PALESTINA LIBERA DAL FIUME AL MARE

Testo del volantino distribuito il 30 novembre alla manifestazione di Roma

SCONFIGGERE IL SIONISMO E L’IMPERIALISMO

Continua il criminale genocidio del Popolo Palestinese da parte dell’entità sionista e dell’imperialismo yankee è cominciata l’invasione del Libano e continuano i bombardamenti sulla Siria, tutto questo con l’appoggio incondizionato dell’occidente.
Solo l’asse della Resistenza palestinese, libanese, irachena e yemenita può sconfiggere l’imperialismo occidentale e il suo avamposto sionista.
Nonostante il genocidio in corso, oltre 50.000 morti, i due obiettivi dei sionisti e dell’imperialismo statunitense: la liberazione degli “ostaggi” e la distruzione della Resistenza Palestinese, ad oggi non sono stati raggiunti. La Resistenza e tutto il Popolo Palestinese stanno dimostrando il loro valore e riescono a causare all’esercito sionista grandi perdite e a rallentare se non sconfiggere tutti i tentativi di invasione e di repressione.
In Palestina si sta consumando una resistenza non solo all’occupazione coloniale sionista dei territori di Palestina ma anche verso le mire espansionistiche dell’imperialismo occidentale, si sta concretizzando uno scontro di classe tra la popolazione proletaria oppressa e assassinata dall’occupante e la borghesia palestinese complice e asservita al padrone sionista, rappresentata politicamente dall’ANP.
I comunisti e gli antiimperialisti italiani devono essere al fianco della Lotta di Liberazione del Popolo Palestinese, la loro resistenza e la loro lotta devono essere la nostra resistenza e la nostra lotta, solo con la sconfitta del sionismo può nascere lo Stato libero di Palestina.
Il 30 novembre saremo ancora in piazza a Roma a manifestare il nostro appoggio alla Lotta di Liberazione in Palestina, il nostro sostegno alla popolazione, il nostro riconoscimento degli obiettivi che la Resistenza si è data, Palestina Libera Dal Fiume Al Mare.
Dobbiamo criticare fortemente le forze che si rifanno al movimento comunista e di classe, che anche in questa occasione, come già avvenuto per il 5 ottobre, contribuiscono alla divisione della piazza, dando supporto alla parte istituzionale dei Palestinesi in Italia per un secondo corteo lo stesso giorno nella stessa città, questo indebolisce tutta l’opposizione contro il nemico sionista e imperialista.
Crediamo invece importante, per il riconoscimento della Resistenza e per la sua vittoria sul sionismo, lavorare per avere un’unità di piazza anche con posizioni diversificate, pur nella consapevolezza che la lotta contro la borghesia palestinese non si debba fermare fino alla vittoria.

Per una Palestina libera. Per una Palestina Rossa

ULPC UNIONE DI LOTTA PER IL PARTITO COMUNISTA

http://www.unionedilotta.wordpress.it ulpc@autoproduzioni.net

Essere radicali, nel senso di andare alla radice del problema! Il problema è il regime capitalista, la soluzione è la trasformazione dell’attuale formazione economico-sociale nel sistema sociale che cancella sfruttamento e oppressione. Per questo, c’è bisogno dei comunisti organizzati in grado di trasformare le lotte di difesa, di resistenza, rivendicative, in lotta per il socialismo.

Unione di Lotta per il Partito Comunista propone a comunisti e comuniste, alle avanguardie nei luoghi di lavoro, agli operai avanzati e agli studenti impegnati nella lotta di classe, un percorso/processo/progetto per costruire l’Organizzazione oggi, come base e condizione per la ricostruzione del Partito. Un lavoro complesso e difficile, per spezzare ogni logica settaria, divisiva, localistica, per spazzare la frantumazione del movimento comunista nel nostro paese.

Per il 1° Maggio l’appello lanciato dai sindacati dei lavoratori di Gaza

Diffondiamo l’appello dalla Palestina dell’Unione Generale dei Lavoratori 

Cari compagni nei sindacati dei lavoratori in Europa, con il cuore pieno di dolore e di sangue, nei campi profughi, tra le macerie e sulle rovine delle nostre officine, fabbriche e negozi completamente distrutti dall’aggressione “israeliana” con armi di fabbricazione statunitense ed europea, proibite a livello internazionale, rivolgiamo questo nuovo e urgente appello a voi.
Invece di festeggiare insieme il giorno internazionale dei lavoratori, viviamo questo giorno mentre siamo occupati a seppellire decine di coloro che cadono martiri ogni ora, in mezzo a una guerra di sterminio contro il nostro popolo, in cui ogni cosa nel territorio è devastata, dagli ospedali e strutture sanitarie, alle scuole, università, strade, infrastrutture e fabbriche. Neanche i bambini non ancora nati sono risparmiati dai bombardamenti israeliani.
Viviamo il crimine del secolo perpetrato contro di noi, e questa guerra distruttiva e le sue catastrofiche conseguenze sul campo, economiche e di vita quotidiana, ci costringono, come sindacati dei lavoratori e delle professioni a Gaza, ad assumerci grandi responsabilità nel raccogliere le macerie del nostro popolo, medicare le sue ferite e dolori, e il nostro ruolo nel trasmettere l’immagine di questa sofferenza senza precedenti e della catastrofe umanitaria e ambientale.
Noi, del nostro popolo, non abbiamo potuto e non possiamo più dissociarci da questa realtà. Abbiamo perso migliaia di lavoratori. Nonostante i nostri sforzi nell’aiutare il nostro popolo con il limitato supporto che riceviamo e nel far sentire alta la voce del nostro popolo nelle sedi internazionali, ci siamo scontrati con silenzio e indifferenza da parte dei sindacati internazionali.
A onor del vero va riconosciuto il ruolo importante di alcuni sindacati esteri che hanno guidato localmente le proteste contro la guerra di sterminio sionista su Gaza.
Cari compagni dei sindacati e delle federazioni dei lavoratori, una serie di temi emersi durante l’aggressione vanno sottolineati. In particolare:
1) La gravità del crimine e dello sterminio commesso contro il nostro popolo e la vera posizione degli Stati Uniti e dell’Europa, favorevoli all’aggressione, devono essere esposti e denunciati dai sindacati e dalle federazioni, così da affrontarli e contrastarli. È necessario continuare la protesta, diffonderla e esercitare pressioni per porre fine all’esportazione di armi statunitensi verso l’entità sionista, e per spingere i governi capitalisti ad abbandonare queste posizioni ostili al popolo palestinese.
2) Vanno denunciate le decisioni di licenziare o terminare i contratti di migliaia di dipendenti e lavoratori a Gaza da parte di alcune istituzioni locali, arabe e internazionali, legate alla guerra di sterminio o finalizzata a privare i lavoratori dei loro diritti e indennità, invece di rafforzare il sostegno a questi dipendenti e lavoratori e attuare pacchetti di supporto al posto del licenziamento. Questo argomento deve essere al centro delle vostre preoccupazioni e lotte.
3) Va denunciato l’atteggiamento remissivo dei sindacati internazionali, inclusa l’Internazionale dei Lavoratori, che si è distinta per posizioni leggere e dichiarazioni di facciata, senza azioni concrete sul campo mirate a pressare i decisori politici e a fermare la guerra di sterminio. Le attività sindacali si sono limitate alle conferenze e alle dichiarazioni, senza approfondire la questione del soccorso o influenzare l’opinione pubblica internazionale per denunciare la vera natura criminale del sionismo e le pratiche dei paesi alleati. Questo problema deve essere affrontato con l’adozione di una posizione efficace e decisa, che si imponga a livello internazionale. Tra le azioni necessarie c’è la lotta per vietare ai sindacati dei lavoratori di tutto il mondo di collaborare con l’entità sionista, considerandola complice nella guerra di sterminio.
In particolare, chiediamo ai sindacati di tutto il mondo, e specialmente a quelli attivi in Europa e negli Stati Uniti, di prendere la decisione di boicottare l’attività economica per protesta contro il loro ruolo nella guerra di sterminio. L’ impatto che i sindacati possono avere negli Stati Uniti e in Europa è significativo, e dovrebbe essere tradotto in un forte supporto sul fronte umanitario per centinaia di migliaia di famiglie di lavoratori, che hanno perso le loro case o le loro fonti di sostentamento, contribuendo a progetti e fondi di assistenza per i lavoratori e assicurando loro sicurezza finanziaria temporanea, in coordinamento con i sindacati palestinesi e l’Internazionale dei Lavoratori, per alleviare la sofferenza di centinaia di migliaia di nostri cittadini.
Cari compagni, vi esortiamo ad essere la nostra voce, la nostra arma e le nostre voci in tutte le capitali del mondo. Ciò che il nostro popolo e i lavoratori, in particolare, subiscono è la peggiore catastrofe conosciuta dall’umanità nel XXI secolo. Questo vi addossa la responsabilità di far sentire la nostra voce e la voce dei nostri operai affamati a tutti, non solo ai vostri popoli e governi, ma al mondo intero. C’è una nazione sotto il fuoco di ogni tipo di munizioni, ma è determinata a vivere e a resistere, e a ricostruire la desolazione che si è creata con la sua pelle, il suo sangue e i suoi sacrifici.
Grazie per i vostri sforzi e buona Festa del Lavoro. Sicuramente, porteremo il vessillo della vittoria nonostante il massacro e la distruzione.

