Per il tribunale civile è “colpa anche dei morti… hanno continuato a dormire nei loro letti”
Riceviamo e volentieri pubblichiamo
Questa è l’aberrante conclusione del tribunale civile dell’Aquila, che ha riconosciuto una “corresponsabilità del 30%“ in capo alle 24 vittime del crollo di via Fossa seguito al terremoto che il 6 aprile 2009 (giorno della scossa principale) fece 309 morti e 1.600 feriti. Per i giudici dell’Aquila “ E’ fondata l’eccezione di concorso di colpa delle vittime, costituendo obiettivamente una condotta incauta quella di trattenersi a dormire nonostante il notorio verificarsi di due scosse nella serata del 5 aprile e poco dopo la mezzanotte del 6 aprile”. Quindi i risarcimenti dovuti ai parenti delle vittime devono essere ridotti del 30%. Ricordiamo che nel 2014 erano stati processati e condannati in 1° grado i componenti della Commissione Grandi Rischi (che faceva capo alla presidenza del Consiglio dei ministri), compresi i vertici della Protezione Civile, per aver “rassicurato” la popolazione in merito alla gravità degli eventi sismici che si stavano verificando sul territorio. La sentenza fu poi ribaltata in appello e in Corte di Cassazione, che riconobbero colpevole il solo vice-capo della Protezione Civile De Bernardinis, braccio destro di Guido Bertolaso, per aver affermato in una intervista parole che i giudici definirono “negligenti e imprudenti”: egli venne condannato a 2 anni. Bertolaso venne invece assolto. In numerosissime occasioni abbiamo detto quanto qui ribadiamo: la legge NON è uguale per tutti, la ‘giustizia’ è di classe, difende i padroni e chi rappresenta i loro interessi, gli organi dello Stato e chi ne fa parte. Valga per tutti l’esempio di Mauro Moretti, amministratore delegato delle Ferrovie, condannato – per ora – per la strage di Viareggio ma liquidato con 9 milioni di euro e promosso a guidare la Leonardo S.p.A., di cui il Ministero dell’Economia detiene il 30% delle azioni, e poi passato alla presidenza della sua Fondazione. Se le migliaia di morti sul lavoro hanno già vissuto l’ingiustizia sulla loro pelle nei processi penali , dove ben raramente i padroni vengono condannati, in genere a pene irrisorie, con questa sentenza ci lanciano un altro messaggio: anche in sede civile vale lo stesso principio. Ma questo non ci deve scoraggiare, in questa barbara società capitalista fondata sul profitto e sul sangue di lavoratori e cittadini il nostro terreno più importante non sono i tribunali ma la lotta, e continueremo a lottare senza delegare a nessuno – tanto meno ai giudici – la difesa dei nostri interessi: la salute, la vita umana e un futuro degno di essere vissuto, senza più morti di lavoro e stragi di civili.
Sesto S.Giovanni, 12.10.2022 via Magenta, 88 20099 Sesto S. Giovanni MI / tel+fax 0226224099 c/o Centro di Iniziativa Proletaria “G. Tagarelli”
Se l’autunno da queste parti, in Europa, rischia d’essere molto freddo, in Palestina l’autunno rischia d’essere caldissimo
Cisgiordania, pentola a pressione
Ha ragione il governo sionista a temere la Jihad Islamica, unire i fronti di lotta sta diventando sempre più una realtà ed una minaccia per la stessa esistenza dello Stato di israele. Fino a pochi mesi fa è stato il campo profughi di Jenin a destare l’attenzione dei servizi di sicurezza, essendo l’unico posto in tutta la Cisgiordania dove non era possibile addentrarsi tranquillamente e senza incorrere in una feroce sparatoria. Quest’anno invece, ovunque si recano i coloni soldati incontrano una feroce resistenza, armi da fuoco dappertutto e questi si vedono costretti ad ingaggiare uno scontro armato con pallottole che piovono da tutte le parti. I mass media israeliani denunciano il fatto che operare persino un arresto, che fino a qualche mese fa era una cosa banale e semplice, ora non lo è più. Prima Jenin, ora Nablus, Tulkarem, Hebron, Salfit e Ramallah, Tubas e Qabatieh, Yaàbad ed altri ancora, ovunque in Cisgiordania avvengono scontri armati.
L’allarme viene lanciato per i seguenti motivi:
1- è oscura la provenienza di tutte queste armi;
2- non si sa ancora quale tipo d’arma, oltre a quelle leggere d’assalto, circoli in Cisgiordania;
3- questo pericolo continuo è considerato un fallimento clamoroso di tutti i servizi di sicurezza sionisti;
4- la circolazione per i coloni è diventata estremamente pericolosa (diverse volte sono state presi di mira e ci sono state delle vittime);
5- qual è il passo successivo, la Cisgiordania come Gaza?
