A Milazzo si coltivavano i gelsomini fin dai primi anni del Novecento e questa attività costituiva una delle poche occasioni di lavoro per le donne del tempo. Erano bambine e donne le gelsominaie più ricercate perché le loro dita piccole meglio sapevano cogliere questi fiori delicati . Si lavora nei campi dalle due di notte fino all’alba, perché con la luce del sole i gelsomini diventano gialli e non possono più essere raccolti. I gruppi erano formati da dieci donne che si riuniscono tutti i giorni alle 2,30 in piazza XXIV Maggio dove erano prelevate dai caporali e portate nei campi; mezz’ora dopo iniziava la raccolta e va avanti per ore, sempre al buio, la sola luce è data dalla luna. Nel primo pomeriggio ritornavano nelle campagne per togliere le erbacce mentre gli uomini irrigavano la sera. Indossavano grandi gonne lunghe, alcune più coraggiose i pantaloni e un grembiule; avevano solo un fazzoletto che usavano mettere in testa per ripararsi dalla rugiada, le più fortunate avevano gli stivali, altre gli zoccoli, ma, s’impigliavano nelle piante, quindi, i piedi nudi facilitavano il lavoro. Le gelsominaie con i piedi nell’acqua, venivano molto spesso infettate dalla leishmaniosi, una malattia causata da protozoi parassiti appartenenti a oltre 20 specie di Leishmania. Le persone si infettano attraverso le punture di flebotomi (o pappataci) femmine che pungevano la pelle dei piedi nudi, determinando tumefazioni articolari, dermatiti, andature zoppicanti; a questo aggiungiamo, che stavano ore con la schiena piegata per guadagnare un pugno di lire. Le madri erano costrette a portare i loro figli più piccoli, lasciandoli dormire nelle ceste, mentre le bambine erano coinvolte nella raccolta di fiori che dovevano essere delicatamente staccati uno per uno e posti nella grande tasca del grembiule. Dopo essere stati raccolti, erano messi tutti insiemi in grandi ceste, poi lavati, impacchettati e infine spediti all’estero per la produzione di profumi. Essendo l’unica fonte di lavoro per le donne, esse sottostavano a una miserabile paga a peso, e non a ore. Guadagnavano 25 lire per ogni chilo raccolto (inoltre le bilance erano spesso truccate), equivalente a circa diecimila fiori di gelsomino. La paga miserabile e le pessime condizioni di lavoro portarono le gelsominaie di Milazzo a fare il primo sciopero fatto da donne della storia siciliana. Nell’agosto del 1946 scoppiò la rivolta delle lavoratrici della piana di Milazzo, guidata da Grazia Saporita, chiamata “la Bersagliera”, munita di un bastone, il giorno dello sciopero, all’alba bussò alle porte delle sue colleghe invitandole a seguirla, tutte ubbidirono perché si sentivano protette da questa donna caparbia e autoritaria. Durò ben nove giorni lo sciopero. Le gelsominaie si interessarono anche al destino di altre lavoratrici sfruttate, le loro gesta si diffusero per tutta l’ isola, molte di loro conobbero la cella. Ma queste donne continuarono a difendersi e a difendere, consapevoli di essere parte e rappresentanza di una categoria, e lo sciopero proseguì, si estese a macchia d’ olio e coinvolse le impiegate che si occupavano dei semenzai di Mazzarrà Sant’Andrea, le cavatrici di agrumi di Barcellona di Sicilia, le incartatrici di Capo d’ Orlando, le salatrici di sarde di Sant’Agata, le portatrici di argilla di Santo Stefano di Camastra, le raccoglitrici di olive dei monti Nebrodi e delle Madonie. Superò perfino lo Stretto, tracciando un’ inquietante mappa del lavoro nero femminile. Vinsero la loro battaglia il prezzo riconosciuto fu portato a 50 lire al chilo, , in seguito, a 80-90 lire e, nel 1975, a 1050 lire e, inoltre, stivali in dotazione, che ne proteggessero i piedi dal terreno fangoso; grembiuli contro l’assalto degli insetti; cesoie per facilitare la raccolta e, soprattutto, un orario di lavoro più accettabile. Rosaria raccolse gelsomini fino alla fine degli anni ’70 e andò in pensione in contemporanea con la fine della coltivazione dei gelsomini , sostituita dalla grande industria da prodotti sintetici. Nel 2013, per eternarne la storia il Comune di Milazzo ha intitolato una strada a queste lottatrici e lavoratrici coraggiose.