Dai vostri compagni, i sindacati dei lavoratori e delle professioni nella Striscia di Gaza

Bashir Al-Sisi, Membro della Segreteria Generale dell’Unione Generale dei Lavoratori Palestinesi – Gaza

Appello dei lavoratori palestinesi per la giornata della terra

Un Appello dai sindacati dei lavoratori palestinesi

Lottando per la nostra terra. Lottando per la nostra libertà

Il 7 marzo, l’esercito israeliano ha bombardato la sede centrale della Federazione Generale dei Sindacati Palestinesi (PGFTU) nella Città di Gaza. La sede della PGFTU forniva servizi cruciali, tra cui un asilo per 380 bambini e un panificio che serviva molte famiglie. Questa è stata la terza volta che la sede generale della PGFTU ha subito tale distruzione, con precedenti attacchi durante il bombardamento israeliano di Gaza nel 2014.
Oltre all’edificio principale, sono state anche distrutte tre sedi PGFTU nel quartiere di Al-Rimal e a Via Yarmouk. Questo attacco non solo ha colpito gli edifici – ha colpito i mezzi di sussistenza e i diritti dei lavoratori palestinesi. Tuttavia i lavoratori palestinesi restano risoluti: perseveremo nella nostra lotta per la giustizia e la dignità.
Mentre ci prepariamo a celebrare la Giornata della Terra palestinese il 30 marzo e l’anniversario della Grande Marcia del Ritorno del 2018, continuiamo a incoraggiare i sindacati e i lavoratori di tutto il mondo a stare al nostro fianco. Chiediamo a tutte le persone di coscienza di porre fine alla complicità con i crimini di Israele, iniziando con l’immediata cessazione del commercio di armi.
La Giornata della Terra e le commemorazioni della Grande Marcia del Ritorno hanno entrambe un significato profondo per il nostro popolo, in quanto ricordano la nostra lotta duratura per la giustizia e la realizzazione dei nostri diritti inalienabili. Di fronte al genocidio israeliano e ai tentativi di pulizia etnica di Gaza, è indispensabile riaffermare la centralità del diritto al ritorno per tutti i palestinesi. La maggior parte dei palestinesi, compresi quelli di Gaza, sono rifugiati il cui diritto al ritorno alle loro case originarie rimane al centro della lotta palestinese.
Mentre ci prepariamo a osservare queste commemorazioni, ci troviamo di fronte alla straziante situazione di Gaza. I bombardamenti ininterrotti e le tattiche intenzionali di affamamento di Israele rivalano la natura genocida della sua aggressività, e infliggono le ripercussioni più pesanti sui lavoratori. L’evacuazione forzata dei palestinesi dalla regione settentrionale di Gaza, insieme agli attacchi indiscriminati contro gli sfollati e le infrastrutture vitali, sono un chiaro tentativo di pulizia etnica, una continuazione della Nakba del 1948.
Workers in Palestine è un coordinamento di 30 sindacati dei lavoratori e associazioni professionali palestinesi che hanno lanciato un appello unitario per porre fine a ogni complicità e a smettere di armare “Israele”.
Prendiamo nota delle dichiarazioni e delle azioni del movimento sindacale in risposta all’appello iniziale dei sindacati palestinesi in ottobre e rendiamo omaggio a tutti coloro che si sono schierati al fianco del popolo palestinese. Questi gesti di solidarietà, sia nelle parole che nelle azioni, sono la continuazione della grande tradizione dell’internazionalismo sindacale. Tuttavia, è necessario fare di più: durante la Giornata della Terra chiediamo un’intensificazione delle azioni per porre fine al genocidio. È indispensabile minare non solo la vendita e il finanziamento di armi a Israele, ma anche il trasporto di queste armi e di altri materiali chiave utilizzati dall’esercito israeliano per imporre il suo brutale e illegale assedio.
Chiediamo ai lavoratori e ai sindacati di tutto il mondo di mobilitarsi per la Giornata della Terra 2024 tramite:
– Il rifiuto di partecipazione nella produzione e nel trasporto di armi destinata a/o provenienti da Israele
– interrompendo la logistica delle operazioni militari di Israele, possiamo impedire la sua capacità di esercitare ulteriori violenze contro il nostro popolo.
– Il confronto della complicità governativa nel perpetuare l’aggressione di Israele. Ciò include la contestazione del rilascio di licenze per il commercio di armi, e proteste presso i Ministeri della Difesa e degli Esteri.
I governi devono essere ritenuti responsabili del loro ruolo nel facilitare il genocidio di Israele.
L’intensificazione di tutte le azioni sindacali efficaci – approvazione di mozioni, agitazione nei luoghi di lavoro, organizzazione di sessioni di educazione e creazioni di network.
Nonostante l’orrore del genocidio perpetrato da Israele e dei suoi crimini quotidiani contro i palestinesi, non possiamo disperarci o deviare la nostra attenzione. Al contrario, per celebrare questa giornata storica per il popolo palestinese nella nostra lotta di liberazione, dobbiamo rinnovare il nostro impegno a rimanere uniti come lavoratori contro l’ingiustizia.
Workers in Palestine ha redatto numerose risorse per sostenere la mobilitazione sindacale, tra cui:
Una scheda guida per i sindacalisti sulla costruzione della solidarietà con la Palestina; Una guida per attivisti su Lezioni su organizzazione con i sindacati per costruire azioni di solidarietà; Interrompendo Zim: una guida per la ricerca e la pianificazione di un’azione strategica; Un documento informativo su Chi arma Israele? e Chi fornisce a Israele nuove armi per sostenere il bombardamento di Gaza?

Contattateci per comunicare le notizie del vostro sindacato e per il coordinamento delle vostre azioni: workersinpalestine@proton.me

20 marzo 2024

Incontro a Beirut

Dichiarazione congiunta di Hamas, PFLP, PIJ, DFLP, PFLP-GC

Dichiarazione congiunta di Hamas, PFLP, PIJ, DFLP, PFLP-GC

La leadership delle fazioni della resistenza palestinese ha tenuto una riunione consultiva a Beirut, in cui ha discusso gli sviluppi della battaglia per il Diluvio di Al-Aqsa nel contesto della continua aggressione sionista alla nostra terra, al nostro popolo e ai nostri luoghi santi, specialmente nella Striscia di Gaza, nella Cisgiordania palestinese e ad Al-Quds. L’incontro si è concluso con i seguenti risultati:

1. Con tutto l’orgoglio e l’onore, i partecipanti hanno elogiato l’eroica fermezza del nostro popolo nelle terre occupate, in particolare la leggendaria fermezza del nostro popolo nella Striscia di Gaza, dove i nostri bambini, le nostre donne e tutto il nostro popolo, a petto nudo, affrontano le brutali azioni del nemico “israeliano”, che ha preso di mira rifugi per gli sfollati, case, moschee, chiese, scuole, ospedali e infrastrutture in generale, nell’ambito dell’attuazione di una politica genocida e di terra bruciata contro il nostro saldo popolo, che ha fermamente contrastato il progetto di sfollamento di massa verso i vicini arabi, per svuotare la salda Striscia dei suoi residenti e annetterla allo Stato di occupazione e di omicidio di massa. Questo piano mira chiaramente a porre fine alla causa nazionale palestinese e a liquidare i legittimi diritti nazionali del nostro popolo, nella determinazione del destino, nell’istituzione di uno Stato palestinese indipendente con Al-Quds come capitale e nell’assicurare il diritto al ritorno dei rifugiati del nostro popolo alle loro case e proprietà, secondo la Risoluzione 194, in contrasto con l’annessione dei territori occupati nella guerra d’aggressione del 1967 e l’istituzione di “Israele più grande” a spese del nostro progetto nazionale, dell’identità del nostro popolo e del suo diritto alla sovranità sulla propria terra e all’istituzione di uno Stato indipendente con Al-Quds come capitale;

2. I partecipanti hanno sottolineato le azioni eroiche della valorosa resistenza nelle terre palestinesi occupate in generale e nella Striscia di Gaza in particolare. Hanno elogiato la sua capacità di vanificare gli obiettivi del nemico, dimostrando la sua incompetenza e la fragilità delle sue forze in campo. Hanno anche elogiato l’unità di lotta di tutte le ali militari delle fazioni della resistenza, che si è manifestata sul campo in creatività, tattiche intelligenti e azioni che hanno superato le aspettative in un’estensione della battaglia strategica del Diluvio di Al-Aqsa, che ha reso il 7 ottobre 2023, un punto di svolta storico, scuotendo la situazione internazionale. Questo riafferma che la causa palestinese è ancora e rimarrà la questione centrale a livello regionale, e che il calo di interesse non è dovuto a un declino dello status nella mappa politica della regione, ma è piuttosto espressione del declino del ruolo della leadership ufficiale, che ha basato i suoi calcoli sulla scommessa sul progetto americano della “soluzione a due Stati” e sul progetto di “intesa” con gli “Accordi di Oslo” dell’occupazione sionista. In questo contesto, i partecipanti affermano la loro determinazione a continuare la resistenza sul campo e in altre sedi, fino a quando la brutale guerra contro il nostro popolo non cesserà e l’aggressione sarà respinta dalla Striscia;

3. I partecipanti hanno affermato che i compiti di lotta e combattimento diretti e immediati da realizzare sono i seguenti: a) Cessazione immediata della guerra di genocidio, della terra bruciata e della pulizia etnica da parte del nemico “israeliano” sulla Striscia di Gaza; b) Rompere l’assedio sulla Striscia, iniziare a rifornire il nostro popolo di tutti i beni di prima necessità e, contemporaneamente, ricostruire le istituzioni e le strutture infrastrutturali.