Non siamo nuovi alle polemiche che si susseguono sempre di più all’interno dell’entità sionista. Ricordiamoci quelle contro i servizi di sicurezza quando i Fedayn palestinesi bucavano con troppa facilità le misure di controllo e sicurezza, tanto ammantate, sia nelle città che nelle colonie. Polemiche che in alcuni casi si trasformavano in grida d’allarme rosso. Alcuni commentatori israeliani si sono spinti alle affermazioni del tipo: “il nostro sbaglio è quello di non avere accettato l’Argentina, il Kenya, il Sudan, l’Ucraina dove stabilire e fondare lo Stato sionista. E ancora: “i palestinesi sono un popolo indomabile che non si arrenderà mai e saranno la tomba dei nostri sogni” etc. Sorprende il fatto che questa gente continui a chiedersi il perché di tutto questo astio, perché i palestinesi non si lasciano sottomettere, (si chiedono) dove abbiamo sbagliato in tutti questi 73 anni?
Intifada di nuovo tipo
Si continua a discutere sui giornali e canali televisivi sionisti su come affrontare questa nuova situazione e i toni assumono aspetti pieni di preoccupazioni e tensioni. L’opinione più diffusa, volendo riassumere tutte queste discussioni, e che in Cisgiordania ci troviamo di fronte ad una Intifada di tipo nuovo: una combinazione quasi perfetta tra quella popolare (scontri fisici e con il lancio di pietre, disobbedienza e boicottaggio, presidi e manifestazioni e tanta attività di informazione) che cerca di impedire alle forze di occupazione nazisionista di entrare nei centri abitati oppure semplicemente ostacolare il loro movimento) e, quella armata che prende di mira sia i soldati che i coloni. Secondo le statistiche del governo israeliano gli attacchi armati contro le forze di occupazione in Cisgiordania quest’anno registrano un aumento esponenziale. Secondo queste fonti in tutto il 2021 ci sono stati 91 attacchi di cui 75 contro i soldati sionisti mentre finora nel 2022 ci sono stati 152 attacchi armati, compreso quello di poche settimane fa, di cui 132 contro i soldati. Trapela, inoltre, da queste discussioni pubbliche, la grande confusione e incertezza sul da farsi. Essi affermano di trovarsi di fronte ad un dilemma:
1- fare un passo indietro tenendo i soldati lontano da ogni possibilità di contatto con la popolazione palestinese;
2- intensificare la repressione.
Siccome ormai è diventato quasi impossibile non essere a contatto con la popolazione palestinese, colonie e coloni si trovano un po’ dappertutto in Cisgiordania e qualsiasi loro movimento provoca contatto e, oltre al fatto che questi spesso provocano questi contatti intenzionalmente cercando da una parte una maggior visibilità per se stessi e dall’altra perseguono un’escalation della situazione in generale. È scontato che la scelta è l’aumento della repressione. Un circolo vizioso che non farà altro che buttare benzina sul fuoco con il rischio della deflagrazione in tutta la Palestina storica (israele). Al momento il modello delle due province del nord della Cisgiordania, Jenin e Nablus, si sta estendendo sempre di più alle altre province con un cerchio di fuoco sempre più ampio. Ciò significa che tutta la Cisgiordania è in procinto di esplodere. Nel mese di settembre due attacchi armati: il primo contro un autobus di soldati nella valle del giordano, provincia di Tubas, e il secondo a Il Nabi Saleh, provincia di Ramallah. Il risultato: 10 soldati feriti solo per miracolo, gli poteva andare molto peggio.
I palestinesi degli interni ’48
Il timore di una esplosione si fa più concreto provocando un fortissimo mal di testa ai sionisti. Ciò nasce dal fatto che è molto più difficile, anzi quasi impossibile, riuscire a controllare questo territorio e prevenire gli attacchi. L’estensione del territorio su tutta la Palestina del ‘48 e la presenza di città miste implica l’utilizzo di un numero molto maggiore sia di soldati che di polizia. L’impiego di tale forza sia in Cisgiordania che nel ‘48 rischia di lasciare i fronti esterni, sia a nord con il Libano sia a sud con Gaza, scoperti o sguarniti. Il governo israeliano si troverebbe costretto a richiamare le riserve. Una protrazione di questa situazione significa una guerra di logoramento dell’esercito dei coloni e dell’economia (il ciclo produttivo verrà interrotto o comunque molto rallentato sia per mancanza di manodopera sia per il clima di insicurezza che mina gli investimenti interni ed esteri).
