Samih Al-Qasim una voce per la Palestina

Samih al-Qasim nacque l’11 maggio 1939 da una famiglia drusa nella città di Zarqa in Giordania. Suo padre, Muhammad al-Qasim al-Hussein, era del villaggio di al-Rama nell’Alta Galilea. Sua madre era Hana Shihadeh Muhammad Fayyad. Aveva quattro fratelli: Rasim, Sa’id, Sami e Mahmud e due sorelle: Shafiqa e Sadiqa. Lui e sua moglie, Nawal Salman Hussein, avevano quattro figli: Muhammad, Waddah, Umar e Yasir.

Nel 1941, Samih al-Qasim tornò con la sua famiglia ad al-Rama e frequentò la scuola delle suore latine e la scuola di al-Rama tra il 1945 e il 1953. Continuò poi la sua educazione a Nazareth al Terra Sancta College tra il 1953 e il 1955 e successivamente alla Scuola Secondaria Comunale tra il 1955 e il 1957. Così dall’età di nove anni al-Qasim fu educato in Israele dopo la sua fondazione nel 1948

Al-Qasim iniziò la sua carriera professionale come insegnante governativo e insegnò nelle scuole elementari della Galilea e di al-Karmel. Ma il ministro dell’istruzione israeliano ordinò il suo licenziamento a causa delle sue attività letterarie, politiche e nazionaliste. Così fece molti lavori. Fu operaio nel distretto industriale di Haifa, assistente saldatore elettrico, benzinaio e ispettore nel dipartimento di pianificazione urbana di Nazareth. Nel 1958, al-Qasim, che era politicamente vicino al movimento nazionalista arabo vietato al-Ard, fondò un’organizzazione semi-segreta chiamata Free Druze Youth Organization.
Samih al-Qasim fu tra i primi giovani arabi drusi a sfidare il servizio militare obbligatorio imposto dalle autorità israeliane alla sua comunità nel quadro di una politica di “divide et impera”. Introdotto con la forza nel 1960 nel servizio militare, si rifiutò di portare le armi e fu messo in prigione finché il comando dell’esercito non accettò di assegnargli dei compiti non militari. Iniziò insegnando ai soldati; poi fu mandato a fare l’infermiere nel campo di Sarafand e infine all’obitorio dell’ospedale Rambam di Haifa.
Al-Qasim iniziò a comporre poesie in giovane età. La sua prima raccolta di poesie, Pageants of the Sun, fu pubblicata quando aveva diciannove anni. La sua seconda raccolta, Songs of the Footpaths, apparve nel 1964. La sua creatività poetica durò fino alla fine della sua vita. In una delle ultime interviste che rilasciò, disse: “Ho passato la mia vita al servizio dell’ode”.

All’inizio degli anni ’60, al-Qasim iniziò a lavorare come giornalista. Ciò avvenne in seguito a un invito del comitato di redazione della rivista al-Ghadd, pubblicata in arabo a Haifa dal Partito Comunista Israeliano. A metà degli anni ’60, curava l’edizione araba della rivista ebraica HaOlam Hazeh (Questo mondo), pubblicata a Tel Aviv dall’attivista israeliano di sinistra Uri Avnery. Dopo essersi dimesso da quella rivista, fu invitato a far parte del comitato di redazione del quotidiano di Haifa al-Ittihad, l’organo del Partito Comunista in arabo, e al-Qasim si stabilì ad Haifa.

La mattina dell’aggressione israeliana del 5 giugno 1967, al-Qasim fu arrestato all’interno della redazione del giornale al-Ittihad e passò un po’ di tempo nella prigione di Damun sul monte Karmel. Mentre era in prigione, presentò una richiesta di iscrizione nominale al partito comunista e alcuni anni dopo fu eletto membro del comitato centrale del partito.

Nel 1968, insieme a Mahmoud Darwish, si unì a una delegazione del Partito Comunista al Festival Mondiale della Gioventù a Sofia, in Bulgaria, e nel 1971 si recò a Mosca dove studiò per un anno all’Istituto di Scienze Sociali.

Nel 1973, Samih al-Qasim aiutò a fondare la casa editrice Arabesque a Haifa e diresse l’Istituto delle Arti Popolari nella stessa città. Per diversi anni ha diretto l’Unione degli scrittori arabi in Israele.

