LA REPRESSIONE SIONISTA NON RISPARMIA NESSUNO

SOLIDARIETÀ ALLA COMPAGNA STEFANIA

Lunedì mattina (16/1/2023) con un intervento delle forze di repressione israeliane nel campo profughi di Dheisheh a Betlemme è stata brutalmente arrestata e picchiata la compagna Stefania, dopo alcune ore di detenzione è stata espulsa dalla Palestina.
Da sempre a fianco delle lotte politiche e sociali e alle resistenze dei popoli oppressi, Stefania si trovava in Palestina da alcuni mesi per dare solidarietà attiva alla resistenza del Popolo palestinese.
Nell’operazione dei militari sionisti, che ha visto danneggiate gravemente diverse abitazioni di resistenti palestinesi e picchiato indiscriminatamente donne e bambini, è stato ucciso con un colpo alla testa un ragazzino palestinese di 14 anni.
Obbiettivo dell’intervento era proprio l’arresto di Stefania, il potere sionista che da cento anni occupa i territori della Palestina non ammette testimoni scomodi allo stillicidio di omicidi e soprusi che ogni giorno perpetra contro la popolazione palestinese.
Tutto deve essere messo a tacere, grazie alla complicità del sistema mediatico occidentale che niente trasmette sui crimini commessi dall’entità sionista, non ultimo la disumana condizione delle centinaia di uomini, donne, bambini, detenuti nelle carceri israeliane.
La nostra concreta solidarietà alla compagna Stefania, al popolo palestinese e alla sua resistenza, solo una Palestina libera e socialista può aprire un futuro di convivenza pacifica tra popolazioni, religioni, culture.

ULPC – UNIONE DI LOTTA PER IL PARTITO COMUNISTA

18/01/23

Contro la repressione di Stato e il 41bis

Solidarietà ad Anna Beniamino e Alfredo Cospito

Anna Beniamino e Alfredo Cospito, militanti anarchici insurrezionalisti, condannati per strage alla pubblica incolumità a 20 di anni di carcere in regime di alta sorveglianza per un attentato del 2006, da loro non rivendicato, a una caserma di allievi carabinieri che non ha causato né morti né feriti.
Dall’aprile del 2022 la Corte di Cassazione, senza che siano intervenuti nuovi fatti o prove, ha riqualificato l’accusa a strage contro la sicurezza dello Stato che prevede l’ergastolo ostativo, ossia una pena senza fine che non può essere abbreviata né convertita in pene alternative, che non prevede l’accesso ad alcun beneficio di legge, a meno di non collaborare con lo Stato.
Dallo stesso mese ad Alfredo è stato applicato il famigerato art. 41bis, ossia il carcere duro, per il quale è privato di ogni diritto, perfino di leggere, informarsi, studiare, ricevere corrispondenza; due ore d’aria in pochi metri circondato da pareti in cemento; una sola ora di socialità con detenuti sottoposti a medesime restrizioni.
Una condizione da vera tortura psicofisica, una vita priva di qualsiasi prospettiva futura che ha spinto Alfredo, dal 20 ottobre scorso, a iniziare uno sciopero della fame a oltranza, fino a mettere a repentaglio la vita.
Colpisce il fatto che per le stragi sul lavoro, per le morti da lavoro, la carenza di sicurezza nelle fabbriche e nei magazzini che continua a produrre quotidianamente morti e feriti, lo Stato non trovi mai colpevoli né soluzioni a prevenirle.
Colpisce il fatto che per nessuna delle numerose stragi dei decenni scorsi, quelle con un’infinità di vittime, a partire dalla strage di piazza Fontana, sia stato scomodato il reato di strage contro la sicurezza dello Stato.
Colpisce quindi la sproporzione della vicenda di Alfredo, tanto che si sono mobilitati anche intellettuali e giuristi che hanno lanciato appelli per la sospensione del 41bis.
Colpisce, ma non stupisce perlomeno chi ha chiaro il ruolo dello Stato quale strumento della classe al potere, che oggi appare forte perché il movimento dei lavoratori è debole, frammentato e privo di un’organizzazione di classe, sindacale o politica, in grado di difenderne efficacemente gli interessi.
Per questo, consapevoli del fatto che la scelta di Alfredo si inserisce nella più ampia lotta contro la repressione, che aggredisce chi contrasta questo Stato e lotta per un mondo senza sfruttamento, indipendentemente dalle differenti collocazioni ideologiche, politiche e organizzative, esprimiamo la più ampia solidarietà di classe.

