Miguel Hernández

È considerato uno dei più influenti poeti e drammaturghi della letteraturamh_plaza_sije_g spagnola del ‘900. Sebbene inquadrato nella generazione del ’36 ebbe molti contatti con la generazione del ’27 tanto d’essere considerato da Dámaso Alonso come il «geniale epigono della generazione del ’27».
Nella guerra civile spagnola si arruolò volontariamente nell’esercito repubblicano e iniziò il suo attivismo politico legato al Partito Comunista di Spagna.
Per questa sua attività venne incarcerato dalla dittatura franchista e morì in carcere nel 1942 a soli 31 anni.

A seguire alcune delle sue poesie.

Per un sentiero

Per un sentiero vanno gli ortolani,
è la sacra ora del ritorno,
con il sangue ingiuriato dal peso
d´inverni, primavere ed estati.
Vengono dagli sforzi sovraumani
e vanno alla canzone e vanno al bacio,
e lasciano nell´aria impresso
un odore di utensili e di mani.
Per un altro sentiero io, per un altro sentiero
che non conduce al bacio anche se è l´ora,
ma gironzola senza destino.
Sotto il suo fronte tragico e tremendo,
un toro sulla riva piange
dimenticandosi che è toro e maschile.

M’avanza il cuore

Oggi sto, non so, non so come,
oggi conosco solo la pena,
oggi non ho amicizia,
oggi ho soltanto voglia
di strapparmi il cuore dalla radice
e metterlo sotto una scarpa.
Oggi rinverdisce quella spina secca,
oggi è giorno di pianti nel mio regno,
oggi lo scoraggiamento scarica nel mio petto
scoraggiato piombo.
Non resisto la mia stella.
E mi cerco la morte nelle mani
guardando con affetto i coltelli,
e ricordo quell’ascia compagna,
e penso ai più alti campanili
per un salto mortale, serenamente.
Se non fosse perché… non so perché,
il mio cuore scriverebbe un’ultima lettera,
una lettera che conservo là dentro,
farei del mio cuore un calamaio,
una fontana di sillabe, di addii e doni,
e al mondo direi “cavoli tuoi”.
Nacqui sotto una cattiva luna.
Porto la pena di una sola pena
che vale più di tutta l’allegria.
Un amore m’ha lasciato a braccia arrese
e non posso più tenderli verso niente.
Non vedete la mia bocca com’è delusa,
come sono contrariati i miei occhi?
Più mi guardo e più mi affliggo:
con quali forbici tagliare questo dolore?
Ieri, domani, oggi
patendo di tutto
cuore mio, malinconico acquario,
galera di usignoli moribondi.
M’avanza cuore.
Oggi scorarmi,
io, il più cuorato degli uomini,
e anche il più amaro.
Non so perché, non so perché né come
mi perdono la vita ogni giorno.

Vento del popolo

Ancora voglion macchiare
la mia patria di sangue operaio
quelli che parlan di libertà
ed hanno le mani nere.
Quelli che voglion dividere
la madre dai propri figli
e voglion ricostruire
la croce portata da Cristo.
Voglion nascondere l’infamia
che hanno addosso da secoli,
però il colore di assassini
non lo cancelleranno dalla faccia.
E già son stati a migliaia
quelli che hanno dato il sangue
e in torrenti impetuosi
hanno moltiplicato i pani.
Adesso voglio vivere
insieme a mio figlio e mio fratello
la primavera che tutti
costruiamo giorno per giorno.
Non mi spaventano le minacce,
padroni della miseria:
la stella della speranza
continuerà ad esser nostra.
I venti del popolo mi chiamano,
i venti del popolo mi spingono,
mi strappano il cuore a pezzi,
si avventano alla mia gola.
Così canterà il poeta
quando la morte mi porterà
per i sentieri del popolo
da adesso, e per sempre.

