Il Biennio Rosso del 1919-1920: lezioni per l’oggi

L’occupazione delle fabbriche e il naufragio della spinta rivoluzionaria. Il ruolo deleterio del PSI.

Il Biennio Rosso del 1919-1920 fu uno spartiacque fondamentale per la storia dei comunisti italiani.  Costituì il momento in cui la componente rivoluzionaria del Partito Socialista Italiano prese atto dell’incompatibilità con un’organizzazione politica che negava la funzione propria di un partito di avanguardia della classe operaia, fino ad arrivare alla scissione di Livorno del gennaio del 1921 e alla nascita del PCd’I.

Le ragioni alla base della rottura interna al PSI risiedettero nella straordinaria stagione di lotta, che si aprì dopo il primo conflitto imperialistico, e nell’incapacità da parte dei socialisti di dare una direzione politica alla classe proletaria.

La dirigenza del partito era massimalista, ossia propugnava il “programma massimo” della collettivizzazione dei mezzi di produzione, da ottenere con la rivoluzione. Alla fraseologia rivoluzionaria, tuttavia, non fece seguito un’azione concreta di rottura con il riformismo, come richiesto dalla frazione astensionista di Amadeo Bordigae dal gruppo de “L’Ordine Nuovo” di Gramsci, e di preparazione della classe operaia allo scontro politico con la borghesia.

Le contraddizioni politiche del PSI, il suo essere un “circo Barnum” di correnti che si poneva alla coda delle masse, si presenteranno con forza nel 1920, l’anno che vide il massimo livello di conflitto tra gli operai e il padronato. La grande borghesia doveva difendere i propri margini di profitto durante la riconversione post-bellica ed era incalzata dall’organizzazione operaia nelle fabbriche: le commissioni interne e i Consigli di fabbrica, che costituivano organismi diretti in prima persona dai lavoratori. La loro importanza politica fu colta da Antonio Gramsci e ripresa dall’Ordine Nuovo, che vedeva nei Consigli “il modello dello Stato proletario”.

Nel 1920, dopo numerose e dure vertenze, tra cui lo “sciopero delle lancette” nella primavera dello stesso anno, riesplose lo scontro tra la classe operaia e gli industriali in occasione del rinnovo del contratto dei metalmeccanici e l’occupazione delle fabbriche.

In estate la FIOM aveva presentato una serie di rivendicazioni come aumenti salariali, unificazione delle tariffe di cottimo e un sistema d’indennità contro il caroviveri. La controparte rifiutò di aprire una trattativa. In gioco non c’eranosolo interessi specifici sul piano economico, ma la stessa dinamica di potere data dai rapporti di produzione capitalistici. I padroni erano determinati a mettere fine all’autonomia politica della classe operaia sviluppatasi dentro le fabbriche.

Dal 20 agosto la Federazione Italiana Operai Metallurgici rispose con una strategia ostruzionista dentro gli stabilimenti, per indebolire la produzione. Dal 31 agosto il padronato contrattaccò con la serrata, ma a quel punto gli operai passarono all’occupazione delle fabbriche.

Dai primi giorni di settembre gli stabilimenti furono presidiati armi in pugno, si formarono nuclei di Guardie Rosse, la lotta si estese alle campagne e ad altre categorie, come quella dei ferrovieri, ripresentando una situazione di mobilitazione di massa analoga a quella del ’19.

In risposta la borghesia chiese al governo Giolitti di intervenire militarmente contro le fabbriche occupate, animata dalla volontà di definire una volta per tutte i rapporti di forza tra le classi. L’esecutivo italiano, consapevole della forza del movimento operaio e della difficoltà dell’apparato dello Stato di gestire un movimento che poteva estendersi con caratteri insurrezionali, preferì adottare una strategia di logoramento e mediazione, sapendo di potere contare sull’orientamento riformista della CGdL e sulla paralisi del PSI.

Ciò è quanto si verificò il 10 e l’11 settembre, quando si riunì la direzione nazionale della Confederazione Generale del Lavoro insieme a quella socialista. La discussione fu il punto di svolta drammatico di tutta la vicenda e mise in luce l’inconsistenza del massimalismo.