L’ANP tra due fuochi
Quelle israeliane contro l’Anp sono accuse dirette ed esplicite di “omissione di servizio” ovvero, l’Anp, secondo i sionisti, non fa nulla per sedare e reprimere le rivolte palestinesi (sic). In realtà sono le politiche israeliane in Cisgiordania ad essere l’unica causa di ciò che accade in Palestina con la continua colonizzazione, quindi, esproprio di terra, e l’abuso nella repressione con arresti indiscriminati (anche di bambini molto piccoli), con ferimenti o uccisioni, anche questi indiscriminati e ingiustificati. Essi, i sionisti hanno svuotato l’Anp relegandola al ruolo di poliziotti al servizio dell’entità sionista e dei coloni. L’assedio economico sionista contro l’Anp minaccia persino la sopravvivenza della stessa e con i risultati raggiunti dalle forze della resistenza palestinesi a Gaza, oggi l’ANP conta un bel niente, persino la base di AlFatah, la fazione politica che appoggiava e sosteneva Abu Mazen e i suoi scagnozzi, oggi si schiera contro esplicitamente. Qualsiasi mossa faccia l’Anp, rischia di provocare una risposta popolare in grado di porre fine a questo lungo processo di tradimenti. Usa, Europei e donatori internazionali, tutti chiedono all’Anp di intervenire con maggiore forza e contenere, per lo meno, questa situazione. Nessuno chiede mai niente ai sionisti di moderarsi e allentare la pressione sulla popolazione palestinese. Anzi, gli yankee, ricordiamolo, hanno dato luce verde ai sionisti di intensificare la colonizzazione in Cisgiordania quale premio per il loro silenzio o almeno la moderazione del tono delle critiche sull’eventuale accordo con l’Iran sul nucleare. Detto questo e vista la situazione penosa nella quale versa l’Anp bisognerebbe vedere fino a che punto le forze di “sicurezza” della Sulta (ANP) asseconderebbero una politica di repressione su larga scala anche contro le proprie famiglie, già, perché ogni agente rischia di vedere i propri familiari repressi duramente dai propri colleghi. Una situazione molto ingarbugliata che sarà difficile risolvere nella direzione tracciata dalle forze di occupazione sionista e loro sostenitori internazionali. Fatta questa premessa va detto che la situazione in Cisgiordania è più che bollente. Gli scontri hanno raggiunto un punto di non ritorno. Attualmente non c’è un posto in Cisgiordania, piccolo o grande che sia, che non sia coinvolto in scontri armati. Allo scopo di fermare questa ondata di ribellione gli israeliani hanno gettato nella mischia altri 20.000 soldati super armati e sostenuti da una flotta di droni con duplici funzioni (anche droni kamikaze). Le preoccupazioni dell’entourage politico e militare sono:
l’avvicinarsi delle feste ebraiche
– le elezioni politiche che si terranno il 3 novembre.
A Gerusalemme più di 5000 poliziotti sono stati aggiunti al corpo di polizia municipale per garantire la sicurezza dei coloni nazional-religiosi che durante le feste ebraiche sono soliti invadere Gerusalemme e la spianata delle moschee.
Sulla scia degli insegnamenti del rivoluzionario Thomas Sankara
Tra il 30 settembre e il 2 ottobre 2022 si è consumato un nuovo colpo di Stato in Burkina Faso, guidato dal capitano Ibrahim Traoré e sostenuto dal corpo militare di élite ‘Cobra’, dopo solo otto mesi da quello precedente. Ci sono voluti tre giorni di manifestazioni popolari e scontri e la mediazione dei leader delle comunità tradizionali e religiose per costringere alle dimissioni il tenente-colonnello Paul Henry Damiba, presidente in carica, autoproclamatosi a seguito del suo colpo di Stato avvenuto nel gennaio scorso, e capo del Movimento Patriottico per la Salvaguardia e la Restaurazione (MPSR). Le condizioni poste per le sue dimissioni da Damiba, rifugiatosi a Lomé in Togo, sono state quelle di aver garantita l’amnistia per lui, la sua famiglia e i militari che gli erano rimasti fedeli, ma soprattutto l’impegno dei nuovi militari al potere di proseguire il processo di riconciliazione nazionale e il rispetto delle scadenze previste per il ritorno all’ordine costituzionale entro luglio 2024. La motivazione principale avanzata da Traoré per il colpo di Stato consiste nella totale incapacità del suo predecessore a far fronte efficacemente al terrorismo dei gruppi della Jihad Islamica che ha portato alla perdita del controllo su circa il 40% del territorio nazionale e la continua degradazione della sicurezza, che pure erano state le priorità dichiarate da Damiba. Il nuovo colpo di Stato è stato accompagnato da grandi manifestazioni popolari di giubilo nella capitale Ouagadougou e in altre città e da un tentativo di assalto all’ambasciata francese, con l’accusa ai militari di quel paese, che ha smentito, di aver dato rifugio a Damiba nella propria base militare di Kamboinsin. Si calcola che siano scese in piazza più di un milione di persone, cifra enorme se si considera che il Burkina Faso conta un totale di circa 19 milioni di abitanti. L’appoggio popolare al nuovo colpo di