All’inizio degli anni ’70 divenne direttore della rivista culturale al-Jadid, pubblicata dal partito comunista, e ne rimase direttore per dieci anni. A metà degli anni ’70, aveva co-fondato il Fronte Democratico per la Pace e l’Uguaglianza ed era membro del Comitato di Iniziativa Drusa e del Comitato Nazionale per la Difesa delle Terre Arabe.

Al-Qasim si è dimesso dalla redazione di al-Jadid in seguito a una disputa con la direzione del partito comunista sul suo atteggiamento nei confronti degli sviluppi politici in Unione Sovietica sotto Mikhail Gorbaciov. Al-Qasim era un sostenitore entusiasta della politica di perestroika (ristrutturazione) perseguita da Gorbaciov (posizione che non condividiamo ndr).

Dopo la sua prima raccolta di poesie, Pageants of the Sun (1958), ha pubblicato nel corso della sua carriera più di settanta libri, tra cui raccolte di poesia, opere in prosa e opere teatrali, e le sue opere sono state tradotte in più di dieci lingue. Ha vinto molti premi e medaglie, tra cui il premio al Festival Internazionale di Grenada “Poesía en el Laurel”; il premio per la migliore traduzione in francese nel 1988 per selezioni delle sue poesie dello scrittore e poeta marocchino Abdellatif Laâbi; il premio per la creatività poetica assegnato dalla Fondazione kuwaitiana Al-Babtain; la Medaglia di Gerusalemme per la cultura, le arti e la letteratura assegnata dal defunto presidente palestinese Yasir Arafat; il Premio Naguib Mahfouz per un autore arabo assegnato dall’Unione degli scrittori egiziani; e il Premio Palestina per la poesia assegnato dal Ministero della Cultura palestinese.

Samih al-Qasim è morto nell’ospedale di Safad nel 2014. Il suo corpo è stato portato al suo villaggio al-Rama dove migliaia di persone sono accorse per il suo funerale dai villaggi e dalle città arabe in Israele.

A Nazareth, insieme allo scrittore Nabih al-Qasim, pubblicò un trimestrale culturale chiamato Ida’at e fu anche direttore onorario del giornale Kull al-‘Arab, pubblicato nella stessa città.

Samih al-Qasim è considerato uno dei pilastri della poesia araba contemporanea e uno dei poeti più importanti della resistenza palestinese. Ha fatto sua la causa del suo popolo palestinese e ne ha illuminato gli aspetti umanitari e universali. La sua poesia mostra l’orgoglio della sua identità araba, l’attaccamento alla terra e la tolleranza religiosa.

Alcune delle sue poesie sono state trasformate in canzoni rivoluzionarie che hanno avuto un’ampia diffusione.

Libera traduzione dal “Palestinian journeys”

Alcune sue poesie

Parola d’ordine

L’inchiostro odora di sangue!
Il mio cuore è buono,
come una brezza,
il mio viso puro,
come una nuvola,
i miei beni più preziosi ti appartengono,
o nonno!

L’inchiostro odora di sangue!
le mie pecore sono candide,
le mie labbra sono oneste.
Dall’alba al crepuscolo,
in tuo nome,
con le mie mani,
lavoro la terra.

L’inchiostro
ha sapore di sangue!
I miei vasti frutteti non sono recinti:
le porte della mia casa non si chiudono
sul volto dell’uomo perduto nella tempesta
verso tutte le bocche va il mio pane.

L’inchiostro odora di sangue!
Son venuti
dai mattoni e dall’acciaio,
dalla nebbia e dal sangue,
son venuti
sulla bara della mia storia,
sulle ali dei corvi,
son venuti,
o mio povero nonno cieco,
e tutti i libri,
tutti i sortilegi,
non son serviti a nulla.

Hai altri consigli per i tuoi bambini?

L’inchiostro
ha il colore del sangue!
Ma il mio cuore è colmo di bontà:
la mia mano conosce l’uso dell’aratro:
da più di mille anni
la mia spada si arrugginisce nel fodero.

Hai altri consigli per i tuoi bambini?

L’inchiostro,
ragazzo,
l’inchiostro
– mi senti?
L’inchiostro…
è…
il sangue…

Da “Versi della Resistenza”, pubblicazione dell’Unione Generale degli studenti palestinesi in Italia, maggio 1971

Testamento

Se mi uccidono
appoggiatemi a una roccia,
il viso rivolto al vento,
ch’io muoia
sotto le nubi della sera,
nell’erba del mattino.