Unione di Lotta per il Partito Comunista (ULPC)

14 gennaio 2023

unionedilottaperilpartitocomunista@tutanota.com

Solidarietà ai compagni sotto processo per la scritta“Fontana assassino”

Sotto processo gli accusati di imbrattamento per una scritta

In questi giorni si apre il processo contro membri del ‘Partito dei Carc’, accusati di imbrattamento per la scritta “Fontana assassino” apparsa su un muro di Milano a maggio del 2020.
L’Unione di Lotta per il Partito Comunista, come altre realtà, sono state tra le prime a denunciare la criminale gestione della pandemia da parte del governo e della Regione Lombardia.
Sottolineando che il processo ai compagni è una delle espressioni dell’accelerazione della svolta autoritaria dei governi borghesi, svolta rafforzatasi prima con la pandemia e poi con la guerra in Ucraina, tendente a reprimere ogni voce di opposizione e a implementare un disciplinamento sociale, esprimiamo la solidarietà di classe ai militanti sotto processo.

Unione di Lotta per il Partito Comunista (ULPC)

14 gennaio 2023

unionedilottaperilpartitocomunista@tutanota.com

Ciò che sfugge ai massmedia

Mentre tutti sono concentrati sulle giustificate manifestazioni contro la repressione e gli arresti in seguito alle proteste delle donne che si rifiutano di seguire le leggi imposte dalla religione di Ali Khamenei – con un occhio particolare ai personaggi del cinema e del calcio – e sulle condanne ed esecuzioni dei giovani che si sono uniti alle lotte, ai massmedia è sfuggito che un numero significativo di lavoratori, tecnici e dipendenti di vari settori dell’industria petrolifera e del gas si sono riuniti in diversi siti nei giacimenti petroliferi dell’Iran meridionale e hanno scioperato.
Chiedono l’applicazione dell’articolo 10 della Legge nazionale sui doveri e le responsabilità del Ministero del petrolio, l’aumento dei salari e del bonus pensionistico e un miglioramento delle condizioni di lavoro.
Queste proteste in diverse aree ricche di petrolio per rivendicazioni sindacali e contro le politiche distruttive e capitaliste segnano la crescente coscienza di classe della classe operaia e dei lavoratori e assumono un significato politico che va appoggiato tanto quanto le lotte sociali perché orientati a colpire gli interessi del regime fino alla caduta decisiva della dittatura teocratica al potere.
Di fronte a questa situazione teniamo conto che la posizione di coloro che vedono in queste proteste unicamente l’aspetto dell’ingerenza USA è frutto di una visione eurocentrica perché un conto è essere giustamente antimperialisti, un conto è accantonare la visione di classe e l’internazionalismo proletario.

 

Approvata la proroga fino al 31 dicembre 2023 dell’invio di armi all’esercito ucraino

I soldi per le armi e la guerra si trovano sempre!

 

