

Il 21 gennaio in occasione dell’Anniversario della fondazione del Pcd’I di Gramsci come ULPC abbiamo svolto due iniziative: a Livorno il 21 e a Bologna il 25.
A Livorno la mobilitazione si è svolta davanti al teatro San Marco dove nacque il Pcd’I, ULPC e Fronte della gioventù comunista – dopo vari interventi sui temi di politica interna e internazionali – hanno deposto un mazzo di fiori. A Bologna la celebrazione si è svolta in una struttura di quartiere. Oltre 350 i presenti, la maggioranza giovani e giovanissimi, hanno ascoltato con molta attenzione gli interventi del Fronte della gioventù comunista che ha aperto i lavori e, a seguire, dei compagni del Fronte comunista, del Laboratorio Politico Gramsci, ULPC, SGB, di un familiare della strage ferroviaria di Viareggio del 2009, la lettura dello scritto inviato da compagni/e di Teramo, fino all’intervento conclusivo di un compagno del Comitato centrale del FGC.
Tra la denuncia delle società borghesi, del governo Meloni e del revisionismo del PD, e rifacendosi a Gramsci il tema centrale degli interventi è stato la necessità per i comunisti di unirsi, organizzarsi per lottare meglio contro il nemico e per cambiare la società basata sull’oppressione e sullo sfruttamento prospettando la possibilità alternativa della società socialista.

L’intervento di ULPC

Compagni e compagne, abbiamo tenuto due iniziative sulla fondazione del Partito per l’anniversario del 21 gennaio. La celebrazione del 21 a Livorno, l’iniziativa pubblica di oggi a Bologna. Quante realtà oggi sono capaci e disponibili a fare altrettanto?
Rendere omaggio al Partito di Gramsci, di cui ci consideriamo eredi, non è un esercizio nostalgico ma un orientamento concreto per perseguire l’obiettivo strategico della ricostruzione di una forza comunista in Italia all’altezza dei tempi.
Le contraddizioni che stanno emergendo in tutto il mondo, soprattutto nei paesi a capitalismo avanzato e imperialisti, dove dominano i monopoli e l’alta finanza, sono sempre più acute. Le statistiche evidenziano come i ricchi diventano sempre più ricchi, i poveri aumentano e diventano sempre più poveri.
Le guerre imperialiste fanno sì che a pagarne le conseguenze siano i popoli sfruttati e oppressi, fino al massacro, come avvenuto nella striscia di Gaza.
In 15 mesi lo Stato sionista, con la complicità degli Usa e dell’UE, ha raso al suolo Gaza, già campo di concentramento a cielo aperto; ha perpetrato un genocidio che ha massacrato 47.000 esseri umani di cui la maggioranza donne e bambini. Secondo le valutazioni Onu e di una rivista medica britannica, i morti sarebbero 70.000.
Lo Stato sionista non è stato in grado: – di sradicare la Resistenza palestinese, che gode dell’appoggio di buona parte della popolazione; – di liberare i coloni israeliani prigionieri; – di riprendere la pulizia etnica, a partire dal nord di Gaza, dove i palestinesi sfollati stanno tornando a quanto resta dei loro villaggi e città.
La lotta della Resistenza palestinese contro il sionismo e l’imperialismo ha riaperto la prospettiva della liberazione, ha dimostrato di poter contrastare un esercito che sembrava invincibile, ha rappresentato un esempio non solo per il proprio popolo ma per oppressi e sfruttati del mondo.
Sta a noi, raccogliere il testimone, organizzarci per lottare contro l’imperialismo di casa nostra, che sfruttando i lavoratori in Italia opprime altri popoli e rilanciare l’internazionalismo proletario.
La situazione, caratterizzata da una profonda crisi economica, sociale, sanitaria e ambientale, spinge i comunisti ad assumere responsabilità per aprire un processo politico-organizzativo in cui strutturarsi e rafforzare il legame con il movimento operaio, con lavoratori/trici, confrontandosi con i suoi problemi e le sue necessità, acquisire influenza e accumulare forze.
I processi di ristrutturazione e le privatizzazioni di interi settori economici, messi in atto dalla borghesia per arginare gli effetti delle crisi cicliche e per contrastare la forza e le conquiste del proletariato del passato, hanno generato una situazione di frammentazione e stratificazione delle classi lavoratrici.
