, che vorrebbero riformabile a maggiore ‘democrazia’ il polo imperialista europeo e le tendenze sovraniste sostenendo che la crisi può essere risolta con una politica nazionalistica, fuori dalle istituzioni internazionali, ma senza mettere in discussione il capitalismo. Vanno contrastate le posizioni (presenti tra compagni) che all’imperialismo contrappongono il multilateralismo, da cui i proletari non hanno niente da guadagnare, con cui hanno sostituito l’internazionalismo proletario. Posizioni di chi ritiene che esista un unico imperialismo a guida USA e, quindi, sono frutto di poca chiarezza sulla natura imperialista dello scontro in atto, di cui il c.d. multilateralismo è espressione.
I comunisti appoggiano: – le lotte di liberazione, per l’indipendenza e l’autodeterminazione dei popoli, la cui resistenza è di ostacolo e indebolisce i progetti dell’imperialismo; – la resistenza di Cuba, dove il sentimento patriottico con la lotta per il socialismo ha permesso alla rivoluzione esempi di solidarietà e internazionalismo proletario; – la resistenza del Venezuela, dei popoli dei Caraibi e del Sud America, che hanno alzato la testa nel rifiutare di essere il “cortile di casa” USA.
I comunisti non devono, però, sottrarsi dalla critica del “Socialismo del XXI° secolo”, base teorica della “rivoluzione bolivariana” del Venezuela di Chavez. Una ‘rivoluzione’ che non ha fatto i conti con le classi privilegiate, tanto da rischiare di essere spazzata via dal ritorno della reazione.
I comunisti sono a fianco della Resistenza palestinese, delle sue componenti laiche, progressiste e marxiste, contro lo Stato sionista d’Israele che pretende di risolvere la questione palestinese con metodi di stampo razzista e i cui servizi segreti sono responsabili, con gli USA, di piani di destabilizzazione e rovesciamento di Stati e governi che si oppongono ai loro disegni, come a quelli dei paesi europei che, in Medio Oriente e in Nord Africa, intervengono militarmente e fomentano discordie fra i popoli. Il sionismo è strumento di piani reazionari e guerrafondai, di forme di controllo e repressione, di tecnologie sperimentate contro la popolazione palestinese e movimenti.
I comunisti denunciano la cooperazione militare, economica, commerciale, scientifica, tecnologica tra l’imperialismo israeliano e internazionale, a partire da quello italiano; condannano le posizioni di gruppi ‘rosso-bruni’ la cui propaganda antimperialista li rende collaterali a organizzazioni ultra-destre. L’antimperialismo dei comunisti richiama un principio fondamentale e irrinunciabile per ogni organizzazione: l’internazionalismo proletario che riflette il carattere, le condizioni di esistenza, i comuni interessi del proletariato internazionale, rivelandone, oltre le specificità nazionali, la funzione storico-universale.
I comunisti devono impegnarsi a rafforzare legami di solidarietà internazionale e l’unità dei lavoratori; a diffondere le lotte del proletariato e organizzare l’azione degli sfruttati, ad appoggiare le lotte di realtà sindacale; instaurare e sviluppare relazioni internazionali con partiti comunisti e organizzazioni marxiste-leniniste. È essenziale realizzare a livello internazionale scambi di informazioni ed esperienze di lotta; sviluppare la cooperazione e la solidarietà per sostenere le forze comuniste colpite dalla repressione. È necessario battersi per la ricostruzione dell’Internazionale comunista, per avanzare nella lotta del proletariato e dei popoli oppressi contro il capitalismo e l’imperialismo, per il socialismo e il comunismo.
