
Presidio ex GKN


comunicato ULPC
Nella presa di posizione del 15 settembre scorso abbiamo sostenuto che “In una fase dove, sempre meno elettori ed elettrici si recano alle urne, i comunisti dovrebbero impegnarsi per riportarli al voto? O invece allargare la forbice tra Stato e masse popolari? Dobbiamo accorrere alla legittimazione elettorale o concorrere a una sua delegittimazione? La realtà e la fase impongono questa seconda indicazione nei confronti dello Stato e delle proprie rappresentanze istituzionali e partitiche”.
Una riflessione confermata dall’astensione che raggiunge il 37%: 18 milioni di non votanti oltre a schede nulle e bianche, cioè di coloro che non vogliono dare consensi a tali forze politiche. Il distacco tra paese reale e paese istituzionale aumenta progressivamente a ogni elezione: dal 92,8% del ‘68 al 63,8 di oggi.
Dati dell’astensione al 45% tra gli operai e al 50% tra chi vive in condizioni economiche estremamente basse.
I caporioni delle forze (?) politiche (?) hanno sempre avuto interesse a manipolare e falsificare la realtà: invocando un voto a “difesa degli interessi nazional/popolari”, con il proposito di affermare la propria lista per mantenere propri interessi personali e di bottega.
Nel 2014 il partito di Renzi strappò il 40% di voti, nel 2018 il Movimento di Di Maio il 33%, nel 2019 la Lega di Salvini il 34%. Squallidi personaggi che oggi navigano con ben altre percentuali.
Adesso è il turno della Meloni che per affermarsi ha dovuto “opporsi” all’ammucchiata di servizio a Draghi, tra cui i suoi alleati e, per sopravvivere, sarà costretta a dar vita a un governo fedele all’agenda Draghi, garante del capitale, dell’UE, della Nato, degli Usa.
A chi, invece, ha manifestato imperterrito vocazioni elettoralistiche ci limitiamo a ricordare che porre la questione della rappresentanza di classe sul piano istituzionale è un grossolano errore, quando slegato dalla partecipazione attiva della classe, della parte più combattiva e determinata, alla costruzione di movimenti di massa e alla ricostruzione del proprio Partito. Una deviazione politica che conduce all’incapacità di uscire dal circolo vizioso di alleanze strumentalmente elettorali, destinate al fallimento perché prive del sostegno di un blocco sociale di classe di riferimento, in grado di imporre nel paese la trasformazione rivoluzionaria nella direzione del socialismo-comunismo.
Il governo che sarà… amministrerà la crisi capitalistica – aggravata dalla guerra in Ucraina – intensificando il processo fascistoide dello Stato, in continuità con la fedeltà alla UE e agli Usa, e col sostegno ai piani guerrafondai della Nato.
Lo ribadiamo: in questa fase la smania elettoralistica legittima lo Stato borghese mentre un voto utile è organizzarsi e lottare per gli interessi e i bisogni di classe e per la classe!
Per i comunisti più intensa dovrà essere l’attività militante di sostegno e di sviluppo alle lotte operaie, sociali, popolari e antifasciste, al di là di tornate elettorali, e maggiore l’impegno per la ricostruzione del Partito comunista, strumento indispensabile all’abbattimento del regime capitalistico per una società socialista-comunista.
Unione di Lotta per il Partito Comunista (ULPC)
unionedilottaperilpartitocomunista@tutanota.com
5 ottobre 2022
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I prigionieri sono parte attiva della lotta di un popolo che si rifiuta di essere diviso e isolato

Settembre 2022: oltre 1200 prigionieri palestinesi hanno iniziato lo sciopero della fame per costringere il regime colonialista nazisionista ad implementare e realizzare tutti gli accordi che servono a rendere più facile la vita in carcere dei palestinesi.
È passato un anno dalla famosa evasione dei sei prigionieri dal carcere di massima sicurezza israeliano, da allora le autorità carcerarie nazisioniste hanno azzerato tutti gli accordi ed hanno avviato una campagna di repressione e punizioni collettive, in particolare nei confronti dei prigionieri del Jihad Islamico. Il risultato è lo stravolgimento della vita quotidiana di ogni prigioniero con trasferimenti continui che impediscono persino l’ambientazione semplice.
Hanno ridotto i beni di consumo come le varie cibarie che si potevano comprare allo spaccio del carcere. Le visite dei familiari sono state cancellate, uso continuo dell’isolamento in celle insopportabili, cure mediche dei malati inesistenti e, soprattutto le continue retate nelle celle in cerca di chissà cosa mettendo sotto sopra le celle e sottoponendo i prigionieri a maltrattamenti e vessazioni di ogni genere.
Le rivendicazioni dei prigionieri sono richieste semplici che le autorità carcerarie devono garantire a prescindere, invece, nelle carceri sioniste persino le cose più elementari vengono negate. Al fine di raggiungere questi obiettivi i prigionieri si sono uniti in un corpo unico, hanno annullato le fazioni politiche ed istituito un alto comitato di lotta. Hanno azzerato l’organo di rappresentanza facendo in modo che le autorità non sappiano più con chi trattare e siano costretti a parlare e trattare con ogni singolo prigioniero.