Il dibattito vide principalmente due posizioni distinte, da un lato la mozione della Camera del Lavoro milanese a firma Schiavello-Bucco, secondo cui il Partito Socialista doveva prendere la direzione del movimento operaio e porre la questione della conquista del potere politico per la socializzazione dei mezzi di produzione. Passò, invece, la linea riformista promossa dal segretario D’Aragona, seppure con leggerissimo scarto.

La dirigenza sindacale, incalzata dalla radicalità della vertenza in atto e dal tema del potere operaio, non poté non assumere le parole d’ordine del controllo sociale sulla produzione, ma le declinò nel senso di una riforma del rapporto tra capitale e lavoro, piuttosto che un suo rovesciamento. L’intento, dunque, era quello di riportare lo scontro di classe dentro i perimetri del progressismo riformista, rigettare la proposta di generalizzare l’occupazione delle fabbriche ed escludere il tema della conquista del potere politico. Lo storico leader della CGdL sfidò apertamente il PSI sulla possibilità di spingere l’occupazione degli stabilimenti alla rivoluzione. Il segretario socialista Gennari, tuttavia, rifiutò la proposta provocatoria di D’Aragona, e rimise il partito alla volontà della Confederazione del Lavoro.

Di fronte all’isolamento politico e alla mancanza del sostegno sindacale il movimento operaio perse determinazione e la FIOM finì per sedersi al tavolo delle trattative con il padronato. Il controllo collettivo sulla produzione non si realizzò mai, tantomeno fu il preludio alla socializzazione dei mezzi di produzione come sbandierato retoricamente dai riformisti. Piuttosto al Biennio Rosso seguirà quello “Nero”, la borghesia passerà il governo al fascismo.

Pure nel caso dell’occupazione delle fabbriche il bilancio che fu svolto dai rivoluzionari fu analogo a quello del 1919, ossia ci si era trovati di fronte a una situazione potenzialmente rivoluzionaria, però era mancata la direzione politica da parte del partito.

Gramsci sulle pagine dell’Ordine Nuovo sarà molto chiaro sull’abdicazione del PSI dal suo ruolo. Il 9 ottobre 1920, poche settimane dopo la chiusura della vertenza dei metalmeccanici, sull’Ordine Nuovo scriverà “Il Partito socialista si dice assertore delle dottrine marxiste; il partito dovrebbe quindi avere, in queste dottrine, una bussola per orientarsi nel groviglio degli avvenimenti (…) Il Partito socialista, che si proclama guida e maestro delle masse, altro non è che un povero notaio che registra le operazioni compiute spontaneamente dalle masse; questo povero Partito socialista, che si proclama capo della classe operaia, altro non è che gli impedimenta dell’esercito proletario.

Se questo strano procedere del Partito socialista, se questa bizzarra condizione del partito politico della classe operaia non hanno finora provocato una catastrofe, gli è che in mezzo alla classe operaia, nelle sezioni urbane del Partito, nei sindacati, nelle fabbriche, nei villaggi, esistono gruppi energici di comunisti consapevoli del loro ufficio storico, energici e accorti nell’azione, capaci di guidare e di educare le masse locali del proletariato; gli è che esiste potenzialmente, nel seno del Partito socialista, un Partito comunista al quale non manca che l’organizzazione esplicita, la centralizzazione e una sua disciplina per svilupparsi rapidamente, conquistare e rinnovare la compagine del partito della classe operaia, dare un nuovo indirizzo alla Confederazione Generale del Lavoro e al movimento cooperativo”.

L’intervento di Gramsci non era un semplice atto d’accusa verso il PSI, ma esprimeva l’esigenza della scissione. Individuò un Partito Comunista, che viveva già all’interno di quello Socialista, e indicò la necessità di dargli “un’organizzazione esplicita”.

L’obiettivo si sarebbe concretizzato il successivo 21 gennaio 1921 con la fondazione del PCdI.

Il bilancio del Biennio Rosso e la fondazione del Partito. Insegnamenti attuali.