Letture per capire che gli italiani in Jugoslavia e nell’Africa nord orientale, non sono stati “brava gente”. E per capire che il “giorno del ricordo” è, di fatto, una ricorrenza voluta dai fascisti di AN, nel quale vengono riabilitati criminali di guerra, fascisti, collaborazionisti.
“Operazione Foibe: tra storia e mito” (Kappa Vu); la “Banda Collotti, storia di un corpo di repressione al confine orientale d’Italia”; “Operazione Plutone, le ultime inchieste sulle foibe triestine” di Claudia Cernigoi. “Esuli a Trieste, italianità sul confine orientale”; “Da Sanremo alle foibe, spunti di riflessione storica e culturale sullo spettacolo Magazzino 18” di Sandi Volk. “Porzus, dialoghi sopra un processo da rifare”; “Un campo di concentramento fascista: Gonars 1942-1943”; “Lager italiani, pulizia etnica e campi di concentramento fascisti” di Alessandra Kersevan.
I promotori di ‘Lucca Comics’ (Srl Lucca Crea e Comune di Lucca) hanno commesso il gravissimo e imperdonabile errore di aver offerto il patrocinio dell’evento all’ambasciata d’Israele. Fatta la frittata alle uova non si torna! Gli artisti che, fino ad ora hanno detto NO, hanno fatto bene e debbono ricevere la più ampia solidarietà. Il politicume istituzionale e l’untuoso culturame che ha offeso minacciosamente questi artisti, per essere schierati a fianco della resistenza del popolo palestinese da 75 anni, fino a tacciarli di razzismo, dovrebbero tacere. Solo il loro vociare è inaccettabile e ripugnante. Per vari e ovvi motivi, saltare l’evento questo anno, è motivo di coerenza e senso di responsabilità.
Dodici giorni dopo, il 23 settembre, Pablo Neruda pseudonimo di Ricardo Eliécer Neftalí Reyes Basoalto (lo scelse in onore dello scrittore e poeta ceco Jan Neruda), una delle più importanti figure della letteratura latino-americana del Novecento, poeta, intellettuale comunista e nemico giurato del regime morì in dubbie circostanze. Aveva sessantanove anni.
Dal “Canto general”
Scrivo per il popolo per quanto non possa leggere la mia poesia con i suoi occhi rurali. Verrà il momento in cui una riga, l’aria che sconvolse la mia vita, giungerà alle sue orecchie, e allora il contadino alzerà gli occhi, il minatore sorriderà rompendo pietre, l’operaio si pulirà la fronte, il pescatore vedrà meglio il bagliore di un pesce che palpitando gli brucerà le mani, il meccanico, pulito, appena lavato, pieno del profumo del sapone guarderà le mie poesie, e queste gli diranno forse: «È stato un compagno». Questo è sufficiente: questa è la corona che voglio. Voglio che all’uscita di fabbriche e miniere stia la mia poesia attaccata alla terra, all’aria, alla vittoria dell’uomo maltrattato.
Quando il Cile
Oh Cile, lungo petalo di mare e vino e neve Oh quando ti rincontrerò Arrotolerai il tuo nastro Di schiuma bianca e nera Nella mia vita, scatenerò la mia poesia sul tuo territorio. Ci sono uomini Metà pesce, metà vento. Ci sono altri uomini fatti d’ acqua. Io sono fatto di terra. Vado per il mondo ogni giorno più allegro: ogni città mi dà una nuova vita. Il mondo sta nascendo Però se piove in Lota Sopra di me cade la pioggia Se in Lonquimay la neve scivola dalle foglie la neve arriva dove sono. Cresce in me lo scuro frumento di Caniù ho aranceti a Villarca ho sabbia nel Grande Nord ho una rosa bionda nella provincia, e il vento bussa, l’ ultima ondata di Valparaiso mi ha colpito al petto con un grido spezzato come se ci fosse nel mio cuore una finestra rotta.
