Covid-19: “coronavirus” da un punto di vista di classe

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Covid-19: “coronavirus”

da un punto di vista di classe

Crisi economiche, ristrutturazioni produttive, limitazione dei diritti sociali,
salute e sicurezza, ambiente: l’uso capitalista della pandemia
e le prospettive di lotta per una società socialista
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La pandemia da Covid-19 ha accentuato e messo in luce la crisi economica già in corso, i limiti e l’insostenibilità del modo di produzione capitalista e del modello di sviluppo sia a livello economico che sociale e ambientale.
La borghesia non ha alcuna intenzione di rinunciare ai suoi profitti e sta cogliendo l’occasione della pandemia per un’ulteriore ristrutturazione del modello produttivo che questa volta, però, oltre a un deciso peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro del proletariato e delle masse popolari, richiede necessariamente l’attuazione di forme di limitazione delle libertà sociali e di aumento del controllo di massa e degli individui.

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Solidarietà al popolo libanese

Nella sera del 4 agosto una tremenda esplosione ha devastato il porto di Beirut, la capitale del Libano.
Centinaia di morti e di dispersi, fra cui molti lavoratori portuali, migliaia di feriti, oltre trecentomila sfollati, ospedali distrutti, riserve alimentari distrutte, quattro chilometri quadrati rasi al suolo: una tragedia immane.

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Bologna 1980: strage fascista e imperialista

La strage compiuta alla stazione di Bologna quaranta anni fa, il 2 agosto 1980, fu il culmine della strategia del terrore nel nostro paese, uno dei più gravi massacri terroristi avvenuti in Europa nel secondo dopoguerra.
L’esplosivo di origine militare collocato nella sala d’aspetto della seconda classe, uccise 85 persone e ne ferì oltre 200. Una vera e propria operazione di guerra, premeditata e annunciata (tre giorni prima vi fu una mancata strage al Comune di Milano).

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Appello per l’unità di classe: per uno sciopero generale unitario e unico di tutto il sindacalismo di base e conflittuale!

Riceviamo e diffondiamo per la più ampia conoscenza il seguente appello, che è accompagnato da decine di firme di lavoratori/trici e delegati/e.

Anche quest’anno, come in quelli passati, stiamo assistendo ad azioni da parte di dirigenze del sindacalismo di base che rischiano di produrre un autunno con una ulteriore frammentazione dell’azione del sindacalismo conflittuale e la promozione di scioperi generali autoreferenziali ed in concorrenza fra loro.
A fronte delle evidenti difficoltà del sindacalismo conflittuale, del peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro dei lavoratori e delle lavoratrici, della crisi sanitaria ed economica che il padronato ed il suo regime pretendono di scaricare sulle spalle del proletariato, le dirigenze del sindacalismo di base debbono abbandonare una pratica di divisione e di separazione della azione della classe lavoratrice che va a solo vantaggio del padronato, del governo, dei sindacati di regime.

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Autunno prossimo, cosa bolle in pentola?

Con l’emergenza corona virus ancora in corso, molti proletari si chiedono quale futuro ci aspetta? I mesi passati per molti sono stati pieni di difficoltà con tantissimi lavoratori in cassaintegrazione o gettati per strada a seguito della chiusura di imprese piccolo/medie per l’emergenza sanitaria.
Vediamo nel limite delle nostre capacità di esprimere alcune considerazioni. È indubbio che la crisi innescata dal Covid 19 si è inserita come un punteruolo in un sistema che già da decenni sta sempre più esprimendo chiaramente il marciume da cui è formato. Un bubbone fatto di crisi economica, sociale, politica, ambientale ed etica. Un sistema che per sopravvivere a sé stesso vuole trascinare l’umanità nella sua fossa.

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In ricordo di Carlo Giuliani

Per i comunisti è importante non perdere mai la nostra memoria!

