“Sono a rischio” e Cgil e Cub proclamano 4 ore per venerdì 17 marzo
C’è grande preoccupazione tra i 90 lavoratori della Cft che gestisce i servizi di carico e scarico bagagli all’aeroporto Galilei di Pisa. Siamo arrivati alla mobilitazione perché le aziende committenti Toscana Aeroporti, Toscana Aeroporti Handling e Consulta, hanno espresso l’intenzione di far cessare l’appalto e di reinternalizzare le attività senza impegni concreti sulle tutele occupazionali dei lavoratori”. Lo denuncia Fulvio Cacace, segretario generale della Filt Cgil pisana annunciando lo sciopero del prossimo 17 marzo dalle ore 10.00 alle ore 14.00 “che potrà avere un impatto sul traffico aereo”. “La stessa situazione d’incertezza e preoccupazione si vive anche nell’aeroporto Vespucci di Firenze dove è in ballo il futuro di altri 57 lavoratori. Il 15 marzo per procedura di legge saranno inviate le lettere di licenziamento, in vista della scadenza dell’appalto il prossimo 31 marzo”. Allo sciopero del 17 marzo aderisce anche la sigla sindacale di base Cub di Pisa che con Federico Giusti, si chiede “cosa ne sarà di questi lavoratori: siamo preoccupati soprattutto per quelli più anziani e per coloro che hanno meno specializzazioni e che potrebbero trovarsi disoccupati dopo quasi 20 di lavoro”.
Genova. Per il crollo della ‘Torre piloti’ del 7 maggio 2013 tutti assolti; totalmente ribaltata la sentenza di 1° grado! Cancellate le 7 condanne di 1° grado per la collocazione della struttura distrutta dalla collisione della nave ‘Jolly Nero’, della compagnia Messina, che causò 9 Vittime (6 militari e 3 civili). Assoluzione per Angrisano, ex comandante della Capitaneria di porto e poi comandante generale delle Capitanerie di porto. In 1° grado il numero uno del più importante porto italiano era stato condannato a 3 anni nel processo sulla collocazione e costruzione della Torre. Procedimento nato su iniziativa, per la volontà e la caparbietà di Adele Chiello, madre di Giuseppe Tusa, una delle Vittime; la madre coraggio si era opposta alla richiesta di archiviazione, sostenendo l’evidente pericolosità dell’ubicazione. Una delegazione di familiari della strage ferroviaria di Viareggio del 29 giugno 2009 “Il Mondo che vorrei” e di Assemblea 29 giugno è stata presente alla sentenza d’appello a Genova in solidarietà ai familiari delle 9 Vittime e per sostenere Adele che, anche a seguito di questa vergognosa sentenza, ha legittimamente fatto sentire la sua voce, il suo grido di dolore e la sua protesta, contro un verdetto che calpesta di nuovo la vita di suo figlio Giuseppe e delle altre 8 vittime.
