I profughi al confine polacco-bielorusso e gli interessi imperialisti globali

Non trova soluzione la crisi con i profughi stipati al confine polacco-bielorusso. I reazionari di Varsavia hanno dichiarato che la situazione andrà avanti ancora a lungo. Si tratta di un’aperta ammissione del fatto che tale crisi è funzionale a quelle forze imperialiste che stanno alle spalle dei paesi direttamente coinvolti.

Si tratta della certificazione del fatto che le false apprensioni liberali sulla sorte dei disperati che fuggono dalle conseguenze delle “guerre umanitarie”, non sono che una finzione e che il destino di donne e bambini non preoccupa oggi Bruxelles, così come non la preoccupava quando le forze dei paesi NATO e UE, Polonia compresa, davano manforte agli USA a distruggere le terre di quegli stessi profughi, mentre ora se ne approfitta per chiedere il rafforzamento del fianco orientale della NATO, contro presunte aggressioni russe.

Si tratta del riconoscimento del fatto che il dramma dei profughi da Siria, Libia, Afghanistan, Iraq, allarma solo perché investe direttamente i sacri “confini UE”, in una regione in cui ora si concentrano gli interessi di USA, UE, Russia e Cina. Non a caso, proprio in quell’area, oltre al cosiddetto “Suwalki Gap” – l’ipotetico corridoio che va dalla Bielorussia alla russa Kaliningrad e che attraversa quasi tutta la frontiera polacco-lituana, considerato dalla NATO uno dei punti deboli dell’Alleanza – transita anche il 10% dell’export cinese verso l’Europa e il blocco polacco della frontiera può tornar comodo all’imperialismo yankee nella lotta di concorrenza sia con l’imperialismo cinese, sia con quello russo, più debole.  Per quanto riguarda da vicino le condizioni anche delle masse popolari italiane, le bollette energetiche potrebbero ancor più impennarsi, se, oltre alla sospensione all’avvio del North stream 2, si arrivasse a un blocco, pur parziale, delle condotte anche in territorio bielorusso e polacco. 

Se ci sono pochi dubbi che sia stata proprio la politica occidentale, compresa quella polacca, a trasformare Aleksandr Lukašenko da possibile pedina USA, in diretto alleato di Mosca (pur con tutte le altalene tra est e ovest che “bats’ka”, il Presidente bielorusso, continua a mostrare), è curioso come le “grandi potenze” si accusino reciprocamente di sfruttare a propri scopi la crisi dei profughi. Secondo Washington, la Bielorussia avrebbe scatenato la crisi per distrarre dai preparativi russi di attacco all’Ucraina. Secondo Mosca, la crisi migratoria serve a mettere in secondo piano le avventure USA nel Pacifico, in particolare nella questione di Taiwan. Di fatto, quella fonte di tensione che è rappresentata, nell’immediato, dal confine polacco-bielorusso, non è che una tra le tante aree di crisi, ora più accese, ora apparentemente più “quiete”, che vanno oggi dall’Africa, al Medio Oriente, al mar Nero, al Pacifico settentrionale e meridionale, all’Ucraina e al Caucaso. Aree in cui, nella contesa tra imperialismi in ascesa e imperialismi in declino, le tensioni si sono bruscamente riaccese dopo l’uscita USA dall’Afghanistan, in vista di un riposizionamento delle forze più confacente alla contrapposizione con la Cina.

Oggi, quando è all’ordine del giorno una guerra energetica che tocca nel vivo gli interessi europeisti, i paesi più direttamente coinvolti nel transito del gas – Bielorussia e Ucraina per quello russo verso l’Ovest; Polonia e Paesi baltici quali hub per l’approdo del gas di scisto yankee in Europa – sono al centro di un conflitto che, in un caso, rischia di diventare caldo e, in un altro, come in Donbass, dove caldo lo è già da oltre sette anni, rischia di trasformarsi in aperta guerra tra potenze contrapposte, USA e Russia, con il coinvolgimento degli “alleati” della NATO, europei e non.

Questo, senza parlare delle dispute tra interessi franco-tedeschi e statunitensi, con una mezza vittoria USA per il fermo del North stream 2, da un lato, e il via all’esercito europeo, dall’altro, pur se Parigi esce sconfitta nella questione dei sottomarini da destinare all’Australia per la nuova alleanza Aukus nel Pacifico. Pericolosi per la “stabilità” globale, sono anche gli alti e bassi “neo-ottomani” di Erdogan, ora sbilanciato verso un polo imperialista, ora verso un altro.