Il 20 luglio del 2001 veniva ucciso a Genova Carlo Giuliani. Era sceso in piazza, come tanti altri giovani, per protestare e ribellarsi alle ingiustizie, all’oppressione, allo sfruttamento, alle guerre dei caporioni del G8.
I fatti di Genova hanno significato arresti, fermi, denunce, provocazioni, pestaggi, torture per migliaia e migliaia di manifestanti. Un’azione repressiva da parte dello Stato che non si concede momenti di sosta, colpendo compagni e compagne che hanno lottato negli anni successivi e continuano a farlo contro ogni forma di repressione, di provocazione, di controllo sociale e preventivo.Come per i 15 compagni di Firenze condannati ad oltre un anno a testa e a pagare cumulativamente 45.000 euro di multa per aver manifestato contro il pestaggio da parte dei fascisti di tre giovani compagni, l’arresto di Nicoletta Dosio del movimento No Tav, fino ai fatti di Milano di questi giorni dove stanno arrivando multe a compagni, sindacalisti e lavoratori, identificati e selezionati dalla Digos (polizia politica), per aver partecipato, dopo la fine della segregazione forzata, a manifestazioni contro la gestione criminale dell’emergenza sanitaria e affinché non siano proprio i lavoratori e le masse popolari a pagare la crisi: queste multe sono un primo avvertimento rivolto a tutti coloro che si organizzeranno per opporsi agli effetti della crisi che si evidenzieranno drammaticamente in autunno.
Fatti che evidenziano la politica terrorista dello Stato che si concretizza anche attraverso i licenziamenti politici nei luoghi di lavoro, le sospensioni e le multe per scioperi o presidi non autorizzati, le cariche e le manganellate agli operai licenziati all’hub milanese di Tnt, fino ai numerosi provvedimenti disciplinari.
Un’azione che non si è fermata nemmeno durante l’emergenza Covid, dove la crisi sanitaria è stata utilizzata per legittimare qualsiasi stretta securitaria: divieto di assembramento, riunioni, picchetti, manifestazioni fino alla negazione di qualsiasi forma di relazione sociale. Un’occasione per sperimentare forme tecnologiche di controllo come droni, telecamere, sensori con rilevamento di temperatura corporea, riconoscimento facciale, etc.
La repressione rappresenta l’azione particolare dello Stato per tentare di ostacolare lo sviluppo della lotta di classe. In questa lotta il nemico assume sembianze diversificate: lo Stato e i suoi apparati, il padronato e i suoi servi, i revisionisti e i riformisti fino ai fascisti. Per questo la battaglia che dobbiamo condurre è complessa, difficile e ardua, perché è una battaglia dove lo scontro si pone sul terreno del conflitto di classe, tra rivoluzione e controrivoluzione, tra emancipazione e sfruttamento, tra liberazione e oppressione.
Per superare l’attuale crisi del movimento comunista e promuovere la sua riorganizzazione è necessario legarsi all’esperienza diretta di uomini e donne, e tra questi i giovani innanzitutto, che ogni giorno toccano con mano e per ogni aspetto della loro vita cosa significa questo putrefatto sistema economico, politico, culturale. Gli insegnamenti che ci vengono dal passato sono le nostre perle più preziose, perché ogni lotta anche la più piccola ha bisogno di questi insegnamenti.
Carlo è stato assassinato perché ha difeso la libertà di tutti a manifestare. Nostro compito è custodire questi insegnamenti esercitando una memoria di classe, per non lasciare nessuna possibilità a che venga mistificata, travisata e utilizzata dal potere. L’esperienza di Carlo è parte della lotta di classe e, come tale, ne va rivendicata la continuità con la storia e la miglior tradizione del movimento operaio, antifascista e comunista.

f.i.p. 20 luglio 2020

Coordinamento Comunista Lombardia (CCL) – coordcomunistalombardia@gmail.com
Coordinamento comunista toscano (CCT) – coordcomtosc@gmail.com
Piattaforma Comunista – per il Partito Comunista del Proletariato d’Italia – teoriaeprassi@yahoo.it

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Si allunga la scia di sangue dei lavoratori