Stato si spiega con lo stato di esasperazione generalizzato dovuto al rapido deterioramento delle condizioni di vita delle masse popolari: l’inflazione è arrivata a superare il 18% nei mesi scorsi, ma con i prezzi dei generi alimentari aumentati di oltre il 30%, a cui si aggiunge la drammatica situazione nell’est e nel nord del paese. In queste zone del Burkina, come in Mali e in Niger, imperversano le bande di jihadisti islamici che, quando non si lanciano in uccisioni di massa (si calcola che siano state massacrate almeno 10.000 persone), pretendono il pizzo dalle popolazioni locali; tutto questo ha provocato lo spostamento di oltre 1,5 milioni di abitanti dalle loro abitazioni e attività, rendendo la vita normale, in quelle zone, praticamente impossibile. Nei giorni successivi, Traoré, oltre ad assumere la carica di Presidente della Repubblica, ha preso anche le redini del MPSR dichiarando l’intenzione di rispettare gli impegni già presi dal suo predecessore e in particolare l’agenda dettata dalla Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (ECOWAS, Economic Community of West African States). Intenzione confermata negli incontri con il corpo diplomatico accreditato nel paese e le organizzazioni internazionali (ONU, Unione Europea, Banca Mondiale ecc.) e con la delegazione della stessa ECOWAS, accolta tuttavia da manifestazioni popolari che ne contestavano il ruolo e l’agenda, nelle quali si potevano vedere sventolare alcune bandiere russe e ascoltare slogan contro la Francia e a favore della cooperazione Russia-Burkina. Forse non a caso, lo stesso giorno Evgenij Prigozhin, fondatore dell’organizzazione militare mercenaria russa Wagner, ha dichiarato il suo sostegno a Traoré e ha dato disponibilità a mettere a disposizione l’esperienza degli istruttori russi, presenti nella Repubblica Centrafricana, per l’addestramento dell’esercito del Burkina, qualora le autorità lo avessero richiesto. Immediata la reazione degli Stati Uniti che hanno messo in guardia i nuovi militari al potere dal rischio di un’alleanza con i mercenari di Wagner. Non è un mistero che il Burkina Faso sia nel mirino delle potenze imperialiste, non solo della Francia di cui era colonia e che ha imposto proprie basi militari in loco, ma anche degli Stati Uniti, della Russia e perfino dell’Italia che nel luglio del 2019 ha stipulato con lo Stato africano l’Accordo tra il Governo della Repubblica italiana e il Governo del Burkina Faso relativo alla cooperazione nel settore della difesa. Il Burkina, infatti, è ricco di importanti risorse minerarie ed è tra i cinque paesi maggiori produttori di oro del continente africano. Fin dall’indipendenza dalla Francia ottenuta nel 1960 (allora con il nome Alto Volta), il paese è stato oggetto delle mire dell’imperialismo, a partire da quello francese. L’ingerenza imperialista fu interrotta per il breve periodo rivoluzionario della presidenza di Thomas Sankara, dal 1983 al 1987, nel quale fu promossa l’autosufficienza alimentare, fu creata una rete di presìdi sanitari pubblici, furono bloccati gli affitti, fu combattuta la corruzione, fu attuata una politica contro la desertificazione delle terre, fu avviata una campagna contro l’analfabetismo, contro i matrimoni forzati e contro la pratica della mutilazione dei genitali femminili, nonché altri provvedimenti che elevarono significativamente il livello di vita degli strati più poveri della popolazione. Una politica che scontentò molti settori della borghesia e della piccola borghesia del Burkina ma contribuì a creare coscienza tra le masse popolari che ancora oggi sono tra le più politicizzate del continente africano. In politica estera, quel periodo si caratterizzò per la strategia antimperialista, per la promozione dell’unità panafricana, il sostegno ai movimenti di liberazione del continente, la condanna aperta del Franco CFA, moneta di retaggio coloniale attraverso cui la Francia riesce a controllare le finanze delle sue ex-colonie, il rifiuto di pagare il debito estero che implica politiche di austerità imposte da Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale e che provocano una forte riduzione dei livelli di vita delle masse popolari e favoriscono la penetrazione delle multinazionali occidentali. Questa politica di indipendenza dalle potenze occidentali e dalle loro istituzioni economiche e finanziarie e che metteva al centro i bisogni dei lavoratori e delle masse popolari era intollerabile per l’imperialismo, in particolare per quello francese, che oltretutto temeva un ‘contagio’ rivoluzionario nei paesi confinanti: nell’ottobre del 1987 un commando di uomini armati assassinò Sankara e 12 suoi stretti collaboratori. Il mandante era Blaise Campaoré, per conto degli imperialisti francesi e statunitensi. Campaoré, che pure era stato a fianco di Sankara nelle prime fasi rivoluzionarie, si fece portatore degli interessi di alcune frazioni della borghesia, della piccola borghesia e di una