Lavorare ovunque siano le masse operaie

Il compito più importante di un vero Partito comunista consiste nel rimanere sempre nel più stretto contatto con i più ampi strati del proletariato” (II Congresso del Komintern, Tesi sul ruolo del Partito comunista nella rivoluzione proletaria, 1920)

Qual è oggi in Italia il Partito o l’organizzazione che, proclamandosi comunista, abbia stretti ed estesi legami con lavoratori e masse operaie? Eppure, per i comunisti, questo è il nodo dei nodi. Abbiamo affermato che “movimento operaio e movimento comunista ‘viaggiano’ oggi su strade separate e ciò li ha resi più deboli”. Dunque, compito primario dei comunisti è quello di recuperare il rapporto con la classe. In una fase in cui il “movimento comunista”, nel migliore dei casi, è chiuso in sé stesso, e il movimento operaio, a causa anche di delocalizzazioni e parcellizzazioni produttive viene disarticolato, a scapito dell’unità della classe e dell’unitarietà delle lotte, in questa situazione i comunisti si trovano ancora una volta di fronte al quesito: “da che cosa cominciare?”.

Dal momento che sarebbe velleitario, in questa situazione, “proclamare” l’ennesimo Partito comunista, e che il “Partito non nasce da forzature o per buona volontà, ma sotto l’influsso di grandi battaglie che determinano profondi mutamenti nelle condizioni di esistenza delle classi”, i comunisti debbono lavorare per far sì che l’esigenza della costituzione del Partito comunista scaturisca dallo sviluppo di quelle battaglie, oggi purtuttavia frammentate e spesso esclusivamente di difesa.

Nella situazione attuale, quando larghi settori di lavoratori appaiono culturalmente sottomessi all’ideologia borghese, i comunisti debbono muoversi a partire dalle questioni quotidiane della classe operaia e delle masse popolari; lavorare quotidianamente e ogni dove, fino a penetrare i problemi e le necessità specifiche anche della singola fabbrica e del singolo reparto, del singolo quartiere, essere partecipi di ogni singolo movimento “incosciente”, per portare la coscienza della necessità di liberarsi dall’influenza dell’ideologia borghese, la coscienza della necessità di un’organizzazione propria della classe operaia.

In questa fase, in cui è necessario ricomporre il legame tra organizzazioni comuniste e classe operaia, i comunisti non possono avere la presunzione di essere “l’avanguardia”, se non riescono a incunearsi in ogni spiraglio, in ogni settore di lotta della classe operaia, dei lavoratori. Questo non significa mettersi alla coda di ogni “malcontento”, ma vuol dire portare in ogni lotta piattaforme ideologiche chiare, distinte dal movimentismo e dal dottrinarismo inconcludenti, anche perché, il “malcontento” spontaneo rischia spesso di essere cavalcato dalla demagogia di forze reazionarie.

Abbiamo anche affermato che, al momento, “non siamo in grado di spostare interi settori della classe dalla parte dei comunisti organizzati, ma possiamo condurre un lavoro di conquista degli elementi avanzati della classe, di formazione dei quadri, di unificazione delle azioni di lotta”. Dunque: è da qui che si deve partire. In una fase di frammentazione del movimento operaio, di dominio pressoché incontrastato della sottocultura borghese, anche sotto le vesti del “riformismo” liberal-democratico, da un lato, e, dall’altro, di riduzione delle singole formazioni comuniste, in molti casi, a “circoli di discussione”, può essere istruttiva l’esperienza dei primi momenti della socialdemocrazia russa.

Nadežda Krupskaja ricorda come operasse Lenin nei primi circoli operai: “leggeva con gli operai Il Capitale di Marx, lo spiegava loro e dedicava la seconda parte dell’incontro a interrogare gli operai sul loro lavoro, sulla condizione operaia e mostrava loro il legame della loro vita con tutta la struttura della società, spiegando poi come, per quale via, trasformare l’ordine esistente”.

Era però necessario passare dalla propaganda individuale nei circoli, all’agitazione tra le masse: la nascita della “Unione di lotta per l’emancipazione della classe operaia” consentì tale passaggio. Dato che gli intellettuali socialdemocratici erano isolati dalle masse lavoratrici e avevano scarsa conoscenza delle loro condizioni di vita, Lenin propose di iniziare con l’indagine delle condizioni di lavoro in ogni concreta impresa e con l’analisi dei diversi aspetti della vita in Russsia, da un punto di vista marxista, per stabilire legami con le masse proletarie.

Racconta Krupskaja: “Vladimir Ilič si interessava di ogni dettaglio che illustrasse l’ambiente, la vita dei lavoratori; cercava di assimilare la vita dell’operaio nella sua interezza, trovare ciò a cui ci si potesse agganciare per meglio avvicinarsi ai lavoratori con la propaganda rivoluzionaria… Ilič studiava attentamente le leggi sulle fabbriche, ritenendo che, spiegando queste leggi, sarebbe stato facile chiarire agli operai il legame della loro posizione col sistema statale.

Le tracce di questo studio sono evidenti in una serie di articoli e opuscoli scritti apposta per gli operai: “La nuova legge sulle fabbriche”, “Sugli scioperi”, “Sui tribunali industriali”, così come in decine di volantini di agitazione. In essi, Ilič fornisce un brillante esempio di come elevare la coscienza degli operai di quel tempo, di come, a partire dai loro bisogni, da una particolare impresa, da ogni acuta specifica questione, condurli passo dopo passo alla necessità della lotta politica rivoluzionaria.