Se muoio nel mio letto,
mettetemi nudo sulla terra,
su una collina del mio paese,
e che l’oblio mi liberi;
o ricordatevi di me,
durante le vostre feste più belle.

Da “Versi della Resistenza”, pubblicazione dell’Unione Generale degli studenti palestinesi in Italia, maggio 1971

Il nemico del sole

Perderò, forse, lo stipendio,
come tu lo desideri;
sarò costretto a vendere abito e materasso;
farò, forse, il portatore di pietre;
il facchino,
lo zappino di strada
oppure l’operaio in una officina;
forse sarò anche costretto a cercare nei letami
per trovare un grano da mangiare;
o forse morirò nudo e affamato.
Ciò malgrado non mi rassegnerò mai a te,
o nemico del sole!
Ma resisterò fino all’ultima goccia
di sangue nelle mie vene.

Tu mi potresti rubare l’ultimo palmo di suolo;
saresti capace di dare alle prigioni
la mia giovane età;
di privarmi dell’eredità di mio nonno:
degli arredamenti, degli utensili casalinghi
e dei recipienti.
Saresti pure capace di dare al fuoco
le mie poesie ed i libri miei
ed ai cani la mia carne.
Saresti – come è vero – un incubo
sul cuore del nostro villaggio,
o nemico del sole!
Ciò malgrado, non mi rassegnerò mai a te
e, fino all’ultima goccia
di sangue nelle mie vene
resisterò!…

Potresti spegnermi la luce che m’illumina la notte
e privarmi di un bacio di mia madre;
i ragazzi vostri sarebbero capaci di insultare
il mio popolo e mio padre;
qualche vigliacco di voi sarebbe capace di
falsificare pure la mia storia;
Tu stesso potresti privare i figli miei
di un abito di festa;
saresti capace di ingannare,
con falso volto,
gli amici miei,
crocifiggermi i giorni su una visione umiliante,
o nemico del sole!
Ciò malgrado, non mi rassegnerò mai a te
e, fino all’ultima goccia di sangue nelle mie vene
resisterò!…

O nemico del sole!
Nel porto vedo degli ornamenti,
dei segni di gioia;
sento delle voci allegre
e degli applausi entusiasti
che infuocano d’allegria la gola;
e nell’orizzonte vedo una vela
che sfida il vento e le onde
sormontando con fiducia i pericoli!

Questo è il ritorno di Ulisse
dal mare dello smarrimento.
Questo è il ritorno del sole
E dell’uomo espatriato!…
Per gli occhi di lui e della amata terra
giuro di non rassegnarmi mai a te
e fino all’ultima goccia di sangue nelle vene,
resisterò,
resisterò,
resisterò!…

Camminando fiero
(musicato da Marcel Khalifa)


Camminando fiero
camminando con la mia testa tenuta alta

Porto un ramo d’ulivo nella mano
e il mio corpo sulle mie spalle
e cammino e cammino

Il mio cuore è una luna rossa
il mio cuore è un giardino
pieno di bacche e basilico.

Le mie labbra sono un cielo che gronda fuoco, a volte
e a volte amore

C’è un ramo d’olivo nella mia mano
e il mio corpo e sulle mie spalle
e cammino e cammino.

A Vittorio Arrigoni

Vittorio, Viktor,
alzati da quella bara di mogano,
alzati, alzati dalla tomba, e guarda.
Vittorio Arrigoni,
ecco il tuo sangue caldo,
dal mio corpo trasuda,
si insinua nelle parole,
e scivola, scivola dalle mie parole.
Vittorio,
eccoti con la kufiyya,
bandiera degli uomini liberi
e porta della libertà.
Porta che si allarga sempre di più,
sorvolando, sorvolando gli assedi delle mura fasciste.
Al di là, al di là di tutto,
Vittorio,
al di là anche dei tristi rituali mistici dei sufi.
Una ragazza di Gaza, una ragazza araba,
ti piange, ti piange con la disperazione di una sorella,
di una sorella palestinese,
in nome del popolo, in nome della patria, in nome dell’umanità
e ti stampa un bacio,
è un bacio libero, sulla tua fronte
e ti stringe la mano destra nella sua mano,
nella festa della resurrezione di tutti i martiri,
dalla tomba della catastrofe cieca
e dalle carceri degli occupanti,
nel giorno del sorgere dei simboli della verità eterna,
e nell’alba della libertà.
Vittorio Arrigoni, Vittorio Arrigoni,
sei come una rosa moscata,
un fiore, un fiore d’Italia.
La tua ferita, la tua ferita nella terra della Palestina usurpata,
nei profondi significati di Gerusalemme,
e nelle canzoni di Gerusalemme.
Lui è un amico delle palme, un amico del sole,
è amico della bandiera rivoluzionaria,
un fratello dell’internazionalismo.
Vittorio,
uccello del paradiso, Vittorio,
l’ulivo è il tuo spirito
ed è una patria eterna.
L’eco della tua voce rimane eterna,
la tua ombra è un pergolato davanti alla porta di casa.
Tu sei come un falco, un falco negli spazi magici,
le tue ali sono la sincerità delle tue buone intenzioni.
Vittorio, Vittorio, Viktor,
alzati e guarda.
Consola la tua sofferenza in noi,
e ricorda, ricordati che sei ancora la coscienza dell’umanità.
I semi del tuo sangue sono ancora vivi,
è tutto vivo ancora nello spirito,
vive nel popolo, vive in tutti gli angeli della terra,
vive, vive, vive in tutti noi.
Vittorio, Viktor, Vittorio,
sofferenza, nostalgia, pace, salute…