parte dei vertici militari, allarmati dalla portata e dalla velocità dei cambiamenti sociali; governò in modo dittatoriale per 27 anni, reprimendo in modo sistematico qualsiasi tentativo di opposizione organizzata, senza lesinare la pratica degli omicidi politici e alimentando in modo clientelare il riemergere della corruzione diffusa; in politica estera divenne, negli anni, il punto di riferimento degli interessi di Francia e Stati Uniti assumendo il ruolo di mediatore nella gestione delle numerose crisi politiche che si produssero nell’Africa occidentale. Campaoré fu destituito a furor di popolo nell’ottobre del 2014 da una sollevazione che vide scendere nelle piazze e assalire il parlamento masse popolari, lavoratori, giovani – oltre 1,5 milioni di persone – a seguito del suo tentativo di modificare la Costituzione, promulgata nel 1991, per garantirsi il proseguimento del proprio mandato oltre il 2015; fu salvato dall’intervento delle forze speciali francesi che lo trasferirono in elicottero in Costa D’Avorio, paese che gli concesse la cittadinanza ivoriana per impedirne l’estradizione, eseguendo gli ordini dettati dalla Francia. Proprio in aprile di quest’anno è terminato a Ouagadougou il processo – il primo in Africa a carico di un ex-dittatore – che ha condannato in contumacia Campaoré all’ergastolo per “minaccia alla sicurezza dello Stato” e “complicità nell’omicidio” di Thomas Sankara e dei suoi collaboratori; resta invece aperto il filone del processo sulle responsabilità internazionali: i governanti, in carica all’epoca, di Francia, Stati Uniti, Costa D’Avorio, Libia, Togo e Liberia sono accusati di “complotto internazionale” per eliminare Sankara. Nel 2015 si svolsero regolari elezioni vinte dal Movimento del Popolo per il Progresso (MPP) che portarono Roch Kaboré, suo principale esponente, alla presidenza del Burkina. Kaboré non riuscì a sanare le rivalità all’interno della borghesia, governando senza lasciare alcuno spazio alle opposizioni e alle istanze popolari: tra gli altri provvedimenti liberticidi, decretò lo stato di emergenza su tutto il territorio nazionale, mise in atto gravi restrizioni al diritto di manifestare e al diritto di libera circolazione. Il suo MPP rappresentava gli interessi della frazione di borghesia che si opponeva a quelli rappresentati dal Congresso per la Democrazia e il Progresso (CDP) fondato da Campaoré nel 1996 e che sopravvisse alla sua caduta. Kaboré, inoltre, si dimostrò del tutto incapace a contenere le bande di jihadisti che imperversavano nell’est e nel nord del paese, affidandosi completamente all’intervento della Francia e dei suoi corpi militari speciali; la potenza ex coloniale, tuttavia, non aveva interesse a risolvere la questione alla radice ritenendo che la destabilizzazione strisciante dell’Africa occidentale avrebbe meglio garantito la possibilità di mettere le mani sulle enormi e preziose risorse minerarie presenti nella Regione. Furono questi i motivi alla base del colpo di Stato di gennaio di quest’anno di Damiba e del suo MPSR, visto di buon occhio dal CDP che, nella politica di riconciliazione nazionale del MPSR, intravedevano la possibilità di ritagliarsi una fetta di potere: significative le voci circolate a luglio di quest’anno di un ritorno in Burkina di Campaoré, malgrado la sua condanna all’ergastolo di pochi mesi prima. Damiba, proprio con la promessa – non mantenuta – di combattere efficacemente la presenza delle bande jihadiste, inizialmente riuscì a ottenere un certo consenso anche da ampi settori delle masse popolari, esasperati dalle tragiche conseguenze delle incursioni della Jihad Islamica. La situazione attuale nel Burkina Faso, dopo il nuovo colpo di Stato di Traoré dei giorni scorsi, comunque non è ancora stabilizzata: a fronte di voci che parlano di una volontà degli alti gradi militari di riprendersi il potere, continuano le manifestazioni a sostegno del capitano Traoré, soprattutto da parte dei giovani che in Burkina sono la maggioranza (l’età media della popolazione è 17 anni). Si tratterà di capire se Traoré agirà in continuità con il MPSR, come dichiarato, o se sarà costretto a prestare ascolto alle istanze delle masse in fermento. In ogni caso le masse popolari, i lavoratori e i giovani del Burkina Faso hanno dimostrato a più riprese una grande consapevolezza e volontà di lottare per la propria dignità ed emancipazione, sulla scia degli insegnamenti del rivoluzionario Thomas Sankara.
Se non affrontiamo quanto sta accadendo in Iran con l’ottica di classe non saremmo in grado di capire appieno la portata degli eventi e la loro reale collocazione sociale e politica.
Non possiamo dimenticare il ruolo fondamentale che l’Iran ha ricoperto e ricopre nell’appoggio alla resistenza araba contro la penetrazione imperialista attuata da Israele e Stati Uniti d’America in Medio Oriente; Libano, Siria, Palestina, Yemen, resistono grazie all’apporto politico, militare ed economico iraniano.