Le cose si stanno complicando e la gestione della situazione è diventata impossibile. Naturalmente non sono mancati i tentativi repressivi volti a porre fine alla protesta ancor prima che iniziasse. Corpi speciali vengono richiamati e buttati nella mischia. Hanno provato a dividere i prigionieri a seconda della loro appartenenza politica e di mettere gli uni contro gli altri.
Va precisato che i prigionieri del Jihad Islamico e del Fronte Popolare sono coloro che subiscono la maggior dose dei maltrattamenti e della repressione in quanto sono gli elementi di maggior unità e saldatura con gli altri.
Il giorno di inizio dello sciopero della fame e dopo una settimana di scontri, le autorità carcerarie hanno abbassato la testa e accettato molte delle richieste avanzate dai prigionieri i quali hanno vinto la loro battaglia prima di incominciare. Sei mesi prima, però, era cominciata la battaglia di alcuni (5) detenuti/sequestrati in detenzione amministrativa. Quattro dei quali – e dopo alcuni mesi dello sciopero della fame – furono scarcerati, la loro condizione era precipitata e stavano rischiando la morte. Ne è rimasto uno, Khalil Awawdah, che malgrado le sue condizioni molto gravi le autorità carcerarie si rifiutavano di liberarlo. Sembrava una sentenza di morte per accanimento.
Questa voglia di assassinare Khalil nasce probabilmente da semplici motivi: appartiene al Jihad Islamico che attualmente è la fazione palestinese ritenuta dai sionisti la più pericolosa e, se questo non bastasse, Khalil è una persona molto istruita, un intellettuale carismatico e, per usare la terminologia di oggi è un influencer. È il tipo di personaggio tra i più ricercati dai servizi nazisionisti con l’intenzione di ucciderlo. Khalil per loro doveva solo morire, invece, è sopravvissuto a 172 giorni di sciopero totale della fame perdendo ben 51 chili di peso.
Sono state le sue immagini che hanno cominciato a circolare e riempire il web, le sue parole molto pacate hanno messo in grande imbarazzo gli amici/sostenitori dell’entità sionista, insieme alla solidarietà del popolo palestinese e al pericolo di una deflagrazione totale a convincere il boia a tornare sui suoi passi. Le parole di Khalil Awawdah rispecchiano il quadro in maniera molto chiara: “siamo un popolo che non si arrende, o la vittoria o la morte”. Lui ha vinto e hanno vinto tutti coloro che gli sono state vicini. Dal 2 ottobre Khalil è libero e in questo mese che gli è rimasto dovrà solo curarsi e riapproppriarsi della propria salute.
Il 20 settembre 2022
– i servizi della Sulta (ANP) arrestano 3 fedayn di Hamas a Nablus. L’arresto avviene in maniera brutale e visto l’alto grado di comando di uno dei tre, l’arresto provoca un’ondata di protesta e di scontri con i servizi dell’Anp nonché una forte reazione politica contro l’Anp stessa e la sua politica di perseguire la resistenza e i suoi dirigenti più carismatici. Questo passo dei servizi della Anp sembra una risposta di servilismo alle critiche e attacchi sionisti.
– il 20 settembre una trentina di compagni del FPLP sequestrati dai servizi nazisionisti e posti agli arresti amministrativi hanno dichiarato lo sciopero della fame che è iniziato il 25 settembre contro la prassi di questo tipo di arresto. Il totale degli arresti amministrativi è salito a toccare la cifra di 760. Ciò indica che i nazisionisti stanno cercando disperatamente di arrestare questa ondata prima che si estenda e raggiunga i livelli di una Intifada popolare vera e propria e diventi la scintilla di una deflagrazione ancora più generale che coinvolgerà quella armata di Gaza;
– 20 settembre, la polizia nazisionista nella città di Holon a sud est di Telaviv sospetta un attentato che ha provocato la morte di una donna anziana. Nei filmati delle telecamere si vede una persona vestita di nero scagliarsi contro questa donna con un oggetto pesante. Finora i resistenti palestinesi hanno cercato di non colpire le donne, gli anziani e i bambini, perciò, questo fatto desta sospetto sulla natura di questo assassinio che sa di un crimine comune che si vuole addossare alla resistenza palestinese con lo scopo di screditarla.
