Il capitalismo è sofferenza e guerra e l’Unione Europea è un pilastro fondamentale di questo sistema di distruzione e morte

L’Unione Europea – che non si presenta né come una coesa unione politica né come uno Stato Federale bensì come un’alleanza interstatale imperialista a trazione franco-tedesca – pur avendo già una spesa militare tre volte superiore a quella della Russia, considerata la minaccia più impellente per la sicurezza europea, ha deciso di impegnare un ulteriore stanziamento a debito di 800 miliardi di euro per il riarmo, finalizzato alla “difesa comune”, dei vari eserciti nazionali.
Il cosiddetto piano “Re-Arm Europe” (poi ribattezzato “Readiness 2030”, “Prontezza 2030”), approvato a larga maggioranza, dietro le pressioni della Commissione europea presieduta dalla tedesca Ursula von der Leyen, dal Parlamento europeo, costituisce un importante salto di qualità innanzitutto nella direzione del rafforzamento militare dei paesi della U.E., quindi del suo tentativo di costituirsi in polo imperialista nel contesto della feroce competizione interimperialistica in atto nel mondo e che spazia dalle guerre commerciali agli investimenti tecnologici ed energetici, dall’accaparramento di ricchezze e risorse alla produzione bellica. Ed è soprattutto quest’ultima che è stata individuata come il settore trainante della ripresa industriale del vecchio continente.

