Contributo di una lavoratrice della scuola

Pubblichiamo un contributo di una lavoratrice della scuola:

“Sono una lavoratrice della scuola primaria da ormai diversi anni, entrata di ruolo nel 1994, dopo dieci anni di precariato ed insegno in un istituto comprensivo formato da nove scuole, dove a fronte della presenza di quattro/cinque uomini, la maggioranza è rappresentata da lavoratrici. La scuola dell’infanzia e primaria fin da sempre è stato terreno connotato al femminile, questo per la convinzione, palesemente errata, che sia più un lavoro di accudimento, cura, “maternage” piuttosto che una professione non semplice, che richiede grande professionalità, aggiornamento, preparazione. Se aggiungiamo a questo le poche ore contrattuali di lavoro (non considerando quelle “sommerse” e di continue riunioni), che lascerebbero tempo al lavoro di cura familiare storicamente riservato a noi donne, il quadro è chiaro: il lavoro di maestra è perfetto per le donne! Lasciamo agli uomini gli incarichi universitari o la cattedra alla scuola superiore, compatibile magari con il “lavoro vero”, quello di libero professionista.

Ormai da molti anni faccio parte della RSU d’Istituto, fin dalla sua nascita nel settore scuola nel 1998. Questa presenza costante e la mia militanza all’interno dei Cobas Scuola mi permettono di fare alcune riflessioni, soffermandomi sugli attacchi che la scuola pubblica ha subito in questo ultimo ventennio e sull’esperienza derivata dalla mia pratica sindacale.

La politica degli ultimi decenni, da inserire in un quadro europeo ed internazionale, ha agito su almeno tre fronti rispetto al sistema di istruzione pubblico statale: un fronte economico, uno legislativo ed uno culturale-mediatico con lo scopo finale di asservirlo alle esigenze del mercato capitalistico.

Sul fonte economico, la politica dei tagli, della costante diminuzione delle risorse ed il massiccio ricorso al precariato, hanno determinato una dequalificazione del sistema (con il ricorso ad esempio a progetti finanziati da privati o europei) e una maggiore subalternità delle lavoratrici e dei lavoratori, sempre più ricattabili, costretti a spostarsi da una zona all’altra dell’Italia pur di lavorare.

Sul fronte legislativo le leggi sull’autonomia scolastica e sulla regionalizzazione, il tentativo di smantellamento del tempo pieno con la Riforma Gelmini, che ha aperto la strada ad un tempo scuola differenziato a richiesta delle famiglie, l’aumento del numero di alunni per classe, la creazione di figure gerarchizzate di docenti in base a criteri meritocratici, l’ingresso nel Consiglio d’Istituto di soggetti privati con la Riforma Renzi (Legge 107 del 2015), le normative sulla valutazione del sistema, l’aumento dei poteri ai dirigenti scolastici (non ultimo, con l’accordo sottoscritto dai Confederali il 2 Dicembre 2020 sul diritto di sciopero, quello di poter riorganizzare il servizio), costituiscono una cornice entro la quale il sistema-politico economico ha potuto, con la politica dello smantellamento progressivo e se vogliamo graduale, muoversi facilmente.

Sul fronte culturale, che chiaramente non può essere disgiunto dagli altri, ma semmai esserne il naturale epilogo, l’attacco è stato pesantissimo: svuotare i programmi scolastici di contenuti, di conoscenze per sostituirli con una pedagogia delle competenze, del saper fare, in nome della flessibilità economica e imposta dal mondo del lavoro. Da qui la riduzione del monte ore di discipline umanistiche fondamentali come la storia e la geografia, l’introduzione di un ampio settore dedicato alla tecnologia ed alle risorse digitali, settore su cui convergono la maggioranza delle risorse e degli investimenti e su cui investono enti come la Scuola Sant’Anna di Pisa o istituti bancari. L’asservimento culturale deve essere totale, non servono cittadine e cittadini critici ed attenti, ma una manodopera del futuro flessibile e acritica. In questo senso i tentativi di controllo dei contenuti dell’insegnamento, con il ricorso ad esempio alle prove nazionali redatte dall’Invalsi (prove sostanzialmente a Quiz) sono in atto da diversi anni ed influiscono pesantemente sulla didattica dei docenti, volta spesso al superamento delle prove piuttosto che all’acquisizione di un sapere critico, costruito sulla riflessione collettiva e sul confronto.

Di fronte a questi processi le forme di resistenza messe in atto dalla categoria sono state forti in alcuni momenti, soprattutto quando le proposte sono nate da governi di centro-destra, come dimostrano il movimento di studenti-genitori-docenti contro la Riforma Moratti del 2001, contro la Riforma Gelmini nel 2010, contro la Legge 107 del governo Renzi (seppur con minore intensità),
movimenti che hanno visto nascere un’unità dal basso, senza dubbio trasversale alle sigle sindacali, nata da comitati territoriali che si sono autorganizzati ed autoconvocati in riunioni nazionali.

Questi movimenti hanno fatto emergere le carenze delle organizzazioni sindacali e la loro incapacità di mobilitare, in quanto suddette organizzazioni spesso alleate delle politiche che colpiscono i lavoratori o minoritarie ed idealiste nelle loro rivendicazioni.

Dalla mia esperienza di RSU nella scuola posso constatare che negli ultimi anni questa conflittualità è venuta meno ed è soprattutto portata avanti dai movimenti dei precari (i più colpiti) e da gruppi sindacali minoritari e che l’avvento della pandemia costituisca un ottimo pretesto ed un’ulteriore spinta per accelerare quelle misure volte a reprimere ed incanalare il dissenso.

Il ricorso a regolamenti restrittivi del diritto di parola durante i collegi docenti in modalità on line e la didattica a distanza hanno minato profondamente la possibilità di dibattere ed il confronto reale che è premessa di ogni apprendimento.

L’aumento della digitalizzazione e delle modalità di lavoro in smart working accelerano i processi di controllo sui lavoratori e rendono difficile la possibilità di un confronto sul campo e la creazione di azioni collettive unitarie, essendo tutti e tutte molto più soli. Inoltre la possibilità di lavorare da casa può essere l’opposto grimaldello per riportare noi donne in una situazione di subalternità.”

Lucia, lavoratrice della scuola
Pietrasanta (Lu)

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