Victor Jara, una chitarra ed una voce per il popolo cileno

Victor Jara nasce a Lonquen, una piccola città nei pressi di Santiago, in Cile, da una famiglia di contadini. Dopo alcuni anni di matrimonio, suo padre lifile_2008526173446 abbandona e la madre, Amanda, si ritrova a dover crescere da sola Victor e i suoi fratelli e sorelle. È una donna ottimista e molto forte: lei stessa cantante, insegna a cantare e a suonare la chitarra anche a Victor, e avrà una grande influenza sul suo futuro stile musicale. Amanda muore quando Victor ha solo 15 anni: egli allora entra in seminario, ma dopo soli due anni ne esce per andare ad arruolarsi nell’esercito, dove rimane per alcuni anni. Al suo ritorno a Loquen, Victor inizia a studiare la musica popolare cilena e ad interessarsi di politica. Si esibisce in pubblico sempre più spesso, e nel 1966 esce il suo primo disco intitolato semplicemente “Victor Jara”. “Manifiesto”, “Vientos del pueblo” e “El derecho de vivir en paz”, questi alcuni dei brani che lo consacreranno, specie l’ultimo divenuto emblema della musica folcloristica cilena nel mondo. Le sue canzoni sono piene d’amore per il suo popolo, ritratto come semplice e gran lavoratore: molte di esse sono attacchi contro le ingiustizie sociali e gli scandali politici. Victor diviene un elemento di spicco del movimento musicale conosciuto come Nueva Canción Chilena, coinvolto in molte attività rivoluzionarie.

Io sono un lavoratore della musica, non sono un artista. Il paese ed il tempo diranno se sono artista. In questo momento sono un lavoratore, un lavoratore che ha la consapevolezza di far parte della classe lavoratrice che lotta per costruire una vita migliore”, dice di sé Victor Jara a un mese circa dal suo assassinio. Il periodo in cui diventa famoso coincide con il processo sociale e politico che accompagnava quell’arco di storia del Cile poi culminato con la vittoria di Salvador Allende alle elezioni che Jara sostiene esibendosi a favore degli ideali del suo partito.

L’indomani del colpo di stato di Pinochet dell’11 settembre 1973, viene catturato insieme ad altri 600 studenti universitari trasferiti nello stadio di calcio della Capitale, trasformato in centro di detenzione, luogo di sangue e di morte dove si trovavano le celle per i prigionieri e le buie stanze adibite alla tortura. L’artista viene riconosciuto da un alto ufficiale. “Sei tu Victor Jara, il cantautore marxista, il cantautore di merda?”.

Alla domanda segue un sordo colpo alla spalla con il calcio del fucile da parte di un militare. Victor cade a terra, l’ufficiale continua a malmenarlo violentemente al petto, alla testa e al volto. A fermare il pestaggio sono gli occhi delle centinaia di detenuti che assistono attoniti alla scena. Victor viene quindi portato nei sotterranei dove continuano a picchiarlo. Resterà li dentro per pochi giorni. Gli vengono spezzate le dita delle mani così che non possa più scrivere, così che non possa più dare vita alla sua amata chitarra. Alla violenza cieca dei carcerieri in divisa si aggiunge anche l’umiliazione. Lo invitano a cantare le sue canzoni, lo deridono. Con uno sforzo immane Victor Jara li sfida e canta. È l’ultima sfida dell’Uomo libero, dell’artista contro l’ottusa ferocia del fascismo cileno. Per tre giorni continuano a torturarlo con una spietatezza ai limiti del diabolico. Ormai allo stremo delle forze, con la lingua mozzata per impedirgli di cantare e parlare, Victor Jara viene ucciso con 44 colpi di mitragliatore, era il 16 settembre 1973.

Il suo cadavere viene ritrovato accanto alla ferrovia, accanto a un muro divisorio del Cimitero Metropolitano, nel comune di El Espejo. A trovarlo, un uomo che abitava lì vicino. Successivamente nell’obitorio, il suo corpo viene nuovamente riconosciuto da un funzionario, Héctor Herrera, all’epoca ventenne, che in quel momento decide di fare qualcosa di estremamente coraggioso. Decide che Victor non fosse un corpo da destinare ad una fossa comune. Herrera rintraccia quindi la moglie di Victor, Joan Thorn, che prenderà poi il cognome di Victor, Joan Jara. Herrera porta Joan all’obitorio per il riconoscimento finale. Joan ha giusto il tempo di organizzare un funerale sbrigativo e la sepoltura, prima di lasciare segretamente il paese, portando con sé alcune incisioni delle ultime canzoni del marito.

