“C’erano 2.000 morti ammazzati, dei quali tutti i poteri portavano una responsabilità diretta o indiretta”. Tina Merlin

Clementina ‘Tina’ Merlin (1926-1991), staffetta partigiana con il nome ‘Joe’, antifascista, militante del Pci e giornalista de ‘L’Unità’.
Tina scrisse il libro “Sulla pelle viva” Come si costruisce una catastrofe. Il caso del Vajont [La Pietra, Milano, 1983].
La memoria di questo disastro è legata a Tina che prese parte alle lotte per denunciare il rischio idrogeologico insito nella costruzione della diga e, dopo l’immane tragedia, per far emergere le responsabilità e le colpe della potente Società Adriatica di Elettricità (SAdE) e dei suoi dirigenti.
Fin dal 1955, Tina seguì la costruzione della diga e le proteste degli abitanti di Erto e Casso, paesini nei pressi del bacino idroelettrico. Nel 1959, il presidente della SAdE, Vittorio Cini, la portò in tribunale per turbamento dell’ordine pubblico. “Magari avessi turbato l’ordine pubblico!”, disse Tina alcuni anni dopo.
Continuò a dar voce alle popolazioni e ai comitati. La tragica “anticipazione” si avverò quando una frana cadde nel bacino provocando l’ondata che si abbatte prima su Erto e Casso, poi sui paesi a fondo valle tra cui Longarone, provocando 1.917 Vittime.
Prima e dopo la strage, Tina fu calunniata e denigrata. Si trattò di poteri forti, di politici e giornali, veri e propri mascalzoni, che accusarono Tina di sciacallaggio per aver denunciato sin dall’inizio le responsabilità padronali e di Stato.
A sentire ancora oggi le dichiarazioni di politicanti di prim’ordine, dal capo di Stato alla presidente del Consiglio, tornano alla mente le parole di Tina “L’Italia ha un grande cuore… che batte solo per piangere sulle disgrazie, mai per prevenirle”.
PER il suo lavoro, la sua professionalità, il suo impegno, Tina è ancora con noi e noi abbiamo il dovere di ricordarLa.