Il Consiglio dei Ministri ha approvato la proroga fino al 31 dicembre 2023 dell’invio di armi all’esercito ucraino, in piena continuità col governo Draghi. La risoluzione sarà approvata il 13 dicembre, giorno in cui il ministro della difesa Corsetto spiegherà in aula le motivazioni e i partiti voteranno.
L’Italia è in guerra a fianco degli Usa. Le missioni Nato contro la Russia partono da Pratica di Mare, utilizzando i Gulfstream E.550 che sono basati sulla piattaforma sviluppata dall’azienda statunitense Gulfstream Aerospace, appositamente modificato e potenziato dall’israeliana Elta Systems Ltd e che hanno il compito di spionaggio. Non sono semplicemente dei “radar volanti”, ma possiedono anche compiti di “gestione” delle missioni alleate nei campi di battaglia e di disturbo delle emissioni elettroniche nemiche.
Da Sigonella decollano i droni d’intelligence AGS della NATO e “Global Hawk” di US Air Force e i nuovi pattugliatori marittimi P8A “Poseidon” di US Navy e delle forze aeronavali di Australia e del Regno Unito. I dati sensibili raccolti dai “Poseidon vengono messi a disposizione delle forze armate di Kiev per pianificare le operazioni contro la Russia (esempio l’affondamento dell’incrociatore Moskva a largo di Odessa).  Dal Molin Vicenza, Aviano Pordenone, Ghedi Brescia, Coltano Pisa, Camp Derby tenuta di Tombolo di Pisa, Niscemi Caltanissetta, Cameri Novara l’Italia è armata e militarizzata per gli interessi strategici del Pentagono e della NATO ma anche per i profitti e i dividendi del complesso militare-industriale nazionale e internazionale.
Diventato ormai carta straccia, l’art. 11 della Costituzione anche il neogoverno reazionario e conservatore è in guerra a fianco della Nato, degli Usa della Ue in appoggio ad un governo nazista. E per farlo spende miliardi per l’invio di armi in Ucraina, per il riarmo e le missioni militari all’estero privando i cittadini di un servizio essenziale come la sanità pubblica di qualità. In tutti gli ospedali del Paese quegli eroi al tempo del coronavirus sono costretti a turni disumani per far fronte alla carenza di operatori sanitari e si allungano sempre più le attese di ricovero e le liste d’attesa per effettuare esami. Lo stesso vale per la scuola – gli studenti sono costretti a frequentare plessi scolastici fatiscenti e pericolosi – e per la ricerca. La legge di Bilancio si traduce in un ulteriore impoverimento del proletariato e delle masse popolari. I miliardi del PRNN soni destinati ad alimentare i profitti degli imprenditori e alla realizzazione di grandi opere inutili e dannose.
Resta all’ordine del giorno l’unità e l’organizzazione di classe e la lotta contro lo sfruttamento e l’oppressione capitalista e imperialista per porre fine al sistema barbaro che domina.

 

Palestina: affari nelle colonie

Una vera e propria complicità con i colonizzatori, in un crimine di guerra 

Recentemente il gigante francese della distribuzione Carrefour ha lanciato una catena di supermercati in Israele – dove la vita è molto cara – e in diverse delle 200 zone nei territori occupati in Cisgiordania come a Maale Adumin dove vivono 40mila coloni e ad Ariel (non lontana da Nablus) dove si sono installati in 20mila. Coloni, in gran parte di origine russa che escono dal loro mondo chiuso da filo spinato, con turni di guardia, per attaccare con sempre più violenza i palestinesi ai quali è persino impedito di usare le strade. Il partner israeliano di Carrefour, il gruppo Elco, è coinvolto nell’economia delle colonie: dalla costruzione di alloggi e lavori pubblici, alla climatizzazione di edifici, a generatori elettrici…). Difficile che Carrefour non sappia della violazione dei diritti dei palestinesi né dell’elenco che le Nazioni Unite hanno pubblicato nel 2013 di dieci “attività suscettibili di rendere le imprese israeliane o multinazionali complici di violazioni dei diritti umani in relazione alla colonizzazione del territorio palestinese”, di cui fa parte “l’offerta di servizi e prestazioni che contribuiscono al mantenimento e all’esistenza delle colonie di insediamento”. Il Primo ministro israeliano uscente, Yair Lapid, a luglio si era felicitato di questo accordo, e aveva auspicato che altre imprese della distribuzione “possano seguirne le orme”, infatti, anche il gruppo olandese Spar prevede di aprire filiali in Israele e sicuramente nei territori occupati. Una vera e propria complicità con i colonizzatori, in un crimine di guerra. 

