Lenin visto da Neruda

Allora con modesto

vestito e berretto operaio,

entrò il vento,

entrò il vento del popolo.

Era Lenin!

Cambiò la terra, l’uomo, la vita.

L’aria libera rivoluzionaria

scompigliò le carte disonorate.

Nacque una patria

che non ha smesso di crescere.

È grande come il mondo,

ma entra fin nel cuore del più

piccolo

lavoratore di fabbrica o di ufficio,

di agricoltura o imbarcazione.

Era l’Unione Sovietica.

Pablo Neruda

Pablo Neruda

Dodici giorni dopo, il 23 settembre, Pablo Neruda pseudonimo di Ricardo Eliécer Neftalí Reyes Basoalto (lo scelse in onore dello scrittore e poeta ceco Jan Neruda), una delle più importanti figure della letteratura latino-americana del Novecento, poeta, intellettuale comunista e nemico giurato del regime morì in dubbie circostanze. Aveva sessantanove anni.

Dal “Canto general”

Scrivo per il popolo per quanto non possa
leggere la mia poesia con i suoi occhi rurali.
Verrà il momento in cui una riga, l’aria
che sconvolse la mia vita, giungerà alle sue orecchie,
e allora il contadino alzerà gli occhi,
il minatore sorriderà rompendo pietre,
l’operaio si pulirà la fronte,
il pescatore vedrà meglio il bagliore
di un pesce che palpitando gli brucerà le mani,
il meccanico, pulito, appena lavato, pieno
del profumo del sapone guarderà le mie poesie,
e queste gli diranno forse: «È stato un compagno».
Questo è sufficiente: questa è la corona che voglio.
Voglio che all’uscita di fabbriche e miniere
stia la mia poesia attaccata alla terra,
all’aria, alla vittoria dell’uomo maltrattato.

Quando il Cile

Oh Cile, lungo petalo
di mare e vino e neve
Oh quando ti rincontrerò
Arrotolerai il tuo nastro
Di schiuma bianca e nera
Nella mia vita,
scatenerò la mia poesia
sul tuo territorio.
Ci sono uomini
Metà pesce, metà vento.
Ci sono altri uomini fatti d’ acqua.
Io sono fatto di terra.
Vado per il mondo
ogni giorno più allegro:
ogni città mi dà una nuova vita.
Il mondo sta nascendo
Però se piove in Lota
Sopra di me cade la pioggia
Se in Lonquimay la neve scivola
dalle foglie
la neve arriva dove sono.
Cresce in me lo scuro frumento di Caniù
ho aranceti a Villarca
ho sabbia nel Grande Nord
ho una rosa bionda nella provincia,
e il vento bussa,
l’ ultima ondata di Valparaiso
mi ha colpito al petto
con un grido spezzato
come se ci fosse
nel mio cuore una finestra rotta.

Il mese di ottobre è arrivato
È così diverso dallo scorso ottobre
Che quando arrivò fu come se
stessi guardando il tempo immobile.
Qui è autunno
Attraverso la steppa siberiana
Giorno dopo giorno tutto è giallo
Gli alberi, le piante,
la terra, e quello che l’ uomo nuovo crea.
C’è oro e fiume rosso
Mattina immensa, neve, purezza.
Nel mio paese la primavera
viene da nord a sud
È come una ragazza
Che per le pietre nere di Conquiubo,
per il bordo solenne della schiuma
vola con i piedi nudi
fino agli arcipelaghi.
Non solo il territorio, primavera
Riempie domi, mi offri.
Non sono un uomo solo.
Nacqui nel sud. Dalla frontiera portai
Le solitudini ed il galoppo dell’ultimo capo
ma il partirò mi ha smontato
E mi feci uomo e camminai
le sabbie e le cordigliere
Amando e scoprendo.
Popolo mio, verità che in primavera
Suona il mio nome nelle orecchie
E tu mi riconosci
Come se fossi un fiume
Che passa per la porta?
Sono un fiume. Se ascolti
Lentamente sotto le saline
Di Antofagasta, o meglio
Al sud di Osorno
O la cordigliera in Mepilla, o in Teuco,
nella notte di astri bagnati e alloro sonoro,
metti sulla terra i tuoi uditi,
ascolterai che corro sommerso,
cantando.
Ottobre, Oh Primavera
Datemi al mio popolo
Che farò senza condurre sulle mie spalle
Una parte della speranza?
Che farò senza camminare con la bandiera
che di mano in mano nella fila
della nostra lunga lotta
venne alle mie mani?
Oh patria, Patria,
Oh quando e quando
Quando
Mi rivedrò con te.
Lontana da te
Metà della mia terra del tuo uomo
Ho continuato ad essere
E un’altra volta oggi la primavera va via
Però io vado con la tua vittoria sopra il fronte
E in te continuano a vivere le mie radici.