Ciò include la fornitura dei rifornimenti necessari per riattivare e sostenere il sistema medico, che sta quasi collassando sotto gli atti barbarici dell’aggressione “israeliana”, e il trasferimento dei casi di ferite gravi dalla Striscia all’estero, in Paesi amici e fratelli. 3) l’impegno arabo, islamico e internazionale per la ricostruzione e la richiesta ai Paesi fratelli e amici e alle organizzazioni internazionali e regionali, prime fra tutte la Lega Araba, l’Organizzazione della Cooperazione Islamica e le Nazioni Unite, di lanciare un’iniziativa internazionale per ricostruire ciò che l’occupazione e la barbara aggressione hanno distrutto nella Striscia di Gaza, e di lavorare seriamente per riportare la vita nelle arterie della Striscia, per fornire le basi necessarie a rafforzare la fermezza del nostro popolo e la sua adesione alla propria terra, come ricompensa minima per i leggendari sacrifici che hanno stupito il mondo intero;

4. i partecipanti hanno sottolineato la loro condanna e il rifiuto degli scenari dei circoli occidentali e “israeliani” per il cosiddetto “day after” a Gaza. Hanno confermato che tali scenari rifiutati, sia nei dettagli che in generale, non fanno altro che scommettere sul tentativo fallito di spezzare la fermezza del nostro popolo e della nostra valorosa resistenza; si tratta di mere chimere che non si realizzeranno né ora né in futuro, soprattutto dopo che sono iniziati a comparire i segni della sconfitta del nemico, nel suo esplicito riconoscimento dei suoi morti e dei suoi feriti per mano della nostra resistenza, e del suo ritiro forzato della parte più significativa delle sue forze, dopo la disgrazia subita sul campo per mano dei nostri eroici resistenti sul campo. I partecipanti affermano che il nostro movimento nazionale e la nostra valorosa resistenza possiedono una ricchezza di lotta, intellettuale e politica che li qualifica a rifiutare tutti i progetti e gli scenari presentati come “soluzione” alla causa di Gaza, poiché non esiste una causa separata per la Striscia, un’altra per la Cisgiordania e un’altra per Al-Quds. La causa palestinese è la causa di tutta la Palestina, terra, popolo, diritti, futuro e destino. La soluzione della causa può essere raggiunta solo attraverso l’abbandono dell’occupazione e di tutte le forme di insediamento, aprendo la strada al nostro popolo per determinare il proprio destino nazionale sulla propria terra;

5. I partecipanti hanno concordato sulla necessità di affrontare le conseguenze della barbara guerra contro il nostro popolo con una lotta strategica e combattiva unitaria, reintroducendo la nostra causa come causa di liberazione nazionale per un popolo sotto occupazione. In questo contesto, propongono i seguenti suggerimenti a tutti i partiti del movimento nazionale palestinese e alle sue componenti: a) Chiedere un incontro nazionale globale che includa tutti i partiti senza eccezioni, per attuare quanto concordato nei precedenti dialoghi palestinesi e per affrontare le conseguenze della brutale guerra contro il nostro popolo nella Striscia di Gaza e i barbari attacchi delle bande di coloni e delle forze di occupazione, nonché i progetti di insediamento e di annessione in Cisgiordania, specialmente ad Al-Quds; b) Rifiutare tutte le soluzioni e gli scenari per il cosiddetto “futuro della Striscia di Gaza” e presentare una soluzione nazionale palestinese basata sulla formazione di un governo di unità nazionale che emerga da un consenso nazionale globale che includa tutte le parti, responsabile di unificare le istituzioni nazionali nelle terre occupate in Cisgiordania e nella Striscia, assumendosi la responsabilità di adottare progetti volti a ricostruire ciò che la barbara invasione ha distrutto nella Striscia, a ripristinare la vita del nostro popolo lì e a preparare le elezioni; c) porre l’accento sulla necessità di un cessate il fuoco e della cessazione permanente di tutti gli atti di aggressione e del ritiro completo dalla Striscia di Gaza, come condizione per discutere lo scambio di prigionieri basato sul principio “tutti per tutti”, lo svuotamento delle prigioni e la cessazione degli arresti contro il nostro popolo nelle terre occupate; d) Sviluppare e rafforzare il sistema politico palestinese su basi democratiche, attraverso elezioni generali (presidenziali, legislative e del Consiglio nazionale), secondo un sistema di rappresentanza proporzionale completa, in elezioni libere, eque, trasparenti e democratiche, con la partecipazione di tutti, ricostruendo così le relazioni interne sulle basi e sui principi della coalizione nazionale e di un autentico partenariato nazionale. I partecipanti salutano i martiri del nostro popolo nelle terre occupate, in particolare il nostro popolo nella Striscia di Gaza, augurano una pronta guarigione ai feriti e salutano coloro che sono saldi nonostante la durezza e la brutalità dell’aggressione nella Striscia di Gaza. Estendono un saluto di lotta e di ammirazione agli Stati e alle forze di resistenza della nostra nazione [araba e islamica] per il loro ruolo nel sostenere il nostro popolo e la nostra resistenza. Salutano anche i nostri popoli arabi e i popoli liberi del mondo che si sono manifestati nei loro Paesi e nelle loro capitali, condannando il terrorismo sionista e sostenendo il diritto del nostro popolo a difendere se stesso, la propria terra e la propria dignità. Chiedono un maggiore sostegno politico, mediatico e finanziario, creando un fronte globale contro il terrorismo e l’aggressione “israeliana” e la barbarie degli Atlantisti, guidata dagli Stati Uniti, il nemico numero uno dei popoli del mondo che aspirano alla libertà, all’indipendenza, alla prosperità e a una vita dignitosa.

Movimento di Resistenza Islamica Hamas, Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, Movimento del Jihad islamico palestinese, Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina, Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina – Comando Generale

Beirut 28/12/2023

Viareggio: Sabato 16 dicembre ore 17.15

riceviamo e rilanciamo

via del Terminetto, 35 – Viareggio

presentazione del libro di Diana Carminati

Come si liquida un popolo” Ediz. ‘Approdi’

la ‘normalizzazione’ della questione palestinese

ore 20.00 buffet sociale di sottoscrizione

Collettivo per la Palestina

Circolo “Partigiani Sempre” T. Zecanowski di Viareggio

Centro di documentazione “G. Menconi” di Massa

La nascita del sionismo

Alcune note per inquadrare e capire meglio quello che avviene oggi in Palestina, e perché

Solitamente si fa risalire la nascita del sionismo a Theodor Herzl (1) e al primo Congresso sionista di Basilea nel 1897 che fondò l’Organizzazione Sionista mondiale.

In realtà il termine sionismo fu coniato nel 1890 da Nathan Birnbaum nella sua rivista Selbst-Emanzipation! (Autoemancipazione!) per indicare un movimento politico che cercasse l’appoggio delle potenze mondiali per l’insediamento di colonie agricole in Palestina, tuttavia l’idea di uno Stato ebraico nasce ben prima.

A metà del 1600, Oliver Cromwell fu a capo della rivoluzione inglese che instaurò per qualche anno il Commonwealth of England, ossia la Repubblica d’Inghilterra. Facendo leva sugli ideali religiosi calvinistici e puritani, realizzerà le principali rivendicazioni economico-sociali della borghesia inglese concedendo una relativa libertà di religione, salvo ai cattolici in quanto sostenitori della monarchia; consentì informalmente agli ebrei di ritornare in Inghilterra, dopo 350 anni dalla loro cacciata per opera di Edoardo I°, ma nel contempo lanciò anche l’idea che essi dovessero avere un proprio Stato in Palestina.

A cavallo degli anni ’60 e ’70 del 1800, il Primo Ministro anglicano Benjamin Disraeli, forte sostenitore dello sviluppo coloniale britannico, propose di allearsi con le borghesie della diaspora ebraica per rafforzare la politica coloniale britannica.

Nello stesso periodo, quello in cui nascevano dalla grande industria i grandi monopoli che segneranno il passaggio del capitalismo alla sua fase imperialista, il reverendo statunitense William Eugene Blackstone, nonché imprenditore nel settore immobiliare, pubblicò nel 1878 il libro Jesus is Coming(Gesù sta arrivando), tradotto in 48 lingue e venduto nei decenni successivi in milioni di copie, in cui affermava che il ritorno degli ebrei in Palestina era la precondizione per la loro conversione al cristianesimo e per la seconda venuta di Cristo sulla terra. Nel 1891 inviò una petizione, passata alla storia come “Blackstone Memorial” (2), al presidente USA di allora, Benjamin Harrison, affinché convincesse gli Stati europei, l’Impero Ottomano e la Russia zarista a far emigrare gli ebrei russi in Palestina. La sua notevole influenza negli USA portò in seguito milioni di cristiani nordamericani a identificarsi come cristiani sionisti.

Al primo Congresso sionista del 1897, Herzl e i sionisti furono molto abili a sfruttare, da una parte, alcuni episodi di antisemitismo (3) e dall’altra i sentimenti nazionalistici dominanti in quell’epoca (4) per promuovere l’idea della necessità di creare uno Stato ebraico indipendente (5); vale la pena sottolineare che allora la Palestina non era ancora l’unica opzione territoriale prefigurata: furono, infatti, prese in forte considerazione l’Argentina, l’Uganda e successivamente, su disponibilità del governo inglese, il Kenia.

Fu proprio il reverendo Blackstone a suggerire a Herzl di focalizzarsi sulla Palestina facendo leva sui miti religiosi e richiamando i riferimenti biblici, che furono travisati in senso razzista, per coinvolgere il maggior numero possibile di ebrei europei nel progetto sionista. La maggior parte degli ebrei, infatti, era inizialmente piuttosto ostile ai sionisti: la quasi totalità dei capi delle comunità ebraiche, dei rabbini e degli ebrei praticanti considerò il sionismo come una specie di eresia in quanto la pretesa di riunire gli ebrei in Palestina prima dell’avvento del messia era considerata una sfida umana alla divinità; fino ad allora la biblica Eretz Israel, la Terra di Israele, era considerata dagli ebrei della diaspora tuttalpiù come luogo di pellegrinaggio (6).