Dalla Rsu Qf ex Gkn

Alle lavoratrici, ai lavoratori, al territorio, alle istituzioni, alle organizzazioni sindacali, lunedì 21 novembre, tutte le lavoratrici e i lavoratori, tutto il territorio, sono invitati all’assemblea permanente che si terrà presso Gkn alle h 20.30

Per sconfiggere la calunnia che grava su di noi. Una mobilitazione sociale per il lavoro viene bollata come “occupazione abusiva” per dare una patente di inagibilità al sito. Un meccanismo che inverte causa ed effetto: la lotta per il lavoro viene usata come alibi da una proprietà che non ha né lavoro né piano industriale. Questa ormai è una vicenda eccezionale, dove l’eccezione è chiamata a riscrivere la regola. Qua non c’è più tempo per il compitino. Chi pronuncia una sola parola su Gkn, è chiamato a dire come intende trasformare le parole in fatti. Nel corso dell’assemblea illustreremo le prossime iniziative, la situazione della fabbrica, i progetti di ripartenza, la nascita della Società di Mutuo Soccorso Insorgiamo, per spiegare la fabbrica pubblica e socialmente integrata.
Chi ha paura di questa fabbrica, di 300 lavoratori senza stipendio e di questa intera comunità? Non di certo noi, che questa fabbrica l’abbiamo costruita e vissuta. Non di certo il territorio che questa fabbrica l’ha difesa, conosciuta, abbracciata. Gkn è uno spazio inclusivo, sicuro, curato. Curato dagli stessi lavoratori, dalla stessa comunità. Da quei soggetti che oggi chiedono di poter mettere in campo progetti, azioni, idee per farla ripartire. Può avere paura di questa fabbrica solo chi la vuole distruggere, raggirare, ingannare. Ma se male non vuoi fare, paura non devi avere.
Che cosa è in gioco oggi in Gkn? Saremo un precedente positivo o l’ennesima beffa per un intero paese. Saremo la storia di una fabbrica che si risolleva insieme a un territorio o l’ennesima strana, torbida, operazione di deindustrializzazione silenziosa all’italiana. Come all’Electrolux, come alla Beakert, con tutta probabilità anche qua si sta verificando un meccanismo di chiusura silenziosa di un sito industriale, giocando al logoramento con chiacchiere, incontri che rimandano ad altri incontri, sbandierando concetti come reindustrializzazione e abusando di strumenti come gli ammortizzatori sociali slegati da uno scopo preciso. Ora, qua, si gioca lo scontro tra un paese che affonda nelle chiacchiere e lavoratori e comunità che colmi di dignità e competenze provano a risollevare una fabbrica come esperimento sociale collettivo e comunitario. Senza l’intervento pubblico e il progetto di fabbrica pubblica e socialmente integrata, Gkn è letteralmente spacciata.
Vi chiamiamo ancora una volta a stupire, a farvi un favore, a difendere questo nostro spazio perché sia realmente di tutte e tutti. Lunedì, riempiamo insieme l’assemblea permanente in fabbrica.

Alle h 20.30.Raccomandiamo puntualità per svolgere tutte le operazioni necessarie alla sicurezza di tutte e tutti.

Rsu Qf ex Gkn#insorgiamo

Prato: alla IronLogistics aggressioni e lotta

Dal SìCobas

Alla IronLogistics continua la lotta in difesa dell’occupazione, l’aumento delle paghe e la riduzione dell’orario di lavoro ai quali va tutta la nostra solidarietà. Una lotta attaccata sotto tutti i fronti anche attraverso l’aggressione con l’uso di squadracce fasciste utilizzate per fare desistere la protesta e garantire i profitti all’impresa.