Al 15 giugno l’Inail ha certificato oltre 49.000 denunce di contagi Covid-19 sul lavoro e 236 morti (cifra sottostimata). La categoria più colpita è quella dei lavoratori della sanità.
Cifre che danno l’idea della politica dei capitalisti e dei loro rappresentanti politici e istituzionali a ogni livello, che durante il periodo più acuto della pandemia hanno imposto l’apertura anche di attività non-essenziali (legate all’industria militare) e garantito permessi a migliaia di aziende per continuare lo sfruttamento dei lavoratori con l’estrazione del plusvalore.
Non è un caso che in molte aree (tipo Val Seriana) la “geografia del contagio” coincida con quella dei distretti produttivi. D’altronde il governo Conte aveva compiuto scelte precise riguardo la salute dei lavoratori con la revisione delle tariffe Inail, che hanno abbassato del 30% gli oneri a carico delle imprese; le risorse destinate ai piani di investimento per la salute e la sicurezza hanno subito un taglio di 410 milioni di euro per il triennio 2019-2021.
Finito il lockdown, la scia del sangue dei lavoratori, mai interrotta, si allunga: il crimine capitalistico richiede 3-4 vittime al giorno per un tasso sostenibile di profittabilità.
Complessivamente, nei primi 6 mesi dell’anno sono morti oltre 900 lavoratori che, nella maggioranza dei casi, svolgevano lavori manuali, senza il dato degli infortuni mortali in itinere, cioè per raggiungere il posto di lavoro.
Percorsi, storie, famiglie, progetti spezzati. Vite di lavoratrici/ori frantumate senza rumore. Ogni giorno schiacciati dalle presse e dai carrelli, caduti dai tralicci o folgorati sui ponteggi. Nei campi stritolati da trattori e rimorchi. Nelle cave inghiottiti da sabbia e terra. Nei cantieri precipitati da impalcature. Sulle strade si perde la vita per recarsi al lavoro o perché esausti nel rientro. I proletari più sfruttati, ricattati e oppressi, crepano nei furgoni durante il viaggio orchestrato dai caporali per essere deportati nei campi a spaccarsi la schiena per pochi euro l’ora.
Inesistenti, invece, incidenti e malattie professionali tra dirigenti d’azienda e imprenditori, tra chi dirige organizzazione e produzione capitalistica.
Rispetto alle conseguenze penali, non si è visto un padrone, anche quando condannato, in galera per aver trasgredito le norme di sicurezza. Ultimo il caso Thyssen Krupp, giudiziariamente trasformato in una presa per i fondelli, in particolare per i familiari dei 7 operai bruciati vivi!.
La ragione del ‘fenomeno‘ che fa vittime da una sola parte, quella della classe, sta nel meccanismo di accumulazione capitalistica. Il capitale ha come fine il massimo profitto e deve piegare operai e proletari al plusvalore. I costi “non produttivi” di plusvalore – come i dispositivi di sicurezza – vanno limitati o addirittura azzerati perché sono un costo per il profitto.
Giornate di lavoro estenuanti, che consumano la vita dell’operaio industriale, agricolo, dei servizi, e lo espongono a infortuni mortali, condizioni di lavoro infami, lavoro nero, sottopagato e senza diritti, mancanza di adeguate protezioni, sono condizioni concepite come “naturali” e necessarie per la valorizzazione del capitale. Per i padroni sono effetti collaterali, inevitabili, per un modo di produzione di sfruttamento dell’essere umano.
Quella degli infortuni mortali è una carneficina alimentata da competitività, precarietà e modelli flessibili dell’organizzazione del lavoro e della produzione. Agli operai viene richiesto, chiamandoli alle responsabilità d’impresa, di dare il massimo con la totale disponibilità.
In questo modo e utilizzando l’arma del ricatto occupazionale – specie se si è assunti con contratti precari – le imprese, soprattutto quelle piccole che costituiscono una grossa fetta del tessuto produttivo italiano e dove il tasso d’incidenza infortunistico è più elevato, lanciano la rincorsa esasperata alla produttività che porta gli imprenditori più avidi di profitti a fare a meno delle protezioni nei macchinari.
Il risultato è che salute e sicurezza di lavoratori e lavoratrici sono sempre di più subordinate alla salute dei bilanci e alla sicurezza dei profitti.
Per difendere salute e sicurezza, lavoro e salario, per non essere carne da macello, per la garanzia di un lavoro per vivere e non per morire, non è sufficiente limitarsi a esprimere l’indignazione di fronte a casi eclatanti o invocare più controlli. È necessaria l’organizzazione e la mobilitazione di classe, per imporre misure di sicurezza adeguate, contro i licenziamenti e la riduzione del salario.
Pretendere l’adozione dei mezzi per la sicurezza e la salute, in fabbrica, nei luoghi di lavoro, sui mezzi di trasporto. Niente sicurezza e salute? Niente produzione!
La situazione richiede la forza della mobilitazione, unità e solidarietà di classe, per far ricacciare il peso della pandemia, della crisi e dei debiti, sulla testa dei padroni e dei ricchi.
I fatti mettono in evidenza, con maggiore chiarezza, che la sopravvivenza del sistema capitalista significa per la classe operaia e le classi lavoratrici crescente sfruttamento, miseria e morte.
La lunga scia di sangue non deve rimanere impunita e deve servire allo sviluppo della lotta e dell’organizzazione indipendente di classe, per abbattere il regime di sfruttamento, di oppressione, di nocività e di morte, per costruire una società in cui il lavoro sia liberato dallo sfruttamento e la salute e la sicurezza dei lavoratori siano una priorità sociale.