Il Tribunale d’appello di Genova ha appena assolto gli imputati per il crollo della Torre Piloti avvenuto a Genova il 7 maggio 2013, quando il portacontainer Jolly Nero di proprietà della compagnia Messina abbatté durante una manovra la torre. Morirono 9 persone, tra cui Giuseppe Tusa – 30 anni – grazie alla cui madre si era aperto il processo per omicidio colposo plurimo. Adele Chiello Tusa da allora ha lottato per avere verità e giustizia per suo figlio e per tutte le altre vittime, prima contro la Procura che aveva richiesto l’archiviazione, poi presentando un corposo dossier dove si metteva in discussione non solo la leggerezza nell’aver costruito la torre in un punto assolutamente non idoneo e poi la leggerezza e le omissioni in materia di prevenzione, le false certificazioni del Rina e tutte le menzogne che siamo purtroppo abituati ad ascoltare. Oggi Adele ha gridato la verità in Tribunale: “Erano poveri lavoratori uccisi mentre facevano il loro dovere, i superiori dovevano proteggerli, questa è un’ingiustizia”. La verità che tutti coloro che hanno “osato” portare in tribunale i potenti hanno dovuto gridare davanti alle assoluzioni degli stragisti, fossero essi padroni privati, pubblici o vertici dello Stato. Così è successo per i morti di amianto a Sesto S.Giovanni con la strage dei lavoratori della Breda, della Falck, della Pirelli, a Casale Monferrato, a Broni, a Taranto, a Milano per quelli dell’Alfa Romeo e della Scala, per i 1.500 morti sul lavoro ogni anno; così è successo per la strage ferroviaria di Viareggio, per il terremoto dell’Aquila… solo per ricordare alcune vicende. Una scia di sangue che da anni , da un capo all’altro, attraversa il nostro paese. Migliaia di lavoratori e cittadini uccisi dal profitto senza che nessuno dei responsabili debba mai pagare. Migliaia di vittime che rappresentano il costo del profitto e che ci dicono quanto vale per i capitalisti e per il loro Stato la nostra vita. Non chiamatela “giustizia”, come se questa fosse una parola neutra; non lo è. Questa è giustizia di classe, per quella classe – i padroni e lo Stato che è loro strumento – che, certa dell’impunità garantitale dai tribunali prosegue senza tregua ad ammassare profitti sulla pelle di lavoratori e cittadini. Oggi abbracciamo Adele e tutti i familiari delle vittime delle stragi. Ma ribadiamo che vogliamo giustizia e non ci fermeremo finché non l’avremo ottenuta: nelle strade, nelle piazze, sui luoghi di lavoro e anche nei tribunali. Non ci piegheranno.
Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio
Riceviamo e pubblichiamo in solidarietà con la lotta degli operai GKN
Dalla ex GKN: Possiamo vincere, dobbiamo tentare il futuro, creare un precedente a favore di tutte/i Tutte/i ai loro posti
1. Abbiamo sconfitto insieme i licenziamenti in tronco, anche grazie all’articolo 28 dello Statuto dei Lavoratori, e sono arrivati quelli per logoramento. È arrivata la tattica della rana bollita: tavoli vuoti, piani industriali che non arrivano, investitori che non si presentano. La rana viene cotta a fuoco lento, senza che se ne renda conto. 2. Abbiamo resistito al logoramento ed è arrivata la violenza dell’assedio con i licenziamenti di fatto: 6 mesi senza stipendio né buste paga, chiacchiere tossiche, scelte opache, degrado dello stabilimento. 3. L’assemblea permanente è sempre la stessa, stesso obiettivo: preservare una risorsa industriale, tutelare i posti di lavoro. Il fondo finanziario ha lasciato il posto all’advisor, poi all’imprenditore, poi al liquidatore e l’obiettivo sembra essere lo stesso: la speculazione, prima finanziaria e ora immobiliare. 4. Non siamo solo resistenza, ma progetto. Abbiamo sviluppato nostri piani industriali: avanzati, al servizio della giustizia climatica, sociali, mutualistici. Noi potremmo ripartire a lavorare. E l’assedio si fa ancora più feroce. 5. Le istituzioni tutte potrebbero chiudere questa vicenda in cinque minuti, facendo quello che 17mila firme hanno chiesto: stipendi, cassa integrazione e intervento pubblico legati ai nostri piani industriali e allo scouting pubblico. 6. L’azienda ha dichiarato la liquidazione. Senza stipendio, di fatto noi siamo licenziati tanto quanto quel 9 luglio 2021. È arrivata l’ora del colpo di reni. La rana ha l’ultima possibilità di uscire dalla pentola. Ora o sarà troppo tardi: Gkn può ancora vincere, se tutte e tutti ci attiviamo. #insorgiamo
Intervento pubblico ora Fabbrica pubblica e socialmente integrata Liberiamo Gkn, rompiamo l’assedio, tentiamo il futuro Tenetevi libere e liberi il 25 marzo #insorgiamo
A SOSTEGNO delle vertenze Sanac di Massa e Korber Tissue (ex F.Perini) di Lucca in difesa del posto di lavoro
Operai, lavoratori e lavoratrici in lotta con scioperi, presidi e manifestazioni…
Abbiamo il compito e il dovere di sostenerli fino in fondo nella lotta per il lavoro, il salario, la dignità. Altre esperienze operaie insegnano per aver messo in pratica autonomia, unità, lotta, mobilitazione, autorganizzazione. Questo è l’obiettivo, non la concorrenza fra appartenenze e sigle, con dannose campagne acquisti che spingono apassare da un sindacato all’altro.