11. La Rivoluzione proletaria
In questa fase è essenziale accumulare forze per la ricostruzione del Partito, la formazione e la conquista di settori avanzati tra i lavoratori. Condizione fondamentale è il consenso della maggioranza attiva del proletariato nei confronti della propria avanguardia. Attraverso la direzione comunista il proletariato può conquistare la posizione di classe egemone della rivoluzione socialista accrescendo la propria influenza e costruendo l’alleanza con le masse lavoratrici, con il proletariato, forza per sconfiggere la borghesia, assumere misure per schiacciare la resistenza degli sfruttatori nell’edificazione della nuova società. La tattica di fronte unico proletario elaborata da Lenin e dall’Internazionale è attuale, data la dinamica della lotta di classe, il livello di coscienza delle masse, la debolezza e i limiti delle forze comuniste. Lo sviluppo di questa tattica, la formazione di organismi di fronte, affinché possa essere esercitata la direzione, esige l’esistenza del Partito e, prima, dell’organizzazione preparatoria al Partito.
Scopo principale della tattica di fronte è unificare e mobilitare le masse proletarie. Il successo della tattica dipende da un movimento ‘dal basso’, sulla base dell’unità d’azione del proletariato contro l’offensiva capitalista, la politica reazionaria, i pericoli di guerra. Il successo si misura nella conquista di elementi e settori avanzati della classe alla politica e all’organizzazione comunista.
Nelle lotte dei lavoratori è necessario costruire, orientare e dirigere, organismi di massa, impegnandosi a superare dispersioni e autoreferenzialità. Non perdere l’occasione per creare nelle masse operaie basi politico-organizzative (consigli, comitati, coordinamenti, organismi di fronte, forze sindacali di classe) che costituiscano elementi fondamentali del contro-potere.
L’essenza politica e il contenuto di classe nel periodo di transizione dal capitalismo al comunismo è la dittatura del proletariato che si esprime attraverso forme di organizzazione politica della società (consigli operai e assemblee popolari) con un unico contenuto: la direzione politica del proletariato nella società senza la quale non è possibile l’emancipazione dei lavoratori.
Nei paesi imperialisti le pre-condizioni materiali per il socialismo e il passaggio alla dittatura del proletariato, nella forma che assumerà in ogni paese, sono la via per edificare la società socialista. Il trasferimento diretto della proprietà privata dei principali mezzi di produzione e di scambio nelle mani dello Stato socialista, la produzione, sotto il controllo operaio, orientata al soddisfacimento dei bisogni del proletariato e delle masse popolari e non al profitto, costituiscono le rivendicazioni del programma comunista in campo politico e la base del nuovo ordinamento economico dello Stato.
Sabato 20 gennaio, Unione di Lotta per il Partito Comunista (Ulpc), assieme a ‘Combat’ di Bergamo, ha promosso e organizzato l’Assemblea-dibattito in occasione del 21 gennaio: 103° anniversario della fondazione del Partito Comunista d’Italia (1921); 100° anniversario della morte di Lenin (1924) per un confronto di idee, proposte, iniziative, sul “CHE FARE” oggi.