Il mese di ottobre è arrivato È così diverso dallo scorso ottobre Che quando arrivò fu come se stessi guardando il tempo immobile. Qui è autunno Attraverso la steppa siberiana Giorno dopo giorno tutto è giallo Gli alberi, le piante, la terra, e quello che l’ uomo nuovo crea. C’è oro e fiume rosso Mattina immensa, neve, purezza. Nel mio paese la primavera viene da nord a sud È come una ragazza Che per le pietre nere di Conquiubo, per il bordo solenne della schiuma vola con i piedi nudi fino agli arcipelaghi. Non solo il territorio, primavera Riempie domi, mi offri. Non sono un uomo solo. Nacqui nel sud. Dalla frontiera portai Le solitudini ed il galoppo dell’ultimo capo ma il partirò mi ha smontato E mi feci uomo e camminai le sabbie e le cordigliere Amando e scoprendo. Popolo mio, verità che in primavera Suona il mio nome nelle orecchie E tu mi riconosci Come se fossi un fiume Che passa per la porta? Sono un fiume. Se ascolti Lentamente sotto le saline Di Antofagasta, o meglio Al sud di Osorno O la cordigliera in Mepilla, o in Teuco, nella notte di astri bagnati e alloro sonoro, metti sulla terra i tuoi uditi, ascolterai che corro sommerso, cantando. Ottobre, Oh Primavera Datemi al mio popolo Che farò senza condurre sulle mie spalle Una parte della speranza? Che farò senza camminare con la bandiera che di mano in mano nella fila della nostra lunga lotta venne alle mie mani? Oh patria, Patria, Oh quando e quando Quando Mi rivedrò con te. Lontana da te Metà della mia terra del tuo uomo Ho continuato ad essere E un’altra volta oggi la primavera va via Però io vado con la tua vittoria sopra il fronte E in te continuano a vivere le mie radici.
Sabato 9 agosto 2008 Mahmud Darwish, il poeta della Resistenza palestinese, è morto a Houston, negli Stati Uniti il 9 agosto 2008. Aveva 67 anni e il suo cuore non ha retto all’ultimo delicato intervento subìto.
Potete legarmi mani e piedi togliermi il quaderno e le sigarette riempirmi la bocca di terra: la poesia è sangue del mio cuore vivo sale del mio pane, luce nei miei occhi. Sarà scritta con le unghie, lo sguardo e il ferro, la canterò nella cella della mia prigione, al bagno, nella stalla, sotto la sferza, tra i ceppi nello spasimo delle catene. Ho dentro di me un milione d’usignoli Per cantare la mia canzone di lotta.
È fresco di stampa l’ultimo lavoro di Enrico Vigna portavoce per l’Italia del forum di Belgrado per un Mondo di eguali e Coordinatore dei Progetti di Solidarietà concreta SOS Jugoslavia e di altri numerosi incarichi. Il titolo è “Kosovo 1999. Albanesi e milizie kosovare albanesi di autodifesa che hanno lottato per la Jugoslavia”. Segue altre interessanti pubblicazioni riguardanti l’Afghanistan, le guerre, l’Ucraina, il Donbass, la Siria, i palestinesi e altro. È un interessante lavoro durato un anno, di ricostruzione con testimonianze, documentazione, fotografie e interviste – tra le quali una a Milosevic – di ciò che è avvenuto nel 1999. Racconta la strategia dei terroristi separatisti, il sabotaggio economico e sociale, i loro legami con gli Usa e il loro sostegno e il finanziamento per le forniture di armamenti, gli sforzi profusi dal Governo serbo per pacificare la situazione. È una cronologia puntuale della campagna di terrore pianificato da UCK fin dall’inizio per raggiungere i propri obiettivi strategici basati sul separatismo nazionale rivolto alla secessione del Kosovo dalla Serbia e dalla RF della Jugoslavia per annetterlo all’Albania e costruire la cosiddetta grande Albania nei Balcani.