Il razzismo fu fin dall’inizio una delle caratteristiche specifiche del sionismo che, non a caso, si appropriò del peggior antisemitismo per mistificare la concezione di ‘popolo ebraico’. Il concetto di “popolo eletto”, che nella religione ebraica ha il significato di investitura divina dell’onere e della responsabilità di tracciare, col proprio esempio, un percorso universale verso la redenzione, viene travisato nel senso di una presunta superiorità degli ebrei. Alcune citazioni. Herzl, nel suo libro Der Judenstaat (Lo Stato ebraico) del 1896: “L’ebreo, essere intelligente per natura” … “Siamo un popolo, è il nemico a renderci tale … come è sempre stato nel corso della storia”. David Ben Gurion: “Gli ebrei sono diversi dagli altri popoli per il loro destino, la loro storia, le loro tradizioni nazionali, la loro fede; il loro credo e la Bibbia sono più universali delle credenze degli altri popoli”. Menachem Begin, futuro primo ministro dello Stato sionista: “I palestinesi sono bestie che camminano su due gambe”. Rafael Eitan, che avrà il ruolo di comandante dell’esercito israeliano “L’arabo migliore è l’arabo morto”.

Tornando alla fase della nascita del sionismo, Herzl nel 1902 dichiarando esplicitamente in una lettera che il suo era un progetto coloniale, cercò l’appoggio di Cecil Rhodes, che diede il proprio nome alla Rhodesia e fu proprietario di una delle principali imprese coloniali inglesi, la British South African Company (Compagnia Britannica del Sudafrica) e della compagnia mineraria De Beers. E proprio dalla Compagnia Britannica del Sudafrica Herzl mutuò il modello operativo che avrebbe adottato l’Agenzia Ebraica (7), attraverso la quale venivano sottratte le terre alle popolazioni native. D’altra parte, Herzl già nel suo libro Lo Stato Ebraico scriveva a proposito della Palestina: “In favore dell’Europa costruiremo là una parte del vallo per difenderci dall’Asia, costituendo così un avamposto della cultura contro la barbarie”.

Durante la Prima Guerra Mondiale, nel 1916 mentre firmava segretamente l’Accordo Sykes-Picot con la Francia e il consenso della Russia zarista per la spartizione del Medio Oriente (8), il governo inglese cercò di convincere la borghesia ebraica statunitense a fare pressione sull’amministrazione USA affinché intervenisse in guerra come loro alleati; a questo scopo avviò trattative con i sionisti che accettarono il protettorato britannico avendo in cambio la promessa che sarebbe stata facilitata l’emigrazione di ebrei in Palestina. Le trattative, a dimostrazione degli stretti rapporti tra il sionismo e l’imperialismo britannico e nordamericano, portarono nel 1917 alla Dichiarazione Balfour (9) nella quale il governo inglese si impegnava a favorire la costituzione di un “focolare” nazionale ebraico in Palestina. Nel 1920, con la Conferenza di San Remo, nella quale, oltre all’attuazione dell’Accordo Sykes-Picot venne inclusa anche la Dichiarazione Balfour, fu avviato il mandato di protettorato britannico sulla Palestina.

Con l’intensificarsi dell’immigrazione sionista in Palestina si acuirono le contraddizioni nazionali e sociali: i coloni sionisti, con il sostegno dell’Agenzia Ebraica, comprarono le terre migliori dai latifondisti locali, che per lo più vivevano ormai in città, cacciarono via i contadini e i braccianti palestinesi stabilendo la regola che i datori di lavoro sionisti potevano assumere esclusivamente lavoratori ebrei, al fine di escludere i palestinesi dal mercato del lavoro.

Nel 1929 iniziarono i primi scontri di una certa rilevanza tra palestinesi e coloni sionisti, nel 1936 fu proclamato il primo sciopero contro l’immigrazione sionista. Questi risposero esplicitando l’intenzione di procedere con la pulizia etnica cacciando tutti i palestinesi oltre il fiume Giordano, mentre il governo inglese, attraverso una commissione d’inchiesta, esiliava i capi palestinesi. Tutto ciò con il sostanziale avvallo di tutte le potenze imperialiste occidentali dell’epoca che avevano tutto l’interesse a lasciare sviluppare a loro immagine e somiglianza la creatura mostruosa che avevano contribuito ad innestare in un’area strategica sia dal punto di vista geografico che di risorse energetiche.

Fu la chiara smentita, se ce ne fosse bisogno, dello slogan sionista “una terra senza popolo per un popolo senza terra”, figlio dell’aspetto razzista che è insito nell’ideologia di cui si ammanta il colonialismo prima e l’imperialismo dopo. In questa narrazione ideologica, infatti, i territori occupati sono sempre “terra di nessuno” così come sono “nessuno” o tuttalpiù “da civilizzare” i popoli indigeni.

È significativo notare che in quegli stessi anni, gli anni venti e trenta del ‘900, si svilupparono in Palestina importanti mobilitazioni e scioperi nei luoghi di lavoro che videro lottare insieme, fianco a fianco, lavoratori palestinesi ed ebrei, nonostante i pesanti tentativi delle classi dirigenti sia palestinesi che sioniste di reprimerle. Le borghesie palestinesi e sioniste non esitarono a fare fronte comune davanti al pericolo, per esse mortale, che lavoratori palestinesi e lavoratori ebrei si unissero in una lotta di classe comune che avrebbe potuto mettere in discussione sia il progetto sionista che il potere delle élite palestinesi, entrambi protetti dall’imperialismo inglese e occidentale. È significativo, inoltre, che gli scioperi fossero osteggiati pure dal sindacato sionista Histadrut (10) nelle cui fila non erano ammessi i palestinesi (fino al 1959) e nemmeno gli immigrati non ebrei (fino al 2011) ma era l’unico sindacato abilitato a firmare contratti collettivi di lavoro; proprio a causa del sostegno incondizionato dato alle lotte unitarie dei lavoratori palestinesi ed ebrei, i comunisti furono espulsi dal sindacato che li denunciò come “nemici del popolo ebraico”. Un sindacato quindi molto particolare che investiva e deteneva importanti quote di proprietà di imprese sioniste, ritrovandosi a svolgere anche il ruolo di datore di lavoro: un’organizzazione lontanissima dal sindacalismo di classe e che invece si faceva Stato.

Nel 1939 il governo britannico, nel timore di inimicarsi le borghesie dei paesi arabi, pubblicò un Libro Bianco nel quale prendeva atto che era nato un ‘focolare’ nazionale ebraico, sosteneva che fosse necessario porre fine all’immigrazione ebraica e alla vendita di terreni e si doveva concedere l’amministrazione autonoma ai legittimi proprietari del paese entro i 5 anni. L’anno successivo venne promulgata la legge che vietava agli immigranti l’acquisto di terre palestinesi. La reazione sionista fu feroce: mentre l’Agenzia ebraica iniziò ad organizzare l’immigrazione illegale, i sionisti scatenarono il terrorismo attraverso l’Irgun (Organizzazione militare nazionale), tra i cui dirigenti vi fu Begin, il Lehi (Combattenti per la libertà di Israele), ossia la Banda Stern, tra i cui dirigenti vi fu Shamir), e la Haganah, la loro organizzazione paramilitare.

Intanto l’emigrazione degli ebrei in Palestina languiva, soprattutto quelli tedeschi e dell’Europa orientale, che rappresentavano gran parte delle comunità ebraiche europee, dimostravano uno scarso interesse verso il sionismo. Questo spiega, insieme alla comune ideologia basata sulla presunta superiorità razziale (dei tedeschi per i nazisti, degli ebrei per i sionisti), il motivo per cui i dirigenti sionisti videro con interesse l’ascesa del nazismo definita “un’occasione irripetibile per costruire e prosperare” da Moshe Beilinson (11); ancora più esplicito Ben Gurion nel 1938: “Se sapessi che è possibile salvare tutti i bambini della Germania portandoli in Inghilterra, e solamente la metà di essi portandoli in Eretz Israel, sceglierei la seconda soluzione. Perché non dobbiamo pensare solamente alla vita di questi bambini, ma anche alla storia del popolo d’Israele” (12). Dall’altra parte l’interesse era ampiamente ricambiato, così scriveva nel 1935 il famigerato Reinhardt Heydrich (13), ufficiale delle SS poi capo della Gestapo: “Dobbiamo separare gli ebrei in due categorie, i sionisti e i sostenitori dell’assimilazione. I sionisti professano una concezione strettamente razziale e sono favorevoli all’emigrazione in Palestina, essi aiutano a costruire il loro proprio Stato ebraico … le nostre buone intenzioni e la nostra buona volontà ufficiale sono dalla loro parte” (14).

La collaborazione tra sionisti e nazisti si concretizzò nel 1933 e durò fino al 1941  attraverso due imprese create appositamente per favorire l’emigrazione ebraica dalla Germania in Palestina e per aggirare il blocco delle esportazioni delle merci tedesche decretato dagli inglesi: la Paltreu con sede a Berlino e la Ha’avara con sede a Tel Aviv. Attraverso di esse gli ebrei che volevano emigrare, quelli che economicamente se lo potevano permettere, versavano somme di denaro e vendevano i loro beni in Germania in cambio di merci tedesche che avrebbero ricevuto in Palestina una volta arrivati là. La collaborazione era vantaggiosa sia per i nazisti che per i sionisti: i primi riuscivano ad esportare i propri prodotti e farli arrivare perfino in Gran Bretagna attraverso i sionisti aggirando il blocco; per parte loro, i sionisti riuscivano ad attuare un’emigrazione selettiva verso la Palestina; selettiva perché ai sionisti servivano immigrati ebrei utili alla costruzione di uno Stato, ossia imprenditori, professionisti, tecnici, personale qualificato, mentre gli ebrei delle classi subalterne potevano essere cinicamente abbandonati al loro destino di sterminio.