Nuovi settori economici hanno prodotto figure di lavoratori che, insieme a quelli dei settori privatizzati e sussunti dal capitale nelle infrastrutture, trasporti, energia, sanità, istruzione, sono andati a ingrossare le fila dei lavoratori salariati che producono plusvalore per il capitale.
Fenomeni come la globalizzazione, la divisione internazionale del lavoro, le delocalizzazioni, l’immigrazione di mano d’opera a basso costo, le esternalizzazioni, il lavoro interinale, i subappalti alle cooperative, la disoccupazione strutturale, hanno esasperato la flessibilità, la precarietà, la ricattabilità e la concorrenza tra i lavoratori.
L’analisi compiuta delle classi sociali in Italia potrà essere realizzata dal Partito, radicato tra i lavoratori, ma ciò non esime i comunisti organizzati da fornire un primo contributo.
L’analisi di classe è indispensabile ai comunisti per capire chi hanno di fronte oggi quando parlano di proletariato, classe operaia, piccola borghesia e ceti medi; chi debbono unire e chi debbano sconfiggere, con chi si dovranno alleare.
L’analisi di classe serve a individuare amici e nemici nel processo di ricostruzione del Partito prima, e nel processo di conquista del potere dopo. Sulla questione Marx ed Engels hanno chiarito la natura e la funzione delle classi sociali, Lenin ha dimostrato l’importanza fondamentale delle alleanze di classe per condurre in porto la rivoluzione, mantenere il potere ed edificare la nuova società.
La flessibilità, con il pacchetto Treu del 1997, la Legge Biagi del 2003, il Jobs Act e l’abolizione dell’art.18, hanno fatto della precarietà un sistema di vita.
Gli attacchi economici e politici sono tutt’uno con l’attacco ideologico: la negazione della classe operaia e del suo ruolo nella società e l’attacco all’idea del Partito indipendente. La classe dominante, con la campagna anticomunista, deve impedire che le masse popolari siano attratte dall’influenza e dalla direzione del proletariato organizzato. Approfittando della sconfitta del socialismo, che ha seminato smarrimento e sfiducia, ha cosparso il ‘virus’ delle ideologie borghesi e piccolo borghesi dal nazionalismo al sovranismo, dal neo-corporativismo all’individualismo.
Per contenere la combattività, governi, padroni e vertici sindacali, hanno messo in atto codici di autoregolamentazione sullo sciopero nei servizi pubblici e leggi antisciopero, la 146 del ‘90 e la 81 del 2000; il passaggio dai consigli di fabbrica e dei delegati alle RSU omologate ai sindacati; il Testo unico sulla rappresentanza che penalizza la rappresentatività dei lavoratori; il Patto tra sindacati e Confindustria sul nuovo modello contrattuale; codici etici nei Ccnl e applicazione dell’obbligo di fedeltà (art.2105 del Codice Civile del 1942) contro delegati e attivisti sindacali, fino al DdL 1660, approvato alla Camera il 18 settembre scorso. Un disegno di legge che, con la sua applicazione, si pone l’obiettivo di sanzionare e punire ulteriormente chi dissente, protesta e lotta.
La sfiducia verso i sindacati collaborazionisti e istituzionalizzati ha ridotto iscritti e partecipazione. A ciò non è corrisposto un rafforzamento del sindacalismo di base e conflittuale. Il patrimonio di lavoratori combattivi che, dalla fine degli anni ’70, hanno pensato di organizzarsi fuori dai sindacati istituzionali e concertativi, è stato penalizzato anche da certe dirigenze che hanno dimostrato di non avere una concezione dell’azione sindacale al servizio degli interessi di classe.
I comunisti hanno la consapevolezza che il sindacato non ha obiettivi rivoluzionari, non può superare la società borghese, poiché organizza i lavoratori nella vendita della forza-lavoro al prezzo più alto e per la difesa dallo sfruttamento.
Anche se vi sono sindacati di base che si ritengono sindacati di classe, ciò non risponde alla realtà per i rapporti di forza e la mancanza del Partito. Vi sono, però, organizzazioni e realtà sindacali capaci di difendere gli interessi della classe attraverso forme di lotta, trattative, vertenze, mobilitazioni. In questi anni compagni/e hanno aderito a sindacati di base e non, secondo la loro credibilità nei posti di lavoro o riconoscendosi in proposte di lotta e vertenze.