Respingiamo questo modo deleterio di procedere, che alimenta e favorisce divisioni e frammentazioni. Ognuno rimanga legittimamente nel proprio sindacato al fine di costruire una unità maggiore e superiore, contro qualsiasi forma di burocrazia e di contrattazione al ribasso o a perdere.
L’esperienza della ex Gkn ha avuto grande importanza per essere stata, per mesi e mesi, una spina nel fianco per istituzioni e politica, come per realtà sindacali confederali e di base. Per aver dimostrato la propria autonomia ed essere stata capace di mobilitarsi e mobilitare fino a costruire larghi consensi e alleanze, assemblee e manifestazioni popolari.
Un’esperienza che ha rappresentato una modalità ormai estranea a sindacati vecchi e nuovi, che ha saputo mostrare che l’unità e la lotta sono altra cosa rispetto all’attuale condotta sindacale, lontana dalla base dei lavoratori e lavoratrici, infarcita di metodi burocratici e istituzionali.
Il Collettivo di fabbrica Gkn ha impersonificato e interpretato bene la tradizione dell’unità e della lotta: pratica, concreta, materiale. Le parole d’ordine ‘insorgiamo/convergiamo’ hanno avuto visibilità e adesione, le grandi manifestazioni del settembre 2021 e del marzo 2022 hanno trasmesso fiducia e incoraggiamento a settori di classe e di movimento.
Il Collettivo di Territorio(Viareggio/Versilia – Massa/Carrara) è una forma concreta per svolgere una funzione di unità e di lotta. Oltre a favorire rapporti e relazioni unitarie tra rappresentanti di queste esperienze, interiorizzando il concetto che nessuno si salva da solo.
Organizzare, unire e mobilitare, lavoratori/trici, delegati Rsu/Rls, attivisti sindacali, a sostegno delle lotte e delle vertenze
– Collettivo di Territorio di Viareggio/Versilia-Massa/Carrara
L’inizio del 2023 in Francia è stato scosso da una serie di partecipatissimi scioperi e imponenti manifestazioni che hanno visto riversarsi nelle strade di tutto il paese milioni di lavoratrici e lavoratori, pensionati e studenti in opposizione alla riforma (ma si tratta a tutti gli effetti di una vera e propria contro-riforma) delle pensioni che il governo francese sta cercando di far passare a tappe forzate. È da tempo che non si vedevano tutti i sindacati, ‘istituzionali’ e di base, proclamare insieme gli scioperi; gli studenti, vessati dall’introduzione negli anni scorsi dell’alternanza scuola-lavoro (si calcola oltre un milione di studenti-lavoratori), unirsi ai lavoratori insieme ai giovani precari che non riusciranno mai ad accumulare gli anni di contribuzione necessari alla pensione, insieme alle donne, le più penalizzate dalla riforma a causa degli stipendi inferiori a quelli degli uomini, dell’alta incidenza di lavori part-time, dall’interruzione dei periodi lavorativi per la maternità, l’assistenza in famiglia ai figli e agli anziani, a causa dei tagli ai servizi sociali. Queste mobilitazioni sono in continuità con quelle della fine del 2022 indette per rivendicare aumenti salariali sull’onda del malcontento prodotto prima dall’aumento della povertà, soprattutto tra i giovani durante la pandemia, e poi dall’inflazione; hanno saputo coagulare la solidarietà di lavoratrici e lavoratori di vasti settori che talvolta si è espressa in forme originali come nel caso degli interventi dei Robin Hood di EDF (la principale azienda francese fornitrice di energia), lavoratori che si sono prestati a ripristinare l’elettricità alle famiglie e agli organismi sociali a cui era stata tagliata dall’azienda per l’impossibilità di pagare le bollette. In sintesi, nei suoi aspetti principali, la contro-riforma delle pensioni prevede l’innalzamento dell’età minima pensionabile da 62 a 64 anni