Come comunisti non siamo certo fautori di leggi e governi islamici, ma gli avvenimenti che si sono succeduti in Iran con la morte della giovane curda Mahsa Amini, dopo essere stata arrestata perché non indossava correttamente il velo, secondo le notizie diffuse dal sistema informativo, ricordano molto quanto già accaduto in altri paesi Siria, Libia, Ucraina, con le cosiddette rivoluzioni colorate costruite e condotte con una stessa strategia ben studiata e attuata dall’imperialismo occidentale per rovesciare governi avversi e ostili alla sua politica espansiva.
Le giuste manifestazioni per rivendicare maggiori libertà sociali sono state accompagnate da violenze e attentati che hanno coinvolto e ucciso manifestanti e forze di polizia, come nelle tristi giornate del colpo di Stato in Ucraina del 2014. La propaganda mediatica attuata dal sistema informativo occidentale nasconde le violenze perpetrate da gruppi organizzati finanziati dall’occidente.
Un dato che accomuna tutte le mobilitazioni che hanno contraddistinto le rivoluzioni colorate, è la completa assenza dei temi di classe e dei lavoratori in quanto classe organizzata e portatrice di rivendicazioni molto più avanzate delle semplici parole d’ordine borghesi inneggianti a generiche libertà, che, come ormai ampiamente dimostrato dalla storia, non liberano i lavoratori dalla loro condizione di sudditanza dal potere del capitale e lasciano i popoli indifesi nelle mani di governi reazionari e corrotti.
I soprusi e l’oppressione compiuti contro le donne si superano solo se avanzano le conquiste sociali di classe e si libera la classe lavoratrice dalla schiavitù del capitale.
I reali cambiamenti politici, sociali, economici, possono avvenire in Iran come in Italia solo se le lotte sono organizzate e guidate dalla classe proletaria per il sostanziale cambiamento delle regole della società borghese capitalista.
contributo a seguito dell’assemblea
e del volantinaggio del Collettivo
di territorio
riceviamo e pubblichiamo
Giovedì 6 ottobre, dalle ore 10.00 alle ore 12.00, si è svolta l’assemblea ai cancelli della Sanac di Massa. Al presidio e all’assemblea, presenti circa 35 operai Sanac, alcuni sindacalisti ed Rsu, e alcuni compagni/e. In tutto una cinquantina di partecipanti. Considerando che gli operai della Sanac di Massa sono 110 e che alcuni erano in fabbrica perché non colpiti dalla cassa integrazione, all’assemblea era presente un terzo della forza-lavoro. I delegati Rsu sono 4. Il Ccnl dei chimici ne prevede 3 fino a 100 dipendenti, poi scatta la 4^ Rsu. La Sanac di Massa è uno dei 4 stabilimenti del gruppo che, nell’insieme, conta poco meno di 400 dipendenti. Quello di Massa è il più numeroso. Il rapporto tra operai e impiegati alla Sanac di Massa è di 1 a 4, circa il 20% sono impiegati. Per 5 giorni, dal 3 al 7 ottobre, la produzione si è fermata. In fabbrica sono rimasti una quindicina di lavoratori, tutti gli altri in cassa integrazione. “L’azienda che produce refrattari non ha acquirenti e la liquidità è risicata: aspetta milioni di € da ‘Acciaierie d’Italia’, società partecipata dallo Stato, che da Sanac acquista refrattari per l’impianto ex Ilva” (così riporta ‘Il Tirreno’, cronaca locale, del 30 settembre). La Sanac è un’azienda chimica che produce all’80% del prodotto per un’azienda metalmeccanica, l’ex Ilva di Taranto (oggi ‘Acciaierie d’Italia’). Dall’assemblea di giovedì i sindacalisti hanno annunciato, in seduta stante: – che è stata bandita una nuova gara per l’acquisizione di Sanac (fotocopia della precedente conclusasi con un nulla di fatto); – una manifestazione territoriale a sostegno della vertenza e la loro presenza nel prossimo consiglio comunale. La presenza di compagni/e a situazioni di questo tipo aiuta a comprendere meglio la realtà. La partecipazione è importante al fine di capire, imparare e mostrare l’interesse di classe a quanto si muove sul territorio, in particolare nel mondo del lavoro. Cosa si può capire e le conferme da questa vicenda:
a) che compagni/e (comunisti, rivoluzionari, del movimento di classe … , troppo spesso sono esterni, per non dire estranei, a situazioni di questo tipo e che, dove possibile, debbono imparare a colmare il vuoto;
b) il sindacato, nelle sue rappresentante di categoria (in questo caso, Filctem-Cgil, Femca-Cisl, Uiltec-Uil), ha il compito, oltre che il dovere, di: istituzionalizzarela vertenza, compatibilizzare la ‘lotta’, ricercare soluzioni al ribasso;