Alla fine del 1947 l’ONU, con la risoluzione n. 181 votata a maggioranza, complice l’ondata di sdegno dell’allora recentissimo sterminio nazista degli ebrei che i sionisti sfruttarono biecamente e cinicamente (15), fu decisa la spartizione della Palestina in  uno Stato sionista, uno Stato palestinese e Gerusalemme sotto tutela internazionale (16). Pochi mesi dopo i sionisti inasprirono gli attacchi terroristici in diversi villaggi con lo scopo di cacciare i Palestinesi, un esempio su tutti: Deir Yassin fu raso al suolo dalla Banda Stern e tutti i suoi 260 abitanti furono sterminati. Un giorno prima della scadenza del mandato britannico sulla Palestina, il 14 maggio 1948 i sionisti proclamarono lo Stato di Israele provocando l’intervento degli eserciti arabi di Egitto, Siria, Libano, Giordania e Iraq che ne usciranno sconfitti. Oltre 750.000 palestinesi, su invito dei dirigenti della Lega Araba ma anche atterriti dal brutale terrorismo delle spietate bande armate sioniste, furono sostanzialmente costretti a lasciare le proprie case e le loro terre. L’inviato dell’ONU, Bernadotte di Svezia, a capo della commissione che valutò necessario limitare l’ulteriore immigrazione ebraica e garantire al più presto il ritorno dei palestinesi, fu barbaramente assassinato dalla Banda Stern, in totale spregio di qualsiasi decisione della comunità internazionale.

Questa, in estrema sintesi, la storia della nascita dell’entità sionista, figlia di una ideologia nazionalista e razzista, lontana dall’ebraismo autentico e inscindibilmente legata al colonialismo e all’imperialismo occidentale.

Note

  • Herzl, giornalista austriaco, di origine ebraica ma ateo come molti borghesi europei del suo tempo, inizialmente sostenne l’assimilazione degli ebrei alle popolazioni delle nazioni in cui vivevano, eventualmente attraverso la conversione al cristianesimo, quale soluzione per la loro piena partecipazione alla vita politica e sociale in Europa.
  • Nella petizione si afferma: “Perché le potenze che con il trattato di Berlino, nel 1878, diedero la Bulgaria ai bulgari e la Servia (Serbia) ai Serviani (serbi) non restituiscono ora la Palestina agli ebrei? Queste province, così come la Romania, il Montenegro e la Grecia, furono strappate ai turchi (ex impero ottomano) e cedute ai loro proprietari naturali. La Palestina non appartiene di diritto agli ebrei?”; il “Blackstone Memorial” è considerato, ante litteram, la Dichiarazione Balfour statunitense.
  • Citiamo l’affare Dreyfus, un capitano dell’esercito francese di origine ebraica ingiustamente condannato per spionaggio a favore dei tedeschi; i pogrom in Russia che non erano altro che mobilitazioni reazionarie zariste per dirottare il malcontento popolare verso gli ebrei.
  • Sono gli anni della crescita della grande industria in Europa che spinge la borghesia ad affermare il suo ruolo di classe egemone attraverso il nazionalismo per superare la frammentazione di alcuni stati, ad es. Germania e Italia, che era un ostacolo allo sviluppo del capitalismo.
  • Il congresso adottò il Programma di Basilea, in base al quale si dichiarava che lo scopo del sionismo era quello di creare una casa per gli ebrei, tutelata dalla legge e internazionalmente riconosciuta; i principali punti del programma prevedevano: la centralità dell’insediamento rurale e l’autonomia dei produttori ebraici rispetto alle altre comunità autoctone; la promozione del “sentimento nazionale” tra gli ebrei della diaspora; la ricerca, per via diplomatica, del consenso da parte delle potenze mediterranee ed europee; la costituzione di istituzioni in grado di organizzare gli immigrati ebrei, indirizzandoli verso l’obiettivo di attuare il futuro insediamento coloniale.
  • Gli ebrei ultraortodossi, da non confondere con i fondamentalisti e gli integralisti, accusarono i sionisti di aver totalmente trasgredito ai tre giuramenti secondo i quali gli ebrei avrebbero promesso a dio di non usare la forza per tornare in Israele, di non ribellarsi alle nazioni che li opprimevano e di non tentare alcuna azione per accelerare la redenzione, ma di aspettare, invece, che si compisse la giustizia divina. Alcuni di questi ebrei ultraortodossi hanno poi creato il movimento Neturei Karta (Guardiani della città), che auspica la scomparsa dello stato sionista e tuttora solidarizza attivamente con i palestinesi e la loro lotta di liberazione.
  • Così Herzl spiega il funzionamento dell’agenzia: “Cos’è oggi l’estrazione dell’oro nel Transvaal (regione del Sudafrica)? Non ci sono vagabondi avventurieri, solo geologi e ingegneri esperti sono sul luogo per controllarvi l‘industria dell’oro e per utilizzare ingegnosi macchinari per separare il minerale dalle pietre. Ben poco ora è lasciato al caso. Quindi dobbiamo studiare e prendere possesso del nuovo Paese ebraico mediante ogni moderno espediente”. La realizzazione del terzo punto del Programma di Basilea si concretizzò nella fondazione di: Jewish Colonial Trust (Banca Nazionale Ebraica) nel 1899, Keren Kayemet Leisrael (Fondo Nazionale Ebraico) nel 1900, Jewish Agency (Agenzia Ebraica) nel 2022, che furono le istituzioni che si occuparono di raccogliere i fondi per l’aqcuisto dei terreni e per la loro amministrazione. L’Agenzia Ebraica nel 1929 fu riconosciuta ufficialmente dal governo Britannico e cominciò ad affiancare l’amministrazione inglese in Palestina.
  • L’accordo, che prendeva il nome dei rappresentanti inglese e francese, fu stipulato in previsione della sconfitta dell’Impero Ottomano e poi modificato alla fine della guerra; assegnava alla Gran Bretagna il controllo dei territori corrispondenti all’attuale Giordania, Iraq meridionale e la parte settentrionale della Palestina, alla Francia il Libano, la Siria, l’Anatolia sudorientale e l’Iraq settentrionale, alla Russia Costantinopoli e l’Armenia, il resto della Palestina sarebbe stato sotto il controllo internazionale. Fu svelato nel 1918 dal governo sovietico dopo la Rivoluzione d’Ottobre.
  • La Dichiarazione Balfour, dal nome del ministro degli esteri Arthur James Balfour, consisteva in una lettera indirizzata a Walter Rothschild, esponente della comunità ebraica e principale rappresentante del movimento sionista in Inghilterra, recante il seguente testo: “Ministero degli Affari Esteri, Londra 2.11.1917; Caro Lord Rotschild, Sono molto lieto di inviarle da parte del governo di Sua Maestà la seguente dichiarazione di simpatia per le aspirazioni degli ebrei sionisti, che è stata sottoposta e approvata dal Gabinetto. Il Governo di Sua Maestà vede con simpatia lo stabilirsi in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico ed userà i suoi migliori uffici per facilitare il conseguimento di questo obiettivo, essendo chiaramente comprensibile che nulla sarà fatto che possa pregiudicare i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche esistenti in Palestina o i diritti e gli statuti politici che gli ebrei godono in ogni altro paese. Le sarò grato se porterà questa dichiarazione a conoscenza della federazione sionista. Sinceramente vostro Arthur James Balfour”.
  • L’Histadrut (Confederazione Generale dei Lavoratori in Israele) fu fondata ad Haifa nel dicembre del 1920 e rappresentò una delle principali organizzazioni  dell’emigrazione sionista in Palestina; finanziata dall’Organizzazione Sionista Mondiale, e dall’Agenzia Ebraica, costituì attività produttive, cooperative agricole, costruì e gestì abitazioni, scuole e ospedali, servizi assistenziali, fondò istituti di credito. Fino alla proclamazione di Israele l’Histadrut svolse sostanzialmente un ruolo sostitutivo di uno stato in formazione, l’attività prettamente sindacale fu del tutto secondaria, rivolta comunque alla tutela esclusiva dei lavoratori ebrei e fondata sulla discriminazione istituzionalizzata di quelli non ebrei.
  • Moshe Beilinson, nato in Russia nel 1989 dove fin da giovane aderì al movimento sionista, si trasferì in Italia alla fine della prima guerra mondiale dove assunse la presidenza del gruppo sionista italiano Avodà; antisovietico convinto, fu autore di molti libri sul sionismo, collaborò con diverse testate giornalistiche italiane dell’epoca incentrate sulla Russia e sul sionismo.
  • Yvon Gelbner, Zionist policy and the fate of European Jewry, in Yad Vashem Studies, Gerusalemme.
  • Heydrich, Reinhard, detto der Henker (il boia), entrato nelle SS nel 1931, fu messo a capo della Gestapo nel 1936; fu nominato, nel 1941, vice-protettore del Reich nella Boemia e nella Moravia, dove perseguitò l’opposizione e la popolazione tutta con ferocia inaudita. Fu ucciso in una operazione della Resistenza cecoslovacca e per rappresaglia fu distrutto e raso al suolo il villaggio di Lidice, vicino a Praga.
  • H. Höhne, Order of the Death’s Head, New York, Ballantine, 1971.
  • Per quanto i sionisti cerchino di affermare il monopolio ebraico dello sterminio nazista, la realtà è ben diversa. La natura classista e razzista del nazismo, le sue teorie sulla ‘superiorità ariana’, fece sì che le prime vittime del genocidio furono gli oppositori al regime e coloro che ‘minavano la purezza della razza’ ed erano solo un costo per la società: comunisti, socialisti, sindacalisti, antifascisti, insieme a malati di mente, disabili, portatori di malattie genetiche, omosessuali. In seguito la “soluzione finale” fu applicata, oltre che a 6 milioni di ebrei, a 500.000 zingari, 5.000 testimoni di Geova, 3,3 milioni di prigionieri sovietici.
  • La risoluzione 181 del 29 novembre 1947 attribuisce il 56,47% del territorio a 500’000 ebrei + 325’000 palestinesi, il 43,53 % del territorio a 807’000 palestinesi + 10’000 ebrei, la tutela internazionale su Gerusalemme con circa 100’000 ebrei e 105’000 palestinesi, oltre ad altre prescrizioni. La parte assegnata ai sionisti era costituita dai terreni migliori dal punto di vista agricolo, molti dei quali erano stati sottratti illegalmente ai palestinesi. Alla data della risoluzione, i sionisti occupavano già il 75 % della Palestina.