entro il 2030 e l’aumento degli anni di contribuzione da 41 a 43 dal 2027, con penalizzazioni (la pensione ‘piena’ si ottiene a 67 anni); l’equiparazione dei dipendenti pubblici, che attualmente godono di condizioni più favorevoli, a questo stesso trattamento; innalzamento di 2 anni dell’età pensionabile anche nel caso di lavori riconosciuti come usuranti; abolizione delle forme pensionistiche speciali (trattamenti più favorevoli) per i nuovi assunti; aumento dell’importo mensile delle pensioni più basse, in alcuni casi, a quasi 1.200 euro lordi (importo che tuttavia risulta inferiore alla soglia di povertà in Francia, soprattutto per chi vive in città), da settembre 2023. Rispetto ai requisiti di pensionamento che abbiamo oggi in Italia, grazie alla riforma Fornero, quelli previsti dalla riforma francese possono apparire meno penalizzanti ma, in realtà, bisogna tenere conto delle condizioni di lavoro particolarmente pesanti che vivono gli operai in Francia. Secondo i dati dell’INSEE (l’istituto nazionale di statistica francese) gli operai hanno una speranza di vita significativamente inferiore rispetto a quella di un quadro o di un dirigente e un’alta probabilità di sviluppare una patologia invalidante prima dei 60 anni; inoltre, ben il 20% dei lavoratori a basso reddito muore prima di andare in pensione o vi sopravvive pochi anni. L’attacco alle pensioni viene da lontano e ha sempre incontrato, in Francia, una massiccia risposta in termini di scioperi e manifestazioni: nel 1993 il governo aumenta il numero minimo di anni di contribuzione necessari per il settore privato; nel 1995 la riforma organica delle pensioni per il settore pubblico, inserita in un piano più ampio di revisione dello stato sociale, viene bloccata dalle imponenti mobilitazioni delle lavoratrici e dei lavoratori: il governo ‘cede’ sulle pensioni dei dipendenti pubblici ma fa passare i provvedimenti più strategici per la borghesia, ossia i tagli alla sanità e ai servizi pubblici, la privatizzazione degli enti statali dell’energia, della telefonia, delle poste, dei trasporti ecc.; nel 2019 un nuovo tentativo di riforma con contenuti analoghi a quelli attuali viene accantonata dopo mesi di scioperi unitari in tutti i settori dell’economia e a causa dello scoppio della pandemia. Le motivazioni addotte dal governo francese per procedere con la sua riforma sono sempre le stesse e sono quelle che conosciamo bene anche in Italia: l’invecchiamento della popolazione, il rapporto sempre più sfavorevole tra lavoratori occupati che versano contributi e pensionati. La presunta necessità, quindi, di salvare il sistema previdenziale, che in Francia è ora in deficit di 2 miliardi di euro, che altrimenti andrebbe in fallimento. In realtà, l’attacco alle pensioni sferrato dal governo francese con questa contro-riforma è una precisa scelta politica che, stando proprio ai numeri, poteva essere evitato: tenendo conto, ad esempio, dell’aumento di 100 miliardi delle spese militari e degli oltre 150 miliardi destinati al sostegno delle imprese, risulta evidente che 2 miliardi per ripianare il deficit del sistema previdenziale si sarebbero potuti trovare senza particolari sforzi economici. Ma non solo, secondo il COR (Consiglio di Orientamento per le Pensioni, organo preposto ad analizzare le questioni pensionistiche e formulare raccomandazioni al Primo Ministro), nonostante l’attuale deficit, le spese per le pensioni sono sotto controllo e nel lungo periodo sono destinate a stabilizzarsi per poi diminuire, facendo tornare in attivo il sistema previdenziale. Il motivo vero per il quale la previdenza sociale deve progressivamente essere affossata va ricercato nelle