Temi della discussione
La lotta: – contro la frantumazione del movimento comunista per la ricomposizione e l’unità di comunisti/e; – contro deviazioni, opportunismi, autoreferenzialità, localismo e personalismi; PER ricostruire e sviluppare il legame con classe operaia e proletariato,Hanno partecipato 45 compagni/e di: Milano, Monza, Brescia, Mantova, Bergamo, Firenze, Livorno, Pisa, Viareggio, Versilia, Massa, Carrara. Hanno inviato contributi e i saluti compagni di: Trieste, Torino, Prato e Certaldo (Fi). La sala è stata allestita con striscioni con Gramsci e Lenin, contro la frantumazione e per la ricostruzione del Partito, con la Resistenza del popolo palestinese, a fianco di chi lotta; sul banchetto, l’esposizione del materiale tra cui la proposta del Documento Politico-Programmatico di Ulpc e un contributo su Gramsci. Materiale a disposizione e da poter richiedere. I primi interventi sulla fondazione del PCd’I, su Lenin, sul percorso-processo di Ulpc, finalizzato al progetto di costruzione dell’Organizzazione comunista come organizzazione intermedia tra l’attuale frantumazione del movimento comunista (‘partiti, partitini, gruppi e gruppetti’) e la ricostruzione del Partito. Poi l’intervento di un compagno del Fronte della Gioventù Comunista (FGC), a seguire quello di un familiare delle 32 Vittime della strage ferroviaria di Viareggio e il contributo, inviato e letto, del Movimento Politico per il Socialismo (MPS). Nell’assemblea è stata ricordata, nella sua città di Livorno, la figura di Ilio Barontini, operaio, comunista, partigiano, combattente internazionalista per la liberazione dei popoli. In collegamento, l’intervento di un compagno palestinese sulla situazione in Palestina e in Medio Oriente. Vi sono stati 19 interventi di storia, memoria e sul ‘CHE FARE’ a cominciare dalle esperienze prodotte e sviluppate in questi anni per comprendere meglio di oggi come elevare la qualità della nostra attività, unendo forze e realtà in sintonia con il percorso-processo-progetto esposto nel corso del dibattito. Un’iniziativa limitata rispetto alle necessità, ma importante, a detta anche di partecipanti, che spinge i promotori e i presenti a unire le forze del movimento comunista e a unirsi, fino a fondersi, con la lotta, con i movimenti e le mobilitazioni delle avanguardie di classe, nel conflitto politico-sociale, antifascista e antimperialista, per combattere la separazione tra movimento comunista e movimento operaio, enorme ostacolo alla ricostruzione del Partito.
Sintesi delricordo all’Assemblea di ULPC, a Livorno, il 20 gennaio 2024
In questa fase storica e politica, segnata: – dalla presenza in Italia di un governo fascio-leghista che porta all’estremo le scelte antipopolari dei precedenti governi liberal-retrivi, varando misure più reazionarie, guerrafondaie, liberticide e affamatrici della classe lavoratrice – da una situazione internazionale foriera di un conflitto generalizzato, a causa delle rivalità imperialistiche su scala planetaria, il RICORDO di un dirigente comunista quale Ilio Barontini è stato, rappresenta l’omaggio a una figura di spicco del movimento rivoluzionario italiano e internazionale. Significa indicare quali siano i valori su cui debba basarsi la vita e l’attività di ogni comunista impegnato nella lotta quotidiana per la liberazione della classe operaia e delle masse popolari dalle catene di un sistema basato sullo sfruttamento, generatore di oppressione dei popoli e di guerre. Sulla figura di Barontini vanno messi in primo piano elementi della vita e dell’attività che scaturiscono dall’essere militante e dirigente del Partito comunista, Partito che opera sul piano nazionale e che è sezione della III Internazionale. Riformato dal servizio militare, Barontini lavorò per 3 anni alla Breda di Milano. Nel Psi aderisce alla corrente de L’Ordine nuovo e al congresso di Livorno entra a far parte del PCd’I. Il 29 gennaio viene aperta a Livorno la sezione del Partito e Barontini è il segretario. In quel periodo, primavera del ’21, vi fu la questione degli Arditi del Popolo, che a Livorno riunivano 4 squadre (comunista, anarchica, socialista, repubblicana) con centinaia di combattenti. Il 13 luglio 1921, Barontini si rivolse alla Centro del Partito per