I comunisti devono lavorare alla costruzione di fronti di resistenza e di lotta: 1) contro l’attacco di padroni e governi: dai licenziamenti di massa alla riduzione del salario, dalle controriforme su pensioni, Jobs act, contrattazione, diritto di sciopero fino alla repressione nei luoghi di lavoro, dall’autonomia differenziata alle privatizzazioni, all’aggressione a salute, sicurezza e ambiente.
2) Contro le burocrazie sindacali che ostacolano i lavoratori più combattivi, abbandonandoli di fronte a repressione e vertenze, senza nutrire illusioni sulla loro riformabilità o riporre fiducia in una lotta velleitaria di conquista degli apparati per modificarne la linea.
3) Per l’unità di classe perché “uniti si può vincere”. Lottare affinché la sigla sindacale sia subordinata all’interesse generale di classe, far prevalere il desiderio di unità contro il nemico comune: padronato, governi e sindacati collaborazionisti e corporativi. Socializzare le lotte d’azienda, di categoria, territoriali e nazionali; favorire l’unità tra attivisti e delegati, superare le divisioni, spesso imposte da sigle.
I comunisti devono favorire la costituzione di coordinamenti di lavoratori/trici intercategoriali, di categoria, settore, territorio, autoconvocati e auto-organizzati, comitati di sciopero e di lotta, per la partecipazione e il protagonismo anche di non iscritti, di ambiti intersindacali, con vertenze e scioperi. Forme che rappresentano passi concreti in avanti verso l’autonomia di classe, l’indipendenza e la NON delega, in contrasto con gli ambiti sindacali ‘istituzionalizzati’.
In questo senso, esemplare è stata la vertenza/mobilitazione in difesa di 500 posti di lavoro (licenziati in massa il 9 luglio 2021) promossa dal Collettivo di fabbrica e dalle Rsu della ex Gkn, con l’occupazione della fabbrica, la mobilitazione di mesi e mesi, le grandi manifestazioni.
4) Per la solidarietà e il sostegno alle lotte impegnando ogni realtà sindacale a questo indispensabile dovere di classe. Contro la repressione padronale e di Stato e ogni sorta di rappresaglia o licenziamento politico, a danno di chi infrange la ‘fedeltà aziendale’, come delegati e attivisti che denunciano mancanze su sicurezza e salute, incidenti e morti sul lavoro o chi organizza picchetti, blocco delle merci e scioperi. Le morti sul lavoro e da lavoro, le innumerevoli stragi industriali e ambientali, sono l’anello debole della borghesia, che impiega grandi energie affinché non suscitino rabbia, resistenza, organizzazione; un aspetto irrinunciabile di attività, di denuncia e lotta, di trasformazione della coscienza e di consapevolezza sull’irriformabilità del sistema.
Su sicurezza, salute e repressione, dobbiamo batterci affinché realtà sindacali, coordinamenti, collettivi, comitati, reti, osservatori, associazioni, coordinino ogni loro attività e iniziativa per sviluppare un’azione comune di respiro nazionale, attraverso campagne di denuncia, solidarietà e sostegno. Per dare un maggiore impulso alla tendenza generale alle lotte, alla rabbia e al dolore dei familiari di stragi e di vittime sul lavoro e da lavoro, alle avanguardie operaie e sindacali attive e per questo colpite dalla repressione.
Appoggiare forme di autodifesa come le Casse di resistenza per dimostrare che la solidarietà è un’arma irrinunciabile per di chi lotta contro il potere padronale. In ogni situazione in fermento, i comunisti non devono isolarsi con parole d’ordine ultra-sinistre, puerili, cervellotiche, con formule non rispondenti alle condizioni concrete, ma essere un punto di riferimento per le avanguardie e gli attivisti nei movimenti di lotta. Questo è anche un buon motivo per capire le opinioni dei lavoratori, le loro debolezze e imparare ad acquistare stima e fiducia. Senza questo lavorìo, vengono meno le condizioni essenziali per costruire l’Organizzazione capace di orientare e conquistare settori proletari e sviluppare le basi del percorso che deve condurre alla ricostruzione del Partito.
