Depositi scorie nucleari, un pericolo che ci deve far riflettere

Il 5 gennaio dopo oltre sei anni, durante i quali tutti i documenti erano secretati, è stato reso pubblico dalla Sogin (società pubblica incaricata della dismissione degli impianti nucleari e della messa in sicurezza dei rifiuti radioattivi) l’elenco di 67 aree selezionate in Italia, idonee ad ospitare il Deposito Nazionale dei rifiuti radioattivi, su imposizione dell’UE, a seguito della direttiva 2011/70 approvata anche dal nostro Paese, pena la di procedura di infrazione. 

Le regioni individuate come idonee sono: Piemonte, Toscana, Lazio, Puglia, Basilicata, Sardegna e Sicilia.

L’Ente di controllo, ex Ispra, ha fissato 25 criteri, dando vita ad una classificazione sulla base di diversi livelli di idoneità. L’obbligo è quello di individuare un luogo ed un’area di 110 ettari dove costruire il deposito per i rifiuti radioattivi a bassa e media attività, sia per quelli situati nei depositi temporanei delle centrali nucleari sia per quelli che derivano dalle attività industriali, dalle attività di ricerca e dalla medicina nucleare.

La richiesta è di riportare le scorie date in deposito temporaneo ad altri paesi europei laddove sono stati generati. In tutto saranno stoccati entro 90 costruzioni in calcestruzzo armato 95mila metri cubi di rifiuti radioattivi.

Attualmente i rifiuti radioattivi sono custoditi in una ventina di siti che corrispondono alle quattro centrali nucleari dismesse a seguito del referendum del 1987: Caorso (Piacenza), Trino Vercellese, Latina e quella sul fiume Garigliano nel Casertano (già dismessa nel 1982). È presente anche un impianto di “fabbricazioni nucleari” ad Alessandria e tre impianti di ricerca sul ciclo del combustibile a Vercelli, Roma e Matera. Sogin cura anche lo smantellamento del reattore ISPRA.

Il Deposito verrà inserito in “un parco tecnologico” di 40 ettari che comprenderà anche i rifiuti ad alta intensità che vi potranno stazionare provvisoriamente (per un massimo di 50 anni) per poi essere spostati in un deposito geologico sotterraneo costruito in un paese europeo da identificare, che accoglierà le scorie di più Stati per migliaia di anni.

La spesa prevista per la costruzione del deposito, che dovrà avvenire in 4 anni, è di circa 900 milioni di euro e verrà finanziata attraverso il prelievo di una parte della bolletta dell’energia elettrica (componente tariffaria A2RIM), che copre già i costi dello smantellamento degli impianti nucleari.

Al fine di selezionare l’area idonea per ospitare il Deposito Nazionale è stata introdotta una procedura consultativa che prevede varie fasi: prima una consultazione pubblica negli enti locali interessati e, in mancanza di assenso sulla base del decreto legislativo 31/2010, verranno aperte trattative bilaterali con le Regioni. Se anche in questo modo non sarà raggiunto un accordo verrà convocato un tavolo interistituzionale e, qualora anche questo fallisca interverrà il ministero dello Sviluppo economico con decreto.

Questo a seguito del cosiddetto “disastro di Scanzano” che nel 2003 vide una forte mobilitazione della popolazione, unita alle autorità locali, contro un decreto legge dell’allora governo che individuò in Basilicata l’area per la costruzione del Deposito.  Fu una della più grandi manifestazioni degli ultimi anni auto- organizzata, attraverso la quale la popolazione riuscì a rigettare il progetto.

Al momento, fatta eccezione per il sindaco leghista Daniele Pane, del comune di Trino Vercellese la stragrande maggioranza delle popolazioni e dei comuni (tra i quali il maggior numero è in Piemonte) ha alzato un vero e proprio muro, nonostante la promessa di importanti compensazioni economiche. Le preoccupazioni sono molte per la sicurezza e la salute sia dei cittadini che del territorio. Le rassicurazioni di operare in virtù di criteri di alta sicurezza non ci convincono affatto, e legittimamente non convincono nemmeno cittadini e sindaci. 

Nel nostro paese la sicurezza è ormai una vera e propria chimera basti pensare alla recente sentenza della Corte di Cassazione sulla strage di Viareggio che l’8 Gennaio ha decretato l’esclusione dell’aggravante della violazione delle norme di sicurezza sul lavoro che di fatto sancisce la subordinazione della sicurezza alle logiche di mercato e ne legittima i tagli. Il nostro è uno Stato imperialista fondato sulle stragi, uno stato che avvalla i profitti di pochi contro la salute di molti, uno Stato che legittima politicamente e giuridicamente chi volontariamente non fa sicurezza. In un simile scenario come affidarci a chi mette in pericolo la nostra vita ogni giorno? Il nucleare è molto pericoloso e pensare che la gestione e il controllo del Deposito Nazionale delle scorie sia gestito da un tale Stato non può essere né rassicurante né rincuorante.