c) buona parte degli operai, nella difficoltà a esprimersi, delega un operaio (meno pauroso e timoroso nei confronti dei sindacalisti) a manifestare sottovoce il malumore nella conduzione della vertenza nel senso di auspicare, augurarsi, una possibile soluzione a partire solo dal proprio stabilimento, nello specifico quello di di Massa. Una tendenza del ‘si salvi chi può’, che relega una eventuale ‘mobilitazione’ alla propria situazione, all’insegna del ‘vita mia morte tua’. Una sorta di corporativizzazione della classe che tende e intende salvarsi da sola…
Un gruppo di operai avverte ‘utilisticamente’ e praticamente che il loro stabilimento può salvarsi a discapito degli altri; pertanto, compete a chi di dovere (tra cui anche noi) dimostrare concretamente che l’unità fa la forza e che da solo nessuno si salva. Il buon e bravo delegato Rsu si colloca nel mezzo tra queste due tendenze: da una parte rivendica l’unità di tutti i lavoratori del gruppo Sanac, l’unità con altre vertenze, con altri lavoratori/trici, in modo e forma general/generica, dall’altra invoca una lotta senza spiegare quale lotta necessita per l’unità e per l’obiettivo collettivo: la difesa del posto di lavoro, del salario, della dignità. Una realtà che impone comprensione, disponibilità e capacità a tessere rapporti e relazioni, proprio nella classe operaia e nel movimento dei lavoratori aggredito sul diritto irrinunciabile e ineludibile: il lavoro. Lavoro che, in qualche misura e forma, costringe gli operai a “movimentarsi” e ad assumere l’iniziativa.
Informazioni e riflessioni di un compagno di ULPC presente all’assemblea
Nell’anniversario della morte di Gino Menconi per fare propri i suoi insegnamenti di lotta e di unità delle forze antifasciste, di riscatto delle classi popolari e di speranza in un mondo migliore. Centro di Documentazione Gino Menconi
Per ricordare la figura di un partigiano e dirigente antifascista
riceviamo e volentieri pubblichiamo dal Centro di Documentazione Gino Menconi
Negli anni della giovinezza aveva militato nel Partito repubblicano. Nel 1926, quando s’instaurò la dittatura fascista, Menconi decise di lasciare i repubblicani, per continuare nelle file del Partito comunista la lotta contro il fascismo. Espatriato in Francia, Gino Menconi fu mandato per due anni alla “Scuola leninista” di Mosca. Tornato a Parigi, vi rimase giusto il tempo di entrare a far parte dell’apparato clandestino comunista, che lo destinò al lavoro d’organizzazione in Italia. Menconi, arrivato clandestinamente a Napoli, si mise subito ad organizzare la diffusione di fogli illegali come L’Operaio Bolscevico, La Scintilla, Falce e Martello. Finito nelle mani della polizia con un gruppo di altri comunisti napoletani e deferito, era il 1931, al Tribunale speciale, il dirigente comunista fu condannato a diciassette anni di carcere. Ne uscì, per amnistia, sei anni dopo, ma fu subito confinato nell’isola di Ponza che lasciò soltanto dopo due anni, per essere posto in libertà vigilata. Nel 1940, con lo scoppio della Seconda guerra mondiale, nuovo arresto per Gino Menconi e nuovo internamento a Ventotene. Nell’agosto del 1943, con la caduta del fascismo, Menconi riacquista la libertà e riprende l’azione politica. Al momento dell’armistizio, il dirigente comunista si trova a Firenze. Vi organizza subito la lotta armata contro i nazifascisti e passa poi nel Parmense dove, nell’agosto del 1944, con il nome di “Renzi”, diventa comandante della “Piazza” di Parma. Il 14 ottobre “Renzi” si reca a Bosco di Corniglio per una riunione di comandanti partigiani. Il 17, il gruppo è sorpreso, in seguito a delazione, da un reparto di SS germaniche. Menconi non riesce a mettersi in salvo. Spara sino all’ultima cartuccia poi, già gravemente ferito, lancia la sua arma contro i nazisti. I tedeschi lo catturano, lo adagiano su una branda che si trovava nel locale della riunione, ma non lo fanno per curarlo: legano al letto il ferito, lo irrorano di benzina e lo fanno morire tra le fiamme. Anche quest’anno ricordiamo la figura di questo partigiano e dirigente antifascista. In un momento storico grave: con il governo italiano nelle mani dell’estrema destra e il rischio di una nuova guerra mondiale nucleare. Ricordiamo Gino Menconi nell’anniversario della sua morte facendo nostri i suoi insegnamenti di lotta e di unità delle forze antifasciste, di riscatto delle classi popolari e di speranza in un mondo migliore.
Ritrovo in via Gino Menconi, 25 ad Avenza (circolo ARCI) lunedì 17 ottobre alle ore 18
Onore a Gino Menconi!
W la Resistenza, No alla guerra, Opposizione al governo dei neofascisti!