Il rapporto tra il popolo palestinese e i prigionieri
Più di vent’anni fa un vecchio compagno palestinese dichiarava: “I combattenti sono come l’acqua pura che scorre nel letto del ruscello che supera rocce e ogni ostacolo che incontra”. Un popolo che ha superato sofferenze inaudite per rivendicare il suo diritto alla libertà: dall’inizio dell’occupazione sionista della Palestina circa il 20 per cento dei palestinesi è stato imprigionato almeno una volta, comprese 16.150 donne. Attualmente sono incarcerati 4.800 palestinesi, di cui 48 donne in condizioni disumane, 250 bambini, 760 sono invece i detenuti amministrativi. Cioè sottoposti alla pratica ereditata dal colonialismo inglese, attraverso la quale i sionisti incarcerano senza fornire prova delle accuse, senza processo e per un tempo indefinito.
I prigionieri sono parte attiva della lotta di un popolo che si rifiuta di essere diviso e isolato. La forza politica dei/le prigionieri/e sostiene e unisce la ferma resistenza popolare a Beta, nel campo di Jenin, la coesione dei palestinesi dell’an Naqb (in ebraico Negev) di fronte al continuo assalto della pulizia etnica, la resistenza di Gerusalemme, di Gaza e quella dei territori del ’48.
Un appello contro la cricca di Yongsan, nemico affamatore del popolo

La Corea del Sud è infiammata da una crescente rabbia contro il presidente Yoon Suk-yeol che ha commesso crimini fraudolenti con le sue politiche antipopolari. Sono numerosi i sudcoreani che, insieme con le associazioni, tra le quali People’s Sovereignty Solidarity, la Confederazione dei sindacati coreani, la Federazione dei sindacati coreani e altre organizzazioni sindacali, gruppi sociali, giovanili e femminili manifestano contro la cricca Yoon arrivata al potere dopo aver attirato i sentimenti del pubblico con discorsi accattivanti.
Yoon Suk-yeol ha sempre parlato di “politica per il popolo” in pubblico, ma poi ha creato l’ufficio presidenziale con amici e parenti, con un parco giochi per sua moglie e per i suoi accoliti. Ha formato il governo con amici intimi nominandoli ministri e viceministri. Ha trasformato procura, polizia, National Intelligence Service in sue guardie del corpo. Cerca in ogni modo di rimuovere i suoi rivali politici dagli organi progressisti dei circoli politici, sindacali e della stampa del paese.
Oggi,lontano dal venire incontro alle richieste popolari, il governo reprime duramente le proteste con la forza e con denunce, Infatti non si è mai verificata una tale resistenza nei confronti di un presidente, dopo soli 100 giorni dal suo insediamento. Davanti al palazzo presidenziale di Yongsan, dell’Assemblea nazionale e in tutta la Corea del Sud – comprese Seul, Busan e Ulsan – i manifestanti denunciano tutti i mali del governo corrotto: crisi economica, carovita, lavoratori sull’orlo del licenziamento, disoccupazione alta, frequenti vari tipi di disastri industriali e molti morti nei loro luoghi di lavoro, dipendenza dalle forze straniere, conflitto intercoreano, manovre di guerra, la sua politica sfacciatamente pro-USA e giapponese, riducendo il Paese sempre più una colonia degli Stati Uniti e urlano gli slogan: “Yoon sei la radice di tutti i mali, dimettiti!” e “il governo Yoon con le tue proposte fallimentari, vattene!”. Strappano e bruciano le foto di Yoon e organizzano azioni più risolute: dimostrazioni, marce in strada, performance artistiche.
Il Fronte Democratico Nazionale Antimperialista della Corea del sud (AINDF), lo scorso 3 settembre ha lanciato un appello al popolo sudcoreano nel quale si chiede: “Costruiamo una resistenza nazionale per gettare in mare il capo della banda antipopolare di Yongsan”, nemico e affamatore del popolo, per cacciare Yoon e fargli fare la fine di ParkGeun-hyel’ex presidente (figlia del presidente e dittatore salito al potere con un colpo di Stato nel 1961) che era stata condannata a 20 anni di carcere per corruzione, e per una nuova politica e una nuova società.
In Corea del Sud la popolazione ha paura della guerra. La storia della politica sudcoreana è sempre stata sotto il controllo degli Stati Uniti e sempre corrotta, ma non c’è mai stato un peggioramento della situazione generale così importante.
Michael Hunt, organizzatore della GMB, ha dichiarato: “Questi lavoratori stanno affrontando la peggiore pressione sul costo della vita in una generazione”.
Ci sono notizie contrastanti su salari e posti di lavoro nel Regno Unito. Sembra che il boom post-pandemia stia per finire. Il tasso di disoccupazione nei tre mesi fino a luglio è stato del 3,6%, il più basso mai registrato dal 1974. Inoltre, l’aumento delle retribuzioni normali non riesce a tenere il passo con l’aumento del costo della vita.
James Reed, proprietario di Reed.co.uk, afferma: “C’è ancora un numero molto elevato di offerte di lavoro e le persone stanno ancora pubblicizzando molti posti di lavoro, ed è per questo che abbiamo visto la disoccupazione continuare a diminuire”, aggiungendo che ” molti datori di lavoro stanno ancora faticando a reclutare”.
