
Dopo 3 mesi di trattative l’azienda ISS, che gestisce l’appalto dei magazzini Gucci di via Mecenate a Milano, comunica al SOL Cobas che non ci sono i presupposti economici per soddisfare le rivendicazioni salariali dei lavoratori in quanto la committente Gucci, dichiarerebbe di non essere intenzionata e rivedere le tariffe che regolano l’appalto di via Mecenate a Milano.
Due mesi trascorsi a trovare soluzioni eque, per equiparare il salario minimo dei lavoratori ai livelli salariali previsti per tutti gli operai che svolgono il lavoro di facchinaggio, restano così, al momento senza soluzione. Ai lavoratori che, nella capitale della moda e dell’industria del lusso, restano con un salario medio di 1150€ al mese, non resta altra scelta se non quella di riaprire lo stato di agitazione e, con esso, le azioni di sciopero necessarie a denunciare pubblicamente la questione e risolvere positivamente la vertenza.
Se formalmente la vertenza punta su ISS, non di meno si può sorvolare sul ruolo della committenza e su un suo adeguato intervento, a maggior ragione perché ci troviamo di fronte a una situazione in cui è palese la condizione di “somministrazione illegittima di forza lavoro”, dovuta al fatto che, sistematicamente, sono i preposti/dipendenti di Gucci a impartire disposizioni ai magazzinieri dell’appalto.
Facciamo appello… al buon senso di tutti i soggetti coinvolti nella vertenza. Ma soprattutto guardiamo a tutti i lavoratori che lavorano in appalto nel magazzino di via Mecenate, dagli addetti alla sicurezza agli operatori di mensa, passando per gli addetti alle pulizie, che viaggiano con salari da fame e condizioni di lavoro ancora peggiori, a dare sostegno alla vertenza in corso, a unirsi alla lotta, per ottenere i diritti minimi e il rispetto del lavoro e delle persone. In ogni caso, a partire dagli scioperi del 22 e 23 settembre, che hanno dato avvio alla vertenza, una cosa è certa: i lavoratori in lotta non sono più disposti a tornare indietro.
Bilanci aziendali e vita operaia
Gucci fa parte del gruppo Kering, secondo, nel mondo nell’industria della moda e del lusso, solo al gruppo Lvmh. Durante le trattative la parte datoriale ha segnalato come il calo dei profitti da parte del gruppo, in buona parte addebitabili alle scarse vendite di Gucci, sia da impedimento alle richieste salariali dei lavoratori.
Quello che qui ci interessa sottolineare è invece che, nonostante una certa “crisi” del settore, gli utili del gruppo si sono attestati, nel 2024, a 1,19 miliardi di Euro.
Se da una parte è più che logico che, in un periodo di crisi più generale del sistema economico globale capitalista, sempre più schiacciato dalle sue stesse logiche di profitto senza limiti (far soldi con i soldi), ci sia una contrazione delle vendite di beni non primari, dall’altra appare più che evidente che si tratta di una “crisi solo apparente” dato che parliamo di utili che, seppure al di sotto delle previsioni, si attestano comunque su cifre a 9 zeri.
Abbastanza da pretendere, insomma, che la vita di un operaio raggiunga immediatamente la soglia della decenza e della dignità, non più costretti a orari disumani (si giunge fino a 14 ore al giorno per gli addetti alla sicurezza, ad esempio) e con un salario ancor più indecente, tanto da non permettere, letteralmente, di poter affittare una casa a Milano o mantenere decorosamente la famiglia.