avere indicazioni; la risposta fu: “Non aderiamo all’organizzazione degli Arditi del Popolo”. Il Comitato esecutivo del Partito impartì la direttiva di non farvi parte (anche se molti compagni vi avevano aderito): la scelta bordighiana venne motivata con il pretesto che gli Arditi avrebbero potuto essere monopolizzati da forze non schiettamente rivoluzionarie. La sua posizione fu chiara: gli Arditi sono completamente sovversivi e da escludere dannunziani. Mentre L’Ordine Nuovo riporta la posizione di Bordiga, secondo cui ‘l’inquadramento rivoluzionario del proletariato deve avvenire su base di partito’, escludendo così la partecipazione dei comunisti al movimento, il 15 luglio è Gramsci a scrivere: “Sono i comunisti contrari al movimento degli Arditi del popolo? Tutt’altro: essi aspirano all’armamento del proletariato, alla creazione di una forza armata proletaria che sia in grado di sconfiggere la borghesia”. Nel 1923, è nel direttivo della Camera del lavoro e per la prima volta viene arrestato; nel 1927 è coinvolto nel “processo dei due corrieri”. Rinviato al Tribunale speciale, insieme ad altri dirigenti comunisti il 28 luglio 1928, è assolto per mancanza di prove. Ripresa l’attività clandestina nel 1929, con il plebiscito fascista, il suo nome comincia a comparire nelle relazioni della questura. Il Partito lo invita a emigrare e nella notte tra 30 aprile e 1° maggio 1931, parte su una barca da pesca dalla darsena della Dogana dell’Acqua e arriva a Bastia. Da lì a Marsiglia e poi a Parigi dove, con Arturo Colombi, organizza i collegamenti tra l’emigrazione antifascista e movimento clandestino in Italia; si occupa dell’assistenza ai profughi italiani, procura loro alloggio e documenti. Una disciplina politica e umana che testimonia in una lettera alla moglie: “Oggi che il gioco è scoperto mi sento orgoglioso di poter dire che sono un soldato disciplinato al grande partito rivoluzionario della classe operaia e che non mi devo aspettare dal nemico nessuna concessione. Di amnistia, ne usufruiranno i vari Modigliani, socialfascisti per la pelle ai quali il fascismo ha messo un ponte per poter ritornare in Italia a distogliere le masse proletarie dal seguire il Partito comunista, che dovrà condurle sulle orme della rivoluzione del proletariato russo”. Altro momento della sua attività, riguarda il periodo di permanenza a Mosca. La partenza per l’Urss è segnalata dalla polizia francese e italiana, tra settembre e dicembre 1932. Nel suo caso, come in altri, si tratta di comunisti italiani emigrati in URSS per sfuggire al fascismo. Negli anni in URSS, prosegue nella propaganda antifascista e, inquadrato nell’Internazionale sindacale, opera nei porti del Baltico e del mar Nero, legandosi ai marinai italiani in transito. A Mosca frequenta l’Accademia Militare “Frunze”, da cui esce col grado di maggiore. Altro “dettaglio”, una sua esperienza in Manciuria, durante il periodo trascorso in URSS. Lo accenna Anton Ukmar, il comunista sloveno che sarà con Barontini prima in Spagna e poi in Etiopia. Allo scoppio della guerra di Spagna, è inviato dal Partito a far parte delle Brigate Internazionali. In Spagna, da ufficiale di Stato Maggiore della 20° Brigata internazionale, partecipa alla difesa di Madrid, e il 5 febbraio 1937 sostituisce Roasio come commissario politico del battaglione Garibaldi, allora comandato da Pacciardi. In assenza di questo – in congedo per ferite si era recato a Parigi in missione politica – fu Barontini ad assumere il comando del battaglione durante la battaglia di Guadalajara, nel marzo 1937, vittoriosa per l’esercito repubblicano e nel corso della quale, per la prima volta, truppe fasciste italiane si scontrarono con i combattenti antifascisti italiani. Fu nominato commissario politico di Brigata e, sul campo di battaglia di Huesca, commissario politico di divisione. Rientrato in Francia a fine 1938, viene inviato in Etiopia, insieme a Uckmar “Johannes” e Bruno Rolla “Petrus” (i “tre apostoli”) nomi scelti per avvicinarsi meglio al popolo religioso. La medaglia d’oro Giovanni Pesce, ricorda Barontini, considerandosene allievo, per averlo incontrato in Spagna, nel novembre 1936, quando Pesce aveva 18 anni. Sul viaggio di Pacciardi a Parigi, Barontini parlò di una