Ilio Barontini: operaio, comunista, partigiano, combattente internazionalista per la liberazione dei popoli

Sintesi del ricordo all’Assemblea di ULPC, a Livorno, il 20 gennaio 2024

In questa fase storica e politica, segnata: – dalla presenza in Italia di un governo fascio-leghista che porta all’estremo le scelte antipopolari dei precedenti governi liberal-retrivi, varando misure più reazionarie, guerrafondaie, liberticide e affamatrici della classe lavoratrice – da una situazione internazionale foriera di un conflitto generalizzato, a causa delle rivalità imperialistiche su scala planetaria, il RICORDO di un dirigente comunista quale Ilio Barontini è stato, rappresenta l’omaggio a una figura di spicco del movimento rivoluzionario italiano e internazionale. Significa indicare quali siano i valori su cui debba basarsi la vita e l’attività di ogni comunista impegnato nella lotta quotidiana per la liberazione della classe operaia e delle masse popolari dalle catene di un sistema basato sullo sfruttamento, generatore di oppressione dei popoli e di guerre.
Sulla figura di Barontini vanno messi in primo piano elementi della vita e dell’attività che scaturiscono dall’essere militante e dirigente del Partito comunista, Partito che opera sul piano nazionale e che è sezione della III Internazionale.
Riformato dal servizio militare, Barontini lavorò per 3 anni alla Breda di Milano. Nel Psi aderisce alla corrente de L’Ordine nuovo e al congresso di Livorno entra a far parte del PCd’I. Il 29 gennaio viene aperta a Livorno la sezione del Partito e Barontini è il segretario.
In quel periodo, primavera del ’21, vi fu la questione degli Arditi del Popolo, che a Livorno riunivano 4 squadre (comunista, anarchica, socialista, repubblicana) con centinaia di combattenti. Il 13 luglio 1921, Barontini si rivolse alla Centro del Partito per avere indicazioni; la risposta fu: “Non aderiamo all’organizzazione degli Arditi del Popolo”. Il Comitato esecutivo del Partito impartì la direttiva di non farvi parte (anche se molti compagni vi avevano aderito): la scelta bordighiana venne motivata con il pretesto che gli Arditi avrebbero potuto essere monopolizzati da forze non schiettamente rivoluzionarie.
La sua posizione fu chiara: gli Arditi sono completamente sovversivi e da escludere dannunziani. Mentre L’Ordine Nuovo riporta la posizione di Bordiga, secondo cui ‘l’inquadramento rivoluzionario del proletariato deve avvenire su base di partito’, escludendo così la partecipazione dei comunisti al movimento, il 15 luglio è Gramsci a scrivere: “Sono i comunisti contrari al movimento degli Arditi del popolo? Tutt’altro: essi aspirano all’armamento del proletariato, alla creazione di una forza armata proletaria che sia in grado di sconfiggere la borghesia”.
Nel 1923, è nel direttivo della Camera del lavoro e per la prima volta viene arrestato; nel 1927 è coinvolto nel “processo dei due corrieri”. Rinviato al Tribunale speciale, insieme ad altri dirigenti comunisti il 28 luglio 1928, è assolto per mancanza di prove. Ripresa l’attività clandestina nel 1929, con il plebiscito fascista, il suo nome comincia a comparire nelle relazioni della questura. Il Partito lo invita a emigrare e nella notte tra 30 aprile e 1° maggio 1931, parte su una barca da pesca dalla darsena della Dogana dell’Acqua e arriva a Bastia. Da lì a Marsiglia e poi a Parigi dove, con Arturo Colombi, organizza i collegamenti tra l’emigrazione antifascista e movimento clandestino in Italia; si occupa dell’assistenza ai profughi italiani, procura loro alloggio e documenti.
Una disciplina politica e umana che testimonia in una lettera alla moglie: “Oggi che il gioco è scoperto mi sento orgoglioso di poter dire che sono un soldato disciplinato al grande partito rivoluzionario della classe operaia e che non mi devo aspettare dal nemico nessuna concessione. Di amnistia, ne usufruiranno i vari Modigliani, socialfascisti per la pelle ai quali il fascismo ha messo un ponte per poter ritornare in Italia a distogliere le masse proletarie dal seguire il Partito comunista, che dovrà condurle sulle orme della rivoluzione del proletariato russo.
Altro momento della sua attività, riguarda il periodo di permanenza a Mosca. La partenza per l’Urss è segnalata dalla polizia francese e italiana, tra settembre e dicembre 1932. Nel suo caso, come in altri, si tratta di comunisti italiani emigrati in URSS per sfuggire al fascismo. Negli anni in URSS, prosegue nella propaganda antifascista e, inquadrato nell’Internazionale sindacale, opera nei porti del Baltico e del mar Nero, legandosi ai marinai italiani in transito.
A Mosca frequenta l’Accademia Militare “Frunze”, da cui esce col grado di maggiore. Altro “dettaglio”, una sua esperienza in Manciuria, durante il periodo trascorso in URSS. Lo accenna Anton Ukmar, il comunista sloveno che sarà con Barontini prima in Spagna e poi in Etiopia.