crisi cicliche che, dagli anni ’70 del secolo scorso, investono sempre con maggior frequenza e profondità il sistema capitalista nei paesi imperialisti europei e riducono sempre più i margini di profitto. Le borghesie di questi paesi sono costrette a recuperare la quota di ricchezza sociale che le lotte operaie hanno storicamente strappato ai profitti per conquistare il diritto al riposo dopo anni di lavoro, indirizzandola a favore dei monopoli e dell’oligarchia finanziaria. Questo viene ottenuto principalmente con l’allungamento della vita lavorativa, il dirottamento delle risorse pubbliche che finanziano il sistema previdenziale verso le imprese private, la destinazione più o meno forzata dei contributi dei lavoratori ai fondi pensione privati, gestiti da società finanziarie e compagnie di assicurazione, per le quali si apre un vero e proprio nuovo redditizio mercato finanziario. Per la borghesia, i pensionati non sono persone che, dopo una vita di lavoro attraverso la quale hanno creato la ricchezza per tutti, hanno il diritto di godersi gli anni di vita che gli restano in buona salute, coltivando i propri interessi; per la borghesia sono forza-lavoro non più utilizzabile per ricavarne profitto, sono “risorse umane” obsolete e costose. Per questo, ma anche per l’assenza di un partito in grado di centralizzare la forza delle lavoratrici e dei lavoratori e di rappresentarne strutturalmente gli interessi, prima o poi, il governo francese farà in qualche modo passare la contro-riforma delle pensioni (analoghi provvedimenti sono già stati adottati o lo saranno a breve in tutti i paesi imperialisti europei); il governo lo farà, se necessario e come già ventilato, anche senza l’approvazione dell’Assemblea Nazionale (il parlamento francese) facendo leva sull’art. 47.1 della Costituzione che consente al governo, dopo 50 giorni di esame del testo, di promulgare la legge per decreto, senza alcuna votazione. D’altra parte l’involuzione in senso autoritario del governo francese, acceleratasi durante la gestione criminale della pandemia e nell’emergenza per la guerra in Ucraina, è un processo comune a tutta l’Europa e che subiamo anche in Italia. Tutto ciò, comunque, non potrà cancellare il grande merito di queste mobilitazioni francesi che, rispolverando nelle manifestazioni un vecchio slogan del secolo scorso “no alla pensione dei morti”, hanno riproposto con forza la questione del ruolo dei lavoratori pensionati, e più in generale degli anziani, nella società. Un ruolo che era stato delineato, negli anni immediatamente successivi alla Seconda Guerra Mondiale, proprio all’atto dell’istituzione del sistema di previdenza sociale francese, non a caso, da parte del ministro comunista Ambroise Croizat, operaio metallurgico e membro della Resistenza, descrivendo la pensione “non come l’anticamera della morte, ma come una nuova tappa della vita”, quindi non come un reddito per i lavoratori che non potevano più partecipare al processo produttivo, ma come un meritato periodo in cui si è ancora in buona salute e ci si può dedicare alle attività che non si potevano svolgere durante la carriera lavorativa, alla cultura, alla socialità.
1. Quarto mese senza stipendio. Senza tredicesima. L’azienda non ci manda nemmeno le buste paga, i cedolini dello stipendio, da dicembre. Senza benzina per raggiungere i turni per svolgere l’attività vitale di custodia e manutenzione a salvaguardia della fabbrica. 98 decreti ingiuntivi approvati. Con un prototipo di Cargo Bike prodotto con le nostre mani e uno sguardo alla produzione di rinnovabili. Con un progetto di fabbrica pubblica e socialmente integrata. Senza nulla, ma pieni di orgoglio e dignità.