frattura politica. Disse che non sarebbe più tornato. Pesce conferma che la frattura ci fu. Gli italiani di parte fascista, arruolati a forza e presentati come volontari, non credevano a quella guerra. Non avevano un ideale per cui combattere. Molti, partendo dall’Italia, avevano creduto di andare in Etiopia. Barontini capì tutto e ordinò il rispetto dei prigionieri. Dopo la Spagna, nel ’38 fu deciso di aiutare la resistenza nell’Etiopia governata da Graziani. Di Vittorio chiama Barontini e forma un terzetto con lo spezzino Rolla e il triestino Ukmar. Il compito è saldare le forze abissine. I ras che non si erano piegati al fascismo erano molto divisi. Malgrado il pugno di ferro di Graziani, l’Etiopia era ben lontana dall’essere sottomessa. Barontini, Rolla e Ukmar avevano un lasciapassare del Negus e lettere di accompagnamento per gli alleati dell’imperatore. Il Negus affidò a Barontini il ruolo di consulente del governo provvisorio alla macchia e il titolo di vice imperatore. Barontini e i due “apostoli”, che agivano in zone diverse, predicavano l’unità. Riuscirono a infondere un senso di nazionalismo. Non era mai accaduto nell’Africa tribale. In Etiopia c’era una fame terribile. Per non pesare sulle tribù, ai partigiani faceva mangiare i coccodrilli. Si sparse la voce di questo capo bianco che dirigeva la resistenza. Misero la taglia sopra la sua testa. Barontini non volle mai che fosse torto un capello ai soldati italiani caduti prigionieri. Dal ’40 al ’43 è un capo della resistenza francese. Dà filo da torcere ai nazisti. È lui che fa saltare l’hotel Terminus a Marsiglia durante un banchetto degli ufficiali nazisti. Con la stessa tecnica, fa saltare l’hotel Baglioni a Bologna, sede della Kommandantur. Nel novembre ’43, racconta Pesce: “Ero a Torino, preoccupato di non avere mezzi per agire, quando mi annunciano l’arrivo di un ispettore. È uno che ti conosce bene”. Vado all’appuntamento, ecco Barontini. Gli dico dei miei guai. E lui mi fa: “O Boccia”, Boccia era il soprannome che mi aveva dato in Spagna, “per essere un buon gappista ci vuole spirito d’iniziativa. L’importante è avere degli obiettivi da colpire”. “Tu nei hai?”. “Ne ho cinquanta. Ma non bombe, armi sufficienti”. “Le armi si prendono ai tedeschi. Le bombe ti dimostro come si fanno”. Prende un tubo di ferro, lo riempie di tritolo, lo chiude, colloca la miccia, calcola la sua lunghezza e dice: “Questa è regolata a tre minuti”. “Ma sei pazzo? Con questa saltiamo tutti”. Prova dice. Io vado nel comando tedesco di fronte alla stazione di Porta Nuova, colloco la bomba e mi allontano in bicicletta. Dopo tre minuti esatti scoppia. “Hai visto come si fanno le cose?”, mi dice. Dopo l’Etiopia, torna in Francia e, con l’occupazione tedesca, viene internato nel campo di concentramento del Vermet, dal quale è liberato nel ’41 per intervento del governo sovietico, che lo rivendica proprio cittadino. Dopo essersi occupato del “Soccorso Rosso”, organizza, nel territorio non occupato dai tedeschi, gli antifascisti italiani e stranieri in gruppi che confluirono nella resistenza francese. Caduto il fascismo, rientra in Italia e, dopo l’8 settembre, si dedica all’organizzazione delle formazioni partigiane, che si costituivano in Italia settentrionale, in Toscana e in Emilia-Romagna. Dal 1944, la zona della sua attività è l’Emilia-Romagna: con il nome di battaglia di “Dario” assume il comando delle Brigate d’Assalto Garibaldi e diviene membro del triumvirato insurrezionale del Partito Comunista in Emilia. Quando, nell’estate del 1944, in vista di una rapida avanzata alleata, si costituisce il Comando Militare Unico Emilia Romagna, è preposto alla sua direzione. Fra gli scontri cui partecipò, la battaglia di Porta Lame a Bologna (7 novembre 1944). Il 19 aprile 1945, alla testa dei suoi uomini, liberava Bologna. Dopo la Liberazione è membro del CC del PCI, del Comitato nazionale dei ferrovieri, segretario della Federazione comunista di Livorno, deputato alla Costituente e senatore. Decorato con la Bronze Star inglese, gli viene conferita la cittadinanza onoraria di Bologna. L’Urss gli attribuisce il prestigioso Ordine della Stella Rossa. È morto nel 1951 in un incidente stradale mentre si recava a Firenze per impegni politici.