f.i.p. 7 luglio 2020

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Brutale aggressione contro i lavoratori della FedEx Tnt

Gravissimo atto repressivo contro i lavoratori della FedEx Tnt, nella notte fra il 10 e 11 giugno.
Durante un presidio di protesta contro il licenziamento di 66 lavoratori somministrati da Adecco, in violazione di un accordo che ne prevedeva la stabilizzazione, i lavoratori venivano violentemente attaccati dalla polizia.
Dopo una prima fase di relativa tranquillità, a seguito delle trattative fra i delegati del sindacato Si Cobas e le forze di polizia, sembrava di poter arrivare a un incontro in Prefettura per un accordo con la controparte.
Inspiegabilmente, a freddo sono partite violentissime cariche poliziesche contro i manifestanti, che nonostante tutto hanno continuato nella loro azione pacifica. Il brutale pestaggio si è fermato dopo l’intervento delle ambulanze e del personale sanitario. Numerosi i feriti, i contusi.
Mentre il mondo protesta contro la barbara uccisione di George Floyd negli Usa, in Italia i lavoratori che si battono per il loro posto di lavoro vengono brutalmente aggrediti dalle ‘forze dell’ordine’.
Questi sono gli strumenti con cui il governo e i padroni intendono risolvere la grave crisi economica! Crisi che coinvolge l’intero sistema capitalista. Credono e sperano di risolverla con i licenziamenti e la forza bruta!
Questo è un attacco all’intera classe operaia, un chiaro e inequivocabile segnale politico del governo e dei padroni di fronte alla lotta contro l’ondata di licenziamenti che si preannuncia.
I comunisti rispondono con la solidarietà di classe ed esprimono la totale condanna dell’azione violenta e repressiva delle forze di polizia.
La nostra solidarietà incondizionata ai lavoratori e al sindacato in lotta.

f.i.p. 14-06-2020

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La lotta di classe non è in quarantena
e non va in ferie!