Allo scoppio della guerra di Spagna, è inviato dal Partito a far parte delle Brigate Internazionali. In Spagna, da ufficiale di Stato Maggiore della 20° Brigata internazionale, partecipa alla difesa di Madrid, e il 5 febbraio 1937 sostituisce Roasio come commissario politico del battaglione Garibaldi, allora comandato da Pacciardi. In assenza di questo – in congedo per ferite si era recato a Parigi in missione politica – fu Barontini ad assumere il comando del battaglione durante la battaglia di Guadalajara, nel marzo 1937, vittoriosa per l’esercito repubblicano e nel corso della quale, per la prima volta, truppe fasciste italiane si scontrarono con i combattenti antifascisti italiani. Fu nominato commissario politico di Brigata e, sul campo di battaglia di Huesca, commissario politico di divisione.
Rientrato in Francia a fine 1938, viene inviato in Etiopia, insieme a Uckmar “Johannes” e Bruno Rolla “Petrus” (i “tre apostoli”) nomi scelti per avvicinarsi meglio al popolo religioso. La medaglia d’oro Giovanni Pesce, ricorda Barontini, considerandosene allievo, per averlo incontrato in Spagna, nel novembre 1936, quando Pesce aveva 18 anni.
Sul viaggio di Pacciardi a Parigi, Barontini parlò di una frattura politica. Disse che non sarebbe più tornato. Pesce conferma che la frattura ci fu. Gli italiani di parte fascista, arruolati a forza e presentati come volontari, non credevano a quella guerra. Non avevano un ideale per cui combattere. Molti, partendo dall’Italia, avevano creduto di andare in Etiopia. Barontini capì tutto e ordinò il rispetto dei prigionieri.
Dopo la Spagna, nel ’38 fu deciso di aiutare la resistenza nell’Etiopia governata da Graziani. Di Vittorio chiama Barontini e forma un terzetto con lo spezzino Rolla e il triestino Ukmar. Il compito è saldare le forze abissine. I ras che non si erano piegati al fascismo erano molto divisi. Malgrado il pugno di ferro di Graziani, l’Etiopia era ben lontana dall’essere sottomessa. Barontini, Rolla e Ukmar avevano un lasciapassare del Negus e lettere di accompagnamento per gli alleati dell’imperatore. Il Negus affidò a Barontini il ruolo di consulente del governo provvisorio alla macchia e il titolo di vice imperatore. Barontini e i due “apostoli”, che agivano in zone diverse, predicavano l’unità. Riuscirono a infondere un senso di nazionalismo. Non era mai accaduto nell’Africa tribale. In Etiopia c’era una fame terribile. Per non pesare sulle tribù, ai partigiani faceva mangiare i coccodrilli. Si sparse la voce di questo capo bianco che dirigeva la resistenza. Misero la taglia sopra la sua testa. Barontini non volle mai che fosse torto un capello ai soldati italiani caduti prigionieri.
Dal ’40 al ’43 è un capo della resistenza francese. Dà filo da torcere ai nazisti. È lui che fa saltare l’hotel Terminus a Marsiglia durante un banchetto degli ufficiali nazisti. Con la stessa tecnica, fa saltare l’hotel Baglioni a Bologna, sede della Kommandantur. Nel novembre ’43, racconta Pesce: “Ero a Torino, preoccupato di non avere mezzi per agire, quando mi annunciano l’arrivo di un ispettore. È uno che ti conosce bene”. Vado all’appuntamento, ecco Barontini. Gli dico dei miei guai. E lui mi fa: “O Boccia”, Boccia era il soprannome che mi aveva dato in Spagna, “per essere un buon gappista ci vuole spirito d’iniziativa. L’importante è avere degli obiettivi da colpire”. “Tu nei hai?”. “Ne ho cinquanta. Ma non bombe, armi sufficienti”. “Le armi si prendono ai tedeschi. Le bombe ti dimostro come si fanno”. Prende un tubo di ferro, lo riempie di tritolo, lo chiude, colloca la miccia, calcola la sua lunghezza e dice: “Questa è regolata a tre minuti”. “Ma sei pazzo? Con questa saltiamo tutti”. Prova dice. Io vado nel comando tedesco di fronte alla stazione di Porta Nuova, colloco la bomba e mi allontano in bicicletta. Dopo tre minuti esatti scoppia. “Hai visto come si fanno le cose?”, mi dice.
Dopo l’Etiopia, torna in Francia e, con l’occupazione tedesca, viene internato nel campo di concentramento del Vermet, dal quale è liberato nel ’41 per intervento del governo sovietico, che lo rivendica proprio cittadino. Dopo essersi occupato del “Soccorso Rosso”, organizza, nel territorio non occupato dai tedeschi, gli antifascisti italiani e stranieri in gruppi che confluirono nella resistenza francese.
Caduto il fascismo, rientra in Italia e, dopo l’8 settembre, si dedica all’organizzazione delle formazioni partigiane, che si costituivano in Italia settentrionale, in Toscana e in Emilia-Romagna. Dal 1944, la zona della sua attività è l’Emilia-Romagna: con il nome di battaglia di “Dario” assume il comando delle Brigate d’Assalto Garibaldi e diviene membro del triumvirato insurrezionale del Partito Comunista in Emilia. Quando, nell’estate del 1944, in vista di una rapida avanzata alleata, si costituisce il Comando Militare Unico Emilia Romagna, è preposto alla sua direzione. Fra gli scontri cui partecipò, la battaglia di Porta Lame a Bologna (7 novembre 1944). Il 19 aprile 1945, alla testa dei suoi uomini, liberava Bologna.
Dopo la Liberazione è membro del CC del PCI, del Comitato nazionale dei ferrovieri, segretario della Federazione comunista di Livorno, deputato alla Costituente e senatore. Decorato con la Bronze Star inglese, gli viene conferita la cittadinanza onoraria di Bologna. L’Urss gli attribuisce il prestigioso Ordine della Stella Rossa.
È morto nel 1951 in un incidente stradale mentre si recava a Firenze per impegni politici.

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