Pubblichiamo il comunicato stampa diramato dal SìCobas

Ancora una volta un operaio finisce in ospedale mentre manifesta pacificamente per i propri diritti. Alì – uno dei ventidue licenziati della #IronLogistics – è uscito dal pronto soccorso con un trauma cranico ed una brutta ferita da taglio alla mano. Dodici giorni di prognosi che potrebbero aumentare visto che dovrà essere nei prossimi giorni visitato per valutare la necessità di un intervento chirurgico.
Ancora una volta una squadraccia organizzata da un’azienda ha approfittato della presenza di sole tre persone – gli altri si stavano dirigendo verso il Consiglio Comunale per parteciparvi – per consumare un’aggressione violenta e vile. Tra gli aggressori alcuni dipendenti “fedeli” e alcuni ignoti arrivati lì appositamente per picchiare. Alla loro testa il titolare de facto della IronLogistics Gianluca Ripoli.
Ancora una volta accade perché i protagonisti delle precedenti aggressioni sono sempre e tuttora rimasti impuniti: Gruccia Creations, Texprint. Dreamland. Una sequenza inquietante che continua a non incontrare freni.
L’aggressione aveva lo scopo di fare uscire due camion carichi di una parte dei macchinari che l’azienda ha smontato in questi giorni per procedere allo smantellamento dell’intero stabilimento.
In seguito all’aggressione è scattata l’occupazione della fabbrica. L’occupazione è terminata durante la notte dopo un lungo incontro tenutosi dentro l’azienda con il delegato del presidente della Regione Toscana Valerio Fabiani. Proprio in Regione Toscana il prossimo lunedì 21 novembre è previsto il tavolo di mediazione con la IronLogistics.
Si arriverà a questo tavolo con un operaio ferito e una fabbrica già smantellata come abbiamo potuto verificare e documentare durante le ore di occupazione. Ci aspettiamo ora che la Regione Toscana sia coerente con gli impegni presi stasera ed esprima prima e durante l’incontro di lunedì una chiara e forte posizione di condanna dell’operato dell’azienda sostenendo la richiesta di reintegro dei ventidue licenziati e il ripristino degli impianti produttivi nello stabilimento di via Ciulli 60. Proseguirà intanto ad oltranza il presidio davanti ai cancelli per impedire lo svuotamento della fabbrica.
La situazione era già gravissima prima dell’aggressione di oggi. A seguito delle nostre denunce pubbliche degli scorsi giorni l’azienda dichiarava alla stampa di non ritenersi in dovere di fornire spiegazioni in merito allo smantellamento di un impianto produttivo che impiega decine di dipendenti, arrivando a dichiarare espressamente – per il tramite del proprio legale Lisa Monni – che “Sono cose interne, sono dinamiche aziendali che riteniamo opportuno non riferire all’esterno”. Nessuna smentita o “rassicurazione” ad oggi è pervenuta dall’azienda in merito all’allarme lanciato dalla parte sindacale di star preparando un’operazione “chiudi e riapri” per eludere la vertenza sindacale oltre che agli effetti dei controlli ispettivi in corso e dei procedimenti attivati presso il Tribunale del Lavoro.
L’azienda non sarebbe nuova ad operazioni simili. La Cenci DOC di Gianluca Ripoli falliva nel 2014 con debiti fino a novemila euro per singolo lavoratore. Alla cessazione della Cenci DOC seguiva la nascita della IronLogistics, intestata formalmente alla moglie del Ripoli, con lo spostamento delle attività in via Ciulli.
Questo distretto è notoriamente affetto dalla malattia cronica dei “chiudi-e-riapri”. Gli stessi ventidue licenziati della Iron&Logistics lo sanno bene. Lo hanno già vissuto sulla propria pelle. Era il giugno del 2021 quando entravano in agitazione sindacale contro turni di 14 ore al giorno, paghe da 4 euro l’ora e la totale omissione dei contributi INPS. Anche in quel caso, la risposta della GD (precedente appalto presso cui erano impiegati) fu la recessione del contratto di fornitura di manodopera con la TopLine – società fittizia costituita al solo scopo elusivo – e lo smantellamento degli impianti produttivi di via Ettore Strobino. Fu quell’operazione – pensata per aggirare le sacrosante richieste dei lavoratori e i controlli ispettivi derivati da queste – che portò al dirottamento di macchinari e commesse presso la Iron&Logistics. Solo la mobilitazione sindacale garantì poi che insieme a macchinari e commesse la Iron&Logistics assorbisse anche i dipendenti della TopLine e che a questi fossero riconosciuti i diritti dovuti. È nel silenzio delle istituzioni che questo distretto è diventato anche terra di “delocalizzazioni interne”, dove fabbriche si “fanno e disfano” a scopi elusivi.
La battaglia dei ventidue lavoratori licenziati – ancora una volta – è una battaglia per la legalità e la dignità del lavoro in questo distretto. Il sindacato è determinato a portarla fino in fondo. La mobilitazione in questi giorni sarà permanente.

