Un 8 Marzo in pandemia

Il valore e la qualità della resistenza delle donne

Anche quest’anno l’8 marzo cade in un momento di grande difficoltà e di sofferenza per le masse popolari, per i lavoratori e per le lavoratrici, che fornisce ai capitalisti – grazie alla “pandemia” – la possibilità di continuare a sferrare l’attacco alle condizioni di vita e di lavoro.

Sul fronte delle donne si sprecano studi, prese di posizione, presunte soluzioni economiche, per sottolineare come durante e a “causa” della pandemia, esse abbiano pagato un prezzo maggiore in perdita di posti di lavoro, infortuni, liquidazione delle conquiste, oppressione e violenze in ambito lavorativo e domestico.

Ma quali sono le risposte da parte della classe dominante?

Vengono proposte false soluzioni come il Recovery Plan, “un’occasione da non perdere per cominciare ad aggredire le profonde disuguaglianze di genere”, come dichiarava in questi giorni la sottosegretaria del Ministro dell’economia Guerra.
Già nel 1920 Clara Zetkin scriveva che ”la tendenza dilagante a cacciare la donna dalla produzione dei beni sociali e dalla cultura trova la sua ragione ultima nella brama di profitto del capitale che vuole perpetuare il suo potere di sfruttamento, essa dimostra l’inconciliabilità dell’economia capitalista, dell’ordinamento borghese con gli interessi più profondi della stragrande maggioranza delle donne e dei membri della società in generale.

In un sistema capitalista decadente le rivendicazioni e i diritti delle donne, sono oggetto di continui attacchi (come la legge 194) che tendono, in un sistema di rapporti di forza sfavorevoli, alla loro completa eliminazione.

NESSUNA CONQUISTA È PER SEMPRE IN UNO STATO CAPITALISTA

La rana in fondo al pozzo che pensa che il cielo sia grande quanto il cerchio in cima, se giungesse all’esterno avrebbe una visione interamente differente.

Questa visione mostra non solo che le catene dello sfruttamento e dell’oppressione sono più pesanti e più strette per le donne, ma anche che le donne attraverso il loro protagonismo e cioè la lotta, indicano la strada per spezzarle.

Uscire dal pozzo significa superare il limite di una visione unilaterale, frutto anche della frantumazione imperante, con la quale si vedono la classe operaia, i lavoratori e le masse popolari come fossero un corpo indefinito, e la questione delle donne come solo una questione di genere. Non si parla della resistenza delle donne della classe operaia, delle donne delle masse popolari, si elimina la contraddizione di classe tra sfruttatori e sfruttati, e si disperde un patrimonio di conoscenze e apprendimento; non viene restituita l’enorme ricchezza, la peculiarità, la qualità rivoluzionaria, necessarie per liberare le donne e gli uomini dall’oppressione capitalista e del patriarcato funzionale alla sopravvivenza dell’attuale sistema.

Molti anni fa due giovani donne in occasione dell’8 marzo in una semplice frase diedero voce alla necessità di far vivere il protagonismo femminile: “non vogliamo rimanere donne a metà ma vogliamo esprimere appieno le nostre potenzialità”.

Non sono la potenzialità che mancano ma la difficoltà di esprimerle e raccoglierle nella lotta, eppure sono proprio ciò da cui dobbiamo partire, ciò che dobbiamo sviluppare, perché costituiscono la qualità del nostro lavoro.

Per questo ci sforziamo di valorizzare “i piccoli segnali”, attraverso la richiesta ad alcune donne, lavoratrici, compagne, di raccontarci “l’altra metà della resistenza”, convinti che la miglior educazione si ottiene nel corso della lotta e anche attraverso esempi non solo negativi, ma anche positivi.

Dall’8 marzo fino al 25 Aprile, attraverso le testimonianze delle protagoniste di questa resistenza vogliamo mostrare come le donne insegnano e come i risultati che ciascuna ottiene possono, se non dispersi in centinaia di rivoli, essere fatti propri da chi ne ha bisogno e ulteriormente sviluppati.

Uno stimolo, che ci aiuti a sviluppare la consapevolezza, di poter dispiegare quella potenzialità collettiva, che sappia conquistare il grado più alto dell’emancipazione femminile, la misura naturale dell’emancipazione sociale.

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8 Marzo 2021: appello della Conferenza Internazionale di Partiti e Organizzazioni Marxisti-Leninisti (CIPOML)

Riceviamo e pubblichiamo:

Donne lavoratrici del mondo!

Uniamoci e lottiamo contro la violenza, la disuguaglianza, lo sfruttamento e tutte le forze reazionarie!