LA GUERRA DI PALESTINA

Palestina: alcune riflessioni

A battaglia ancora in corso siamo già in grado di fare qualche primo bilancio e alcune riflessioni. Ciò che emerge subito è la brutalità e la bestialità del colonialismo nazisionista e di chi gli sta dietro, sostenitori, protettori e fiancheggiatori.
Quel che accaduto il 7 ottobre non è solo stupefacente, sorprendente, ma è anche meraviglioso coi suoi effetti sia sulle masse palestinesi ed arabe sia su quelle mondiali, queste ultime hanno varcato quel confine degli storici attivisti al fianco della lotta palestinese. Oggi guardando le piazze in tutto il mondo vediamo una presenza maggioritaria dei giovani che molto probabilmente sono al loro primo passo in questo campo minato. Questo sì che è un risultato stupefacente considerando la campagna nazisionista martellante a tutti i livelli e in tutti gli ambiti, stampa, TV e social, senza scordare la politica elitaria.
Dagli eventi di Gaza emergono tre verità che per alcuni decenni, per la precisione dal 1949 ad oggi, sono stati in qualche maniera tenute nascoste:

a – che sia il nazismo che il fascismo non sono mai stati debellati;

b – che le Nazioni Unite e tutto ciò che da essa nasce, come la Carta dei Diritti Umani, il Diritto all’autodeterminazione dei popoli, il Tribunale Penale Internazionale, UNESCO e UNRWA etc, sono state usate come una coperta per coprire l’essenza e natura dei regimi capitalisti e imperialisti.

c – che la cosiddetta “civiltà” occidentale non è altro che guerre, crimini e morte.

Sono proprio queste “civiltà” che hanno causato le maggiori catastrofi a livello planetario. Finito di scannarsi tra di loro, dopo la 2^ guerra mondiale, hanno cominciato a massacrare tutte le altre popolazioni, una mattanza perpetua che non è mai cessata fino ai giorni nostri. Per motivare e giustificare tutto ciò l’imperialismo occidentale si incamiciava con la solita retorica della civilizzazione, dei diritti umani, della giustizia. Si parla di fratellanza e di uguaglianza e soprattutto di democrazia e di valori democratici e occidentali. Non sto negando che in mezzo e forse anche per colpa di questo marasma che sono emersi grandi uomini e donne in vari ambiti, sia filosofici che scientifici, grandi letterati e artisti. Uomini e donne fautori di quel che avrebbero dovuto essere le fondamenta della civiltà o meglio delle civiltà europee. Invece, di questo lascito, sembra che non ne sia rimasta traccia, lasciando che la barbarie dominasse tutto il panorama. Anzi, e come dicevamo prima, questa eredità viene usata per motivare la barbarie.
I governi occidentali, tutti, hanno dichiarato lealtà all’entità sionista. Questa lealtà non si traduce sul terreno in sostegno politico solamente, ma viene a coprire gli efferati crimini contro il popolo palestinese inventando il falso diritto di israele all’auto difesa. Non importa l’entità di questa spietata difesa, non importa se ad essere il bersaglio di questa difesa sono tutti gli inermi tra bambini, donne e uomini indifesi. I nazisionisti stanno compiendo un genocidio sotto gli occhi di tutti e, invece di invitare i nazisionisti alla moderazione, coprono questi crimini con una censura negazionista già vista in tutte le guerre imperialiste, ad esempio Iraq e Siria. Ciò fa di questi governi e di tutto l’esercito dei giornalisti embeded partecipi appieno di questa mattanza. Viene subito lanciata la campagna antiterrorismo, vengono perseguitati e repressi tutte le voci dissidenti e vengono spolverate tutte le leggi emergenziali di epoca fascista. A questa massa di nazisti e fascisti si aggiunge quel gregge di trotzkisti, “Palestina Libera però Hamas…”, che si confermano parte di questo ingranaggio e al servizio dell’imperialismo mettendo allo stesso livello vittima e carnefice, negano il diritto della vittima alla sua libertà e liberazione offrendo in compenso tutto il diritto all’auto difesa al carnefice. Si inventano un popolo ebraico mai esistito e sostengono un’entità colonialista illegittima. Persino la storia viene manipolata e falsificata facendo modo di accomodare la loro narrazione e presentarla in linea con quella raccontata dall’impero.
Non possiamo non citare le buone anime che si travestono in pacifisti e contro la violenza. Poco credibili e falsi pacifisti che si svegliano solamente in quelle occasioni in cui la vittima si ribella contro le vessazioni e le brutalità del carnefice attribuendo tutte le volte la colpa di tutto quel che accade alla vittima.
I governi occidentali, tutti, hanno dichiarato lealtà all’entità sionista. Questa lealtà non si traduce sul terreno in sostegno politico solamente, ma viene a coprire gli efferati crimini contro il popolo palestinese inventando il falso diritto di israele all’auto difesa. Non importa l’entità di questa spietata difesa, non importa se ad essere il bersaglio di questa difesa sono tutti gli inermi tra bambini, donne e uomini indifesi. I nazisionisti stanno compiendo un genocidio sotto gli occhi di tutti e, invece di invitare i nazisionisti alla moderazione, coprono questi crimini con una censura negazionista già vista in tutte le guerre imperialiste, ad esempio Iraq e Siria. Ciò fa di questi governi e di tutto l’esercito dei giornalisti embeded partecipi appieno di questa mattanza. Viene subito lanciata la campagna antiterrorismo, vengono perseguitati e repressi tutte le voci dissidenti e vengono spolverate tutte le leggi emergenziali di epoca fascista. A questa massa di nazisti e fascisti si aggiunge quel gregge di trotzkisti, “Palestina Libera però Hamas…”, che si confermano parte di questo ingranaggio e al servizio dell’imperialismo mettendo allo stesso livello vittima e carnefice, negano il diritto della vittima alla sua libertà e liberazione offrendo in compenso tutto il diritto all’auto difesa al carnefice. Si inventano un popolo ebraico mai esistito e sostengono un’entità colonialista illegittima. Persino la storia viene manipolata e falsificata facendo modo di accomodare la loro narrazione e presentarla in linea con quella raccontata dall’impero.
Non possiamo non citare le buone anime che si travestono in pacifisti e contro la violenza. Poco credibili e falsi pacifisti che si svegliano solamente in quelle occasioni in cui la vittima si ribella contro le vessazioni e le brutalità del carnefice attribuendo tutte le volte la colpa di tutto quel che accade alla vittima.
Ci vogliono tutti con la testa e la schiena chinate esattamente come sono le loro teste e schiene chinate di fronte a tutte le ingiustizie praticate in casa loro. Questa massa, ormai, al posto della materia grigia, in testa hanno della cellulosa, spugna e carta assorbente e non sono più in grado di pensare con la propria testa. Assorbono tutto ciò che la scatola nera, TV e giornali gli propinano e diventano un’eco che diffonde le false notizie rafforzando la falsa narrazione nazisionista.
Ecco, è tutta qui la civiltà, ridotta in macerie e di fronte ai crimini che si compiono in nome di questa civiltà, si può affermare che il re è nudo, che l’occidente è nudo e non ha nessun diritto e legittimità di parlare di diritti umani, di giustizia, di eguaglianza etc. L’imperialismo occidentale è sempre più una organizzazione a delinquere altro che mondo civilizzato.
Questa situazione rischia di acuirsi per le trasformazioni che investono il mondo e la sconfitta inevitabile del capitalismo occidentale. Un capitalismo che farà di tutto per non perdere terreno e arretrare. Sono il capitalismo e i capitalisti che hanno fatto del nazismo e del fascismo la loro bandiera mai ammainata, che ricorreranno sempre ai loro mezzi abituali, le guerre, in forma ancor più brutali e distruttive. E pensare che siamo solo all’inizio malgrado la mattanza che hanno messo in opera in Palestina, o forse che questa mattanza è solo un avvertimento?

Sull’attacco di terra

Si continua a parlare, anche troppo, dell’attacco di terra che a questo punto forse non avverrà mai più, almeno non nei tempi brevi. La paura di un fallimento serpeggia in tutti gli ambiti dell’entità sionista e continuano a cercare giustificazioni di ogni genere (una volta per il mal tempo, un’altra perché le truppe non hanno ancora tutte le attrezzature necessarie per attaccare, un’altra ancora che gli Usa gli hanno chiesto tempo per rafforzare la loro presenza e le loro difesa nella regione, adesso e per ultima, che vogliono esplorare la possibilità della liberazione almeno in parte e soprattutto gli ostaggi con la doppia cittadinanza con uno scambio).
Insomma le truppe dell’esercito nazisionista continuano a stazionare distanti almeno 26km dai confini della striscia di Gaza senza osare avvicinarsi.
Al contrario, sono le forze della Resistenza palestinese che continuano ad attaccare queste truppe nei luoghi di ammassamento e lo fanno sia con i colpi di mortai o missili o droni, oppure con infiltrazioni di partigiani che vanno in cerca del contatto col nemico per colpirlo e non lasciarlo sereno neanche per un attimo.
Il fatto che nelle acque del Mediterraneo continuino ad ammassarsi navi da guerra dei paesi principali della Nato significa due cose principalmente:

1 – che si preparano ad una guerra più vasta e per dare una mano più che concreta all’entità sionista ormai allo sbando, oppure