2. Borgomeo si prepara alla liquidazione? Voci insistenti si moltiplicano. Se così fosse, tutti lo sanno sulle nostre teste e alle nostre spalle. Se così fosse, questo sta avvenendo in barba ad ogni trasparenza sociale, contrattuale, sostanziale e formale. Sarebbe l’ennesimo schiaffo a istituzioni e tavoli tra le parti sociali. Il che dovrebbe come minimo fare indignare. L’indignazione, di solito, è un moto della dignità. E da sola, è ben poco. Ma pare che anche quel poco per le istituzioni sia troppo.
3. Ieri sono avvenuti i primi due pignoramenti mobiliari in Qf: da quel che ci è stato detto, è stato pignorato un robot motoman e un macchinario automatico per il controllo qualità denominato “Vision”. Eccellenze industriali, investimenti recenti, di industria 4.0, che giacciono inutilizzate e sprecate. L’azione legale dei lavoratori arriva a fare chiarezza dove un intero sistema istituzionale fallisce. E’ un dato di fatto.
4. Abbiamo presentato i piani industriali il 20 dicembre, dopo 10 giorni di consultazione popolare. Da lì sono partiti ulteriori incontri di approfondimento. La cassa integrazione per riorganizzazione è stata individuata come possibile strumento della messa a disposizione dello stabilimento ai piani di reindustrializzazione dei lavoratori e allo scouting pubblico della Regione. Il 20 gennaio Qf ha aperto la procedura di cassa. La procedura scadeva il 13 febbraio. Senza perdere un attimo, abbiamo dato disponibilità a incontri serrati, giorno e notte se necessario. Qf è sparita e ha dato disponibilità a discutere DAL 21 febbraio. 20 dicembre, 20 gennaio, 21 febbraio: così va avanti da mesi, sprecando mesi come fossero noccioline, di incontro in incontro. Incontri inconcludenti per dare l’impressione che qualcosa si discute, per non discutere di nulla. Borgomeo è uno sprecatore di mesi. Un cinico uso del tempo – deliberato o no, ognuno si faccia un’idea – con l’effetto di provare a indebolire e logorare la vertenza e il Collettivo di fabbrica.
5. Il diritto alla retribuzione è inviolabile. Non esistono “finestre di privazione retributiva” con un contratto a tempo indeterminato. Ed è il soggetto privato, l’impresa, che deve agganciare un eventuale ammortizzatore sociale. Se l’imprenditore privato – per incompetenza o pura negligenza o qualsiasi altro motivo – non è in grado di agganciare l’ammortizzatore sociale, paga il rischio di impresa, pagando gli stipendi. È un banale principio di responsabilità che vale per tutti, per noi, per voi, non per Francesco Borgomeo e per il Ministero del Lavoro, evidentemente. Con l’invenzione della cassa straordinaria retroattiva in deroga, infatti, il Ministero del Lavoro sancirebbe che si può decidere a febbraio 2023 come tu eri al lavoro e come avresti dovuto essere pagato nel 2022 (!!!).
6. Dalle visure, risulta che Pvar è diventata la controllante di Qf/Gkn Firenze al posto di Plar. Anche se il 23% del capitale sociale della Pvar è della Plar. Pvar è la seconda società creata da Borgomeo. La prima era Plar, creata nel 2021. Nel maggio del 2022, è stata creata la Pvar. La Pvar si occupa di “acquisizione di complessi, aziendali qualunque sia il loro oggetto sociale, (…) l’acquisto, la permuta, la vendita, la costruzione, la ristrutturazione di beni immobili”. L’eventuale liquidazione e questo cambio societario alludono forse ad una pura operazione immobiliare?
7. Firenze, sta succedendo di nuovo. Come alla Bekaert, come all’Electrolux. Sta succedendo ora. “Ma noi siamo ancora qua, eh già!”. Possiamo essere l’ennesimo episodio di ciò che è già avvenuto. O il precedente di quello che finalmente può cambiare. Ed è forse per questo che ci assediano: non si possono permettere un precedente. Ed è questo invece quello che ci stiamo giocando in questa vicenda. Noi ci stiamo giocando lo stipendio e il posto di lavoro. Voi tutte e tutti vi state giocando un precedente in grado di scompigliare l’intera politica di deindustrializzazione e impoverimento del paese.