Salutiamo l’8 Marzo, giornata internazionale della donna lavoratrice, che giunge sotto il pesante carico della pandemia. Il Covid-19 non solo si è convertito nella crisi della sanità pubblica che ha avuto un impatto profondo su miliardi di vite umane, ma ha anche provocato la rottura dell’involucro neoliberista del capitalismo imperialista e smascherato la sua essenza di brutale sfruttamento. La privatizzazione del sistema sanitario pubblico ha costituito una barriera insormontabile per l’accesso a servizi sanitari gratuiti e di qualità. A causa della mercificazione del sapere scientifico, miliardi di persone non hanno accesso ai vaccini, che rappresentano una speranza per uscire dalla pandemia. Anche l’accesso all’educazione di base è divenuto talmente difficile che si sta privando una generazione del diritto all’educazione. Le politiche neoliberiste di flessibilità e insicurezza sociale, come il lavoro part-time, il lavoro temporaneo, i contratti a tempo determinato, etc. si sono estese e trasformate in una disoccupazione massiva. L’impasse capitalistica di fronte alla pandemia ha generato disillusione fra le masse che hanno perso i loro mezzi di sussistenza.

LO STATO CAPITALISTA È UN PESO SEMPRE MAGGIORE PER LE “SCHIAVE DOMESTICHE”

Dal momento che le masse popolari sono state trascinate in un vortice di miseria e fame, sono state le donne quelle che sono state spinte verso il fondo. Mentre le organizzazioni non governative internazionali al servizio del capitale si contentavano di pubblicare “rapporti ombra” sull’aumento della violenza domestica, il lockdown è proseguito a costo della vita delle donne. Lo Stato capitalista non ha intrapreso nessuna misura efficace per proteggere le donne in nessun luogo del pianeta. Al contrario, si sono chiuse le residenze protette, tagliate le linee di sostegno pubblico e si stanno sospendendo i processi giudiziari. Lasciate sole, le donne vengono confinate nell’ambito domestico che è divenuto una “scena del crimine” a causa dell’aumento di violenze e femminicidi. Le donne sono state coloro che più hanno sofferto le conseguenze del controllo della pandemia da parte dell’apparato statale al servizio dei capitalisti.

MAGGIOR POVERTÀ E MAGGIORE DISOCCUPAZIONE PER LE DONNE

Oltre a lasciare le donne non protette di fronte alla violenza, lo Stato capitalista è diventato anche uno strumento per il loro impoverimento. Tutte le classi sociali sono state colpite dalla pandemia, ma lo Stato è corso in salvataggio della classe al quale appartiene. I fondi pubblici provenienti dalle tasse pagate da operai e lavoratori sono stati posti al servizio dei capitalisti, a cui sono stati cancellati i debiti fiscali mentre hanno ricevuto nuovi pacchetti di aiuto economico. D’altra parte, le lavoratrici autonome e le piccole produttrici, dopo essere state incatenate ai microcrediti durate decenni di programmi neoliberisti di “imprenditorialità femminile”, si sono ritrovate pressate dai debiti che non possono pagare, che si sono convertirti in fallimenti. Si sono così unite ai ranghi della classe lavoratrice, alcune schiacciate dalle ruote dello sfruttamento della forza lavoro a basso costo, la maggior parte nelle grinfie della disoccupazione. Donne e bambini, in quanto lavoratori non retribuiti nelle famiglie rurali povere, sono stati privati delle più elementari opportunità di sopravvivenza, come l’accesso al cibo, all’acqua e alla casa. Decine di milioni di donne lavoratrici del settore informale (lavoro nero) hanno perso il loro reddito, e l’insicurezza neoliberalista le ha condannate alla fame e a una maggiore oppressione di fronte alla pandemia. Le donne lavoratrici in gran parte impegnate in lavori temporanei e part-time – conseguenti alla politica neoliberista presentata sotto forma di “equilibrio tra famiglia e lavoro” – sono rimaste senza occupazione e sono state escluse dalla protezione sociale anche nei paesi capitalisti più avanzati.

AUMENTO DELLA REPRESSIONE PATRIARCALE COME PARTE DEL CONTROLLO CAPITALISTA

La pandemia e le condizioni della crisi economica sono utilizzate come un’opportunità per la classe capitalista a livello mondiale. Gli Stati e i governi borghesi ne abusano abilmente per realizzare i loro obiettivi a medio e lungo termine. Poiché i lavoratori sono stati lasciati allo sbando della immunità di gregge, la pandemia si è trasformata in una “malattia della classe operaia”. Si sono intensificati gli attacchi alle conquiste storiche della classe operaia nel suo insieme, come le indennità per i licenziamenti, le pensioni e i fondi per la disoccupazione; i diritti delle donne lavoratrici come il congedo di maternità sono sul filo del rasoio, specie nei paesi dipendenti. Il controllo sul processo di produzione è diventato molto più opprimente e i lavoratori sono costretti a raggiungere gli obiettivi di produzione a qualsiasi costo. Le lavoratrici sono esposte a crescenti molestie, maltrattamenti e umiliazioni sui luoghi di lavoro. In breve, le donne sono state colpite dalla crisi del capitalismo e dalla sua cosiddetta gestione pandemica non solo come “schiave domestiche” ma anche come “schiave salariate”; non solo sono state “detenute” in casa, ma anche sul posto di lavoro, poiché vi sono esempi di lavoratrici recluse in fabbrica durante il giorno e in dormitori durante la notte, con casi di positività tra di loro. Molte donne sono state obbligate a lavorare nel pieno della pandemia o costrette a recarsi alla loro occupazione precaria, evitando i test Covid per timore di un risultato positivo e di dover smettere di lavorare, rimanendo così prive del loro unico reddito, a causa dell’assenza di aiuti governativi. Il primo anno di pandemia ha già riservato il suo posto nella storia dell’umanità come un periodo nel quale si è svelato il carattere patriarcale del controllo del lavoro capitalista.