Canzone del marito soldato

Ho popolato il tuo ventre d’amore e di sementi,
ho prolungato l’eco di sangue a cui rispondo
e attendo sopra il solco come l’aratro attende:
sono giunto fino al fondo.
Bruna di alte torri, alta luce e occhi alti,
sposa della mia pelle, gran sorso di mia vita,
i tuoi folli seni crescono verso di me a sussulti
come di cerva fecondata.
Già mi sembra che tu sia cristallo delicato,
che tu possa andare in pezzi all’urto più lieve,
e a rinsaldarti le vene la mia pelle di soldato
farebbe come il ciliegio.
Specchio della mia carne, sostegno alle mie ali,
ti dò vita nella morte che mi dànno e non prendo.
Donna, donna mia, così circondato dai proiettili,
bramato dal piombo, ti amo.
Sopra i feretri crudeli in agguato,
sopra gli stessi morti senza scampo e senza fossa
io ti amo, e ti vorrei abbracciare con tutto il petto
fin nella polvere, sposa.
Quando presso i campi di battaglia ti pensa
la mia fronte che non raffredda né placa la tua figura,
m t’avvicini a me come una bocca immensa
d’affamata dentatura.
Parlami nella lotta, sentimi nella trincea:
io qui con il fucile il tuo nome evoco e imprimo,
e difendo il ventre tuo, povera che m’aspetti,
e difendo tuo figlio.
Con il pugno chiuso nascerà nostro figlio,
avvolto in un clamore di vittoria e chitarre:
lascerò sulla tua porta la mia vita di soldato
senza incisivi e senz’artigli.
È necessario uccidere per vivere ancora.
Un giorno verrò all’ombra dei tuoi capelli lontani,
e dormirò nel lenzuolo d’amido e di lusso
cucito dalle tue mani.
Le tue gambe implacabili al parto vanno diritte,
e la tua implacabile bocca d’indomite labbra,
e dinanzi alla mia solitudine di scoppi e di breccia
percorri una via d’implacabili baci.
Al figlio è destinata la pace che sto forgiando.
E alla fine in un oceano d’irreparabili ossa
il tuo cuore e il mio naufragheranno, e saremo
una donna e un uomo consunti dai baci.

Io non voglio altra luce che il tuo corpo sul mio

Io non voglio altra luce che il tuo corpo sul mio:
chiarità assoluta, trasparenza rotonda.
Limpidezza il cui grembo, come il fondo del fiume,
con il tempo si afferma, con il sangue si affonda.
Che lucenti e durevoli materie ti hanno fatto,
oh cuore pieno d’alba, mia pelle mattutina?
Io non voglio altro giorno che non sia dal tuo seno.
Il tuo sangue è il domani che giammai si conclude.
Solo il tuo corpo è luce, sole: il resto è tramonto.
Io non vedo le cose che al lume del tuo volto.
Altra luce è lo spettro, niente più, del tuo passo.
Il tuo sguardo insondabile mai si volge a ponente.
Chiarità senz’alcun declino. Somma essenza
del lampo che non cede né abbandona la cima.
Gioventù. Limpidezza. Chiarità. Trasparenza
che fa vicini gli astri di fuoco più lontani.
Chiaro il tuo corpo bruno di fiamma fecondante.
Erba nera l’origine, erba nera le tempie.
Un sorso nero gli occhi e lo sguardo distante.
Giorno blu. Notte chiara. Ombra chiara che vieni.
Io non voglio altra luce che l’ombra tua dorata
dove spuntano anelli di un’erba che dà ombra.
Nel mio sangue, con fede dal tuo corpo incendiato,
per tutto il tempo è notte: per tutto il tempo è giorno.