Il ruolo dello Stato su cui, spesso, nel dibattito di realtà comuniste non vi è traccia. Organo del potere politico, di oppressione e violenza, della classe dominante. Gli Stati borghesi, tra cui le c.d. repubbliche democratiche, sono la forma di dominazione della minoranza sulla classe operaia e il proletariato. Qualunque sia la forma statale, il contenuto di classe è la dittatura del capitale. Il proletariato, instaurando con la rivoluzione socialista la direzione politica sulla società, dovrà abbattere il dominio degli sfruttatori e il vecchio apparato dello Stato.
Lo Stato deve salvaguardare i rapporti di classe esistenti e il suo regime capitalista, schiacciare la resistenza della classe operaia e degli oppressi. Per questo utilizza propri apparati: governo, parlamento, magistratura, amministrazione, esercito, polizia, tribunali, carceri, corpi di repressione specializzati. Costituiscono apparati ideologici, politici e culturali, di manipolazione delle coscienze e falsificazione della realtà: chiesa, famiglia, scuola, mass media, partiti borghesi e riformisti, sindacati di regime.
La borghesia costruisce un sistema articolato di consenso e combina i suoi strumenti classici attraverso l’egemonia culturale e psicologica di condizionamento e indottrinamento delle masse. La lotta del proletariato è diventare classe dominante per la conquista dell’egemonia anche tra ceti popolari non proletari.
I comunisti, che hanno l’obiettivo dell’abbattimento dello Stato borghese e l’instaurazione di uno Stato proletario, non si affidano alle elezioni, ma all’influenza e al radicamento nella classe, all’organizzazione della sua avanguardia; affrontano la questione elettorale sulla base dell’analisi della realtà e dell’esperienza pratica nell’ambito di scelte tattiche, sapendo che la via elettorale non porta alla rivoluzione.
Oggi c’è bisogno dei comunisti.
Nell’anniversario della fondazione del Partito Comunista d’Italia (PCd’I) ne rivendichiamo l’attualità. Il mondo di oggi, l’escalation imperialista, la povertà e i diritti calpestati per milioni di proletari, lo confermano.
In Italia serve un Partito comunista in grado di costruire un’opposizione di classe alle politiche reazionarie e antipopolari della destra di governo e di rappresentare un’alternativa politica alle false illusioni del centro-sinistra. In questa fase, l’opposizione di classe rappresenta la difesa; la ricostruzione del Partito l’attacco.
L’assenza di una forza politica, punto di riferimento e centro di direzione, generalizzazione delle lotte e dei movimenti sul terreno della lotta politica, pesa come un macigno.
Le mobilitazioni, le lotte, gli scioperi… sono parte del conflitto e della lotta di classe.
Dalla logistica alla ex Gkn, dagli scioperi in ferrovia e nei trasporti alle numerose vertenze per il lavoro, dignitose condizioni di lavoro, sicurezza e salute, mostrano e dimostrano la tendenza generale alla lotta, ma non ancora una situazione, più avanzata, di lotta generale. Questo salto sarà il prodotto dell’azione comunista organizzata.
Il processo di ricostruzione comunista non è semplice. La frantumazione tra gruppi e collettivi che si richiamano al movimento comunista non si azzera dalla sera alla mattina. La ricostruzione del Partito è un processo dialettico, non solo come strumento di lotta, ma come prodotto della lotta con il superamento delle forme limitate di coscienza e organizzazione, quale oggi è la situazione.
I comunisti debbono fare sindacato in ogni luogo di lavoro come insegna Gramsci, lavorando all’interno dei sindacati … PER un Fronte unico sindacale e di classe. Per maturare il processo di costruzione del sindacato di classe. Oggi, l’azione di sindacati di base e conflittuali è utile nel promuovere interessi di classe … che non significa essere già sindacato di classe.
Il principio guida dell’azione dei comunisti è l’unità. I comunisti non possono sostituirsi al sindacato, predisposto a contrattare la forza-lavoro. I sindacati di base o aree di opposizione in sindacati di regime debbono insistere sull’unità e la lotta. L’unità come linea – la lotta come programma.
Il ruolo del Partito sarà influenzare, orientare, organizzare sino a dirigere la lotta di classe con quella parte della classe operaia che rappresenta la sua punta più avanzata. Il Partito è un’avanguardia politica cosciente e organica alla classe, per svolgere un lavoro di educazione, elevazione e direzione.
