Cile 1973: quando gli USA non accettano lo “smacco”

A 50 anni dal sanguinoso golpe in Cile

Sono passati 50 anni da quell’11 settembre quando un sanguinoso golpe rovesciò il governo cileno di Unità Popolare con a capo il presidente Allende. Gli Stati Uniti non accettarono la vittoria elettorale di Allende nel 1970, soprattutto considerando che fin dai primi anni ’60 la CIA aveva investito un’enorme quantità di risorse per finanziare i partiti legati all’oligarchia filoimperialista e utilizzato i migliori esperti della disinformazione per lanciare nel Paese una pesante campagna anticomunista. Uno smacco non accettabile e la risposta non fu certo casuale.
L’intelligence USA elaborò liste di persone da arrestare, di infrastrutture e personale da proteggere prioritariamente, di installazioni governative da occupare. L’ambasciata cilena a Washington fu messa sotto controllo dalla stessa équipe che poi Nixon utilizzò per spiare i propri avversari alle elezioni, fatto che gli costò la presidenza con il famoso scandalo Watergate. E poi ancora tanti dollari per finanziare campagne di diffamazione internazionali e per destabilizzare l’economia del paese.
Bill Colby, dirigente della CIA per le “Operazioni Speciali”, definì l’attività svolta in Cile “una prova di laboratorio che dimostrò l’efficacia dell’investimento finanziario nel discredito e rovesciamento di un governo”. Agli sgherri di Pinochet, diplomati alla tristemente famosa “Escuela de las Americas”, non restava che seguire le istruzioni e saziare la loro sete di sangue.
Migliaia di esecuzioni sommarie, soprattutto di giovani militanti politici ma anche di gente comune, decine di migliaia detenuti politici, di torturati, di desaparecidos, e un milione di esiliati sono le cifre – sebbene approssimative – che descrivono la rappresaglia che l’imperialismo USA riservò a questo popolo colpevole di aver creduto che si potesse conquistare il socialismo anche per vie pacifiche, nel quadro delle regole delle cosiddette democrazie borghesi.
Non era la prima volta che venivano usati questi metodi per rovesciare un governo progressista non sottomesso all’imperialismo: meno di 10 anni prima, il 1 ottobre 1965, in Indonesia i militari, capeggiati dal generale Suharto, destituiscono il presidente Sukarno protagonista dell’indipendenza del paese; la repressione è spietata e feroce: a seconda delle fonti storiche, tra trecentomila e un milione di persone vengono trucidate in un vero e proprio massacro che investe soprattutto comunisti (l’Indonesia aveva allora il terzo partito comunista più grande del mondo), sindacalisti, minoranze religiose, cittadini di origine cinesi e intellettuali. L’Indonesia, da protagonista delle lotte anticoloniali e poi anti-imperialiste, da artefice del movimento dei Paesi Non-Allineati (fondato proprio a Bandung nel 1955 in piena guerra fredda per costruire una via di sviluppo autonoma dagli USA e dall’URSS revisionista), diventa il nucleo fondamentale del fronte imperialista USA nel Sud-Est asiatico.
Oltre alla tragedia che colpì il popolo cileno, sotto il regime di Pinochet, il Cile divenne sede operativa di un’internazionale del terrore composta da fascisti di svariate nazionalità, oppositori della rivoluzione cubana e delinquenti comuni che, finanziata, diretta ed addestrata dalla CIA e dalla DINA (polizia segreta cilena), non solo colpì gli oppositori cileni in esilio in Europa, ma eseguì svariati attentati contro obiettivi stranieri, in particolare cubani. A questa ignobile compagnia, denominata in seguito “Operazione Condor”, si unirono tutti gli apparati repressivi delle più sanguinose dittature del continente latinoamericano.
In Italia, il golpe in Cile ha sicuramente contribuito alla presa di coscienza del volto più tetro e brutale dell’imperialismo da parte di una intera generazione, che ha sviluppato manifestazioni di condanna al regime fascista e di solidarietà al popolo cileno come non siamo più abituati a vedere oggi, anche di fronte a situazioni della stessa gravità.
Dall’altro lato ha messo in evidenza il cedimento su tutta la linea del PCI di Berlinguer. Dietro la tesi che “non si governa con il 51%” ci stava la resa incondizionata alla classe egemone. Da lì verranno il compromesso storico con la DC mafiosa e padronale, l’accettazione dell’ombrello protettivo della NATO, le politiche di austerità e sacrifici, paralizzando le lotte dei lavoratori (per “evitare di fare il gioco dei fascisti e dei terroristi”), disarmandoli politicamente, il sostegno alla legge Reale e alla licenza di uccidere per i tutori dell’ordine borghese.
La borghesia occidentale, al di là delle denunce di rito della evidente brutalità del regime, approfittò subito (insieme alle multinazionali) delle opportunità di investimento in un paese ricco di materie prime e in cui i lavoratori non avevano la minima possibilità di difesa. Le ambasciate di vari paesi europei divennero contemporaneamente teatro di operazioni di facciata per l’espatrio di perseguitati politici e ispiratori del flusso di capitali verso il paese.
Il golpe in Cile servì anche a imporre con la forza il modello sociale ed economico del neoliberismo che ebbe in quel paese la sua prima sperimentazione pratica in condizioni ideali (assenza totale di libertà di organizzazione, di opposizione, di agibilità sindacale ecc.): i Chicago Boys, un gruppo di economisti statunitensi ultraliberisti guidati da Milton Friedman, affiancarono Pinochet nell’implementazione di questo modello. L’intervento dello Stato nell’economia fu praticamente azzerato: furono privatizzate tutte le imprese, fu tagliata la sanità, l’istruzione, le pensioni; fu liberalizzato il mercato del lavoro attraverso l’abolizione di ogni tutela dei lavoratori. Tra le conseguenze, il crollo del 50% del potere d’acquisto dei salari, l’esplosione della disoccupazione, il raddoppio in pochi anni del numero delle persone sotto la soglia di povertà a fronte dell’arricchimento spropositato di pochi finanzieri e industriali. Il modello neoliberista fu poi ripreso, come risposta alla crisi capitalistica, dalla Thatcher negli anni ’80 in Gran Bretagna e poi negli stessi USA da Reagan per essere poi esteso progressivamente a tutto l’occidente, con le tragiche conseguenze per i lavoratori e le masse popolari che ormai conosciamo bene anche in Italia.
L’immagine di Allende in combattimento resta nell’immaginario collettivo trasformandolo in un eroe rivoluzionario. Per i comunisti restano i limiti emersi sulle scelte dei tre anni del governo Allende, in particolare non aver dato al popolo strumenti e armi per affrontare le orde fasciste e non aver saputo prevedere tanta ferocia, sottovalutando le reazioni dell’imperialismo.
Per i comunisti l’insegnamento, già evidente nel 1973, è quello che per difendere lo Stato socialista dalle inevitabili aggressioni esterne e da ogni tipo di oppressione, è necessario mantenere viva l’elaborazione teorica e l’attuazione della dittatura del proletariato. Oggi la nostra lotta deve essere perciò principalmente contro la frantumazione imperante, per l’unità e la ricostruzione dell’organizzazione comunista, indispensabile per sconfiggere quella deriva autoritaria che sta dilagando prepotentemente con governi a stampo fascista-nazista in Italia, in Europa e nel resto del mondo.

A cura della Commissione Internazionale di Unione di Lotta per il Partito Comunista (ULPC)

Settembre 2023

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