Canzone del soldato della contraerea

Ecco che arrivano, arrivano, arrivano
i lenti, lenti, lenti,‎
gli avidi, i funebri,‎
gli aerei divoratori di carne.‎
Mai, mai, giammai
il loro volo tenebroso
potrà essere confuso
con quello dei cardellini.‎
Ecco che aggrediscono le colombe
vigliacchi. Ecco che assetati vanno‎
di sangue, sangue, sangue,‎
di corpi, corpi, corpi.‎
E il mondo non è il mondo.‎
E il cielo non è il cielo‎
ma l’angolo del crimine
più cupo, cupo, cupo.‎
Che hanno disonorato l’uccello.‎
Che vanno di villaggio in villaggio,‎
desolazione e rovina
seminando, rivangando.‎
Ecco che arrivano, arrivano, arrivano
con brama di cimitero
lasciandosi dietro una scia
di morti, morti, morti.‎
Che vedono gli ospedali‎
così come i corvi.‎
Che nessuno dorme, nessuno.‎
Che nessuno sta sveglio.‎
Che ogni madre vive‎
appesa al silenzio,‎
al fischio della sirena,‎
con l’ansia in gola,‎
senza voce, senza pace, senza casa,‎
senza sonno.‎
Che nessuno, nessuno, nessuno
lo dimentichi nemmeno un momento.‎
Che non è possibile il crimine.‎
Che non è possibile tutto questo.‎
Che vogliono la nostra terra.‎
Che terra daremo loro‎
in una fossa, a mani nude:‎
che restino soddisfatti.‎
Che possano cadere, cadere, cadere.‎
Che brucino, brucino, brucino.‎

Il bimbo aratore

Carne da giogo, è nato
più umiliato che bello,
con il collo martoriato
dal giogo intorno al collo.
Nasce, come i ferri,
ai colpi destinato,
da una terra scontenta
da un insoddisfatto aratro.
Fra lo sterco puro e vivo
delle vacche, porta in vita
un’anima color ulivo
già vecchia ed incallita.
Comincia a vivere, e comincia
a morire poco a poco
sollevando la corteccia
di sua madre con i buoi.
Comincia a sentire, e sente
la vita come una guerra,
e a colpire faticosamente
le ossa della terra.
Non sa contare i suoi anni,
e sa già che il sudore
è una corona grave
di sale per il lavoratore.
Lavora, e mentre lavora
virilmente serio,
si unge di pioggia e s’addobba
di carne di cimitero.
A forza di colpi, forte,
e a forza di sole, bruciato,
con ambizione di morte,
dilania un pane negato.
Ogni nuovo giorno è
più radice, meno creatura,
che sente sotto i piedi
la voce della sepoltura.
E come radice affonda
nella terra lentamente,
perché la terra invade
di pace e pane la sua fronte.
Mi duole questo bimbo affamato
come una grandiosa spina,
e il suo vivere di cenere
smuove la mia anima di quercia.
Lo vedo arare le stoppie,
e divorare un tozzo di pane,
e dichiarare con gli occhi
che succede perché è carne da giogo.
Il suo aratro mi colpisce nel petto,
e la sua vita nella gola,
e soffro vedendo il maggese
così grande sotto il suo passo.
Chi salverà questo bambino
piccolo più d’un chicco d’avena?
Da dove verrà il martello
che spezzerà questa catena?
Che venga dal cuore
di tutti i braccianti,
che prima di essere uomini sono
e sono stati bimbi d’aratri.

Raccoglitori di olive

Andalusi di Jaén,
contadini superbi,
ditemi di cuore: chi,
chi innalzò gli ulivi?
Non li innalzò il nulla,
né il denaro, né il signore,
ma la terra silenziosa,
il lavoro e il sudore.
Uniti all’acqua pura
e ai pianeti uniti,
i tre diedero bella figura
ai tronchi contorti.
Alzati, ulivo canuto,
dissero al piè del vento.
E l’ulivo alzò una mano
poderosa di fondamento.
Andalusi di Jaén,
contadini superbi,
ditemi di cuore: chi,
chi allattò gli ulivi?
Il vostro sangue, la vostra vita,
non quella dello sfruttatore
che si arricchì nella ferita
generosa del sudore.
Non quella del possidente
che vi sotterrò nella povertà,
che vi calpestò la fronte,
che vi strinse la testa.
Gli alberi che il vostro affanno
consacrò al centro del giorno
erano l’origine di un pane
che solo un altro mangiava.
Quanti secoli di raccolta,
i piedi e le mani prigionieri,
sole a sole e luna a luna,
pesano sulle vostre ossa!
Andalusi di Jaén,
contadini superbi,
il mio cuore chiede: di chi,
di chi sono questi ulivi?
Jaén, alzati valorosa,
sulle tue pietre lunari,
non essere schiava,
con tutti i tuoi olivari.
Dentro la luminosità
dell’olio e dei suoi aromi,
indicano la tua libertà
la libertà dei tuoi colli.

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