La crisi dei profughi al confine polacco-bielorusso non è scoppiata all’improvviso; va avanti da molti mesi. Il suo riacutizzarsi, ora, può nascondere avventure e conflitti più ampi. Alla riunione dei Ministri della difesa NATO, lo scorso ottobre, era stato adottato un “Piano generale di difesa da un potenziale attacco russo su più direttrici”; il Segretario generale Jens Stoltenberg aveva dichiarato che «Pechino è inclusa nell’elenco degli obiettivi dell’Alleanza nord-atlantica» e che «Tutte queste differenze tra Cina, Russia, Asia-Pacifico, Europa, sono relative; questa è in realtà un’ampia sfera della sicurezza e dobbiamo risolvere tutti i problemi a ciò connessi, come un unico complesso». Una NATO “globale”, insomma, dall’Ucraina alla regione Asia-Pacifico; una NATO che interagisca con Aukus, Quad, ecc., e dispieghi una strategia comune nei bacini meridionali e orientali. Una NATO che, insieme agli Stati Uniti, spazi da Taiwan all’Artico, per contrastarvi il predominio russo e cinese. Ma anche una NATO che si appresta a operare autonomamente a livello mondiale, non più soltanto quale supporto USA, anche perché gli interessi europeisti sempre più spesso entrano in contraddizione con quelli yankee e a Washington temono un possibile accordo Cina-Europa alle proprie spalle. Insomma: i diversi poli imperialisti si fanno la guerra e, come da copione, cercano reciprocamente di “rubarsi” i potenziali alleati.

E se i media ora concentrano l’attenzione del pubblico sul dramma umanitario dei profughi, lo fanno non perché turbati dalle condizioni di quei disperati, ma solo per battere la grancassa con una retorica da “difesa della patria” contro “aggressioni ibride” di questo o quell’altro nemico della “propria nazione” e dei “valori occidentali” e per amplificare le falsità di comodo dell’imperialismo sulle diverse crisi in atto nel mondo. Lo fanno per incensare le scelte europeiste su politiche interne e estere e chiedere strette ancor più pesanti contro ogni resistenza operaia a licenziamenti e localizzazioni, per mettere a tacere ogni malcontento di strati sempre più ampi dei lavoratori contro carovita e tassazioni e per reprimere il dissenso politico: ovviamente, solo quello “estremista dei comunisti”.

Con la retorica buonista su un dramma quale quello die profughi, che per le classi dominanti rappresenta solo un fastidioso incidente di percorso, si prepara qualcosa di grave sulla pelle dei popoli e delle classi oppresse: si accelera la corsa reazionaria ai conflitti e finanche alla guerra aperta.

I comunisti, nella lotta contro il pericolo di guerra, non possono  fare affidamento sui colloqui o gli “accordi” tra Presidenti – quantunque questi possano apparire, nel dato momento, “decisivi” per rinviare o evitare un conflitto aperto – ma devono sviluppare la presa di coscienza e la mobilitazione delle masse degli operai e di tutti i lavoratori: le sole interessate a una politica di solidarietà con gli operai e i lavoratori degli altri paesi, nella lotta contro il nemico comune rappresentato dal capitale monopolistico.

In questa situazione, dunque, per i comunisti non si tratta di prendere le difese di una borghesia, pur mascherata dietro accenni contraddittori al proprio recente passato, contro un’altra borghesia, dichiaratamente reazionaria e aggressiva; non si tratta di schierarsi con un polo imperialista contro un altro, ma di valutare obiettivamente quali siano oggi i pericoli per i popoli, e da chi provengano; quali forze non si preoccupino nemmeno di nascondere i propri piani bellicisti e cosa ciò significhi per il proletariato e le masse popolari del nostro paese. Si tratta di combattere, in casa propria, la propria borghesia e gli interessi che la legano a questo o quel carro imperialista. Si tratta di riaffermare una netta e precisa posizione rispetto al collocamento e alle alleanze dell’Italia, rispetto alla NATO e alle basi USA in territorio italiano, rispetto alla posizione dell’Italia nel ripresentarsi delle contraddizioni UE-USA, rispetto all’assetto che scaturisce dal cosiddetto “trattato del Quirinale” tra Italia e Francia. E, soprattutto, rispetto alla fascistizzazione del quadro sociale e politico, legata sia alle esigenze della sottomissione di classe, nella crisi capitalistica, sia agli obiettivi guerrafondai dell’Alleanza Atlantica.

È dunque tempo, per i comunisti, di operare affinché le masse popolari prendano coscienza di tutto questo, si mobilitino e agiscano di conseguenza.

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