Gli avvenimenti del ’19-’20 rappresentano un insegnamento molto importante, perché offrono un esempio di situazione potenzialmente rivoluzionaria nel contesto italiano. La crisi profonda del capitalismo, sfociata nel primo conflitto imperialistico, determinò l’esplosione di un acuto conflitto di classe. Si registrarono un grande protagonismo delle masse proletarie e la condizione favorevole di uno Stato borghese indebolito. Ciò che mancò fu una direzione politica della classe operaia, che si trovò schiacciata dal riformismo della CGdL e dal massimalismo sterile del PSI.

Al contrario, i comunisti seppero cogliere l’eccezionalità di un conflitto sociale capace di travalicare gli organismi sindacali e socialisti, pure non dimenticando il ruolo dirigente del partito. Rispetto al movimento di occupazione delle fabbriche, difatti, c’era la piena consapevolezza della sua inevitabile sconfitta, nel caso in cui non si fosse spostato l’obiettivodal piano economico a quello politico della presa del potere.

Dall’esperienza del Biennio Rosso, l’avanguardia della classe operaia ebbe una spinta importante per mettersi sulla strada della propria organizzazione indipendente e rivoluzionaria. Maturò infatti la necessità di separarsi non solo dal riformismo, ma anche da massimalismo che rappresentava l’opportunismo tipico italiano del movimento operaio.

L’amaro esito dell’occupazione delle fabbriche, fu, a fianco dell’impulso che veniva da Lenin e dall’Internazionale Comunista, l’evento che rese inevitabile la scissione del Partito socialista e la fondazione del nuovo partito del proletariato del nostro paese, il Partito comunista, pienamente consapevole dei propri obiettivi, dei mezzi e dei tempi necessari per giungere alla rivoluzione.

Senza un simile strumento la classe operaia potrà anche conoscere momenti di straordinaria coscienza, come quella manifestata durante l’occupazione delle fabbriche, ma non sarà in grado di elevarsi da sola al piano politico della presa del potere per il rovesciamento dei rapporti capitalistici e si troveràsempre disorganizzata nello scontro con lo stato borghese, come avvenne nel 1920.

La lezione storica del Biennio Rosso, tuttavia, rischia di rimanere un’affermazione astratta del principio del partito, se non si attualizza il problema dell’avanguardia politica; infatti sono enormi le differenze rispetto a cento anni fa.

All’epoca ci si trovava di fronte a una situazione di gravissima sofferenza materiale determinata dalla guerra; sul piano della lotta economica la classe operaia dimostrava una coscienza avanzata, la teoria comunista aveva conquistato un’enorme autorevolezza grazie al trionfo della Rivoluzione d’Ottobre e poteva alimentarsi del radicamento di massa dei partiti socialisti.

Il contesto attuale, invece, è opposto sotto diversi aspetti e vede l’assenza di uno scenario post-bellico, la disarticolazione della classe operaia prodotta dalla ristrutturazione produttiva del capitale e la sconfitta temporanea del socialismo, che ha permesso alla borghesia di sviluppare una significativa operazione di egemonia ideologica, politica e culturale.

La ricostruzione comunista, dunque, deve trovare forme originali e adeguate alle condizioni attuali.  L’unico percorso possibile per dare una risposta alla frantumazione odierna è quello dell’avvicinamento e della progressiva integrazione tra gruppi, collettivi, singoli elementi comunisti, proletari rivoluzionari. Una paziente ricostruzione di legami che deve passare attraverso il dibattito aperto, il confronto e la condivisione di una pratica comune.

L’unità si dovrà sostanziare nella costruzione di un centro politico coeso, dotato di un chiaro orientamento ideologico e politico, in grado di centralizzare e coordinare le attività, di formare quadri e raccogliere gli elementi più avanzati tra i proletari e ilavoratori sfruttati, con l’obiettivo di colmare la distanza con il movimento operaio. Quanto tratteggiato non potrà che articolarsi in un processo non breve, dato il livello di dispersione politica di oggi, per costruire una forma organizzativa comunista intermedia, fino ad arrivare, quando ci saranno le condizioni, alla formazione del Partito.

Gennaio 2021

La Commissione politica di Coordinamento Comunista Lombardia, Coordinamento Comunista Toscano, Piattaforma Comunista – per il Partito Comunista del Proletariato d’Italia

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