ASSEMBLEA NAZIONALE del Coordinamento Lavoratori-lavoratrici Autoconvocati per l’unità della classe

Riceviamo e pubblichiamo:

Assemblea nazionale

Per non far pagare la crisi ai lavoratori
Contro governi, padroni e sindacati di regime
Costruiamo l’unità d’azione del sindacalismo conflittuale

2020-05-20-Comunicato convocazione Asssembela Nazionale-1

La pandemia del Coronavirus ha accelerato la crisi dell’economia mondiale. Un risultato ineluttabile per questo modo di produzione e che era già pienamente maturo ma di cui ora padroni e governi fanno ricadere la responsabilità su un evento esterno e imponderabile. Un alibi, insomma. Ciò torna utile alla classe dominante anche per rendere più efficaci gli appelli rivolti alla classe lavoratrice affinché si pieghi a nuovi e più gravi sacrifici per salvare quel preteso “bene comune” che chiamano “paese”, “economia nazionale”, secondo le ipocrite formule retoriche quali “siamo tutti una grande famiglia”, “siamo tutti sulla stessa barca”, “siamo tutti fratelli d’Italia”.
Il “bene comune” non esiste, in una società divisa in classi. Ciò che i lavoratori sono chiamati a salvare col loro sacrificio è la sottomissione politica, sociale e economica alla classe dominante, che è la causa della loro miseria.
Anni di ideologia padronale volta ad avvilire la classe operaia – pubblicizzandone la scomparsa – si sono sbriciolati in pochi giorni di epidemia, quando al resto della popolazione era fatto obbligo di stare a casa, agli operai di andare a lavorare. Gli operai sono diventati indispensabili ma sempre più e in ogni caso da sacrificare, per quel bene assoluto e per nulla comune e pubblico: il profitto.
Ora a tutta la classe lavoratrice, non solo agli operai, i padroni si apprestano a far pagare la crisi di questo loro fallimentare sistema economico-sociale. Sono già iniziate le manovre in tal senso…
Il nuovo presidente di Confindustria, tale Bonomi, ha invocato il superamento di tutti i contratti collettivi nazionali di lavoro (Ccnl) in essere, per poter sfruttare di più e meglio. Contratti già pessimi e a perdere, da decenni, firmati dalle dirigenze dei sindacati di regime (Cgil, Cisl, Uil, Ugl) che certo non organizzeranno alcuna difesa dei lavoratori a fronte di questo nuovo grande attacco.
Sono dunque i lavoratori combattivi e i militanti del sindacalismo conflittuale che devono farsi carico del compito di preparare, promuovere e organizzare la lotta e la mobilitazione.
Questo può avvenire solo con la consapevolezza che nessuna delle attuali piccole o esigue organizzazioni del sindacalismo conflittuale, da sola, è in grado di fronteggiare lo scontro e il conflitto di classe.
Il compito di oggi è unire nell’azione tutte le forze del sindacalismo conflittuale per offrire ai lavoratori una alternativa e una opposizione al sindacalismo collaborazionista e concertativo.
Ciò è possibile, è necessario, e va fatto sulla base di rivendicazioni sindacali, consapevoli della differenza che corre fra queste e gli obiettivi ed i programmi di carattere politico. La confusione tra i due livelli – sindacale e partitico – alimenta divisioni e frantumazione.
In queste settimane si sono costituiti ambiti e iniziative per l’unità d’azione delle classe lavoratrici. A differenza della nostra esperienza – nata oltre un anno e mezzo fa – quindi non in ‘emergenza sanitaria’, queste sono caratterizzate dal voler unire percorsi sindacali, sociali e politici. Lo consideriamo un errore, tentativi già visti e rivisti in passato, ma giudichiamo utile la collaborazione con queste iniziative al fine della ricerca dell’unità d’azione sul terreno della lotta e dell’iniziativa sindacale.

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50 anni fa, la legge 300 del 20 maggio 1970

La principale normativa in tema di diritto del lavoro, considerata la “Costituzione che entra nelle fabbriche”, a 22 anni dalla sua entrata in vigore (1° gennaio ’48).
Lo Statuto – approvato sulla spinta di una grande stagione di lotte operaie (“autunno caldo”) che rivendicava aumenti salariali egualitari e diritti fondamentali – introdusse modifiche sul piano delle condizioni di lavoro, dei rapporti fra datori di lavoro e lavoratori e nel campo delle rappresentanze sindacali.

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