Il nostro Paese è densamente popolato, non ci sono grandi aree lontane dai centri abitati. Molti territori per la loro ubicazione o per la loro conformazione non sono indicati: i luoghi sismici, le isole, le aree vicine ai fiumi, le zone di pregio artistico protette. Per non parlare, poi, di tutti quei territori dove l’inquinamento è  molto elevato. Purtroppo, però sono state individuate quali zone possibili proprio le isole, l’area di Taranto, le aree della sismica Basilicata e la Sardegna storicamente utilizzata come una colonia su cui piazzare basi e depositi militari.

Molto timore ancora generano le zone militari dove sono tenute le armi nucleari controllate dal ministero della difesa e sottoposte a riserbo.

Non si può pensare che uno Stato che è un apparato al servizio dei “poteri forti” sia in grado di tutelare la popolazione di fronte ad una potenza quale gli USA. Nella Base di Camp Darby, sono presenti rifiuti radioattivi, ma non c’è modo di sapere quante scorie ci sono e di che tipo. All’appello mancano ben 350 metri cubi di scorie solide ad alta attività di terza categoria, le più pericolose. “Per caso” sono state seppellite dalle forze armate nelle miniere di Pasquasia in Sicilia e in provincia di Benevento, naturalmente senza mettere al corrente la popolazione. E come non citare il deposito di scorie radioattive all’interno del poligono militare di Teulada, in Sardegna, stoccate dal 2014 in un capannone fatiscente? Alla faccia della sicurezza! Poi ci vogliono far credere per bocca di scienziati di “alto profilo” che si muore di tumori per cause genetiche o perché abbiamo un cattivo stile di vita! E quante di queste malefatte ricadono sulla testa di ignari cittadini che si trovano nei loro terreni, sepolti, rifiuti nucleari? Mai vengono rese note le cause di morte, che sono sempre più numerose. Ciò ci fa anche capire il legame che esiste fra i rifiuti nucleari e le armi nucleari e convenzionali (ad es. i proiettili ed i missili ad urano impoverito ricavato dai rifiuti radioattivi).

L’ energia nucleare non è una risorsa utile agli esseri umani perché oltre ad essere molto pericolosa, per le conseguenze nefaste della radioattività, impone immensi e irrisolvibili problemi per lo smaltimento delle scorie in sicurezza, che rappresentano una minaccia per la sopravvivenza dell’intera umanità. A dimostrazione di quanto detto ricordiamo gli studi presentati al primo summit Iaea (International Atomic Energy Agency)  di Vienna del 2020, da  oltre 2000 esperti di 130 paesi e 35 organizzazioni internazionali. Hanno messo in dubbio le promesse di sicurezza fatte sia sul “terrorismo nucleare” (le c.d. “bombe sporche” fabbricate con materiale radioattivo) sia sull’uso “pacifico” della scienza e della tecnologia nucleare, in crescita. Il problema è relativo alla supposta inadeguatezza dei modelli attuali di stoccaggio. Fra i molti e complessi problemi è stata rilevata un’accelerazione nella corrosione dei materiali, dovuta ai cambiamenti chimici e all’interazione dei materiali stessi, che ha indotto gli scienziati a sollecitare l’adozione di nuovi modelli, più sicuri.

Se bloccassimo da subito l’uso dell’energia nucleare, per centinaia di anni dovremmo comunque occuparci dello smaltimento delle scorie prodotte fino ad ora. Siamo convinti, infatti che, questa, come del resto le tecnologie wireless e in particolare quelle di nuova generazione, non siano compatibili con la salute e la sicurezza di cittadini e lavoratori, tanto più nel sistema capitalista dove il profitto è anteposto alla vita collettiva è anteposta al profitto. I comunisti hanno un’idea di progresso che mette al primo posto il diritto dell’essere umano a crescere, lavorare e vivere in un ambiente salubre dove siano preservate la salute e la sicurezza.  Le tecnologie che non rispondono a questi requisiti devono essere bandite anche a costo di fare un passo indietro rispetto a quanto ora è definito” progresso per l’uomo”. Siamo necessariamente costretti a ripensare il futuro per il bene della collettività e del pianeta. Un futuro che non sia più sottoposto alla legge del profitto, ma a quello del soddisfacimento delle esigenze materiali e culturali della società, del rispetto degli equilibri naturali.

10-02-2021

Gruppo Ambiente della commissione capitale lavoro ambiente

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