Ricordare la nascita del Partito Comunista è un momento fondamentale nella battaglia politica per la sua ricostruzione. Richiamarsi alla sua fondazione significa difendere le radici teoriche che sono la base del pensiero rivoluzionario; una necessità oggi imprescindibile di fronte alla dispersione e allo sbandamento ideologico della classe e dei comunisti.
La scissione dal Psi mise nero su bianco principi basilari: la società capitalista non si può riformare, tanto meno si può attendere l’“ora X” in cui il proletariato sarà guidato alla rivoluzione. Contro riformismo parlamentare e massimalismo parolaio si coagulò la frazione comunista. Far tesoro degli insegnamenti tramandati, fare il bilancio dell’esperienza, capire la sconfitta temporanea del socialismo, per intervenire nel presente. Il capitalismo produce sempre più sfruttamento, rapina, sopraffazione, guerra, devastazione ambientale. Le disuguaglianze sociali si acuiscono, come emerso nelle recenti crisi economiche, sociali e sanitarie. La competizione tra imperialismi spinge alla crescente militarizzazione, venti di guerra si fanno sempre più forti, l’estrazione di materie prime e nuove forme di colonizzazione si intensificano. Assumere 102 anni di storia, collegarsi allo spirito e alla coerenza che vi dettero vita, intraprendendo un paziente, laborioso e metodico, processo di ricomposizione dei comunisti, in grado di orientare gli organismi o i singoli, coscienti che il Partito non lo si inventa da oggi a domani, non lo si autoproclama, ma sarà il punto d’arrivo di un percorso/processo attraverso la costituzione di un’Organizzazione intermedia capace di assolvere a questo compito storico.
Raccogliamo e pubblichiamo in questo opuscolo una serie di articoli sulla storia della fondazione del Partito Comunista d’Italia (PCd’I) e su quanto necessario oggi per il movimento comunista.
La funzione svolta dal gruppo dei comunisti torinesi, raggruppati attorno a L’Ordine Nuovo diretto da Gramsci, nella lotta per la costruzione di un autentico partito politico della classe operaia in Italia, si sviluppò in due momenti.
In vista del 100° anniversario della fondazione del Partito Comunista d’Italia – Sezione della III Internazionale, un po’ tutti cercano di lucrare “politicamente” sull’evento. Tutti, dagli estranei, ai nemici dichiarati, dagli ex – ex “comunisti” o “ex” democristiani – ai “sinistri riformisti”, ai “sinistri radicali”: tutti (o quasi) a battersi il petto per le “lacerazioni profonde” della scelta fatta il 21 gennaio 1921. Tutti – tranne, forse, i partitucoli che, rannicchiati nelle proprie parrocchie e senza alcun legame con la classe operaia, si proclamano comunisti – a piangere per il “peccato originale” commesso a Livorno. Tutti a discettare sulla “tragedia” consumata nel dar vita al Partito comunista, che rompeva con la II Internazionale scaduta nell’opportunismo e nel social-sciovinismo, per aderire alla III Internazionale, comunista e rivoluzionaria. Tutti, in ogni caso, concordi nel ribadire che “Non bisognava staccarsi dal PSI”.