All’inizio, per non spaventare i lavoratori con idee che avevano come primo obiettivo il rovesciamento dell’autocrazia (in quel momento, le masse popolari credevano ancora nello zar), si decise di iniziare con quei fenomeni negativi che violavano la legislazione vigente. Ricorda il bolscevico Gleb Kržižanovskij: “Nei volantini, redatti sulla base dei nostri incontri con gli operai, cercavamo di partire dai bisogni quotidiani, dalla concreta situazione di questa o quella fabbrica, passando anche rapidamente a slogan di carattere politico, che scaturivano dagli ostacoli che il governo zarista accumulava sulla strada della lotta dei lavoratori per miglioramenti puramente economici”. Krupskaja: “Il metodo dell’agitazione sul terreno delle esigenze quotidiane degli operai si radicò profondamente nel lavoro del nostro Partito”, confermando la giustezza del collegamento tra lotta economica e politica. Un altro bolscevico, Mikhail Sil’vin: “Il nostro più recondito desiderio era di introdurre nel movimento di massa un’idea politica cosciente, l’idea della lotta per il rovesciamento dell’autocrazia, per la libertà politica. Ma per paura di fare un passo prematuro, tatticamente errato, inconsciamente slittavamo nell’economismo… In contrappeso ai compagni eccessivamente dediti alla lotta economica, Lenin non dimenticava mai l’aspetto principale: la lotta politica, verso cui egli in modo accurato e ponderato spingeva gli operai”.

Antonio Gramsci fece tesoro dell’esperienza della socialdemocrazia russa. Nel 1921 scriveva: “Bisogna dire una cosa, che la coscienza di classe, da quando ha incominciato a formarsi nelle grandi masse lavoratrici, ha sempre avuto originariamente, come suo contenuto, il desiderio d’una liberazione completa dai vincoli di schiavitù economica e civile che nella società capitalistica tengono avvinti coloro che vivono del loro lavoro”. E ancora nel 1921: “… perché gli operai amarono “L’Ordine Nuovo”? Perché negli articoli del giornale ritrovavano una parte di sé stessi, la parte migliore di sé stessi… Perché gli articoli de “L’Ordine Nuovo” non erano fredde architetture intellettuali, ma sgorgavano dalla discussione nostra con gli operai migliori, elaboravano sentimenti, volontà, passioni reali della classe operaia torinese, che erano state da noi saggiate e provocate, perché gli articoli de “L’Ordine Nuovo” erano quasi un “prendere atto” di avvenimenti reali”. Al tempo stesso, Gramsci non perdeva di vista il ruolo strategico del Partito della classe operaia.

Nel 1919, ancora all’interno del Partito socialista, scriveva che “il Partito deve continuare a essere l’organo di educazione comunista, il focolare della fede, il depositario della dottrina… Ma la vita sociale della classe lavoratrice è ricca di istituti, si articola in molteplici attività. Questi istituti e queste attività bisogna appunto sviluppare, organizzare complessivamente, collegare in un sistema vasto e agilmente articolato che assorba e disciplini l’intera classe lavoratrice. L’officina con le sue commissioni interne, i circoli socialisti, le comunità contadine, sono i centri di vita proletaria nei quali occorre direttamente lavorare… I circoli, d’accordo con le sezioni urbane, dovrebbero fare un censimento delle forze operaie della zona, e diventare la sede del consiglio rionale dei delegati dell’officina, il ganglio che annoda e accentra tutte le energie proletarie del rione”. Nel 1925 scriveva che “la lotta del proletariato contro il capitalismo si svolge su tre fronti: quello economico, quello politico e quello ideologico. La lotta economica ha tre fasi: di resistenza contro il capitalismo, cioè la fase sindacale elementare; di offensiva contro il capitalismo per il controllo operaio sulla produzione; lotta per l’eliminazione del capitalismo attraverso la socializzazione. Anche la lotta politica ha tre fasi principali… Perché la lotta sindacale diventi un fattore rivoluzionario occorre che il proletariato l’accompagni con la lotta politica, cioè che il proletariato abbia coscienza di essere il protagonista di una lotta generale che investe tutte le questioni più vitali dell’organizzazione sociale, cioè abbia coscienza di lottare per il socialismo… I tre fronti della lotta proletaria si riducono a uno solo per il Partito della classe operaia, che è tale appunto perché riassume e rappresenta tutte le esigenze della lotta generale”.

Sempre nel 1925, dopo la “crisi Matteotti” e l’Aventino, scriveva che “Il problema fondamentale che nella situazione presente il Partito comunista deve proporsi di risolvere è quello di riportare il proletariato ad avere una posizione autonoma di classe rivoluzionaria, libera da ogni influenza di classi, gruppi e partiti controrivoluzionari, capace di raccogliere intorno a sé e di guidare tutte le forze che possono essere mobilitate per la lotta contro il capitalismo”.

Gramsci parlava del Partito comunista già formato, anche se ancora in via di strutturazione e consolidamento; ma i compiti primari che, anche oggi, stanno di fronte a un’organizzazione comunista intermedia, sono proprio quelli, in questa fase iniziale, di liberare la classe operaia, le masse popolari, da ogni “influenza di classi, gruppi e partiti controrivoluzionari”, e parimenti, di porsi quale fulcro su cui si concentrino i “tre fronti della lotta proletaria”, per arrivare, nello scontro di classe, insieme e per la classe operaia, alla costituzione di un autentico Partito comunista.

Dicembre 2020

La Commissione politica di Coordinamento Comunista Lombardia, Coordinamento Comunista Toscano, Piattaforma Comunista – per il Partito Comunista del Proletariato d’Italia

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