Questa pubblicazione dimostra, dati alla mano, cos’era il Kosovo – consegnato all’UCK dopo l’occupazione NATO – fino al 1999 e com’è stato distrutto; l’operato dell’UCK, il sistema terroristico che ha avuto molta forza nel 1989 in particolare in Kosmet. Un sistema che non risparmiava né le donne né i bambini e lo dimostra la mostruosa uccisione della famiglia albanese degli Hajra nel 2001. Rapimenti di cittadini, torture sono stati una pratica costante confermata dai cadaveri massacrati e torturati ritrovati e dalle testimonianze delle persone fuggite dai separatisti albanesi. Una pulizia etnica che smaschera quella propagandata dall’imperialismo, con la presenza delle forze internazionali KFOR e UMMIK (missione ONU in Kosovo). Ricostruisce storie vissute e sconosciute come quelle che la maggioranza dei testimoni nel processo contro Ramush Haradinaj – primo ministro del Kosovo – al tribunale dell’Aia hanno cambiato idea quando sono venuti a conoscenza che Ramush Haradinaj sarebbe tornato a Pristina e avrebbe potuto prendere parte alla vita politica. Alcuni spaventati anche dalla “visita” della “difesa” di Ramush Haradinaj ai testimoni pronti a testimoniare, altri hanno ricevuto ingenti somme di denaro, altri sono diventati membri e funzionari dell’alleanza per il futuro del Kosovo, il partito di Hrandinaj. Chi non si è piegato, come Hasan Rrustemi, pur essendo protetto dall’UNMIK, è stato assassinato al mercato di Mala Krusa vicino a Prizren, con il messaggio dell’UCK che tutti coloro che lavorano contro l’UCK avrebbero fatto la stessa fine. Un atto di memoria storica che mostra quanto l’occidente capitalista volesse la guerra per distruggere la Jugoslavia e, al tempo stesso, è la ricerca della verità e della giustizia.
Kosovo 1999. Albanesi e milizie kosovare albanesi di autodifesa che hanno lottato per la Jugoslavia”. Edizione “La città del Sole”, 178 pagine, euro 18
«Il fascismo si può combattere soltanto in quanto capitalismo, in quanto forma più nuda, più sfacciata, più oppressiva e più traditrice del capitalismo»
Coloro che sono contro il fascismo senza essere contro il capitalismo, che si lamentano della barbarie che proviene dalla barbarie, sono simili a gente che voglia mangiare la sua parte di vitello senza però che il vitello venga scannato. Coloro che sono contro il fascismo senza essere contro il capitalismo, che si lamentano della barbarie che proviene dalla barbarie, sono simili a gente che voglia mangiare la sua parte di vitello senza però che il vitello venga scannato. Vogliono mangiare il vitello, ma il sangue non lo vogliano vedere. Per soddisfarli basta che il macellaio si lavi le mani prima di servire la carne in tavola. Non sono contro i rapporti di proprietà che generano la barbarie, ma soltanto contro la barbarie. Alzano la voce contro la barbarie e lo fanno in paesi in cui esistono bensì gli stessi rapporti di proprietà, ma i macellai si lavano ancora le mani prima di servire la carne in tavola.
Bertolt Brecht è stato poeta militante, drammaturgo, regista teatrale, compositore e saggista, fra i più noti della storia tedesca del Novecento. Esempio di quello che Gramsci chiamava “intellettuale organico” e grande compagno, insignito del Premio Lenin per la Pace nel 1954. I suoi versi suonano ancora più che mai attuali.
Chi sta in alto dice pace e guerra
Sono di essenza diversa. La loro pace e la loro guerra son come vento e tempesta. La guerra cresce dalla loro pace come il figlio dalla madre. Ha in faccia i suoi lineamenti orridi. La loro guerra uccide quel che alla loro pace è sopravvissuto.
Generale
Generale, il tuo carro armato è una macchina potente Spiana un bosco e sfracella cento uomini. Ma ha un difetto: ha bisogno di un carrista. Generale, il tuo bombardiere è potente. Vola più rapido d’una tempesta e porta più di un elefante. Ma ha un difetto: ha bisogno di un meccanico. Generale, l’uomo fa di tutto. Può volare e può uccidere. Ma ha un difetto: può pensare.
Al momento di marciare
Al momento di marciare molti non sanno che alla loro testa marcia il nemico. La voce che li comanda è la voce del loro nemico. E chi parla del nemico è lui stesso il nemico.
Quando la guerra comincia
Forse i vostri fratelli si trasformeranno e i loro volti saranno irriconoscibili. Ma voi dovete rimanere eguali. Andranno in guerra, non come ad un massacro, ad un serio lavoro. Tutto avranno dimenticato. Ma voi nulla dovete dimenticare. Vi verseranno grappa nella gola come a tutti gli altri. Ma voi dovete rimanere lucidi.