Il calo della disoccupazione è dovuto in parte alle persone che rinunciano a cercare lavoro. Il tasso di inattività è salito al 21,7%, il che significa che molte persone in età lavorativa non hanno un lavoro. I posti vacanti negli annunci di lavoro, nello stesso periodo, sono diminuiti di 34.000 tra giugno e agosto.
La crescita salariale nel settore privato da maggio a luglio è stata del 6%, mentre nel settore pubblico è stata solo del 2%. Questo è il divario più grande da molti anni. È meglio che i sindacati del settore pubblico si diano una mossa.
I capi azienda si lamentano che non riescono a trovare lavoratori, il che mette i sindacati in una posizione di forza. La BBC cita il lamento di Rob Sutton, fondatore di RKW, un produttore di piccoli elettrodomestici con sede a Stoke-on-Trent, cui non piace il fatto che le spese per i salari siano aumentate di oltre 2,5 milioni di sterline negli ultimi due anni, come se questo fosse una cosa negativa per la classe operaia.
Ha raccontato di “esempi in cui le agenzie di reclutamento sono entrate nel nostro parcheggio dei dipendenti e hanno messo sui parabrezza lettere dove era scritto ‘ti daremo £ 1.000 se entrerai nella nostra azienda per indurli a dimettersi perché c’è stata una massiccia carenza di addetti alla gestione ordini e al magazzino”. Questa situazione, secondo lui, è dovuta al fatto che “molti dei lavoratori europei sono tornati a casa prima del COVID”.
I sindacati dovrebbero battere il ferro finché è caldo reclutando, in modo da essere in una posizione di forza quando dovranno sostenere lotte difensive.
Martedì è stato annunciato che la catena di supermercati Sainsbury’s ha aumentato lo stipendio a 127.000 dipendenti pagati all’ora di 25 pence l’ora da metà ottobre, portandoli da £ 10 a £ 10,25 l’ora e da £ 11,05 a £ 11,30 l’ora a Londra. L’USDAW afferma che l’aumento di stipendio del 2022 è del 7,9% in totale e ammonta al 28% dal 2017.
Il funzionario nazionale dell’USDAW [sindacato del settore vendita al dettaglio e distribuzione – n.d.t.], Dave Gill, ha dichiarato: “È un momento molto difficile e siamo particolarmente lieti che questo ulteriore aumento, che entrerà in vigore a partire da ottobre 2022, non sostituirà il consueto processo di revisione delle retribuzioni che si svolge ogni anno a marzo.
“Con il costo della vita in continuo aumento, abbiamo mantenuto aperto il nostro dialogo con Sainsbury’s e siamo lieti che l’azienda abbia risposto in modo così positivo. Si tratta di un premio autunnale aggiuntivo senza precedenti e il cibo gratuito e lo sconto aggiuntivo saranno apprezzati dai nostri membri”.
L’ultimo punto si riferisce al fatto che il nuovo accordo prevede anche la fornitura di prodotti alimentari di base durante i turni fino alla fine dell’anno e sconti più elevati da Sainsbury’s e Argos. Viene da chiedersi, se ci saranno controversie, se qualcuno pensa che il salmone affumicato sia un alimento base. Più seriamente, è una vergogna che i salari dei lavoratori siano così bassi che tali minori benefici accessori siano ritenuti così importanti da alti funzionari sindacali.
Infine, solo per dimostrare la continuità della lotta di classe, a Newcastle più di 200 lavoratori di Baker Hughes, produttore di oleodotti per l’industria petrolifera e del gas, sono stati mobilitati dalla GMB [sindacato intercategoriale – n.d.t.] per una vertenza sindacale, avendo rifiutato offerte di aumento di 4 e 4,56%.
Michael Hunt, organizzatore della GMB, ha dichiarato: “Questi lavoratori stanno affrontando la peggiore pressione sul costo della vita in una generazione. Il 4,5% non è neanche lontanamente sufficiente. Questa è una multinazionale che produce tubi vitali per il settore energetico: la lista degli ordini è piena per gli anni a venire. Può permettersi di fare di meglio con i suoi lavoratori”.
https://www.newworker.org/archive2022/nw20220916/wages_and_jobs.html
dal corrispondente del New Worker
comunicato ULPC
A conferma di quanto sia brutale (se ce ne fosse bisogno) la giunta militare birmana del Myanmar è stato l’attacco aereo indiscriminato in aree civili, il 16 settembre, nel villaggio di Let Yet Kone. Dietro la motivazione che erano usati come scudi umani contro le forze anti golpiste 11 bambini sono stati atrocemente uccisi e almeno 15 sono dispersi. Molti di loro sono stati cremati dai soldati per cancellare le tracce dell’atrocità commessa.
Le testimonianze sono drammatiche: “C’erano pozze di sangue all’interno della scuola. Pezzi di carne sparsi dappertutto, sui ventilatori, sui muri e sul soffitto”, tanto che i genitori arrivati a cercare i loro figli, hanno trovato solo dei vestiti, e non hanno potuto nemmeno celebrare i funerali.
