12 dicembre: strage di Stato e disegni reazionari di oggi

Milano,12 dicembre 1969, le bombe a Piazza Fontana, con 17 vittime e decine di feriti, segnarono l’inizio di una lunga stagione stragista detta “strategia della tensione”.

L’attentato terroristico compiuto da fascisti collegati agli apparati di Stato, con la copertura atlantica, avvenne dopo un periodo di grandi mobilitazioni operaie e popolari, di scioperi e le lotte di piazza. La strage fu la risposta eversiva alla esigenza di cambiamento e di potere della classe operaia e del movimento di classe.

In quell’epoca di boom economico, anche a causa dello spostamento di milioni di lavoratori dal sud al nord e all’estero – a un quarto di secolo dalla caduta del regime fascista – la democrazia borghese era zeppa di funzionari, autorità e portavoce del fascismo stesso.

Una folta schiera di servi di regime, pronti a cambiar bandiera al mutar del vento o a fuggire come tarponi dalla barca che affonda. Un sottobosco ideale per trame eversive nella magistratura e in polizia, nei servizi segreti e basi Nato, per organizzare la violenza di Stato al fine di mantenere il regime, tutelare il funzionamento delle istituzioni repressive, proteggere le illegalità borghesi e imprimere una svolta reazionaria.

Dall’altra parte, era vivo un forte e articolato movimento di classe, operaio e proletario, che lottava per il miglioramento delle condizioni di lavoro e di vita sul versante sindacale, mentre su quello politico poneva il problema del potere in fabbrica e nella società, sfidando l’egemonia della classe borghese.
Le lotte nelle fabbriche, gli obiettivi che si ponevano, gli scioperi, le manifestazioni e i cortei, suscitarono l’intervento delle “forze dell’ordine”, le provocazioni di fascisti e polizia, un’infinità di denunce, fermi, arresti, carcerazioni.
Quelle bombe non furono una causalità, come non lo fu il depistaggio, che da subito accusò gli anarchici come responsabili e coprì la pista nera dei fascisti, già autori di attentati precedenti a Piazza Fontana.

Fermato Valpreda e “suicidato” Pinelli, lo Stato credeva di cancellare quella stagione di lotta, impartendo una dura lezione al movimento operaio e di classe.

A 52 anni dai fatti, lo stesso potere borghese, tramite l’attuale governo, vara misure come il divieto di manifestazione nei centri storici, contro movimenti proletari e popolari.

Vuole impedire l’espressione della protesta sociale e popolare, salvaguardare gli interessi dei grandi bottegai dei centri storici, proprio quando il governo Draghi vara una legge di bilancio che colpisce pensioni e reddito, mentre licenziamenti, carovita e bassi salari, gettano sul lastrico un numero sempre più vasto di lavoratori e lavoratrici, di precari e disoccupati, di pensionati e giovani.

Le misure prese dal governo sono parte del generale processo di trasformazione in senso reazionario dello Stato e della società, che durante la pandemia da ‘Covid-19’ ha visto un’evidente accelerazione.

Militarizzazione del territorio, controlli polizieschi, potenziamento e messa a punto della macchina repressiva, sono condotti in sintonia con la politica di divisione del mondo del lavoro, anche con l’introduzione del green pass.

Denunciamo le misure repressive e reazionarie, lottiamo per la libertà e i diritti conquistati con le lotte e le mobilitazioni di massa; il nostro impegno di comunisti organizzati è unificare, organizzare e mobilitare, le masse lavoratrici per interessi urgenti e vitali, contro la gestione reazionaria e autoritaria della società borghese, per preparare condizioni e basi per l’offensiva di classe.

12 dicembre 2021  

Unione di lotta per il Partito comunista (ULPC)

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