Muore Mahmoud Darwish poeta palestinese

Sabato 9 agosto 2008 Mahmud Darwish, il poeta della Resistenza palestinese, è morto a Houston, negli Stati Uniti il 9 agosto 2008. Aveva 67 anni e il suo cuore non ha retto all’ultimo delicato intervento subìto.

Potete legarmi mani e piedi
togliermi il quaderno e le sigarette
riempirmi la bocca di terra:
la poesia è sangue del mio cuore vivo
sale del mio pane, luce nei miei occhi.
Sarà scritta con le unghie, lo sguardo e il ferro,
la canterò nella cella della mia prigione,
al bagno,
nella stalla,
sotto la sferza,
tra i ceppi
nello spasimo delle catene.
Ho dentro di me un milione d’usignoli
Per cantare la mia canzone di lotta.

Mahmoud Darwish

B. Brecht sul fascismo

«Il fascismo si può combattere soltanto in quanto capitalismo, in quanto forma più nuda, più sfacciata, più oppressiva e più traditrice del capitalismo»

Coloro che sono contro il fascismo senza essere contro il capitalismo, che si lamentano della barbarie che proviene dalla barbarie, sono simili a gente che voglia mangiare la sua parte di vitello senza però che il vitello venga scannato.
Coloro che sono contro il fascismo senza essere contro il capitalismo, che si lamentano della barbarie che proviene dalla barbarie, sono simili a gente che voglia mangiare la sua parte di vitello senza però che il vitello venga scannato.
Vogliono mangiare il vitello, ma il sangue non lo vogliano vedere.
Per soddisfarli basta che il macellaio si lavi le mani prima di servire la carne in tavola.
Non sono contro i rapporti di proprietà che generano la barbarie, ma soltanto contro la barbarie. Alzano la voce contro la barbarie e lo fanno in paesi in cui esistono bensì gli stessi rapporti di proprietà, ma i macellai si lavano ancora le mani prima di servire la carne in tavola.

Brecht: poesie sulla guerra

Bertolt Brecht è stato poeta militante, drammaturgo, regista teatrale, compositore e saggista, fra i più noti della storia tedesca del Novecento. Esempio di quello che Gramsci chiamava “intellettuale organico” e grande compagno, insignito del Premio Lenin per la Pace nel 1954. I suoi versi suonano ancora più che mai attuali.

Chi sta in alto dice pace e guerra

Sono di essenza diversa.
La loro pace e la loro guerra
son come vento e tempesta.
La guerra cresce dalla loro pace
come il figlio dalla madre.
Ha in faccia
i suoi lineamenti orridi.
La loro guerra uccide
quel che alla loro pace
è sopravvissuto.

Generale

Generale, il tuo carro armato
è una macchina potente
Spiana un bosco e sfracella cento uomini.
Ma ha un difetto:
ha bisogno di un carrista.
Generale, il tuo bombardiere è potente.
Vola più rapido d’una tempesta e porta più di un elefante.
Ma ha un difetto:
ha bisogno di un meccanico.
Generale, l’uomo fa di tutto.
Può volare e può uccidere.
Ma ha un difetto:
può pensare.

Al momento di marciare

Al momento di marciare molti non sanno
che alla loro testa marcia il nemico.
La voce che li comanda
è la voce del loro nemico.
E chi parla del nemico
è lui stesso il nemico.

Quando la guerra comincia

Forse i vostri fratelli si trasformeranno
e i loro volti saranno irriconoscibili.
Ma voi dovete rimanere eguali.
Andranno in guerra, non
come ad un massacro,
ad un serio lavoro. Tutto
avranno dimenticato.
Ma voi nulla dovete dimenticare.
Vi verseranno grappa nella gola
come a tutti gli altri.
Ma voi dovete rimanere lucidi.

“Scrivi, io sono un arabo”

Una poesia di Mahmud Darwish

Prendi nota
sono arabo
carta di identità numero 50.000
bambini otto
un altro nascerà l’estate prossima.
Ti secca?
Prendi nota
sono arabo
taglio pietre alla cava
spacco pietre per i miei figli
per il pane, i vestiti, i libri
solo per loro
non verrò mai a mendicare alla tua porta.
Ti secca?
Prendi nota
sono arabo
mi chiamo arabo non ho altro nome
sto fermo dove ogni altra cosa
trema di rabbia
ho messo radici qui
prima ancora degli ulivi e dei cedri
discendo da quelli che spingevano l’aratro
mio padre era povero contadino
senza terra né titoli
la mia casa una capanna di sterco.
Ti fa invidia?
Prendi nota
sono arabo
capelli neri
occhi scuri
segni particolari
fame atavica
il mio cibo
olio e origano
quando c’è
ma ho imparato a cucinarmi
anche i serpenti del deserto
il mio indirizzo
un villaggio non segnato sulla mappa
con strade senza nome, senza luce
ma gli uomini della cava amano il comunismo.
Prendi nota
sono arabo e comunista
Ti dà fastidio?
Hai rubato le mie vigne
e la terra che avevo da dissodare
non hai lasciato nulla per i miei figli
soltanto i sassi
e ho sentito che il tuo governo
esproprierà anche i sassi
ebbene allora prendi nota che prima di tutto
non odio nessuno e neppure rubo
ma quando mi affamano
mangio la carne del mio oppressore
attento alla mia fame,
attento alla mia rabbia.