I nostrani mass-media – troppo presi dal trasmettere i funerali della regina inglese – hanno passato questa notizia sottotono. Chissà se il Papa, così attento alla vita dei bambini ucraini, sarà stato aggiornato o se questi bambini hanno un altro colore.
Nel 2015 le elezioni sono state vinte dal partito guidato da San Suu Kyi (tanto cara all’Occidente capitalista), la National league for democracy (NLD), ma il governo – che si regge su un sistema parlamentare, Stato unitario, Repubblica presidenziale – è in massima parte amministrato da giunte militari che hanno imposto un regime autoritario e dittatoriale con profondi problemi di carattere socio-economico che emergono in tutta la loro violenza. Che ha costretto masse di persone sfuggite alle violenze di rifugiarsi in Bangladesh dove non hanno certo trovato un luogo per stabilirsi definitivamente.

Estorcere il consenso per imporre l’agenda Draghi con o senza il “migliore”
Le istituzioni democratico-borghesi non sono un luogo di confronto neutro, ma sono plasmate intorno alle necessità della produzione capitalistica e della riproduzione del potere borghese. Per tale ragione è necessario sgombrare il campo da qualsiasi illusione che possa essere utilizzata per migliorare le condizioni del proletariato e, più in generale, delle masse popolari e tantomeno che possa essere uno strumento per abbattere il sistema capitalistico, visto che ne sono espressione.
Chi crede nell’utilità delle stesse elezioni mostra un atteggiamento che ha poca coerenza con chi si dichiara comunista. Lo affermiamo nel rispetto di posizioni differenti e di chi è attivamente coinvolto nella tornata elettorale. Le elezioni hanno sistemi elettorali distanti anni luce da una democrazia popolare. Sono vincenti per il potere, sono perdenti per i senza potere.
In una fase dove, sempre meno elettori ed elettrici si recano alle urne, i comunisti dovrebbero impegnarsi per riportarli al seggio? O è più utile allargare la forbice tra Stato e masse popolari? Dobbiamo rincorrere la legittimazione elettorale o concorrere a una sua delegittimazione? La realtà e la fase impongono questa seconda indicazione nei confronti dello Stato e delle proprie rappresentanze istituzionali e partitiche.
Sosteniamo e sviluppiamo un percorso di lotta e unità che deve poggiare su basi di classe, frutto di impegno costante nelle iniziative di lotta indipendentemente da appuntamenti elettorali e che siano funzionali a rafforzare la controffensiva proletaria e la lotta per la ricostruzione del Partito comunista.
Riteniamo, inoltre, che porre la questione della rappresentanza di classe sul piano istituzionale sia un errore se slegato dalla partecipazione attiva della stessa classe, della parte più combattiva e determinata, alla ricostruzione del proprio Partito.
Una deviazione politica che ha condotto all’attuale incapacità di uscire dal circolo vizioso di alleanze strumentalmente elettoralistiche, destinate al fallimento e alla sconfitta perché prive del sostegno di un blocco sociale di classe di riferimento, in grado di imporre nel paese la trasformazione rivoluzionaria nella direzione del socialismo-comunismo.
Per queste ragioni, non partecipiamo alla competizione elettorale del 25 settembre, ritenendo che il voto alle forze politiche presenti nella tornata elettorale sia utile al rafforzamento dei padroni e di politiche antioperaie e antipopolari e contrarie agli interessi delle classi lavoratrici e dei ceti popolari.
Occorre:
– organizzarsi e mobilitarsi sulle questioni sociali e sindacali;
– unirsi e organizzarsi nella lotta per la ricostruzione del Partito comunista.
L’affluenza alle urne legittima lo Stato, il voto utile è organizzarsi
e lottare per gli interessi e i bisogni di classe e della classe!
Unione di Lotta per il Partito Comunista (ULPC)
unionedilottaperilpartitocomunista@tutanota.com
15 settembre 2022
Estorcere il consenso per imporre l’agenda Draghi con o senza il “migliore”
Estorcere il consenso per imporre l’agenda Draghi con o senza il “migliore”
Le istituzioni democratico-borghesi non sono un luogo di confronto neutro, ma sono plasmate intorno alle necessità della produzione capitalistica e della riproduzione del potere borghese. Per tale ragione è necessario sgombrare il campo da qualsiasi illusione che possa essere utilizzata per migliorare le condizioni del proletariato e, più in generale, delle masse popolari e tantomeno che possa essere uno strumento per abbattere il sistema capitalistico, visto che ne sono espressione.
Chi crede nell’utilità delle stesse elezioni mostra un atteggiamento che ha poca coerenza con chi si dichiara comunista. Lo affermiamo nel rispetto di posizioni differenti e di chi è attivamente coinvolto nella tornata elettorale. Le elezioni hanno sistemi elettorali distanti anni luce da una democrazia popolare. Sono vincenti per il potere, sono perdenti per i senza potere.