Testo approvato dall’assemblea permanente del 5/10/2022
Verso il 9 ottobre, verso Bologna del 22 ottobre e Napoli 5 novembre Verso la nascita della Società Operaia di Mutuo Soccorso Insorgiamo
L’assemblea permanente dei lavoratori ex Gkn dichiara che:
1. Sono stati persi 10 mesi in maniera irresponsabile. Lo stabilimento rischia il degrado. La fabbrica è a livello societario sull’orlo del baratro. Nessuno dica un domani che la cosa non si sapeva o non era chiara. 2. La cassa integrazione viene usata in questo paese spesso per bollire le vertenze e disgregare il tessuto lavorativo per trasformare comunità di persone in potenziali mantenuti. Noi abbiamo evidentemente bisogno dell’ammortizzatore sociale per non cadere nella povertà e per avere tempo ulteriore. Ma la nostra dignità è più forte di qualsiasi paura e ricatto. E soprattutto chiediamo: tempo per fare cosa? Rigettiamo ogni tipo di discussione sulla cassa integrazione che non sia finalizzata a progetti chiari di reindustrializzazione e ritorno al lavoro. 3. L’attuale proprietà ha perduto evidentemente credibilità e il diritto unico di proposta. Renda trasparente tutto il corpo di accordi avuti con il fondo finanziario Melrose. Smetta di frapporsi tra la chiarezza necessaria a risolvere i problemi e la ripartenza. E soprattutto renda accessibile lo stabilimento a chiunque apporti realmente un contributo alla reindustrializzazione. Start-up, ricercatori, idee, investimenti devono trovare qua ascolto e chiarezza. 4. Ci siamo dichiarati “fabbrica pubblica”. Perchè è chiaro che Gkn non riparte oggi se non con fondi pubblici. Ribadiamo quindi la nostra richiesta di una entrata del capitale pubblico in società. Allo stesso tempo a capitale pubblico, deve corrispondere pubblico controllo, pubblica utilità e politica industriale pubblica. 5. Ci siamo dichiarati “fabbrica socialmente integrata” perchè ad oggi l’unica cosa che ci ha tenuto in vita è da un lato la lotta sindacale e la tenuta dell’assemblea permanente e dall’altro il legame con il territorio. Questa fabbrica, tanto più se pubblica, deve integrarsi ed essere “restituita” alle esigenze del territorio. 6. Per fare tutto questo dobbiamo dotarci di strumenti adeguati e all’altezza: a) nasce l’associazione “Società Operaia di Mutuo Soccorso Insorgiamo” (Soms Insorgiamo), finalizzata all’autorecupero dello stabilimento, alla gestione del presidio e della sua integrazione con il territorio, allo sviluppo del mutualismo reciproco. La Soms Insorgiamo vive come Cral in base all’articolo 11 dello Statuto dei Lavoratori e svilupperà eventualmente tutte le convenzioni necessarie con altre realtà, come Forimercato, Mag, Arci ecc. Diamo mandato alla Rsu e alle competenze solidali di approntare nei tempi più rapidi possibili uno Statuto che rifletta finalità e possibilità della Soms Insorgiamo. b) campagna per la fabbrica pubblica e socialmente integrata. Chiamiamo tutte e tutti i solidali a dare vita a una vasta campagna sociale di comunicazione attorno a questo obiettivo. Il movimento solidale che ha difeso Gkn dai licenziamenti, oggi ha l’incredibile possibilità di farsi esperimento sociale e collettivo per farla rivivere. Facciamoci un favore. Creiamo un precedente in grado di ribaltare l’intera concezione di politica industriale in questo paese. c) assemblea del 9 ottobre per l’assemblea per la fabbrica pubblica e socialmente integrata dove approfondire questa discussione, formalizzare questi obiettivi. Con l’assemblea del 9 nasce il tavolo permamente per la reindustrializzazione che si riunisce al centro dello stabilimento. E si formalizzano: – gruppo di comunicazione per la campagna per la fabbrica pubblica e socialmente integrata – un comitato tecnico scientifico – un team contabile – un team legale. Diamo mandato alla Rsu di preparare un documento/comunicato finale di tale assemblea d) E come sempre, a sostegno di tutto, lo strumento della mobilitazione: continuare a dare impulso al processo di mobilitazione generale, ad insorgere per convergere e convergere per insorgere. Siamo costretti e condannati a provare in tutti i modi a cambiare i rapporti di forza generali nella società. Le due scadenze del processo di mobilitazione, “Insorgiamo a Bologna” il 22 ottobre, e a Napoli, “il Sud che Insorge il 5 novembre”, sono ossigeno vitale, luce e visibilità per la nostra lotta e in verità per qualsiasi lotta. Nessuno si salva da solo. Da Firenze e dalla Toscana facciamo appello ad andare insieme e tornare insieme a Bologna, farsi carovana, farsi testuggine