In Europa fiumi di protesta. E in Italia?

Verso lo sciopero del 2 dicembre

In Italia i sindacati di base stanno preparando (con difficoltà) lo sciopero generale per il 2 dicembre. Uno sciopero contro il carovita e la speculazione sul caro bollette, la guerra, le privatizzazioni, per l’occupazione, aumenti salariali e pensionistici, sicurezza sui posti di lavoro, per servizi efficienti, a partire dai trasporti, il diritto alla casa, per la difesa della sanità pubblica.
Le tariffe delle utenze salgono alle stelle, ma il movimento “io non pago” stenta a decollare. Mentre in altri Paesi appartenenti alla stessa Europa – praticamente oscurati dai mass-media nazionali – si svolgono scioperi di 24 ore di tutti i settori e oceaniche manifestazioni.

In Grecia i lavoratori sono scesi in piazza con il Pame – dal Pireo all’aeroporto internazionale e in almeno 60 città – contro l’aumento dei prezzi in corso, dove l’inflazione ha superato il 10% e nel settembre scorso ha toccato il 12%, mentre i prezzi del gas sono più che quadruplicati. Per i lavoratori l’alto costo della vita è insopportabile e chiedono salari più alti e protezione sociale per tutti.

In Belgio gli operai in sciopero chiedono la riduzione del prezzo dell’energia e la negoziazione dei salari per far fronte al potere d’acquisto dei cittadini. Nello sciopero del 9 novembre solo una linea metropolitana è rimasta operativa a Bruxelles dove anche il 55% dei voli in partenza è stato cancellato. L’aeroporto di Charleroi ha chiuso completamente. Anche gli ospedali hanno aderito allo sciopero lasciando funzionanti solo i pronto soccorso.

In Francia lo sciopero delle raffinerie scuote il Paese dal 20 settembre. Dopo una contrattazione collettiva tra la direzione della ExxonMobil, la più grande compagnia petrolifera del mondo, e i sindacati francesi le due raffinerie del gruppo sono entrate in sciopero, portando alla rapida chiusura di tutti gli impianti e privando il Paese del 27% della sua capacità di raffinazione. Sciopero ignorato dai media e dallo Stato sino al 27 settembre quando le raffinerie del gruppo Total – la quinta compagnia petrolifera al mondo e la più grande azienda francese – hanno scioperato. Dal 3 ottobre,“piattaforma Normandie” e bioraffineria La Mède vicino a Marsiglia sono state chiuse paralizzando il 60% della capacità di raffinazione del Paese, mentre molti altri impianti della Total sono stati bloccati dagli scioperi.

In Spagna, con lo slogan “Madrid se levanta en defensa de la sanidad pública” (“Madrid si solleva in difesa della sanità pubblica”) a Madrid il 13 novembre sono partiti simultaneamente dai quattro punti cardinali della città, nord, sud, est ed ovest, enormi cortei formati da infermiere/i, sindacati, associazioni sanitarie, servizi di assistenza primaria, concentrati poi a Plaza de Cibeles. Al centro della protesta è stata la richiesta di “una sanità pubblica al 100%, universale e di qualità” e contro “il piano di distruzione” della sanità pubblica.

Salari, occupazione e carovita sono al centro delle proteste in Gran Bretagna già dal mese di agosto (vedi categoria internazionale/movimento operaio) lanciate dagli operai del porto di Felixstowe e anche il movimento contro il carobollette si sta sviluppando.