In una fase dove, sempre meno elettori ed elettrici si recano alle urne, i comunisti dovrebbero impegnarsi per riportarli al seggio? O è più utile allargare la forbice tra Stato e masse popolari? Dobbiamo rincorrere la legittimazione elettorale o concorrere a una sua delegittimazione? La realtà e la fase impongono questa seconda indicazione nei confronti dello Stato e delle proprie rappresentanze istituzionali e partitiche.
Sosteniamo e sviluppiamo un percorso di lotta e unità che deve poggiare su basi di classe, frutto di impegno costante nelle iniziative di lotta indipendentemente da appuntamenti elettorali e che siano funzionali a rafforzare la controffensiva proletaria e la lotta per la ricostruzione del Partito comunista.
Riteniamo, inoltre, che porre la questione della rappresentanza di classe sul piano istituzionale sia un errore se slegato dalla partecipazione attiva della stessa classe, della parte più combattiva e determinata, alla ricostruzione del proprio Partito.
Una deviazione politica che ha condotto all’attuale incapacità di uscire dal circolo vizioso di alleanze strumentalmente elettoralistiche, destinate al fallimento e alla sconfitta perché prive del sostegno di un blocco sociale di classe di riferimento, in grado di imporre nel paese la trasformazione rivoluzionaria nella direzione del socialismo-comunismo.
Per queste ragioni, non partecipiamo alla competizione elettorale del 25 settembre, ritenendo che il voto alle forze politiche presenti nella tornata elettorale sia utile al rafforzamento dei padroni e di politiche antioperaie e antipopolari e contrarie agli interessi delle classi lavoratrici e dei ceti popolari.
Occorre: – organizzarsi e mobilitarsi sulle questioni sociali e sindacali; – unirsi e organizzarsi nella lotta per la ricostruzione del Partito comunista.
L’affluenza alle urne legittima lo Stato, il voto utile è organizzarsi
e lottare per gli interessi e i bisogni di classe e della classe!
Unione di Lotta per il Partito Comunista (ULPC)
unionedilottaperilpartitocomunista@tutanota.com

La guerra in Ucraina, la crisi economica e il grande caos mondiale in arrivo
La guerra in Ucraina, la crisi economica e il grande caos in arrivo
riceviamo e volentieri pubblichiamo
APPELLO PER UNA CONFERENZA POLITICA DI CLASSE
La guerra in Ucraina, la crisi economica e il grande caos mondiale in arrivo.
Che fare?
Dall’inizio del secolo è in corso una sequenza inarrestabile di guerre, recessioni produttive, tracolli finanziari, catastrofi climatiche, emergenze sanitarie, che configura una crisi senza precedenti del modo di produzione capitalistico, in caotico avvitamento su sé stesso. Nell’ambito di questo processo lo scoppio della guerra in Ucraina tra la Russia e la NATO segna un punto di non ritorno. Infatti l’invasione russa dell’Ucraina ha inasprito anche sul terreno militare un conflitto inter-capitalistico globale tra il blocco occidentale e il blocco in formazione intorno all’asse Cina-Russia che era già teso prima del 24 febbraio, e ha per oggetto il controllo dei mercati, delle materie prime, delle reti di trasporto internazionali e – un aspetto nuovo in via di definizione – la ristrutturazione del sistema monetario internazionale, la supremazia nei mercati finanziari. L’espansionismo della Nato nell’Est europeo ha contribuito in misura determinante all’escalation militare in atto sul territorio ucraino, che sta a sua volta risvegliando altri focolai sopiti nelle guerre che si sono succedute nell’ultimo quarantennio, con nuove tensioni tra Kosovo e Serbia, Armenia e Azerbaijan, Cina e Taiwan (sempre per conto Usa!). E tale dinamica ha innescato un’instabilità globale con l’impennata dei prezzi delle materie prime agricole ed energetiche, e una competizione inter-capitalistica sempre più accesa nella rincorsa tra protezionismi, sanzioni e contro-sanzioni. Il mercato mondiale, la politica internazionale, sono oggi un vero e proprio campo di battaglia. Per gli Stati Uniti, e in generale per le potenze occidentali, la posta in gioco è la difesa del proprio traballante primato nell’ordine imperialista imposto con la seconda guerra mondiale e ribadito con le offensive scatenate in pressoché tutte le zone del mondo dopo il 1989. Con l’inesorabile declino dei vecchi padroni del mondo, stanno emergendo le mire di stampo altrettanto capitalistico e predatorio dei paesi di più recente sviluppo, la Cina per prima, capaci di tessere a livello regionale e globale trame efficaci di protezione dei propri interessi.