IL CAPITALISMO MONOPOLISTA SI APPOGGIA SUL FASCISMO

Nonostante tutto, gli operai e i lavoratori di molti paesi si uniscono e lottano contro la devastazione delle loro condizioni di vita e di lavoro causata dalla pandemia e dalla crisi, per i loro diritti e libertà economici, sociali e democratici. Le donne lavoratrici partecipano attivamente in questa lotta. Con i loro sforzi disinteressati per il bene della salute pubblica, specialmente le donne lavoratrici della sanità si sono messe in luce con le loro lotte, non sono per le loro rivendicazioni e mezzi di vita, ma anche per il diritto ai servizi sanitari, resistendo contro una salute pubblica sacrificata alla brutalità capitalista. Ampi settori delle donne hanno continuato con le loro manifestazioni nonostante le misure pandemiche, per respingere gli attacchi ai loro diritti fondamentali. In tutti gli angoli del mondo, attraverso grandi o piccoli atti di resistenza, hanno cercato forme di lotta unitarie contro questi attacchi. Le donne dell’Argentina hanno vinto la loro lotta per la legalizzazione dell’aborto dopo 25 anni di battaglie che non sono cessate nemmeno nelle condizioni della pandemia. Le donne dell’India sono state in prima fila durante gli scioperi di milioni di lavoratori. In Europa, le donne si sono mobilitate a difesa della Convenzione di Istanbul, che è stata attaccata dai governi reazionari sostenuti dalle autorità religiose. Gli effetti devastanti della pandemia e della crisi sono sfruttati dalle forze reazionarie, in particolare dalle organizzazioni fasciste, per guadagnare forza. In molti paesi, le cricche borghesi monopoliste cercano di assorbire il malessere e lo scontento delle masse popolari sfruttate e oppresse all’interno del sistema, canalizzandole verso politiche razziste, maschiliste, misogine e xenofobe. Inoltre, tendono a rafforzare il populismo di destra, che era già in crescita prima dello scoppio della pandemia, e ad utilizzare maggiormente le organizzazioni illegali dello Stato. Un numero considerevole di donne lavoratrici è consapevole del pericolo di insediamento del fascismo in molte parti del mondo, dagli USA all’India, dal Brasile alla Turchia. Hanno l’esperienza storica e contemporanea del fatto che lo sfruttamento, le disuguaglianze, la violenza e le politiche razzista-fasciste non possono essere fermate dalla democrazia liberale.

ALZIAMO LA VOCE CONTRO L’IMPERIALISMO E TUTTE LE FORZE REAZIONARIE

L’8 marzo del 2021 segna un punto di svolta in base al quale le donne lavoratrici sono chiamate ad elevare la loro lotta a livello globale e migliorare la propria organizzazione per le libertà e i diritti economici, democratici e politici in opposizione agli effetti devastanti della pandemia e della crisi, l’intensificazione dello sfruttamento e le disuguaglianze, le aggressioni fasciste e razziste e tutti i tipi di forze reazionarie. Questi attacchi intensificati possono essere affrontati solo da una lotta rafforzata e unita di tutti i lavoratori e operai, con le donne lavoratrici come loro parte inseparabile. Donne lavoratrici del mondo, uniamoci per i nostri diritti e libertà! Viva la lotta organizzata delle donne lavoratrici! Viva la solidarietà internazionale delle donne lavoratrici!

Conferenza Internazionale di Partiti e Organizzazioni Marxisti-Leninisti (CIPOML)
Febbraio 2021

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Contributo di una lavoratrice della scuola

Pubblichiamo un contributo di una lavoratrice della scuola:

“Sono una lavoratrice della scuola primaria da ormai diversi anni, entrata di ruolo nel 1994, dopo dieci anni di precariato ed insegno in un istituto comprensivo formato da nove scuole, dove a fronte della presenza di quattro/cinque uomini, la maggioranza è rappresentata da lavoratrici. La scuola dell’infanzia e primaria fin da sempre è stato terreno connotato al femminile, questo per la convinzione, palesemente errata, che sia più un lavoro di accudimento, cura, “maternage” piuttosto che una professione non semplice, che richiede grande professionalità, aggiornamento, preparazione. Se aggiungiamo a questo le poche ore contrattuali di lavoro (non considerando quelle “sommerse” e di continue riunioni), che lascerebbero tempo al lavoro di cura familiare storicamente riservato a noi donne, il quadro è chiaro: il lavoro di maestra è perfetto per le donne! Lasciamo agli uomini gli incarichi universitari o la cattedra alla scuola superiore, compatibile magari con il “lavoro vero”, quello di libero professionista.

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