2 – cercando di minacciare gli altri componenti dell’asse della resistenza a qualsiasi tipo di soccorso ai palestinesi. Ma a guardare quel che succede sul terreno possiamo solo dedurre che l’asse della resistenza sta dimostrando di essere saldo ed unito e ciascuno ha già cominciato a muoversi nelle aree di propria competenza.
La resistenza libanese è ormai entrata a tutti gli effetti nella guerra anche se per il momento con una intensità bassa. Già nei primi giorni i resistenti dal Libano hanno cercato ed ottenuto di colpire tutte le postazioni di sorveglianza e ascolto israeliane lungo tutto il confine con la Palestina.
Questo primo obiettivo è stato raggiunto quasi subito e i militari israeliani per vedere ciò che avviene dall’altra parte del confine si devono esporre diventando obiettivo facile da colpire ed è questo in realtà ciò che sta avvenendo, oltre a colpire giornalmente le basi militari presso il confine libanese o quelle addirittura in terre libanesi ancora occupate dai sionisti.
Ultimamente il cerchio del fuoco della resistenza libanese si è allargato andando a colpire città/colonie sioniste in profondità come per esempio Kiriat Shmoneh che dista 20km circa.
I commentatori sionisti cominciano a descrivere i loro soldati come le anatre che vengono cacciate e colpite tutte le volte che Hezbollah vuole.
Anche la resistenza irachena e quella siriana hanno cominciato a colpire basi militari Usa sia in Iraq che in Siria. Questi attacchi con missili e droni hanno cadenza quotidiana e stanno aumentando sia di intensità che di estensione, ora si parla di 4/5 basi che vengono attaccate ogni giorno. Fonti del pentagono parlano di 24 soldati yankee feriti, e tutto ciò che la censura permette di far trapelare.
Anche lo Yemen si è mosso sparando 5 missili balistici e 15 droni verso il sud della Palestina intercettati tutti da una nave di guerra Usa. ma la minaccia di colpire tutte le navi da guerra della coalizione yankee e le navi commerciali israeliane o quelle che hanno destinazioni i porti dell’entità sionista ha diffuso la paura in tutti tenendo per il momento queste flottiglie lontane da Bab El Mandeb.
Noi qui non abbiamo altra scelta che ripeterci: l’esercito nazisionista è allo sbando e non è più in grado di scendere in guerra contro nessuno. Questo esercito sta incontrando difficoltà enormi persino a fronteggiare la resistenza palestinese in Cisgiordania, l’anello più debole al momento in tutte le piazze dell’asse della resistenza, propria per la tenacia dei partigiani palestinesi in Cisgiordania, almeno 60mila assassini di professione nazisionisti vengono tenuti lontani dai confini della striscia di Gaza, lo stesso dicasi per la resistenza libanese che malgrado le minacce di far tornare il Libano all’età della pietra, la resistenza continua a dare la caccia ai mercenari sionisti con le modalità che scelgono loro e con i loro tempi.

Il somaro egiziano

Le voci che sono trapelate riguardanti un piano di trasferimento di massa dei palestinesi di tutto il nord e il nord est della striscia verso il Sinai sembrano invece un piano in dirittura d’arrivo. Il piano prevede la deportazione di 1.5milioni di palestinesi che stanno nella zona inclusa nel triangolo Beit Lahya-Beit Hanun-Jabalya. Veniamo a sapere adesso che questo piano risalente addirittura agli anni ’50 e rivisto diverse volte è stato discusso nel ambito degli accordi di Abramo portato avanti con l’amministrazione Trump. Queste trattative sembrano essere giunte a buon punto e mancavano alcuni particolari, pochi, per l’accordo finale. Con questo vogliamo dire che l’attuale governo egiziano non solo sapeva, bensì trattava e si accordava, il che vuol dire che governo e presidente erano sostanzialmente d’accordo a portare avanti il piano/disegno. Ciò potrebbe essere la vera spiegazione plausibile sulla scelta degli egiziani di stare alla larga e mantenere una neutralità vergognosa.
Il governo egiziano si è mosso solamente al quinto giorno di bombardamenti martellanti proprio in quella zona della striscia di Gaza destinata ad essere svuotata. Un bombardamento che ha costretto centinaia di migliaia allo sfollamento. La mossa tardiva degli egiziani era di bloccare il valico di Rafah e tutta la frontiera con Gaza. L’operazione “alluvione di Al-Aqsa” ha mandato in mille pezzi tutto il complotto e costretto gli egiziani a far marcia indietro. In questi giorni i particolari riguardanti le trattative e gli accordi proprio su questo piano vengono fuori e vengono diffusi. il fatto sorprendente è che gli sfollati hanno cominciato tutti a tornare a quel che è rimasto delle loro case o territorio. Questa è Gaza, questi sono i gazawi, la loro resistenza dovrebbe essere un esempio per tutti, proprio tutti.

Macron

Si vede che i palestinesi ce l’hanno con il francese… a Ramallah una mega manifestazione contro la visita di Macron nella città, accolto come tutti i suoi precedenti con le sassaiole e gli scontri con i cani di guardia dell’Anp, blocco delle strade e slogan di tanta rabbia contro la Francia. Con la visita di Macron nell’entità nazisionista, le sue parole di manifesto appoggio e sostegno, ma soprattutto di rassicurazione che israele non è sola e se occorre troverà la Francia al suo fianco a fronteggiare tutte le sfide/minacce. Questa visita dimostra in modo sempre più chiaro il motivo e lo scopo di tanto pellegrinaggio: – mettersi in mostra come difensori di questo avamposto dell’imperialismo occidentale – rassicurare l’entità sionista dopo il duro colpo che ha subito, mandare un messaggio/avvertimento a tutti gli attori regionali dall’intervenire in soccorso della Palestina sia a Gaza che in Cisgiordania, ma la situazione sta sfuggendo di mano. Gaza resiste e risponde, anche lanciando la sfida per il ventilato attacco di terra – in Cisgiordania la resistenza armata sta progredendo e le abituali incursioni nazisioniste nelle città e villaggi palestinesi sono sempre più complicate e pericolose. In israele crescono le polemiche interne e il governo è sempre più isolato, per la prima volta nella storia dell’entità ci sono gli sfollati, più di 300mila molti dei quali costretti a stare nelle tendopoli con scarsa assistenza. In israele tutti i settori economici stanno subendo un duro colpo d’arresto per mancanza di mano d’opera sia per il richiamo dei riservisti, 360mila, tolti alla catena produttiva, sia per lo stato d’emergenza e il coprifuoco, quest’ultimo colpisce particolarmente i palestinesi degli interni impiegati soprattutto nei settori dell’edilizia e dell’agricoltura.
Lo stato di guerra ha visto molte agenzie del trasporto marittimo ed aereo annullare o congelare i loro contratti con l’entità sionista, questo fatto sta paralizzando l’import/export, non arriva più nulla nei porti sionisti e se questa situazione dovesse prolungarsi il rischio di una paralisi totale nei settori produttivi israeliani diventerà realtà concreta. La Palestina degli interni, i palestinesi stanno tenendo in stallo 80mila tra soldati e poliziotti costretti a vigilare e eventualmente reprimere questo vasto territorio, il 78% della superficie storica della Palestina. Sono lì inchiodati e sottratti ad interventi in altri territori palestinesi. Sta di fatto che l’entità sionista sta impiegando tutto il suo potenziale, sia materiale che “umano”, sta comportando tantissime spese che israele non è in grado di sostenere. Le visite dei tante nazisti e fascisti occidentali, lo stanziamento di 18 miliardi di dollari dagli Usa, tutto serve a riempire le casse dell’entità sionista.

Ps – notizia non confermata riguarda la partecipazione di aerei di guerra degli Emirati ai bombardamenti di Gaza. Pur essersi trapelata e discussa nei giorni scorsi, dagli emirati non è ancora arrivata nessuna smentita, o almeno, io non l’ho vista.