Il Partito di quadri, centralizzato, con strutture dal C.C. alla cellula sul luogo di lavoro. Per organizzare il conflitto di classe attraverso proprie avanguardie e la costruzione di consenso ed egemonia nella classe e nel proletariato. La ricostruzione comunista è un processo organico tra movimento comunista e movimento operaio.
Solidarizzare, sostenere e unirsi, alla difesa e all’opposizione, delle classi lavoratrici per trasformare questa ‘resistenza’ in lotta per il socialismo. Sviluppare un lavoro corrente e promuovere l’attività attraverso campagne in appoggio a chi difende le proprie conquiste.
Durante la lotta al ‘ventennio’ e, in particolare, nei 19 mesi della Resistenza 1943-45, i comunisti organizzati nel loro Partito furono capaci di essere alla testa della lotta di Liberazione.
L’aspetto principale, cioè l’essenza del comunista, è volere e saper promuovere fino a dirigere la resistenza delle classi popolari all’aggravamento delle loro condizioni di lavoro, di dignità, di vita. Favorire e alimentare la tendenza generale alla lotta che, oggi, esprime la classe per necessità sino a trasformarla in lotta generale della classe per la classe.
Il ruolo e lo sforzo dell’avanguardia consiste nel comprendere le tendenze presenti tra le masse e interagire su di esse. Tra le cause che determinano l’agire delle masse, che determinano il fatto che prendano una strada piuttosto che un’altra, i comunisti debbono prestare la massima attenzione, avvalendosi anche di un lavorìo di inchiesta, sulle condizioni pratiche, materiali, esistenziali, che vivono classe operaia e masse popolari.
L’aspetto principale non è la ‘coscienza delle masse’, bensì la nostra attività pratica. E’ importante ciò che fanno le masse e le contraddizioni reali che vivono. I comunisti devono studiare e applicarsi non tanto su quello che le masse dicono ma, principalmente, sulle tendenze presenti tra di esse.
Oggi, le condizioni rendono economicamente possibili le lotte di difesa, ma politicamente difficili. Sarebbe un errore non tentare di vincere in ogni singola lotta e non utilizzare le lotte come scuola di comunismo, come eventi in cui lavorare per riunire le condizioni dell’attacco: oggi la ricostruzione del Partito. Le lotte di difesa fanno crescere la comprensione e l’adesione al movimento comunista, estendono e ramificano i rapporti con le masse. Quando i comunisti non vi sono, le lotte di difesa rendono poco o niente come scuole di comunismo. Il problema lo si affronta partendo dai comunisti non dalle masse che, a detta di comunisti, ‘dovrebbero fare’ quello che poi non fanno.
La ricostruzione del Partito può avvenire in un percorso unitario originale, adeguato alla situazione concreta, che coinvolga singoli comunisti, ambiti organizzati, lavoratori avanzati, su principi del marxismo-leninismo, spinti da un forte desiderio di unità, di condivisione di un percorso di confronto per superare le differenze maturate negli anni in formazioni che hanno agito con metodi differenti, con incrostazioni accumulate in una fase di separazione tra movimento comunista e movimento operaio. Questo nucleo fondante deve avere come obiettivo primario la ricomposizione del legame con la classe: la ricostruzione del Partito non può avvenire senza la partecipazione di proletari coscienti e combattivi al percorso politico-organizzativo e senza un rapporto con settori avanzati della classe.
Essenziale: – lottare contro la frantumazione e ricomporre la dispersione dei comunisti; – contro deviazioni, opportunismi e personalismi; – recuperare il rapporto con la classe; – sostenere una linea rivoluzionaria, in una situazione di frantumazione delle forze comuniste e rivoluzionarie, di confusione ideologica e politica, in cui nessuna realtà organizzata può rivendicare il ruolo di avanguardia del proletariato.
Il Partito può nascere da un processo di fusione delle migliori energie nel vivo della lotta di classe, assumendo il materialismo dialettico e storico, concezione del mondo e strumento indispensabile per dirigere la lotta di classe.
Sono indispensabili confronto e collaborazione, dibattito e attività comune a livello politico, sindacale, sociale, rispetto all’analisi di classe e di fase, una piattaforma programmatica e orientamenti di lavoro politico.
Con la costruzione dell’Organizzazione superiore e un lavoro di radicamento nella classe, la questione del Partito diverrà qualcosa di reale per poter trasformare il senso della singola esperienza, del piccolo gruppo, in un progetto cosciente, collettivo e organizzato.