Per questo lo scontro in atto assume una sempre maggiore intensità ed estensione, e in una contesa all’ultimo sangue di questo genere tra i giganti del capitalismo mondiale le pseudo autodeterminazioni nazionali (come quella invocata per l’Ucraina) servono solo come armi di propaganda a giustificazione del proprio bellicismo. Incapaci di risolvere altrimenti una crisi che gli sfugge da tutte le parti, i potentati monopolistici e i loro stati ricorrono una volta di più alle guerre. Scenari che aggravano la crisi strutturale e complessiva in cui versa il capitalismo, già accentuata dalla pandemia da Covid-19, e che determinano un’impennata, già visibile, del carovita, della disoccupazione e dell’inflazione anche per la speculazione sui prezzi dell’energia e che si concretizzano anche con l’attacco ai salari e alle condizioni di vita di ogni proletario e proletaria. Conflitti e scenari in cui si regolano i conti tra le diverse frazioni e fazioni del capitale globale, ma sono anzitutto guerre ai proletari, e sono servite in passato e servono oggi a scagliare proletari contro proletari, avvelenandone la vita, i sentimenti, lo stato di coscienza per poterli usare come carne da macello.
Le potenze capitalistiche cercano di nascondere e dissimulare il reale contenuto della loro contesa con una propaganda centrata su motivi ideologici, culturali, religiosi, etnici, ma la socializzazione dei costi e la privatizzazione dei profitti della guerra fa chiarezza sul suo reale contenuto. Il nostro sforzo dev’essere, quindi, riportare lo scontro in atto in Ucraina e nel mondo alla sua contraddizione principale: quella tra capitale e lavoro, tra borghesia e proletariato, e – al fondo – tra capitalismo e socialismo. Si tratti dell’Ucraina o di altri contesti, dalle guerre dei loro 3 padroni i proletari hanno tutto da perdere, nulla da guadagnare. Su questa contraddizione bisogna fare leva con la spinta alla mobilitazione e l’agitazione per rovesciare la corsa al riarmo e a una nuova guerra mondiale contro i suoi promotori.
Nelle guerre dell’ultimo quarto di secolo l’Italia di Draghi-Mattarella-Meloni ha confermato la sua scelta atlantista, fortemente marcata in senso filo-americano nelle vicende della guerra in Ucraina, diffondendo a livello di massa veleni nazionalisti, la russofobia oggi, l’islamofobia e l’arabofobia ieri oggi domani, per arruolare masse di lavoratori per le proprie guerre attraverso “buone ragioni”. Simmetricamente alla propaganda di stato, un pulviscolo di formazioni politiche che pretendono di essere anti-imperialiste, e perfino anti-capitaliste, esprimono posizioni che propongono ai proletari di schierarsi sotto le bandiere altrui, o prospettando un “diverso” ruolo dell’Italia (o dell’UE) più autonomo dagli Stati Uniti, o manifestando simpatia per il campo anti-occidentale. Con un misto di “sovranismo” e di campismo, costoro si avventurano in impossibili ipotesi di uscita nazionale dalla guerra e dalla crisi del sistema, e/o disegnano un altrettanto impossibile ruolo “anti-imperialista” del “nostro” marcio capitalismo nazionale, protagonista storico di ogni sorta di ruberie e di crimini coloniali ai danni dei “popoli di colore”. Un’altra semina di veleni nazionalisti! Dando seguito ad un confronto serrato che ha già prodotto in luglio un documento di inquadramento della guerra in Ucraina, le realtà politiche firmatarie di questo invito intendono, invece, proporre una visione e una linea d’azione coerentemente internazionaliste sulla guerra in Ucraina e sul corso degli avvenimenti che le hanno dato origine e ne stanno derivando. Lo faremo in un Convegno nazionale che si confronterà con le questioni che l’attuale scontro inter-imperialistico ha sollevato.
Vogliamo contribuire a definire una posizione di classe del tutto autonoma dagli interessi del capitalismo nazionale e da entrambi i campi capitalisti-imperialisti, e perciò critica verso tutte le sfumature proposte di “sovranismo” e di campismo. Crediamo sia fondamentale promuovere un momento che approfondisca politicamente il prisma di contraddizioni al di sotto dell’attuale scontro inter-imperialistico e della conseguente escalation militare, nell’ottica di porre a disposizione della classe ragionamenti e contenuti, analisi e confronti sull’inquadramento economico-politico del conflitto, sul suo attuale svolgimento, che scopra il volto della guerra nelle sue conseguenze sociali e ricadute materiali che oggi stesso possiamo osservare nel nostro paese. Intendiamo discutere dello scenario mondiale di guerra e di crisi, del ruolo dell’Italia e della Nato, della risposta da dare alla propaganda di guerra istituzionale, dell’impatto della guerra sull’ambiente già devastato dalla logica del capitale, di come si va strutturando l’economia di guerra, delle ricadute materiali e delle conseguenze sociali della guerra, tutte a carico dei proletari, e del modo in cui i lavoratori e le lavoratrici stanno rapportandosi all’insieme di questi processi. Il proposito del Convegno nazionale è anche quello di contribuire alle mobilitazioni di autunno contro la guerra, nella prospettiva politica di guerra alla guerra imperialista che nei mesi scorsi abbiamo portato in piazza a Firenze, a Coltano come nelle lotte del proletariato multinazionale della logistica. Per l’autunno, resti in piedi la maggioranza di unità nazionale intorno a Draghi, o nasca un governo delle destre, il nostro obiettivo è lavorare al rilancio delle iniziative di lotta nazionali e internazionali contro la guerra, in contrapposizione al governo (quale che sia), ai partiti parlamentari e alle organizzazioni sindacali concertative che hanno votato tutti i loro sforzi e la loro propaganda ad integrare il proletariato nelle sorti del capitale e ad organizzare così la sconfitta della classe.