8. Gli assedi a volte si rompono. Le maschere a volte cadono. La verità a volte riesce ad arrivare prima della bugia. E a volte la fabbrica riparte. Magari pubblica e socialmente integrata, mutualistica, in linea con una vera transizione ecologica. Massima allerta solidale, perché è il punto più buio della notte. Il punto più duro che però di solito precede l’alba. Massima allerta solidale, ognuno al proprio posto in questa vicenda.
Il Coordinamento Macchinisti Cargo, realtà autoconvocata e assembleare, ha proclamato il suo settimo sciopero di 24 ore in data 16-17/01/2023. Come nei precedenti scioperi abbiamo registrato una buona adesione e anche una consapevolezza ormai radicata nei colleghi e nelle colleghe circa le modalità e le motivazioni fondanti questa protesta. Avevamo richiamato l’attenzione di tutti e tutte noi nell’assemblea del 9 gennaio scorso sull’importanza di questo sciopero, ottenuto con difficoltà e determinazione, revocato e poi proclamato, per poi essere di nuovo revocato e infine proclamato ieri a causa dei continui interventi della Commissione di Garanzia. La bontà della nostra vertenza è dimostrata non solo dalle adesioni ma anche dai movimenti e dalle persone che realmente comprendono la nostra lotta, i quali si sono spesi ancora una volta nel loro tempo libero in volantinaggi, comunicati, articoli di giornale. A tutte e tutti loro va il nostro ringraziamento più sentito. Una solidarietà e un sostegno che tuttavia non deve essere considerato un qualcosa di scontato e dovuto ma, al contrario, deve responsabilizzare tutto il personale ad adoperarsi maggiormente nelle assemblee, nei volantinaggi e nel passaparola, nelle iniziative, nell’assumersi in prima persona il dovere di rimboccarsi le maniche per cambiare in meglio il nostro lavoro. Non è vero che scioperare non serve a niente, ormai solo chi è cieco non riesce a vederlo, è vero invece che solo il collettivo unito e consapevole è determinante nell’arginare la devastante trasformazione – in atto peraltro già da tempo – di lavoratrici e lavoratori in meri ingranaggi di efficienza dei processi produttivi.
Mentre tutti sono concentrati sulle giustificate manifestazioni contro la repressione e gli arresti in seguito alle proteste delle donne che si rifiutano di seguire le leggi imposte dalla religione di Ali Khamenei – con un occhio particolare ai personaggi del cinema e del calcio – e sulle condanne ed esecuzioni dei giovani che si sono uniti alle lotte, ai massmedia è sfuggito che un numero significativo di lavoratori, tecnici e dipendenti di vari settori dell’industria petrolifera e del gas si sono riuniti in diversi siti nei giacimenti petroliferi dell’Iran meridionale e hanno scioperato. Chiedono l’applicazione dell’articolo 10 della Legge nazionale sui doveri e le responsabilità del Ministero del petrolio, l’aumento dei salari e del bonus pensionistico e un miglioramento delle condizioni di lavoro. Queste proteste in diverse aree ricche di petrolio per rivendicazioni sindacali e contro le politiche distruttive e capitaliste segnano la crescente coscienza di classe della classe operaia e dei lavoratori e assumono un significato politico che va appoggiato tanto quanto le lotte sociali perché orientati a colpire gli interessi del regime fino alla caduta decisiva della dittatura teocratica al potere. Di fronte a questa situazione teniamo conto che la posizione di coloro che vedono in queste proteste unicamente l’aspetto dell’ingerenza USA è frutto di una visione eurocentrica perché un conto è essere giustamente antimperialisti, un conto è accantonare la visione di classe e l’internazionalismo proletario.