(poesia inedita recitata da Samih al-Qasim al Salone del Libro di Torino. “Una poesia rap in memoria dell’uomo e martire Vittorio Arrigoni, conosciuto nella striscia di Gaza con due nomi, Vittorio e Viktor”. Traduzione in italiano di Isabella Camera d’Afflitto, di alcuni membri della comunità palestinese, e di Lucy Ladikoff, già traduttrice per al-Qasim. http://www.infopal.it/vittorio-viktor-alzati-di-samih-al-qasim/ Su youtube: https://www.youtube.com/watch?v=qKpY8JavA8Q )

Un tè alla menta

Fino a quando avrò pochi palmi della mia terra!
Fino a quando avrò un ulivo…
un limone…
un pozzo…un alberello di cactus!..
Fino a quando avrò un ricordo,
una piccola biblioteca,
la foto di un nonno defunto.. un muro!
Fino a quando nel mio paese ci saranno parole arabe…
e canti popolari!
Fino a quando ci saranno un manoscritto di poesie,
racconti di ‘Antara al-’Absi
e di guerre in terra romana e persiana!
Fino a quando avrò i miei occhi,
le mie labbra,
le mie mani!
Fino a quando avrò… la mia anima!
La dichiarerò in faccia ai nemici!..
La dichiarerò… una guerra terribile
in nome degli spiriti liberi
operai.. studenti.. poeti..
la dichiarerò.. e che si sazino del pane della vergogna
i vili… e i nemici del sole.
Ho ancora la mia anima..
mi rimarrà… la mia anima!
Rimarranno le mie parole.. pane e arma.. nelle mani dei ribelli!

“Shalom” (1964)

Lascia agli altri cantare la pace
l’amicizia, la fratellanza e l’armonia.
Lascia agli altri il canto delle cornacchie
qualcuno strillerà tra le rovine nei miei versi
verso la nera civetta che caccia detriti di torri di colomba.
Lascia ad altri cantare la pace
mentre il grano si consuma nei campi
desiderando l’eco dei canti dei mietitori.
Lascia ad altri cantare la pace.
Mentre laggiù, oltre il filo spinato
nel cuore del buio
si stringe la tenda delle città.
I loro abitanti,
insediamenti di tristezza e paura
e la tubercolosi della memoria.

Mentre laggiù, la vita si spegne,
nella nostra gente,
negli innocenti, che mai fecero del male in vita!
E qui, nello stesso tempo,
molti hanno vissuto…in così tanta ricchezza!
I loro avi lasciarono tanta ricchezza per loro
e anche, ahimè, per altri.
Questa eredità –il dolore degli anni-appartiene a loro adesso!
Quindi lascia che gli affamati mangino a sazietà.
E lascia che gli orfani mangino gli avanzi dal banco del rancore.
Lascia che altri cantino la pace.
Nella mia terra, tra le sue coline e i suoi villaggi
la pace è stata uccisa.

(dal sito: http://www.elliottcolla.com/blog/2014/8/22/samih-al-qasim-two-poems)

Biglietto di viaggio

Quando sarò morto, uno di questi giorni
l’assassino troverà nella mia tasca i biglietti da viaggio
uno verso la pace
uno per i campi di pioggia
uno
verso la conoscenza dell’umanitá

(ti prego di non sprecare i biglietti mio caro assassino
ti prego di partire…)

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