Invitiamo caldamente a partecipare a questo nostro impegno tutte e tutti coloro che riconoscono i limiti dell’attuale stato della discussione e intendono contribuire e concorrere all’elaborazione puntuale e alla messa a punto di una prospettiva politica di classe più efficace, in grado di offrire alle mobilitazioni d’autunno una indicazione di lotta anzitutto contro “il nemico in casa nostra”: il capitalismo italiano – nella direzione del rovesciamento dello stato di cose presenti. Ancora invitiamo alla partecipazione tutte e tutti coloro che avvertono, nel vuoto costituito dall’assenza di una compattezza programmatica delle forze di classe, una necessità di riflessione e di arricchimento che sfoci in un riferimento teorico-politico per chi brancola negli spazi morti di questo sistema.
La conferenza si terrà a Roma il giorno 16 Ottobre 2022 dalle ore 10:30
Seguiranno aggiornamenti sul luogo specifico dell’incontro.
Casa del Popolo di Teramo, Centro Politico Comunista Santacroce, Collettivo Marxpedia, Collettivo Militant, Csa Vittoria, Fronte Comunista, Fronte della Gioventù Comunista, Laboratorio Politico Iskra, Movimento Disoccupati 7 Novembre, OSA Perugia, Tendenza Internazionalista Rivoluzionaria

comunicato ULPC
Elezioni del 25 settembre: estorcere il consenso per imporre l’agenda
Draghi con o senza il “migliore”
Le istituzioni democratico-borghesi non sono un luogo di confronto neutro, ma sono plasmate intorno alle necessità della produzione capitalistica e della riproduzione del potere borghese. Per tale ragione è necessario sgombrare il campo da qualsiasi illusione che possa essere utilizzata per migliorare le condizioni del proletariato e, più in generale, delle masse popolari e tantomeno che possa essere uno strumento per abbattere il sistema capitalistico, visto che ne sono espressione.
Chi crede nell’utilità delle stesse elezioni mostra un atteggiamento che ha poca coerenza con chi si dichiara comunista. Lo affermiamo nel rispetto di posizioni differenti e di chi è attivamente coinvolto nella tornata elettorale. Le elezioni hanno sistemi elettorali distanti anni luce da una democrazia popolare. Sono vincenti per il potere, sono perdenti per i senza potere.
In una fase dove, sempre meno elettori ed elettrici si recano alle urne, i comunisti dovrebbero impegnarsi per riportarli al seggio? O è più utile allargare la forbice tra Stato e masse popolari? Dobbiamo rincorrere la legittimazione elettorale o concorrere a una sua delegittimazione? La realtà e la fase impongono questa seconda indicazione nei confronti dello Stato e delle proprie rappresentanze istituzionali e partitiche.
Sosteniamo e sviluppiamo un percorso di lotta e unità che deve poggiare su basi di classe, frutto di impegno costante nelle iniziative di lotta indipendentemente da appuntamenti elettorali e che siano funzionali a rafforzare la controffensiva proletaria e la lotta per la ricostruzione del Partito comunista.
Riteniamo, inoltre, che porre la questione della rappresentanza di classe sul piano istituzionale sia un errore se slegato dalla partecipazione attiva della stessa classe, della parte più combattiva e determinata, alla ricostruzione del proprio Partito.
Una deviazione politica che ha condotto all’attuale incapacità di uscire dal circolo vizioso di alleanze strumentalmente elettoralistiche, destinate al fallimento e alla sconfitta perché prive del sostegno di un blocco sociale di classe di riferimento, in grado di imporre nel paese la trasformazione rivoluzionaria nella direzione del socialismo-comunismo.
Per queste ragioni, non partecipiamo alla competizione elettorale del 25 settembre, ritenendo che il voto alle forze politiche presenti nella tornata elettorale sia utile al rafforzamento dei padroni e di politiche antioperaie e antipopolari e contrarie agli interessi delle classi lavoratrici e dei ceti popolari.
Occorre: – organizzarsi e mobilitarsi sulle questioni sociali e sindacali; – unirsi e organizzarsi nella lotta per la ricostruzione del Partito comunista.
L’affluenza alle urne legittima lo Stato, il voto utile è organizzarsi
e lottare per gli interessi e i bisogni di classe e della classe!
Unione di Lotta per il Partito Comunista (ULPC)