Ne seguirà un processo, ma i colpevoli verranno condannati solo a 45 anni di distanza dall’omicidio quando, pensionati, hanno avuto modo rifarsi indisturbati la loro vita, sotto l’ala di impunità garantita dal “Plan Condor”, il piano segreto frutto della mente sinistra di Richard Nixon e di Henry Kissinger pensato per sopprimere la minaccia comunista in America Latina con l’instaurazione di dittature sanguinarie.

Proprio durante il processo celebrato nel 2016, la moglie di Victor così ricordò il ritrovamento del suo corpo: “Ho trovato il corpo di Victor in una fila di una settantina di cadaveri. La maggior parte erano giovani e tutti mostravano segni di violenze e di ferite da proiettile. Quello di Victor era il più contorto. Aveva i pantaloni attorcigliati alle caviglie, la camicia rimboccata, le mutande ridotte a strisce dalle coltellate, il petto nudo pieno di piccoli fori, con un’enorme ferita, una cavità, sul lato destro dell’addome, sul fianco. Le mani pendevano con una strana angolatura e distorte; la testa era piena di sangue e di ematomi. Aveva un’espressione di enorme forza, di sfida, gli occhi aperti”.

La sua ultima poesia è uno straziante racconto delle ultime ore:

Com’è difficile cantare

quando devo cantare l’orrore.

L’orrore che sto vivendo,

l’orrore di cui sto morendo.

Vedermi in mezzo a così tanti

e innumerevoli momenti di infinito

nel quale silenzio e grida

sono la fine della mia canzone.

Ciò che vedo, non l’ho mai visto prima.

Ciò che ho provato e ciò che provo

daranno vita al momento… (Estadio Chile, Settembre 1973).

Da questo momento il nome di Victor dovrà essere censurato. Cancellata la sua musica e quella della Nuova Canzone Cilena, distrutta la sede della casa discografica, eliminato tutto il materiale e le registrazioni originali. Come se Victor non fosse mai esistito.

Ma, nel dicembre 1973 ci sarà il primo concerto in suo onore a Parigi, poi a Roma, poi a Berlino, a San Francisco. Ovunque. Perché la memoria non si è mai spenta. Lo sanno gli artisti che gli hanno dedicato canzoni, o ne hanno riprese, integralmente o solo con citazioni, tra le sue originali. Lo canta Arlo Guthrie che per lui ha scritto Víctor Jara. Bruce Springsteen riprende il brano Manifiesto; Pete Seeger che traduce in inglese le sue ultime parole scritte all’Estadio Chile.

L’irish folk singer Christy Moore compone la canzone Víctor Jara.

Joan Baez, Robert Wyatt, i Nomadi ricantano Te recuerdo Amanda, Francesco Guccini, in L’America del Colectivo Panattoni, la traduce in italiano. I Modena City Ramblers omaggiano Victor con Celtica Patchanka.

Daniele Sepe, nel 2000, pubblica l’album Conosci Víctor Jara? E scrive: «Dico che il tempo non cancella proprio tutto, e che c’è da non dimenticare, e che la musica può essere altro che “ti amo, mi ami?” e che va resa giustizia a Jara continuando a cantare e cantare le sue straordinarie canzoni». 

Oggi la voce di Victor Jara riecheggia ancora tra le strade del Cile, tra i villaggi dimenticati dal governo. Tra i resilienti della comunità Mapuche, tra il milione di cileni scesi in piazza per chiedere le dimissioni di Sebastian Piñera che un anno fa hanno intonato all’unisono “El derecho de vivir en paz” riportando in vita il grande cantante e la sua rivoluzione culturale.

Riportiamo un paio di brani di Victor, El Derecho de Vivir en Paz ormai diventato un inno di lotta del popolo cileno.

ed il brano El Aparecido dedicato a Che Guevara

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