Mahmud Darwish

(traduzione dall’arabo di Wasim Dahmash)

Quando scrisse questa poesia, Mahmoud Darwish era un giovane poeta arrabbiato che viveva a Haifa. È rivolta a un funzionario immaginario della burocrazia ed è anche un’esortazione che il poeta fa a se stesso a scrivere dell’esperienza vissuta dalla sua comunità. Gli arabi che vivevano in Israele erano controllati dal Military Government, istituito nel 1948 (e abolito da Moshe Dayan nel 1966) e per ogni ambito della vita civile: dalla registrazione di una nascita al viaggiare al di fuori del luogo in cui si abitava, era richiesto un documento firmato dal governatore militare.
Nato nel 1941 nel villaggio di El-Birweh (in seguito sito di Moshav Ahihud e Kibbutz Yasur), fuggito con la sua famiglia, sbarcò nel 1947 in Libano. Tornati in Galilea tirarono avanti come stranieri a Dir al-Assad. Darwish aderì all’Organizzazione per la Liberazione della Palestina e diventare il poeta nazionale palestinese.

Samih Al-Qasim una voce per la Palestina

Samih al-Qasim nacque l’11 maggio 1939 da una famiglia drusa nella città di Zarqa in Giordania. Suo padre, Muhammad al-Qasim al-Hussein, era del villaggio di al-Rama nell’Alta Galilea. Sua madre era Hana Shihadeh Muhammad Fayyad. Aveva quattro fratelli: Rasim, Sa’id, Sami e Mahmud e due sorelle: Shafiqa e Sadiqa. Lui e sua moglie, Nawal Salman Hussein, avevano quattro figli: Muhammad, Waddah, Umar e Yasir.

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Nazım Hikmet

Nazım Hikmet è stato uno dei più importanti poeti moderni della Turchia. Nato a Salonicco il 20 novembre del 1901 in una famiglia aristocratica, inizia a scrivere le prime poesie a soli quattordici anni. Durante la guerra d’indipendenza turca aderisce al partito nazionalista turco di Ataturk, abbandonandolo però quasi subito. A seguito della sua denuncia del genocidio armeno, è costretto ad espatriare in Unione Sovietica, dove approfondisce la rivoluzione bolscevica e inizia a leggere Marx. È proprio in questo periodo che Hikmet diventa comunista e conosce alcune personalità importanti della russia sovietica, tra cui Lenin, Esenin e Majakovskij. Ritorna in Turchia nel 1928 e dopo essersi iscritto al Partito Comunista Turco, viene condannato per affissione irregolare di manifesti politici. Passa cinque anni in carcere per poi essere amnistiato nel 1935.

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Vladimir Majakovskij: opere scelte

È considerato il poeta della Rivoluzione, fu interprete della cultura russa post rivoluzionaria.

Majakovskij è un poeta moderno perché non ha rimpianti per il mondo che cade, per l’arcadia. Tutta la sua opera, dai lavori teatrali ai versi d’occasione più
immediata, partecipa di questo carattere combattivo e mordente. Egli concepiva
il poeta attivamente inserito nella nuova società sorta dalla rivoluzione e odiava
gli atteggiamenti mistici, ispirati.

Nel 1908 entra a far parte del Partito bolscevico: la sua voce di basso precoce e
l’atta statura servono a nascondere la sua età: ha solo quindici anni! Ed è in
carcere, dove viene rinchiuso l’anno seguente e dove rimane per sei mesi, che
egli incomincia a scrivere versi: ne riempie un intero quaderno: «Un grazie ai
guardiani: all’uscita me l’hanno sottratto, altrimenti l’avrei pubblicato!»

Pubblichiamo il volume di opere scelte

Piccola antologia di poesie sulla Resistenza

Pubblichiamo una breve raccolta di poesie sulla Resistenza.

Tanti i nomi di spicco: Franco Fortini, Giorgio Bassani, Giuseppe Ungaretti, Gianni Rodari, Salvatore Quasimodo, Cesare Pavese, Pier Paolo Pasolini, Davide Lajolo “Ulisse”, Primo Levi, Corrado Govoni, Elena Bono

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