In Italia non si sta meglio degli altri Paesi europei perché la politica di austerità imposta dalla UE, che invece spende miliardi per sostenere il regime nazista di Zelenskij, si manifesta con la disoccupazione, carovita, privatizzazioni – a partire dalla sanità – con i salari più bassi di tutta Europa.
Per questo dobbiamo intensificare il nostro lavoro politico e sindacale per respingere la nefasta influenza e l’abitudine alla delega dei sindacati confederali e dei partiti borghesi e pseudo riformisti. Organizzarsi e lottare per abbattere il capitalismo che sta dimostrando tutto il suo fallimento e che trova la sponda anche nel reazionario e demagogico neogoverno Meloni.

DOPO LO SCIOPERO GENERALE, IL 3 DICEMBRE TUTTE/I A ROMA!

3 dicembre Manifestazione nazionale

CONTRO LA GUERRA E IL CAROVITA: GIÙ LE ARMI, SU I SALARI

Sabato 3/12 ore 14 – Roma piazza della Repubblica – Manifestazione nazionale

Il governo Meloni ci sta trascinando sempre più dentro una spirale di guerra dagli esiti imprevedibili. L’Italia è evidentemente un paese belligerante e attivo nel conflitto, nonostante la grande maggioranza della popolazione sia contraria alla guerra e al conseguente forte aumento delle spese militari.
Per sostenere queste ultime, ci si chiede di aderire a una economia di guerra che si colloca in piena continuità con l’operato del precedente governo Draghi, e più in generale con tutti gli esecutivi che in questi anni ci hanno chiesto di pagare con l’austerità i costi di crisi che non abbiamo creato né voluto. Mentre i salari, le pensioni, i redditi da lavoro e gli ammortizzatori sociali sono al palo da anni, il fortissimo aumento dei prezzi per tutti i beni e servizi essenziali produce un peggioramento generalizzato delle condizioni di vita. Ormai arrivare a metà del mese è un problema, altro che alla fine…
E in questo contesto è inaccettabile che la gran parte dei sostegni vada alle grandi imprese! Altro che flat tax, taglio del cuneo fiscale, cancellazione del reddito di cittadinanza e riduzione dei servizi pubblici, controriforma della scuola e ulteriore taglio della sanità pubblica: serve che si colpiscano i grandi profitti e i patrimoni accumulati per decenni.
Le risorse ci sono, come dimostra la vicenda dei 40 miliardi di extraprofitti ottenuti con la speculazione sul prezzo del gas, e vanno messe a disposizione di salari, pensioni e per aumentare il reddito degli strati sociali più colpiti dalla crisi, in primis i precari e i disoccupati.
Anche le promesse avanzate nei mesi scorsi sul tema della conversione ecologica si sono tradotte in progetti di installazione di nuovi rigassificatori e inceneritori in diversi territori, utili al business dei soliti noti e non certo alla salvaguardia dell’ambiente. Si ricomincia a parlare di grandi opere inutili (come il Ponte sullo stretto), mentre scuole, università, strutture sanitarie, territori stravolti dal dissesto idrogeologico, dal cambiamento climatico e dalla speculazione cadono e franano letteralmente in testa alle persone che li attraversano.
In poche settimane, il nuovo governo ha già pienamente svelato la propria natura reazionaria, con l’attacco ai diritti e alle agibilità democratiche, la criminalizzazione degli immigrati e un ulteriore inasprimento della repressione del conflitto sociale e sindacale, come dimostra l’introduzione nel Codice penale del reato di occupazione abusiva e raduni illegali che rafforza e generalizza le norme repressive già esistenti.
Dai posti di lavoro alle scuole e alle università; dai movimenti per la difesa dell’ambiente alle realtà sociali e sindacali indipendenti e conflittuali: è ora di dire basta!

SI Cobas
Unione Sindacale di Base
Sindacato Generale di Base
Confederazione Unitaria di Base

seguono firme di adesione