L’informazione e la cibernetica

Qui di seguito una riflessione su quanto sta emergendo come uno dei parti di questa eroica resistenza del popolo palestinese a livello mondiale: l’orribile natura del blocco occidentale l’ennesima sconfitta dell’esercito che non perde e in particolare sul piano dell’informazione sta provocando uno scossone senza precedente sul piano mondiale. Malgrado tutto ciò che si è detto sulla superiorità di israele sul piano tecnologico e dell’informazione di massa, in particolare nei paesi del blocco occidentale, un pugno di hacker palestinesi e del asse della resistenza ha messo in tilt la macchina cibernetica israeliana e quella occidentale tutti messi insieme. La resistenza palestinese e araba è stata in grado di bucare il web non solo paralizzando completamente tutti i mezzi di controllo e spionaggio informatici israeliani ma è riuscita anche a portare le notizie dal “campo” senza filtri e in maniera istantanea. Il mondo intero è riuscito a seguire e vedere i crimini nazisionisti malgrado la censura operata in tutto l’occidente sia dai governi che dai giganti della rete e delle informazioni di massa giornali e TV, chiunque ha potuto documentarsi e vedere le menzogne che si propinano in occidente, chiunque ha potuto rendersi conto del lavaggio del cervello quotidiano cui vengono sottoposti i cittadini occidentali. Se noi possiamo assistere alle manifestazioni quasi quotidiane in tutte le città occidentali, all’ingrossamento delle fila del dissenso di massa rispetto alle posizioni oligarchica al governo in tutte le capitali, è grazie all’efficacia dei mezzi legati alla resistenza palestinese e all’asse della resistenza sia regionale che mondiale, non avremmo potuto come palestinesi, arrivare dove siamo arrivati se non ci fosse la leva sul posto in occidente. Questa leva è costituita da quell’arcipelago o mosaico di compagni/e e di organizzazioni che hanno preso in mano loro il compito di diffondere le notizie e costruire il dissenso, le manifestazioni oceaniche cui abbiamo assistito il 28 ottobre hanno fatto tremare i palazzi del potere e in particolare a Londra e a Washington.
In Gran Bretagna il partito dei conservatori al governo ha cominciato la strada in caduta libera ancor prima del favoloso attacco “alluvione di Al-Aqsa” per cause sia interne che quelle legate all’operazione russa in Ucraina, ma è la dirigenza del partito dei laburisti che comincia a tremare e per il semplice fatto che si è legata mani e piedi, ma anche collo, all’entità sionista. Ricordiamo a proposito come hanno epurato il segretario Korbin perché era vicino alle rivendicazioni politiche palestinesi, oppure, di come hanno lanciato la caccia alle streghe all’interno degli atenei universitari e sui luoghi di lavoro cercando di criminalizzare e quindi impedire qualsiasi attività in sostegno e appoggio alla lotta palestinese. Ebbene, la risposta ai loro tentativi di oscuramento è arrivata ieri (27/10/23-ndr) ed è una risposta da brividi. Lo stesso dicasi per Biden e il suo partito, qui lo scossone non arriva solamente dalla piazza ma anche dall’interno del partito stesso e dove il dissenso nelle fila dei democratici è diventato determinante. Le due anime del partito democratico, l’ala liberale e quella di sinistra sono molto distanti, questa distanza è diventata insanabile e inconciliabile, ciò è legato sia alle politiche interne sia, o soprattutto, alle politiche in materia internazionale, leggesi Ucraina e Palestina. Ciò accade in USA in un periodo di grandi preparativi per oliare la macchina elettorale presidenziale e l’ala liberale sta correndo grandi rischi, non di perdere contro i repubblicani, questo è un dato assodato, ma di perdere il controllo dentro il partito democratico in favore della “sinistra”. Se ciò accadesse sarebbe la prima volta nella storia yankee e, attualmente, non siamo in grado di immaginare l’America con la “sinistra” yankee alla guida?!!
Detto ciò, le posizioni occidentali troppo spinte in favore dell’entità sionista fino a coprire gli orribili crimini commessi da questa stanno suscitando un’ondata di sdegno senza precedenti. Moltissimi paesi hanno già tradotto questo sdegno in rabbia e rottura con il blocco occidentale e in testa al quale gli Usa. Tanti altri paesi si stanno gradualmente allontanandosi da questo blocco, tutto ciò non sta avvenendo per le politiche di sfruttamento delle popolazioni nei cosiddetti paesi del sud, o meglio non solo a causa di questo sfruttamento e dominio, bensì all’appoggio incondizionato alla macchina della morte nazisionista. Queste posizioni in occidente hanno fatto trapelare l’orribile e vera faccia di tutti nel blocco occidentale.
Negare che ci siano tutte queste vittime in Palestina e in particolare a Gaza, minimizzare i numeri dei bambini e delle donne trucidate dalle bombe dei nazisionisti e Usa e impedire che arrivino aiuti umanitari e di soccorso per la popolazione inerme sotto i bombardamenti, ha messo in evidenza quanto sono falsi e di puro opportunismo i loro ripetuti discorsi in materia di diritti e democrazia. È emersa tutta l’ipocrisia occidentale in tutte le sue facce. Ora tutti sanno che le oligarchie occidentali sono false, ipocrite, opportuniste, guerrafondaie e criminali, le capitali del blocco occidentale cominciano a somigliare sempre di più ai covi del crimine organizzato, questa immagine è molto più nitida tra le masse arabe e musulmane e dove il blocco occidentale sta rischiando il tutto per tutto. Le ferite subite dal corpo delle masse in questi paesi continuano ad essere riaperte dagli interventi scellerati delle oligarchie occidentali senza lasciare il tempo di rimarginare, ferite che col tempo sono diventate insanabili e ora che il sangue in Palestina sgorga forte da queste ferite il blocco occidentale rischia di essere espulso definitivamente dalla regione. Gli Usa e la Nato possono ammassare truppe quanto vogliono nella regione, ma ricordiamo che tutte queste truppe sono state sconfitte da singoli paesi, singole resistenze come è avvenuto in Somalia, Libano, Iraq, Afghanistan, in Siria quasi, e saranno sconfitte anche adesso visto che la resistenza alla loro presenza e ingerenza si è estesa a toccare un territorio e popolazioni grandi dieci/quindici volte le popolazioni che li hanno già sconfitti e citate prima.

Sfollati

400mila sionisti sfollati e moltissimi dei quali dichiarano di non voler più tornare alle loro precedenti abitazioni. Intanto anche con gli sfollati le polemiche non hanno modo di alleggerirsi, prima erano per la mancanza di protezione e sicurezza, poi per l’incapacità dello Stato a porre fine agli attacchi della resistenza, ancora le polemiche sulla mancata liberazione dei prigionieri sionisti in mano alla resistenza palestinese, adesso le polemiche si concentrano sul fatto che nessuna struttura alberghiera li vuole perché lo Stato non sta pagando e perché non li vuole nessuno nel mondo neanche come turisti perché sono ladri e lerci aggiungo io.
Per quanto riguarda i prigionieri, ieri come consueto le famiglie dei prigionieri sionisti in mano alla resistenza palestinese hanno tenuto il loro consueto presidio. Ebbene questi sono stati attaccati da gruppi della destra nazisionista e in alcuni casi sono venuti alle mani.
Dal punto di vista economico il nazisionista Smotrich, ministro della finanza israeliano, ha dichiarato una settimana fa che i costi quotidiani dell’aggressione sionista ammonta all’incirca a 256milioni di dollari al giorno. Smotrich non calcola le perdite della borsa israeliana che sono state stimate in diversi miliardi al giorno e, a tutto questo se si aggiunge la perdita di valore dello shekel, la moneta israeliana, possiamo dedurre che israele ha già perso decine di miliardi.
Negli ultimi giorni le spese sono aumentate drasticamente perché sono aumentate d’intensità i bombardamenti e i missili e le bombe che vengono usati ultimamente sono molto più costosi. Gaza viene distrutta ma viene auto distrutta l’economia israeliana. Pensare che per un’entità nata e vissuta per motivi economici, la faccenda comincia o potrebbe avere risvolti drammatici per i nazisionisti.

Un compagno palestinese

ottobre 2023

La lotta di liberazione in Palestina

Il 7 ottobre 2023 è una data che resterà scolpita nella storia della Palestina.
La lotta di liberazione del popolo palestinese ha fatto un salto di qualità, l’offensiva portata a compimento il 7 ottobre ha ravvivato la speranza per i palestinesi e per i proletari, ha dimostrato che la liberazione dall’imperialismo e dal sionismo è un progetto che si può realizzare. Il 7 ottobre ha dimostrato che l’entità sionista e il suo esercito non sono invincibili, i suoi soldati non sono superuomini, la loro “superiorità” e la loro immagine di superpotenza sono state calpestate sotto i piedi della Resistenza.
Questa battaglia è rimasta impressa nella coscienza di tutto il popolo palestinese, comunque vada a finire questa prima fase di lotta rivoluzionaria, il 7 ottobre ha segnato la strada da seguire, indietro non si torna.
La vittoria non è vicina, sarà sicuramente una lotta di lunga durata e i sacrifici saranno tanti, come i massacri di civili a cui stiamo assistendo in questi giorni con l’infinito bombardamento della striscia di Gaza da parte dell’esercito nazi-sionista. La cosiddetta politica del terrore è portata avanti da più di 100 anni: l’Haganah, organizzazione paramilitare terroristica sionista, è nata nel 1920, da quella data è iniziata la politica del terrore con l’uccisione e l’espulsione dei palestinesi con la complicità dell’imperialismo britannico; oggi questo terrore è sostenuto a tutti i livelli: militare, economico, informativo, dagli USA e spalleggiato da tutte le potenze occidentali.
Gli accordi capestro di Oslo hanno scosso la coscienza e la volontà del popolo palestinese e della Resistenza spronandoli a non arrendersi, a non alzare bandiera bianca, ma cambiare progetto, rimettere in campo la lotta di liberazione in maniera seria, a testa alta e schiena dritta, non vendendosi al nemico occupante sionista come invece ha fatto in tutti questi anni la ANP diventando di fatto servo del sionismo e dell’imperialismo statunitense non è un caso che la ANP abbia dato ufficialmente la sua disponibilità agli USA e ai sionisti per amministrare Gaza qualora fosse “liberata” dalla Resistenza palestinese.
Da Oslo, i palestinesi hanno passato 30 anni a scavare tunnel, a studiare il nemico, a costruire la collaborazione prima nelle carceri, poi nei quartieri, a Gerusalemme e in tutta la Cisgiordania, a prepararsi militarmente, a costruire un’unità politica e militare di tutte le forze della Resistenza: Hamas, FPLP, FDLP, Jihad islamica, Partito Comunista Palestinese, Al Fatah, la parte militare uscita dall’ANP, i comitati delle donne rivoluzionarie, i comitati dei combattenti non legati ad alcuna forza politica, i sindacati ed infine tutto il popolo palestinese.
I fatti del 7 ottobre hanno sconvolto i piani dell’imperialismo USA e del sionismo di consolidare il proprio dominio in Medio Oriente contro la politica espansionista della concorrente Cina, cioè, distruggere la resistenza araba cominciando da quella palestinese per poi colpire Hezbollah, di nuovo la Siria, l’Iraq e l’Iran.
Questo progetto grazie alla Resistenza palestinese è andato in frantumi, i nazi-sionisti ormai non sanno più come giustificare questa mattanza del popolo palestinese di Gaza e della Cisgiordania, le masse proletarie di tutto il mondo hanno capito da quale parte schierarsi e si sono mobilitate a sostegno della lotta di liberazione della Palestina.
I comunisti sono parte attiva delle mobilitazioni a fianco del popolo palestinese e della sua Resistenza e sostengono tutte le forme di lotta che essi decidono di mettere sul campo nella lotta per un futuro di pace e libertà in una Palestina unita: ai proletari palestinesi il compito di costruire un nuovo paese senza oppressione e sfruttamento. Il contributo dei comunisti alla lotta di liberazione della Palestina è costituito dalla lotta contro l’imperialismo del nostro paese e contro il sionismo che si è insediato in tutte le istituzioni italiane.


A fianco del Popolo e della resistenza palestinese

Per la creazione di un unico Stato palestinese democratico e socialista dove tutti possano convivere

Per il ritorno dei profughi palestinesi

Per la fine del sionismo e dei suoi sostenitori

A cura della Commissione Internazionale Unione di Lotta per il Partito comunista

https://unionedilottaperilpartitocomunista.orgunionedilottaperilpartitocomunista@tutanota.com

Novembre 2023