Ma se il riarmo servirà ad incrementare i profitti delle banche e dei monopoli europei – ora in forte difficoltà al cospetto della concorrenza internazionale -dalla Cina alla Russia, dai Brics agli stessi Stati Uniti “trumpiani” – non sarà invece indolore per la classe operaia ed il proletariato europeo, giacché le politiche belliciste decise a Bruxelles incideranno profondamente su stipendi e salari dei lavoratori, attraverso aumenti esorbitanti dei prezzi, compresi i generi di prima necessità, e di tasse e tariffe, tramite tagli drastici alla sanità, all’istruzione e alla cultura, al sistema pensionistico.
Le spese militari degli Stati componenti la U.E. superano ormai i 326 miliardi di euro (1,9% del PIL dell’Unione), con un aumento di oltre il 30% nel triennio 2021-20 24. In tre anni sono stati spesi 132 miliardi per la guerra in Ucraina. A questi va poi aggiunta la “richiesta” avanzata dai vertici della Nato ai paesi membri (32, di cui 30 europei) di portare al 2% del PIL il contributo di ciascuno alle spese militari dell’organizzazione. Significative sono in tal senso le dichiarazioni del Segretario Generale dell’Alleanza Atlantica, l’olandese Mark Rutte, circa i “sacrifici” cui la popolazione europea dovrà sottostare per onorare gli impegni presi in campo militare dai rispettivi governi o di Roberto Cingolani amministratore delegato di Leonardo – la più importante azienda bellica italiana – sulla necessità di dover certamente comprimere lo stato sociale nel nostro Paese drenando le risorse disponibili verso la difesa e la produzione bellica. È l’attuazione dell’agenda 2030, prefigurata dal banchiere Draghi e dal Piano Letta, che spinge i paesi della Unione Europea verso una sempre maggiore centralizzazione degli investimenti nell’industria militare, così da superare, almeno parzialmente, la dipendenza dalla produzione bellica statunitense, da rilanciare i profitti delle aziende europee e metterle in condizione di “confrontarsi” più efficacemente nell’arena della contesa interimperialistica.
E l’Italia, che è tra i paesi europei con il debito pubblico più alto, con una crescita economica quasi inesistente – checché ne dica il governo fascistoide della Meloni – con uno stato sociale “massacrato” da decenni di tagli e di corruzione – ad opera di qualsiasi governo si sia “alternato” alla guida del Paese – in ossequio ai piani predisposti nelle sedi europee aumenterà ancora le spese militari. Già la legge di bilancio 2025 ha previsto un incremento delle spese in questo settore del 12,4%: 32 miliardi di euro, più altri 40 miliardi previsti per la futura dotazione di nuovi sistemi d’arma.
Tutto ciò costituirà per industriali, lobbisti, politicanti corrotti l’avvio di un fiorente “business”, mentre per il proletariato significherà un futuro da “lacrime e sangue”.
Una così sfrenata rincorsa – tra “esigenze” nazionali, agende europee, imposizioni Nato – al riarmo imporrà inevitabilmente severe politiche di austerità sociale; misure repressive (attacchi alle libertà di parola, di protesta, di organizzazione) contro le lotte sociali ed il dissenso verso le politiche belliciste dei governi; militarizzazione e distruzione ambientale del territorio (con la costruzione di nuove basi militari e con l’ampliamento di quelle già operative o delle aree sottoposte a servitù militare); imbarbarimento culturale ad ogni livello di istruzione (anche con la presenza nelle scuole e nelle Università di propagandisti militari e di reclutatori delle Forze Armate), revisionismo storico, innanzitutto con la criminalizzazione del movimento comunista e la sua equiparazione al nazifascismo, come è già accaduto con ripetute risoluzioni approvate dal Parlamento europeo.
Il proletariato italiano ed anche europeo non può d’altronde affidare i propri interessi di classe a quelle forze politiche “socialdemocratiche” e pseudo-riformiste che si “profondono” in sottili ed ambigui distinguo tra il rifiuto dell’aumento delle spese militari a carico dei singoli Stati e l’accettazione dei progetti di difesa comune europea – quindi di un “esercito unico europeo”, con l’impegno finanziario che esso comunque comporterebbe. Queste stesse forze sono quelle che da tempo si sono allineate con le strategie del grande capitale economico e finanziario, proponendosi anch’esse come affidabili gestori del sistema capitalistico. E se ciò ha comportato anche in un recente passato, come nel caso dell’invio di armi all’Ucraina, di imboccare la via del bellicismo, esse non si sono certamente tirate indietro.
D’altra parte anche nell’area comunista – che dovrebbe rappresentare un irrinunciabile punto di riferimento per il movimento dei lavoratori di tutta Europa e del mondo intero – oltre alle profonde divisioni che lo attraversano, si agitano forze che rischiano di trarre in errore, con le loro valutazioni sulla situazione internazionale, le masse popolari. Il giudizio favorevole espresso sul multipolarismo – inteso in contrapposizione all’egemonismo euro-atlantico, ma soprattutto all’unipolarismo USA – e sul ruolo dei Brics – in particolare della Russia e della Cina – come forza “antimperialista” in nuce, mistifica la natura di classe dei paesi che si collocano in tale prospettiva e depotenzia la funzione della lotta di classe come principale motore dei processi di liberazione dei lavoratori e dei popoli dallo sfruttamento capitalistico e dall’oppressione imperialista.
In un mondo che appare avviato ad una deflagrazione sempre più generalizzata (dallo sterminio del popolo palestinese da parte del nazisionismo alla guerra tra Russia ed Ucraina – che è come dire tra Russia e Nato – fino alle tensioni armate tra India e Pakistan, solo per citare alcuni dei fronti di guerra), i lavoratori hanno tutto da perdere da questa pericolosa ed antipopolare corsa al riarmo
Ed è compito dei comunisti – oltreché procedere, nella chiarezza dei contenuti, sulla strada del superamento dell’attuale frammentazione del movimento – smascherare gli inganni e le contraddizioni in cui si dibatte il sistema capitalista nel suo complesso ed in particolare il blocco euro-atlantico, di cui il nostro Paese fa parte e che costituisce pertanto il nostro più immediato nemico. Come altrettanto importante è la necessità di sottrarre il consenso – che si cerca di carpire anche attraverso l’azione mistificatoria di certi “intellettuali” da salotto radical-chic, com’è accaduto con la manifestazione pro-Europa del 15 marzo a Roma – dei lavoratori alle politiche guerrafondaie delle varie borghesie nazionali ed il loro coinvolgimento nei preparativi di guerra. Viceversa oggi, dinanzi ad un capitalismo senza remore nel trascinarci verso una nuova guerra mondiale, più che mai deve risuonare nelle piazze lo slogan “SOCIALISMO O BARBARIE”.
Non esiste un capitalismo buono, l’emergenza è organizzarsi e riaffermare la lotta di classe necessaria per abbattere il potere dei monopoli, e costruire una società socialista, per la socializzazione dei mezzi di produzione, senza sfruttamento né oppressione.

Fuori da UE e NATO, con la Resistenza palestinese, morte all’imperialismo

Unione di lotta per il Partito Comunista (ULPC)

https://unionedilottaperilpartitocomunista.org ulpc@autoproduzioni.net

Essereradicali, nel senso di andare alla radice del problema che è il capitalismo. La soluzione: la trasformazione dell’attuale formazione economico-sociale nel sistema sociale che cancella sfruttamento e oppressione. C’è bisogno dei comunisti organizzati per trasformare le lotte di difesa, di resistenza, rivendicative, in lotta per il socialismo.

Unione di Lotta per il Partito Comunista propone a comunisti/e, alle avanguardie nei luoghi di lavoro, a operai avanzati e studenti impegnati nelle lotte, un percorso, processo, progetto per costruire l’Organizzazione, come base e condizione per la ricostruzione del Partito. Per spezzare ogni logica settaria, divisiva, localistica, contro la frantumazione del movimento comunista.

Maggio 2025

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